Vivalascuola. La “Buona Scuola” di Renzi: schiava dell’azienda Matteo la creò

Quindi: la Confindustria fa cento proposte per una riforma del sistema dell’educazione e la ministra Stefania Giannini vi trova “parole chiave e temi che sono anche la linea guida del rapporto ‘La buona scuola‘ presentato dal governo“. Cosa chiedono gli industriali? “Riformare i meccanismi per l’immissione in ruolo dei docenti; abolire le graduatorie per anzianità; assumere per concorso e per chiamata diretta premiando il merito“. E ancora: “rimodulare la retribuzione in base a orario servizio, funzioni, conseguimento obiettivi; potenziare l’Invalsi; abolire il valore legale del titolo di studio”. Insomma, Renzi e Giannini lavorano alla scuola di Confindustria, la quale al contempo falsa dati pubblici per screditare la scuola italiana e renderla ancora più conforme alle esigenze del mondo economico. Ne parlano in questa puntata di vivalascuola Alvaro Berardinelli, Bruno Moretto, Emanuele Rainone.

Indice
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.Bruno Moretto, Il Piano per la scuola di Renzi: una visione aziendalistica
Emanuele Rainone, Meglio una scuola fondata sulla bellezza
Alvaro Belardinelli, Scuola “buona” o “fondata sul lavoro
Materiali, Un aziendalismo “straccione” all’assalto della scuola: testi di Frabboni,  Baldacci, Saudino, Magni, Bottero, Bagni, Pellegatta, Locantore, Lo Presti, Boscaino, Boarelli
Le notizie della settimana scolastica
Un libro. Fitzwilliam Darcy recensisce Slow Scool di Penny Ritscher
Risorse in rete

Il Piano per la scuola di Renzi: una visione aziendalistica
di Bruno Moretto *

Scuola, merce appetibile

L’affermazione chiave per interpretare le finalità del piano è che

Le risorse pubbli­che non saranno mai sufficienti a colmare le esigenze di investimenti nella nostra scuola.”.

Questa posizione iniziò a svilupparsi negli anni 90 in seguito all’affermarsi delle teorie liberiste che proponevano un arretramento dell’intervento statale a favore dello sviluppo di un’economia di mercato nella quale la merce scuola è molto appetibile perché ancora in larga parte in mano agli Stati. Il manifesto ideologico di tale posizione è “Una nuova idea di scuola” del 1994, firmato fra gli altri da Luigi Berlinguer in cui si afferma che

Esiste al contrario un’altra strada: quella di quanti ritengono che nel campo decisivo della formazione sia necessario che i pubblici poteri indichino alla società e allo stesso mercato obiettivi, finalità e regole.

La legge sull’autonomia di Berlinguer del 1997 fu il primo passo in questa direzione. Non a caso inizialmente conteneva anche l’autonomia finanziaria, ma ha comunque introdotto il concetto di competizione fra le scuole che possono diversificare l’offerta scolastica.

Da allora l’istruzione è stata vista sempre di più come un costo piuttosto che un investimento sociale ed economico. Esemplare in questo senso la cosiddetta riforma Gelmini, che ha avuto il preciso scopo di tagliare di 8 miliardi gli investimenti in campo scolastico.

I recenti dati forniti dall’Ocse e da Eurydice per il periodo 2008-2013 evidenziano un taglio del 19%, in controtendenza rispetto a tutti gli altri paesi più sviluppati. E i costi dell’istruzione si scaricano sui genitori, che sempre di più devono sopperire personalmente alla carenza di risorse pubbliche.

Basti ricordare la trasformazione nei fatti del contributo volontario in obolo obbligatorio o gli acquisti sempre più diffusi di materiale scolastico e pure della carta igienica da parte delle famiglie. Per non parlare di quanti si devono sempre più rivolgere a strutture a pagamento per la carenza di offerta pubblica in particolare nella scuola dell’infanzia statale non a caso neppure citata nel piano Renzi.

Le spese private per l’istruzione sono cresciute (sempre dati Ocse) del 17% dal 2008 al 2011.

Sempre più intervento privato, sempre più una scuola azienda

Per sopperire al calo degli investimenti pubblici la proposta di Renzi vuole imporre una trasformazione in senso aziendalistico delle scuole i cui dirigenti dovranno tendere a diventare veri e propri manager che si sceglieranno il personale, lo premieranno o puniranno, e potranno “commercializzare beni o servizi prodotti o svolgere attività di “impresa Formativa Strumentale”, utilizzando i ricavi per investimen­ti sull’attività didattica.”

Allo scopo si ripropone la trasformazione degli Istituti scolastici in Fondazioni o “enti con autonomia patrimo­niale, per la gestione di risorse provenienti dall’esterno”. Viene così garantito l’ingresso degli sponsor privati nella scuola seguendo il modello statunitense che tanti danni sta facendo alla libertà culturale delle scuole americane.

Le Istituzioni scolastiche potranno affittare beni e servizi e pure parte del personale per attività gestite da aziende private. Il modello scelto sembra essere quello della Sanità, campo in cui all’aziendalizzazione e dequalificazione della parte pubblica corrisponde la crescita costante del settore privato con un’evidente aumento dei costi a carico dei cittadini.

Preoccupante a questo riguardo è l’enfasi posta all’ingresso del volontariato e del terzo settore anche nelle scuole, che rischia di mettere in discussione il carattere laico della Scuola della Repubblica che solo personale statale può garantire.

Questa impostazione è palesemente incostituzionale perché la nostra scuola si fonda sui principi della libertà di insegnamento, dell’obbligo per la Repubblica di istituire scuole statali e della libertà di accesso senza alcuna forma di discriminazione, ovvero della gratuità.

E sempre più scuole private

Nel documento del 1994 si affermava poi che:

Si deve pensare a un sistema formativo pubblico, nazionale e unitario, del quale partecipano scuole statali e non statali.

La legge di parità del 2000 segna un altro passaggio decisivo nel senso che la competizione si allarga inserendo nel sistema scolastico pubblico le scuole private (paritarie), che mantengono però la loro impostazione culturale o religiosa e iniziando a finanziarle con circa 500 milioni di euro all’anno. Nel piano Renzi si espunge il termine private pur contenuto nella Legge 62 e si afferma che

con scuole pubbliche si intende Scuole pubbliche statali e paritarie.

Il piano tende a favorire lo sviluppo del settore privato riconoscendone la parità non solo sul piano dell’equipollenza dei titoli di studio forniti, ma anche di funzioni e finanziamenti.

Servirà la­vorare per dare alle scuole pari­tarie (valutate positivamente) maggiore certezza sulle risorse loro destinate, nonché garanzia di procedure semplificate per la loro assegnazione.

Viene pure previsto “un bonus fiscale per un portafoglio di investimenti privati (da parte di cittadini, associazioni, fondazioni, im­prese) nella scuola.” Poiché la parte maggiore di tali investimenti consiste nelle rette di frequenza e iscrizione alle scuole private, la detassazione di queste è il vero scopo della norma prevista.

Le scuole private continueranno a ricevere i contributi diretti (per ora 500 milioni all’anno introdotti dalla Legge 62) e in più godranno di un regime fiscale più favorevole. Per non parlare dell’esonero dal pagamento dell’IMU della grande maggioranza di queste scuole in quanto cattoliche.

Una scuola al servizio del potere economico

La funzione fondamentale della nostra scuola secondo la visione dei costituenti è quella della formazione del cittadino della Repubblica. Serviva una scuola statale di qualità garantita a tutti per rendere praticabile i principi di eguaglianza e solidarietà posti alla base della nostra Costituzione.

La funzione della nostra scuola è stata pertanto in questi 60 anni quella di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini al fine di consentire l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Il Piano Renzi sviluppa l’idea di una scuola al servizio del potere economico finalizzata a formare personale per l’inserimento lavorativo. Per questo ci si pone l’obiettivo di

Introdurre l’obbligo dell’Alternanza Scuola-Lavoro (ASL) negli ultimi tre anni degli Istituti Tecnici ed estenderlo di un anno nei Professionali, pre­vedendo che il monte ore dei percorsi sia di almeno 200 ore l’anno.

E quello di

Diffondere attraverso protocolli ad hoc il programma sperimentale di ap­prendistato negli ultimi due anni della scuola superiore, lanciato nel 2014 in attuazione dell’articolo 8bis del d.l. 104/2013.

Il tutto condito da amenità come l’inserimento dell’economia fra le materie obbligatorie nelle scuole superiori per sopperire a quello che viene chiamato “analfabetismo finanziario” cioè alla “comprensione dei meccanismi economici e finan­ziari”.

Una visione miope che abbasserà il livello qualitativo dell’offerta scolastica stante la dequalificazione presente nel mercato del lavoro caratterizzato da una precarietà diffusa e da una preponderanza di richieste di figure a bassa qualificazione. Ciò è bene chiaro nell’enfasi posta sul digitale.

Renzi-Falcucci: un confronto

Il 3 settembre Renzi ha presentato il suo piano per la scuola, il giorno dopo è morta la ex Ministra della pubblica istruzione Falcucci (dal 1982 al 1987). Una ministra democristiana ma della generazione figlia della Costituzione. Basta confrontare il suo piano nazionale dell’informatica (del 1985) con quello attuale sia sul piano progettuale che su quello finanziario.

Il piano nazionale informatica coinvolse a fine anni 80 tutti gli insegnanti di Matematica e Fisica con l’obiettivo di introdurre nel loro insegnamento le metodologie tipiche dell’informatica quali il problem solving e le metodologie del lavoro di gruppo e della ricerca azione. La proposta del piano scuola di Renzi sposta tutto sull’applicazione (costruire app, usare le stampanti 3d…).

Il PNI fu pensato come un grande piano di aggiornamento a carico dello Stato: esonero dall’insegnamento per un anno dei formatori, esonero per tre settimane di full immersion per gli insegnanti. E’ evidente che nel piano Renzi l’aggiornamento è pensato come un obbligo legato allo sviluppo della carriera ed è a carico dei docenti presi singolarmente.

Una alternativa è possibile

A questa visione aziendalistica occorre contrapporre quella costituzionale della scuola della Repubblica.

Proprio in questi giorni è stata ridepositata al Senato e alla Camera da parlamentari di diversi gruppi la Legge popolare per una buona Scuola per la Repubblica sottoscritta nel 2006 da 100.000 cittadini e cittadine. Una legge, che, partendo dal diritto costituzionale all’istruzione laica e pluralista per tutti, è stata pensata per rilanciare la funzione istituzionale della scuola statale come strumento di eguaglianza e solidarietà, e ribadire la distinzione con quella privata e il “senza oneri per lo Stato“.

Una legge che prevede tempi distesi di apprendimento, i nidi considerati un servizio rivolto alla collettività e non individuale, la scuola dell’infanzia nella scuola di base con l’ultimo anno obbligatorio, il tempo pieno, un obbligo scolastico dai 5 ai 18 anni, un biennio superiore unitario e un triennio di indirizzo e che sposta la formazione professionale dopo i 18 anni.

Attorno a questa legge è possibile creare un movimento di insegnanti, genitori e studenti e cittadini che credono nella Scuola di tutti e per tutti. La battaglia per la scuola pubblica si inserisce pertanto in quella per il modello di società. Le nefaste politiche liberiste degli ultimi anni stanno sempre di più creando una società in cui i pochi decidono e i molti sono sempre più emarginati e discriminati e alla ricerca di un lavoro dequalificato e precario.

Per contrastare questa deriva riprendo le parole del recente documento dell’Associazione Nazionale Per la Scuola della Repubblica:

In questo contesto politico generale l’attacco alla scuola della Costituzione si colloca come un’ulteriore forma di attacco alla democrazia prevista dalla nostra Costituzione.

La contestazione della proposta renziana di aziendalizzazione della scuola deve quindi essere, anche, un momento della lotta più generale della difesa della democrazia.

Non può difatti esserci una scuola democratica e pluralista se non c’è una forma di stato democratico e pluralista. Ma non può nemmeno esserci uno Stato democratico e pluralista se non c’è una scuola democratica, la scuola della Costituzione.

E’ necessaria, a fronte di questo progressivo attacco a tutte le forme di democrazia nel nostro Paese, una risposta unitaria; l’impegno per la difesa della Costituzione e dei suoi principi è strettamente unito a quello per la Scuola della Costituzione, per i diritti di cittadinanza e civili.

Il prossimo appuntamento è per l’8 Novembre a Bologna per un importante convegno di riflessione e mobilitazione a partire dalla legge popolare.

* Comitato bolognese Scuola e Costituzione [torna su]

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Meglio una scuola fondata sulla bellezza
di Emanuele Rainone

La Repubblica è fondata sul lavoro, la scuola è fondata sul sapere

La Repubblica è fondata sul lavoro. La scuola è il luogo principale di formazione del cittadino. Ergo: anche la scuola deve essere fondata sul lavoro. Questo finto sillogismo ha tutto il sapore di un sofisma che soltanto un classico esercizio scolastico – di quelli che solitamente non servono per “lavorare” – può smascherare. Se infatti l’ouverture della nostra Costituzione individua nel lavoro il fondamento della cosa pubblica, non segue che esso debba necessariamente essere anche il fondamento della scuola.

Che la scuola non possa fondarsi sul lavoro dipende da un motivo molto semplice, tanto semplice da passare spesso inosservato: chi può chiedere ragione del lavoro, sollevare questioni di senso sull’agire umano, sospendere l’opacità delle azioni che quotidianamente i cittadini mettono all’opera per far fronte ai naturali e sociali bisogni della comunità, è solo la scholé, intesa proprio in senso classico, come il tempo dedicato alla libera riflessione, quello che i latini traducevano con otium, la negazione del neg-ozio (nec-otium).

E la nostra scuola, nonostante il fatto che negli ultimi decenni sia stata invasa da un volgare e ideologico gergo aziendalista che ha progressivamente fatto slittare il sapere e la conoscenza nei termini del saper-fare e delle competenze, è il luogo, insieme all’Università, dove, ancora oggi, si dovrebbe aver il tempo per riflettere liberamente e per imparare a riflettere liberamente.

La scuola produce soggetti critici

L’efficientismo e il produttivismo che soffocano le nostre ristrette menti post-industriali o post-moderne, o semplicemente “post” (post-mentali?) impongono domande ripetitive ed ossessive alle quali è difficile sottrarsi. E dunque non ci sottraiamo: cosa produce la scuola?. Ebbene: la scuola produce soggetti critici.

Rammentiamo che “critico” ha radice comune con “crisi”, il cui significato etimologico è quello di “scelta”: entrambi derivano da krinein, saper giudicare, distinguere, decidere. “Soggetto critico” quindi sarebbe quasi un’espressione ridondante, perché la caratteristica di ogni soggettività dovrebbe essere proprio la capacità di scelta. E per poter scegliere bisogna sapere. Senza conoscenza, senza la capacità di orientarsi nel pensiero – nella complessità dei saperi contemporanei – senza la capacità di ragionare logicamente, non c’è scelta. E se non c’è capacità di scelta, non c’è libertà.

Questo è il compito della scuola: istruire per educare alla cittadinanza, intesa come un agire consapevole e critico nei confronti del mondo che ci circonda. Questo non può avvenire mediante un semplice lavoro formale, perché il sapere è fatto di contenuti, materie, discipline, che ci presentano “pezzi” di realtà. È questa l’enciclopedia dei saperi – anch’essa perennemente in crisi – che, nella forma del curricolo scolastico, viene ancora oggi insegnata nelle nostre scuole.

Parole che suonano un po’ vecchiotte: forse qualcuno ci crede ancora?

Fonda la conoscenza sul lavoro chi è smarrito di fronte alla conoscenza

È sempre più diffuso nel senso comune che quello che si impara a scuola non serve nella vita, tanto meno per “trovare” un lavoro. E il senso comune è assurto a linea guida del progetto di riforma del governo, tanto che, per ovviare a questa presunta inutilità della scuola “ tradizionale” (che si vorrebbe magari “rottamare”), si propone la novità della scuola fondata sul lavoro.

Qui ci troviamo su di un terreno vischioso, perché tutti i termini della questione e financo i significati delle parole risultano alterati. Non si parla forse del “secolo della conoscenza”, della “conoscenza” come “innovazione” e come volano principale per la creazione di lavoro? Tutto questo, cosa ha a che fare con quello che si impara a scuola? Con la trasmissione del sapere, la conoscenza della scuola?

La conoscenza-innovazione ha come motore e finalità il profitto, la conoscenza che viene trasmessa a scuola la formazione di soggetti critici. Queste due forme di “conoscenza” sono ovviamente in relazione, ma identificarle senza alcuna distinzione può essere un errore grossolano.

Anche qui, confessiamolo, ci muoviamo sulla difensiva: il nuovo che avanza è allergico alle distinzioni scolastiche troppo sofisticate, tantomeno alla distinzione tra mezzi e fini. E, d’altra parte, a poco servirebbe affermare eroicamente il valore in sé della cultura e della conoscenza, così come proporre una pre-moderna e rigida distinzione tra teoria e prassi. E dunque?

Il piano del governo, senza troppi patemi filosofici, fonda la conoscenza sul lavoro: se la scuola è il luogo di trasmissione della conoscenza e del sapere, ed essa è fondata sul lavoro, allora la conoscenza e il sapere sono fondati sul lavoro. Qualsiasi cosa sia il conoscere. Anzi, forse perché in questione è proprio lo smarrimento di fronte alla conoscenza, che si vuole frettolosamente far coincidere con il lavoro.

Bellezza e desiderio di conoscenza

Certo, stiamo forzando un po’ la mano, ma solo perché vogliamo ricordare una vecchia storia, sperando che ci sia ancora qualcuno in grado di capirla o quantomeno di avere la pazienza di ascoltarla.

Quando nacque Afrodite, gli dei si riunirono a banchetto, e c’era fra loro Poro figlio di Meti. Terminato il pranzo arrivò per mendicare, data l’occasione festiva, Penia, che girava intorno alle porte. Ordunque Poro, ubriaco di nettare (il vino non esisteva ancora), entrò nel giardino di Zeus e appesantito com’era si addormentò. Allora Penia, meditando nella sua indigenza di avere un figlio da Poro, gli si distese accanto e concepì Amore”.

È trascorso un po’ di tempo da quando Platone scrisse questi famosi passi del Simposio. Forse troppo. Ma se qualcuno ha dimenticato il senso della storia che Diotima racconta a Socrate, proviamo a ricordarglielo. Del resto, come dice Platone stesso, conoscere è ricordare. Il filosofo, nell’imbarazzo di fondare la conoscenza, parte nientemeno che dall’amore e dalla bellezza, dal “generare nel bello”. Per rendere ragione del movimento originario che “innesca” il desiderio di conoscere, deve ricorrere alla natura ambigua e mediana di Amore (figlio di Poro – risorsa, abbondanza – e Penia – indigenza, mancanza); ma soprattutto, il quid che fa accendere la fiammella è la bellezza.

È solo l’esperienza della bellezza che strappa gli individui dalla loro condizione di ignoranza e accende il desiderio di conoscenza. E questo per un motivo molto semplice:

gli ignoranti – come ricorda Diotima – non aspirano a diventare sapienti, perché l’aspetto negativo dell’ignoranza consiste appunto nel fatto che un individuo che non è sapiente sembra a se stesso degno di stima. E certamente chi si considera privo di difetti non può desiderare ciò di cui non pensa di aver bisogno”.

Questo, chi fa scuola, lo sa bene: è letteralmente impossibile convincere gli studenti con soli argomenti razionali della bontà o soltanto dell’utilità dello studio. Il refrain è sempre lo stesso: non serve per trovare un lavoro, tanto meno per far soldi; quindi non serve a nulla. Ci vuole ben altro per “agganciare” i nostri studenti, si tratta di accendere un desiderio. E questo si può fare soltanto mostrando la bellezza insita in ogni conoscenza.

Una scuola fondata sul lavoro è un sogno spezzato

Chissà se gli estensori del documento governativo abbiano mai sentito muoversi qualcosa nel loro animo leggendo una poesia, provato un senso di meraviglia al termine di una dimostrazione matematica, stupore nel venire a conoscenza di una regola grammaticale che prima utilizzavano in modo irriflesso senza saperne il motivo, oppure soltanto un semplice interesse nella scoperta dell’etimologia di una parola, ad esempio la parola “desiderio” (de-sidus-eris: “distogliere lo sguardo dalle stelle”)?

Chi ha fatto esperienza almeno una volta nella vita di questa bellezza – che altro non è che il ri-conoscer se stessi nella conoscenza che viene insegnata – difficilmente potrà pensare che la conoscenza sia basata sul lavoro. Così per la scuola, il luogo deputato alla generazione, quindi alla sopravvivenza, di quella bellezza.

C’è tempo per pensare al lavoro nella vita (quando il lavoro c’è… o quando non c’è…), lasciamo che almeno a scuola si possa sognare, stupirsi, meravigliarsi di quello che l’uomo è riuscito a scoprire, immaginare e inventare, nel corso della sua lunga storia. Una scuola fondata sul lavoro è un sogno spezzato, una scuola fondata sulla bellezza è l’inizio di un sogno. [torna su]

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Scuola “buona” o “fondata sul lavoro”?
Ovvero come camuffare il ritorno del ddl Aprea-Ghizzoni

di Alvaro Belardinelli

I piani di Renzi, tra giochi di parole e propaganda spicciola

Nei giorni in cui scriviamo, il nostro giovane ed instancabile Presidente del Consiglio si sforza di far capire agli elettori la propria vera identità. Infatti, pur continuando a recitare la parte del simpatico e giovanilistico politico anticonformista in informali maniche di camicia bianca, Renzi sventaglia raffiche di affermazioni reazionarie che farebbero impallidire persino un padrone delle ferriere di cent’anni fa. Vediamo qualche esempio.

Per convincerci della necessità di abolire l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il premier sibila dai teleschermi che

«L’imprenditore non è uno cattivo, deve avere diritto di lasciare a casa» chi non gli è gradito. Ed aggiunge: «Devo trovare una risposta che aiuti i lavoratori a uscire dalla crisi. Conservare le regole attuali non è la soluzione».

Come se la soluzione fosse invece distruggere ogni traccia di stato sociale e di parità di diritti tra lavoratori e classe padronale; e come se la crisi fosse dovuta alle leggi che tutelano i cittadini più deboli dai soprusi dei più ricchi.

I lavoratori sono sempre più poveri? È assolutamente necessario aumentarne le entrate al fine di rilanciare la domanda interna e permettere all’economia di ripartire? «Potremmo mettere il Tfr mensilmente in busta paga», suggerisce il Capo dell’esecutivo.

Evidentemente il suo obiettivo non è l’aumento dei salari, ma quello (machiavellico e demagogico) di illudere i lavoratori dipendenti con un aumento stipendiale finto, materializzato scippando dalle loro tasche il trattamento di fine rapporto.

Calcoli elettoralistici

D’altro canto, per incassare i voti degli insegnanti alle elezioni europee, il Nostro è stato capace di farli sognare, proferendo frasi da illuminato e pragmatico statista. Come questa:

«Una cattiva gestione della figura dell’insegnante ne ha svilito il ruolo. Se io prendevo una nota o un brutto voto, i miei si arrabbiavano con me. Oggi, se il figlio prende una nota, ci si arrabbia con la prof che non ha capito. È inaccettabile. Tornare a restituire importanza sociale, dignità, prestigio alla figura dell’insegnante è la prima grande riforma del mondo scolastico”.

Giustissimo. Nessun Docente degno di questo nome potrebbe non dirsi d’accordo. E difatti i voti dei Docenti, puntuali, sono arrivati. Peccato che, a smentire queste belle e condivisibili parole, si ergano monolitiche le centotrentasei pagine del pamphlet propagandistico La buona scuola, pubblicato in internet ai primi di settembre, ad elezioni europee già archiviate.

Se questa autentica nuova sciagura andasse in porto, il Docente del futuro sarebbe definitivamente trasformato in un travet frustrato, impoverito, oberato dalla burocrazia, sfiancato dalla necessità di piacere al Dirigente e di collezionare “crediti” per ricevere, ogni tre anni, l’agognato “aumento” destinato a premiare i migliori: ossia la lauta somma di “circa” euro sessanta (ossia il venticinque per cento in meno degli ottanta euro da cui tanti elettori italiani si son lasciati abbindolare).

Capovolgere la realtà, chiamare bene il male e male il bene, sfumare le differenze tra posizioni opposte ed inconciliabili: questa è stata sempre l’abilità principale dei politicanti vincenti, quelli più abili nell’asservire l’etica alla politica, nel sottomettere l’interesse comune al vantaggio personale, e nel giustificare i propri spregevoli mezzucci con fini nobilissimi.

Non sorprende dunque che anche sulla scuola la “squadra” del Presidente del Consiglio abbia dato il meglio di sé nel giocare con parole e concetti al fine di sedurre gli ingenui e i distratti.

Giochetti verbali

Leggiamo a pagina 106 del libello renziano:

«La scuola deve formare buoni cittadini che abbiano i mezzi, le conoscenze e le competenze per vivere da protagonisti il mondo del lavoro. Per fare in modo che la nostra educazione renda giustizia al primo articolo della nostra Costituzione: “Fondata sul lavoro”, per davvero».

Bisogna riconoscerlo: Lorsignori sono abilissimi nell’arte di infinocchiare i creduloni. Ci si perdoni la veemenza delle nostre parole, resa necessaria dal violento tentativo governativo di stravolgere la realtà. Difatti l’espressione “fondata sul lavoro” cita l’articolo 1 della CostituzioneL’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro»), deformandone però completamente il significato e il senso.

Ad essere “fondata sul lavoro” non è, secondo i Padri costituenti, la Scuola, ma la forma costituzionale dello Stato italiano; il quale, essendo una “Repubblica” (cosa pubblica, del popolo) e per di più democratica (in cui il potere sovrano spetta al popolo, come ribadito dal secondo comma dell’articolo 1), riconosce come proprio valore fondante il lavoro ed i diritti che ne derivano.

La Costituzione, insomma, identifica il lavoro con il mezzo di cui l’individuo si serve per realizzare la propria personalità, e come strumento mediante il quale il cittadino contribuisce allo sviluppo economico dello Stato. Una concezione che nulla ha a che fare con l’idea neoliberistica del lavoro, che fa di quest’ultimo una merce come tante altre.

Per essere appetibile dal magnate finanziatore, la merce-lavoro dev’essere a buon mercato, flessibile, duttile, priva di autocoscienza, non conflittuale, capace di eseguire scrupolosamente compiti minimali e ripetitivi (fintantoché questi siano utili al magnate stesso), nonché pronta al licenziamento quando al magnate non serve più. Plastica immagine di tutto ciò sono i test dell’Invalsi, che addestrano gli allievi a scegliere risposte preordinate, senza possibilità di metterle in discussione.

I mercanti nel tempio del sapere

In questa rappresentazione mercantilistica del lavoro (e di chi lavora) non c’è spazio alcuno per il cittadino previsto dalla nostra Costituzione: un cittadino capace (attraverso il sapere, la cultura, il pensiero critico) di realizzare ed esprimere se stesso e la propria umanità lavorando; un cittadino “a tutto tondo”, libero anche grazie alla preparazione culturale ricevuta in una Scuola pluralistica, democratica, laica, non confessionale; un cittadino capace di non lasciarsi trattare come schiavo o come merce (che è poi la stessa cosa).

Nei cronoprogrammi neoliberistici dei nostri governanti non c’è più traccia della necessità di liberare il cittadino dagli

«ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (articolo 3, comma 2 della Costituzione).

Non c’è traccia della Scuola che trasmette sapere al cittadino in modo disinteressato e gratuito, al fine di «rimuovere gli ostacoli» culturali che impediscono l’eguaglianza di opportunità. Non c’è traccia di una Scuola che mette le migliori intelligenze (di tutti i ceti sociali) in condizione di emergere e di cooperare alla prosperità comune, producendo reale benessere per tutti.

Non c’è traccia perché non si vuole che vi sia traccia. Si progetta a tavolino un mondo dove i diritti vengano considerati zavorra, in cui la legge e il diritto siano visti come “lacci e lacciuoli”, e le cui uniche divinità siano il Mercato e il Profitto (privato).

Feudalcapitalismo” all’italiana

Un mondo del genere coniuga il capitalismo con il feudalesimo, cristallizzando i rapporti sociali per sempre, ed impedendo a priori qualsiasi evoluzione. In un mondo simile il ceto dominante, quello degli imprenditori più potenti e spregiudicati (alcuni dei quali potrebbero forse meglio definirsi prenditori) e degli straricchi per nascita (altro che merito!) ha interessi opposti rispetto ad uno Stato democratico, ed intende che questi interessi (e solo questi) siano rispettati, informando di sé tutte le istituzioni dello Stato medesimo.

La Scuola, istituzione dello Stato democratico fondata sul sapere come fondamento del pensiero critico e dell’intelligenza (e dunque come volano d’indipendenza e di elevazione sociale), dovrà diventare, secondo il ceto egemone, luogo adibito all’addestramento di “menti d’opera emancipate dal pensiero critico.

Questo significa, nella mente di Lorsignori, l’espressione “Scuola fondata sul lavoro”. Non lo diciamo noi: lo ha detto il Cavaliere del Lavoro Giancarlo Lombardi, industriale che nel marzo 1993, ad un convegno veneziano di Confindustria, indicò come obiettivo della formazione del futuro la creazione, appunto, di “menti d’opera emancipate dal sapere critico” (1).

Per inciso, ci è gradita l’occasione per ricordare che Giancarlo Lombardi fu poi nominato Ministro della Pubblica Istruzione del Governo Dini, in carica dal 17 gennaio 1995 al 17 maggio 1996 (un anno e quattro mesi). Quello fu il primo esperimento di governo tecnico della Repubblica, completamente formato da funzionari ed “esperti” non eletti dai cittadini (come del resto lo stesso ex sindaco Renzi).

Proprio nel 1995 (non a caso) fu siglato quel Contratto Collettivo Nazionale della Scuola che tolse ai Docenti gli scatti biennali automatici per trasformarli in sessennali, subordinandoli alla frequenza di “corsi d’aggiornamento” organizzati spesso dalle “maggiormente rappresentative” (e compiacenti) Organizzazioni Sindacali.

È evidente la continuità tra quel Governo di allora, tutti i Governi che gli sono succeduti (di qualsiasi colore) e i governanti di oggi (che con il piano Renzi intendono eliminare del tutto gli scatti salariali automatici).

Propaganda fondata sul nulla

Dunque questo si vuole: una Scuola non più fondata sul sapere, ma “sul lavoro. La Scuola dovrebbe trascurare sempre più la cultura “inutile”; ossia tutto quel sapere che non è immediatamente connesso alla produzione e al mercato (2).

Il pretesto potrebbe sembrare a prima vista condivisibile: c’è una crisi di sistema che genera disoccupazione; per tornare competitivi sul mercato, i giovani devono prepararsi alla nuove tecnologie, tralasciando quanto non sia in linea con la “modernità”; occorre quindi facilitare l’alternanza scuola-lavoro, in modo che gli studenti frequentino le industrie.

«A fronte di un alto tasso di disoccupazione», recita l’operetta renziana sulla “buona scuola”, «le imprese faticano a trovare competenze chiave come nel caso, prevedibile, dell’industria elettronica e informatica».

Ci sarebbe insomma un «disallineamento tra la domanda di competenze che il mondo esterno chiede alla scuola di sviluppare, e ciò che la nostra scuola effettivamente offre», perché avremmo «perso nel tempo la nostra capacità di stare al passo col mondo».

La solita musica: a scuola si insegna troppo umanesimo e troppo poco di pratico. «In Italia il numero di laureati in materie scientifiche è al disotto della media europea», strilla l’opuscolo a pagina 110. Il che giustificherebbe il progetto di diminuire il peso delle materie umanistiche nella Scuola (come Lorsignori stanno facendo da anni).

Stranamente, però, quasi tutti i laureati italiani in materie scientifiche sono disoccupati o precari in Italia, e sono costretti a emigrare all’estero (dove trovano lavoro immediatamente). Allora a che servirebbe aumentarne il numero? Evidentemente è il sistema produttivo a non funzionare, non la Scuola.

Ed è poi uno svantaggio avere tanti laureati in materie umanistiche? O non è semmai una freccia all’arco dell’Italia rispetto al resto del mondo?

L’uragano Gelmini: dove fece il deserto, lo chiamò “riforma

Nessun accenno, qui come ovunque nel libello, ai guasti inflitti al sistema scolastico italiano da quell’estinzione di massa di laboratori ed ore d’insegnamento (anche di materie tecnico-pratiche) che è stata metodicamente perseguita dalla rovinosa “riforma” Gelmini. Una “riforma”, la cui abolizione era stata più volte promessa dal Partito Democratico nelle varie campagne elettorali, ma mai realizzata una volta intascati i voti.

Eppure tutti sanno che i provvedimenti della perspicace Ministra (notoriamente vicina al Nobel per l’invenzione del tunnel dei neutrini) non sono stati una riforma, ma una demolizione controllata. Lo sanno gli insegnanti, lo sanno gli studenti, lo sanno i genitori. Cattedre frantumate, orari sconvolti, tagli di ore in materie fondamentali: come l’italiano al Ginnasio, che ha perso il venti per cento delle ore; come la geografia, semplicemente dimezzata nel monte orario ginnasiale ed accorpata alla storia, nell’indifferenza di tutto il Paese e (quel che più scandalizza) delle case editrici, pronte a sanare la ferita inventando di sana pianta testi scolastici di “geostoria”.

Già: la “geostoria”. Un termine che non esiste nemmeno sul dizionario Treccani, né ha corrispettivi in nessun’altra parte del mondo, né la benché minima ombra di dignità epistemologica (che cos’è? la storia della crosta terrestre? la storia della geologia? la geografia in senso diacronico? la storia geopolitica del pianeta? il nome di un programma televisivo?). Un neologismo inventato di sana pianta per mascherare il vuoto pneumatico di contenuti epistemologici, didattici ed educativi sotteso alla “riforma” gelminian-berlusconiana, mai eliminata nemmeno dopo le dimissioni dell’ultimo governo Berlusconi (ossia dal 2011).

L’uragano Gelmini ha iniettato nelle vene della Scuola il virus del caos e dell’autodistruzione. In nome del risparmio. Possono parere eccessive queste parole. Ne siamo consapevoli. Eppure la realtà è questa. C’è assoluto bisogno che qualcuno ne denunci la gravità. Anche gridando, se necessario.

Al Ginnasio molto spesso gli studenti di quattordici anni si ritrovano la cattedra di lettere assegnata a quattro Docenti diversi: uno per l’italiano, uno per il latino, uno per il greco, uno per la cacofonica e paradossale “geostoria”. Intanto le cattedre di lettere del Ginnasio vengono affidate ai Docenti non abilitati per il greco, mentre quelli che sanno il greco sono relegati su quest’unica materia o vanno ad insegnare negli Istituti Tecnici o alle Scuole Medie.

Così i detrattori del Liceo Classico e delle materie umanistiche hanno buon gioco nel dire che il Liceo Classico non è più adeguato alla nostra moderna realtà, dal momento che gli studenti non ne escono preparati come prima. Come dire che Pompei va rasa al suolo perché ormai sta crollando tutta (senza rammentare le responsabilità di chi l’ha portata ad un simile degrado).

La stampa asservita

È forse possibile capire dai giornali che la situazione è questa? No di certo, perché ormai la grande stampa va per inerzia sulla china degli slogan governativi. Per questo i Docenti sembrano ormai rassegnati al peggio, benché in massima parte concordi nel valutare negativamente la politica scolastica di tutti i Governi degli ultimi ventuno anni.

Eppure c’è sempre la speranza che sappiano rialzare la testa, come varie volte hanno saputo fare in passato e come i nostri simpatici, incompetenti ed insinceri politicanti in fondo temono.

Le reali finalità

Qualcuno “lassù” ha deciso, da anni e anni, di anemizzare la Scuola Statale, di sabotarla e di negarle ogni manutenzione, spingendola verso il crollo.

Il fascicolo La buona scuola è un capolavoro di doppiogiochismo ed ipocrisia, che cerca di barattare centocinquantamila assunzioni con lo stravolgimento della Scuola istituita dalla Costituzione; pur sapendo bene che il Governo è in realtà obbligato ad assumere i centocinquantamila, perché la Corte di giustizia dell’Unione europea minaccia all’Italia una multa di quattro miliardi se il Governo non stabilizza i precari.

Il sistema di governance della Scuola prefigurato a pagina 71 del pamphlet renziano è, sic et simpliciter, quello proposto dal disegno di legge Aprea-Ghizzoni, già bocciato dalle mobilitazioni del 2008 e del 2012, cui parteciparono insegnanti, studenti, genitori, semplici cittadini preoccupati per il futuro della Scuola (e quindi del Paese).

Se un simile stratagemma passasse, avverrebbe una privatizzazione de facto delle scuole statali, con i privati finanziatori che entrerebbero nel Consiglio d’Istituto (trasformato in Consiglio d’Amministrazione) di ogni scuola per determinarne il percorso formativo. Il Collegio dei Docenti, totalmente esautorato, verrebbe trasformato in un “Consiglio” puramente consultivo ed addetto unicamente alla programmazione didattica.

La Scuola nazionale si ritroverebbe frantumata e consegnata ai poteri forti del territorio (che in molte plaghe del Paese sono le mafie) o agli enti formativi confessionali. D’altronde, a pagina 66 del libello si ribadisce l’urgenza di

«dare alle scuole paritarie (valutate positivamente) maggiore certezza sulle risorse loro destinate, nonché garanzia di procedure semplificate per la loro assegnazione».

E ciò mentre si continua a defraudare la Scuola Statale di risorse vitali.

Un’altra farsa italica

Basterebbe questo per capire le vere intenzioni che si celano dietro il progetto di Scuola “fondata sul lavoro”: non un’alternanza tra scuola e lavoro vantaggiosa, seria e controllata come quella che giustamente esiste in Germania, dove gli interessi dell’impresa vengono tutelati al pari dei diritti degli studenti.

Qui da noi la struttura sociale è ben diversa; diversi sono i valori comuni di riferimento; tutt’altre sono le menti che governano il Paese (“la borghesia più ignorante d’Europa” secondo Pasolini, la quale “non considera esistente la manodopera se non quando serve alla produzione” (3)). Si rischia una parodia “all’italiana” del “sistema duale tedesco: una caricatura consistente nel semplice noleggio” gratuito degli studenti italiani, che diventerebbero operai non salariatiprestati” alle aziende.

D’altronde questa parte dell’opuscolo renziano è parecchio fumosa ed indeterminata, molto più dei capitoli in cui si parla della distruzione di qualsiasi automatismo salariale, della gerarchizzazione dei Docenti mediante il sistema dei mentor, della governance modello Aprea, dello strapotere dittatoriale regalato ai Dirigenti Scolastici: argomenti su cui le idee renziane sono molto più chiare e precise.

Tuttavia lo straparlare di “scuola fondata sul lavoro”, in un’epoca in cui tutti i genitori sono terrorizzati dalla disoccupazione prossima ventura dei propri figli, torna utile: non certo al Paese, ma a chi ne cerca il consenso e la fiducia cieca su un progetto che nulla ha a che fare con gli interessi comuni.

Non resta che sperare nella capacità degli Italiani di vedere la realtà dietro il fumo della propaganda. Spes ultima dea.

Note

1. Atti del Convegno Confindustria di Venezia del 19-20 marzo 1993, La formazione del futuro. Cultura dello sviluppo e politica delle risorse umane, SIPI, Roma 1993. Vedi anche F. FABBRI, A cosa serve l’i-cultura? Ovvero, a cosa serve la cultura per lavorare in un call-center?, in AA.VV., A cosa serve la cultura. Quattordici contributi, Il Saggiatore, 2008, pp. 17ss.

2. Cfr. sull’argomento il pregevole saggio di N. ORDINE, L’utilità dell’inutile, Milano 2013.

3. Parole pronunciate da Orson Welles nell’episodio La ricotta, regia di Pier Paolo Pasolini, tratto dal film Rogopag (1963). [torna su]

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MATERIALI

Un aziendalismo “straccione” all’assalto della scuola

A parte gli “intellettuali” organicamente legati a Confindustria e un sempre più entusiasta delle politiche di qualsiasi governo in carica Corrado Zunino che esalta come una prossima età dell’oro “l’azienda in classe“, il mondo della scuola è “preoccupato” dell’accelerazione aziendalistica prefigurata da Matteo Renzi e in linea con le politiche scolastiche dell’ultimo ventennio. Aziendalismo che apre le porte della scuola all’azienda, anche dal punto di vista dell’investimento economico, e introduce nella scuola principi aziendalistici: nelle gestione degli istituti, nelle relazioni interne, nel tipo di sapere ipotizzato, nella concezione stessa della scuola non come istituzione della Repubblica ma come preparazione ai bisogni dell’azienda. Aziendalismo “straccione” che però non risolve il problema del rapporto col mondo del lavoro e della preparazione degli studenti, che richiederebbero politiche diverse: a cominciare dalla abolizione della “riforma” Gelmini che ha tagliato ore di laboratorio e insegnamenti caratterizzanti gli indirizzi scolastici, e per questo motivo dichiarati illegittimi. Presentiamo di seguito una piccola selezione di interventi su questo tema apparsi in seguito alla pubblicazione delle linee guida della “Buona Scuola” di Renzi. Li facciamo precedere da un testo “storico” di Massimo Baldacci e Franco Frabboni

Così si intossicano i luoghi della formazione
di Massimo Baldacci e Franco Frabboni

Il sibilo strozzato che abbiamo percepito nel fiume populista del nostro Presidente del Consiglio: la scuola deve diventare un’azienda che confeziona conoscenze attraverso le sue catene di montaggio. Le menti e i cuori degli allievi vanno posti sul nastro a corrente dell’impresa/scuola perché produca formazione alla stessa stregua di una fabbrica che produca bulloni.

Siamo alle prese con una scuola/azienda che anziché cucinare saperi plurali e critici instrada le sue conoscenze su binari cognitivi assiomatici e dogmatici. Questi, non devono permettere al discente dubbi, libere interpretazioni, elaborazioni critiche. E’ un’istruzione nana, coniata in pillole avvolte in un’impossibile confutabilità.

La scuola viene anche costretta ad abbandonare il suo profetico altare etico-sociale (dove si celebra l’amicizia, la cooperazione, la cura dell’altro-da-sé) per convertirsi in una palestra di competitività e di selezione. L’idea perversa è quella di trasformare la classe in un ring sul quale gli allievi incrociano quotidianamente i guantoni.

Accogliere la competitività come metodo di istruzione significa cancellare il dialogo e la solidarietà nella vita scolastica e intossicare i luoghi della formazione di dinamiche antagonistiche e conflittuali: sicure apripista per la conflittualità e la violenza. (vedi qui)

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Più azienda che scuola quella che vuole Matteo Renzi
di Matteo Saudino

Per completare la trasformazione della scuola italiana secondo il modello aziendale, Renzi ha avuto una trovata geniale: in una fase storica caratterizzata da disoccupazione giovanile di massa, l’ex sindaco di Firenze afferma che il sistema scolastico del futuro dovrà fondarsi sul lavoro. Giù il cappello; siamo in presenza di una trovata propagandistica degna del miglior Berlusconi.

Chi, infatti, non vorrebbe al termine del proprio percorso di formazione trovare un’occupazione affine ai propri studi? Chi in carenza di risorse non è disposto a salutare positivamente l’ingresso di capitali privati nella scuola pubblica? Chi non reputa utile sacrificare alcune ore di italiano, latino, storia, filosofia o letteratura, in cambio di discipline come informatica o inglese? Chi non giudica una grande opportunità alternare ore di studio con ore di lavoro-apprendimento presso imprese, in cui magari un domani trovare un posto di lavoro?

L’impoverimento, generato dalla lunga crisi sociale e economica che stiamo vivendo, ha tolto agli studenti le aspirazioni ad avere un futuro migliore di quello che hanno sognato i loro genitori. Il realismo si è tramutato in pessimismo, e le lotte di solidarietà per avere più torte da mangiare si sono tramutate in ciniche competizioni per accaparrarsi l’ultima fetta disponibile. Pertanto basta con la vecchia scuola.

Serve una scuola al passo con i tempi, serve una buona scuola che prepari gli studenti al futuro che li attende; così i ragazzi e le ragazze saranno pronti ad entrare in un mercato del lavoro flessibile, in continuo mutamento, che richiede soggetti pronti a cavalcarlo, pronti a vivere in un mondo in cui prima vengono i doveri e poi i diritti, in cui prima si è consumatori e poi cittadini.

La buona scuola renziana è quella che ti prepara al mondo del lavoro di oggi! Cioè poco lavoro, precario, sottopagato e per lo più poco qualificato. La classe dirigente nostrana, nonostante menta continuamente, è ben consapevole che il vero problema dell’Italia non è la mancanza di flessibilità, bensì la scarsa necessità di lavoro qualificato e specializzato. Il nostro Paese ha perso e sta perdendo tutti i poli industriali e di ricerca di qualità. In questo contesto, legare la scuola al lavoro significa in realtà offrire manodopera manuale e intellettuale alle imprese già in età scolastica!

Nella proposta Renzi non si parla più, per gli istituti tecnici e professionali, di stage lavorativi (fondamentali in un percorso di formazione), ma si parla di 200 (!!!) ore curriculari, in gran parte sottratte ad altre discipline, da svolgere in un luogo di lavoro. Questa non è più una scuola che affonda le proprie radici nell’istruzione, ma sullo sfruttamento del lavoro e sulle differenze di classe.

La scuola della repubblica, è bene ribadirlo, non si fonda sul lavoro, ma sul diritto allo studio e al sapere (scientifico e umanistico), promuovendo i diritti di cittadinanza, la crescita personale di ogni individuo, la mobilità sociale e la costruzione di una comunità solidale.

Ciò che ora Renzi vuole fare è rompere questa prospettiva costituzionale con un progetto ambizioso, estremamente ideologico e al contempo pragmatico: l’obiettivo è trasformare, nella sostanza e nella forma, la scuola in un’azienda gestita da un preside manager, il quale con i suoi collaboratori, detta le linee politiche della scuola, in accordo con le risorse del territorio, ovvero con gli enti politici (es. Comuni e Regioni) e soprattutto con le imprese private. Si vuole costruire la scuola della competizione: tra istituti, tra docenti e tra studenti.

La scuola deve diventare il volano ideologico e materiale di questo subordinamento della cultura, del sapere e dei diritti alle esigenze totalizzanti del mercato e della crescita capitalistica, la quale nel sud Europa è sempre più difficile, sempre più lenta e sempre più iniqua. (vedi qui)

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Gratta gratta, sotto il “merito” c’è l’homo oeconomicus
di Marco Magni

L’insegnante come un venditore porta a porta

La proposta della carriera dei docenti fondata sul “merito”, presentata da Renzi, rappresenta l’aspetto più dirompente ed eversivo delle pagine delle linee programmatiche “La buona scuola”. E’ ampiamente noto che prevede l’abolizione di ogni automatismo di carriera, la divisione degli insegnanti di ogni scuola in un 66% che prenderebbe, ogni tre anni, l’aumento, ed in un 33% che verrebbe escluso.

Il concetto stesso di “carriera” viene abolito, e sostituito da una competizione che procede di tre anni in tre anni. Chi, dopo tre anni, riceve l’aumento di stipendio, nei successivi tre potrebbe vederselo negato, perché scavalcato da qualcun altro e relegato nel 33% peggiore dell’istituto.

Le fonti di tale concezione della carriera stanno nel management d’impresa dell’epoca neoliberista e nel modello thatcheriano della competizione tra scuole fondata sulla performance. Personalmente, feci molti anni fa uno stage di selezione di venditori delle aspirapolveri di nuova generazione Kirby, e il sistema di incentivi immaginato dal governo mi ricorda molto il sistema vigente tra i venditori porta a porta. La competizione per garantire più impegno e produttività al proprio istituto dovrebbe costituire l’unica condizione di progressione economica, in alternativa non soltanto all’anzianità di servizio, ma anche alla differenziazione per livelli diversi della carriera degli insegnanti (com’è ad es. in Francia e in altri paesi).

L’insegnante come “agente razionale

Si tratta, senza dubbio, della celebrazione dell’”homo oeconomicus”. Si presuppone che gli insegnanti siano degli “agenti razionali” mossi esclusivamente dal movente dell’incentivo al guadagno. Gli estensori del documento sulla “buona scuola” lo affermano chiaramente quando dicono che uno degli obiettivi del piano è di determinare una maggiore mobilità degli insegnanti tra i diversi istituti. Infatti, si dice che molti tenderebbero a trasferirsi in quegli istituti in cui la media è più bassa e nella quale c’è quindi maggiore probabilità di finire nel 66% di “premiati”.

In questo senso, il modello di “carriera” immaginato dalla “buona scuola, così come il suo precedente, il piano Brunetta per dividere in una scala retributiva secondo il merito i membri della pubblica amministrazione, si presenta come un’applicazione del modello della “scelta razionale”, ideato dalla microeconomia liberista della scuola Chicago e poi applicato ad ambiti molto lontani dall’economia, come ad es. il diritto penale: i teorici della “zero tolerance” hanno, in un recente passato, affermato che il criminale va considerato come un “agente razionale”, che calcola i rischi e le probabilità di guadagno dell’azione criminosa, per argomentare la necessità di provvedimenti di legge di aumento delle pene carcerarie.

C’è da attendersi che il reale effetto del sistema sarebbe molto diverso dalle premesse microeconomiche della sua formulazione. Innanzitutto, una mobilità forzosa condurrebbe a mettere in discussione la continuità didattica nelle classi, ed è tutt’altro che garantito che tale mobilità verrebbe effettivamente a realizzarsi. Infatti, le ragioni per cui un insegnante sceglie una certa scuola, oggi, sono molto lontane da considerazioni di carattere meramente economico.

Il modello contrattuale degli insegnanti della “buona scuola” appare come l’istituzionalizzazione, all’interno del pubblico impiego, degli effetti disgregatori della nuova economia della flessibilità del lavoro. Fermo restando ciò che si è detto sopra, ossia che il sistema, oltre ad essere deprimente, sarebbe anche portatore di una maggiore inefficienza della scuola, non ci si può che domandare: Cui prodest”? Al miglior esercizio del potere e del dominio, evidentemente. (vedi qui)

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La scuola al servizio dell’azienda: un progetto eversivo e incostituzionale
di Enrico Bottero

Il documento (La Buona Scuola)  è mosso da due postulati che, anche se non esplicitamente dichiarati (non lo potrebbero essere vista la loro radicalità e, forse, incostituzionalità), lo attraversano da cima a fondo:

  • lo scopo della scuola è quello di preparare al mondo produttivo. Essa non guarda più (non apertamente, ma di fatto) alla sua funzione universale e di riduzione delle disuguaglianze ma si concentra fin dai primi ordini sulla preparazione al mondo del lavoro e la valorizzazione delle eccellenze;
  • la conseguenza del primo postulato è che lo Stato, garante del patto di cittadinanza e perciò per sua natura super partes, si ritrae dal campo dell’educazione e limita la sua funzione al compito di creare le condizioni perché gli attori sociali (scuole autonome, imprese, fondazioni, volontariato, ecc.) si organizzino per raggiungere lo scopo di cui al punto 1.

La scuola non è più un’Istituzione e neppure un servizio realmente universale ma un Impresa al servizio di altre imprese (e dunque del lavoro di domani, come suggerisce il titolo di uno dei capitoli, Fondata sul lavoro”, che allude alla Costituzione proprio nel momento in cui se ne allontana).

Il documento porta a compimento l’adesione ad un modello neoliberale già presente nelle premesse di un percorso iniziato più di 20 anni fa. La svolta principale è stata l’autonomia scolastica attuata nelle forme e modalità decise dai governi di allora, in particolare dal Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer (v. il mio “Autonomia scolastica: breve cronistoria di una riforma”).

Il presupposto del documento è che lo Stato sociale, scuola compresa, sia una variabile dipendente del mondo produttivo. Essa deve funzionare come il mondo produttivo e per il mondo produttivo. Non importa se il servizio universale viene indebolito o annullato, nel caso nostro che i più deboli o zone intere del Paese, quelle meno “attive”, restino fuori o che ad alcuni alunni (gli immigrati? I portatori di svantaggi culturali?) siano assegnati gli insegnanti non premiati con gli “scatti di competenza” e perciò segnati con il bollino nero.

Il vantaggio di questi interventi, se ci sarà, non sarà dunque per tutti. In primo luogo, perché non viene garantita la funzione universale della scuola e perciò uguaglianza di opportunità formative (a partire dai più deboli). In secondo luogo, perché, anche se il modello previsto raggiungesse i suoi scopi, non è affatto detto che crescita economica vada di pari passo con redistribuzione del reddito e dei servizi. Ai “non meritevoli, quelli che, a partire dalla scuola, saranno scartati, verranno destinate le briciole, anche grazie al benevolo intervento di privati e associazioni di volontariato. Il capitalismo compassionevole, vincente negli USA, sta conquistando le nostre elites politiche.

Negli ultimi due secoli abbiamo ottenuto una conquista importante di cui spesso non sempre siamo consapevoli avendone sempre goduto: una scuola che offre un servizio a tutti e si qualifica come un’Istituzione. L’Istituzione è qualcosa di più di un servizio, è una realtà che gode di particolare tutela essendo depositaria di valori fondanti la società e la convivenza civile. Il suo valore non sta solo nella soddisfazione degli utenti ma anche e soprattutto nella sua fedeltà ad alcuni principi fondanti.

Essa ha il compito di preparare i futuri cittadini e perseguire il migliore apprendimento per tutti indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza, dallo stato di salute, dalla provenienza etnica, culturale o religiosa. Questa Istituzione deve essere migliorata nel suo funzionamento al fine di raggiungere questi obiettivi. Lo può fare senza per questo adottare il modello organizzativo dell’azienda e soprattutto senza essere al servizio di interessi particolari, per quanto influenti e rilevanti essi siano.

Il rapporto con il mondo del lavoro è certamente importante
ed è un interesse collettivo ma è parte di un compito più generale della scuola, soprattutto a livello di base. Difendere e migliorare questa conquista di civiltà è compito di tutti.

Quali sono i punti cardine del progetto di questo Governo? Vediamoli brevemente. (vedi qui)

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L’aziendalismo di Renzi: un neoliberismo dell’anima che non serve all’azienda
di Andrea Bagni

Penso si debba stare attenti, riguardo il documento governativo, a non cadere nella semplice ripetizione del solito discorso sulla “aziendalizzazione” della scuola e del sapere. Privatizzazione, gerarchia, mercificazione eccetera. Se anche c’è tutto questo, c’è in modo decisamente nuovo, post-ideologico.

Nel documento di Renzi (non pare si possa dire di Giannini) si parla di curiosità, creatività, pensiero critico, arte e musica. Di tempo pieno e laboratori. Non si tratta banalmente di una subordinazione del sapere all’economicismo, a prestazioni strettamente operative da misurare oggettivamente. Casomai si tratta di una espansione della sfera dell’economico alla dimensione della conoscenza – e della conoscenza anche creativa, personale.

Insomma più che un sapere aziendalizzato, si direbbe una visione dell’azienda allargata al sapere, all’invenzione originale come risorsa produttiva. Un’azienda anche molto seduttiva. Più attenzione al brand, all’immagine modello Abercrombie o Eataly, che fabbrica metalmeccanica, sia pure modello Marchionne. Non a caso per la consultazione non si parla di tradizionali convegni di discussione. Si saltano le associazioni professionali o sindacali, tutti i corpi intermedi vissuti probabilmente come corporazioni da spezzare in questa post-democrazia fatta di leader e individui isolati, tenuti insieme dalla rete televisiva.

Si parla di confronti attraverso co-design, jams, barcamp o world cafès. Se le tre famose i di Berlusconi (inglese, impresa, informatica) sono ancora sotto traccia ben presenti, lo sono dentro questa modernizzazione. Si persegue l’adeguamento delle ragazze e dei ragazzi all’esistente, ma lo si vuole entusiasta e autonomo – secondo un ossimoro dominante in questo neoliberismo dell’anima. Si insiste molto, giustamente, nel testo del governo, sull’importanza di connettere scuola e società. Sapere e mondo del lavoro. Anche ipotizzando un monte di 200 ore annue di alternanza scuola-lavoro per gli istituti tecnici. Sei ore la settimana e per tre anni.

Ora, è senz’altro vero che nella scuola italiana manca la dimensione del fare, della sperimentazione pratica, di laboratorio. Manca l’idea che un sapere teorico si costruisce continuamente verificandolo nell’applicazione pratica, e poi tornando alla riflessione teorica che riflette sui risultati e mette a punto l’analisi. E così via. Una dimensione non solo libresca del sapere, che sarebbe preziosa per non perdere ragazze e ragazzi che oggi apprendono sempre di più per tentativi ed errori, per ipotesi e poi verifica dell’ipotesi. E tuttavia, anche se il progetto del governo propone una collaborazione forte fra luoghi di lavoro e scuola, non un banale passaggio di giovani da un’esperienza all’altra, non mi pare che il contatto con il mondo del lavoro così com’è sia la soluzione.

Negli anni passati si è parlato molto di postfordismo. Di una produzione che include la conoscenza, mette al lavoro il sapere, cambia continuamente codici e linguaggi. Di posti di lavoro che non saranno più garantiti per l’intera vita. A me pare che questo scenario – che a volte è stato presentato come fosse una festa della creatività sociale e non l’incubo di una precarietà assoluta, di lavoro e di vita – per certi versi, paradossalmente, dia senso e razionalità (razionalità proprio economica) a una scuola e a una conoscenza che non cerca di inseguire le trasformazioni immediate del lavoro, che non si concentra sui software, in mutazione continua, ma lavora sull’hardware, o sui sistemi operativi. E meglio Linux, aperto e cooperativo, di Microsoft chiuso e proprietario.

Insomma il sapere che un tempo si diceva “disinteressato” forse è diventato il più interessante in questo tempo che chiede di saper navigare nel mare esploso delle biografie personali, nella società liquida. Un sapere precocemente professionalizzante rischia di non preparare a quelle mutazioni, di non insegnare a stare dentro – ma anche fuori e sopra – questo mondo di alfabeti sempre più complessi. Dove contano le grammatiche profonde più delle sintassi che si limitano ad aggiornare e inseguire il lessico.

Nel testo – che pure parla di laboratori, curiosità, creatività giovanile eccetera – a me pare non compaia mai la qualità particolare dello spazio scolastico, la natura relazionale specifica della scuola. Quello spazio asimmetrico ma condiviso che è il tessuto anche emozionale in cui si costruiscono ricerca e sapere. Dove non si tratta solo di trasmettere conoscenze già confezionate, ma di partire da domande e desideri, dubbi e curiosità. Dove l’arte e la musica non sono risorse turistiche da imparare a vendere, ma strumenti per la conoscenza di sé e del mondo. Gratuiti. Per certi versi, inutili. Improduttivi. (vedi qui)

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Professionali e tecnici, dopo grandi annunci la Buona scuola li ha dimenticati
di Roberto Pellegatta

Durante la conferenza stampa al Meeting di Rimini, il ministro dell’istruzione, Stefania Giannini, esplicitamente interpellato sull’intenzione di attuare la verifica della riforma Gelmini, espresse un chiaro diniego: «Di ordinamenti non ci vogliamo occupare!». La stessa risposta negativa è stata data alla richiesta relativa alla riduzione di un anno da più parti proposta per il secondo ciclo.

Eppure il documento sulla “Buona scuola” vorrebbe «mettere definitivamente a sistema la formazione professionale nel sistema di istruzione», affrontando il nodo che, da Profumo in poi, neppure il riordino Gelmini aveva risolto: avviare un moderno ordinamento per tutto il canale dei percorsi di studio in preparazione al mondo del lavoro, risolvendo il mancato e organico coordinamento tra l’istruzione tecnica, l’istruzione professionale, la formazione professionale regionale ed il mondo del lavoro.

Peccato che nelle proposte avanzate poi non si tenga in nessun conto di quelle scelte del riordino Gelmini che hanno causato queste lacune: forte riduzione delle ore di laboratorio e degli insegnanti tecnico-pratici (le une e gli altri pressoché spariti nei tecnici)… (vedi qui)

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La “Buona Scuola” al servizio del profitto privato
di Francesco Locantore

Perché non partire proprio dall’abrogazione di quella riforma (Gelmini) e dalla restituzione delle ore tolte specialmente alle scuole tecniche e professionali? Per i tecnici e professionali invece c’è in serbo la proposta dell’alternanza obbligatoria tra scuola e lavoro negli ultimi tre anni del percorso scolastico (proposta n. 11), ovviamente attraverso stage non retribuiti e senza alcuna garanzia di assunzione al termine, grazie anche al Jobs Act di cui lo stesso governo Renzi è promotore.

Le imprese ringraziano per questo regalo ulteriore, d’altronde queste saranno direttamente coinvolte nella gestione del sistema di istruzione pubblico, attraverso i piani di digitalizzazione delle scuole (proposta n. 8), al finanziamento diretto con incentivi fiscali e all’utilizzo delle strutture negli orari pomeridiani (proposta n. 12). Senza contare che la valorizzazione dell’autonomia fino al parossismo di poter diversificare gli indirizzi culturali di ciascuna scuola (questo il senso della possibilità dei presidi di potersi scegliere l’organico), apre alla diversificazione delle scuole in base alle esigenze delle imprese che le finanzieranno, alla competizione tra scuole per attrarre i finanziamenti privati e gli alunni provenienti da famiglie più facoltose, in spregio ad una istruzione di qualità per tutte e tutti.

In conclusione, il progetto del governo Renzi è un progetto di ampia portata di liberalizzazione del sistema di istruzione per adattarlo alle esigenze del mercato capitalistico, un attacco senza precedenti ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori della scuola ma anche agli studenti e alle studentesse, reso ancora più insidioso dalle promesse di stabilizzazione dei precari e di reinvestimento nell’istruzione, che sono tutte da verificare alla prova dei fatti e che cozzano con le politiche di austerità che il governo continua a perseguire in Italia e in Europa. (vedi qui)

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Ecco come si svende la scuola ai privati
di Giovanna Lo Presti

La favola del connettere la scuola al mondo del lavoro

Lascio perdere le solite stronzate con le quali ci torturano da più decenni sulla necessità che la scuola si adegui, si connetta, si sintonizzi sulle esigenze del mondo del lavoro. Valgano, su questo argomento, le riflessioni del professor Gallino, il quale ha da tempo dimostrato che il “mercato del lavoro” attuale richiede pochissimi lavoratori specializzati e con competenze sofisticate ed offre sempre più posti a bassa qualifica; d’altra parte un laureato penso sia un lavoratore che abbia accumulato competenze e, se il mercato del lavoro fosse pronto ad assorbire chi ha conseguito una laurea, non avremmo una sacca di almeno 320.000 laureati quasi quarantenni e sotto-occupati, come ha dimostrato il concorso per insegnanti indetto da Profumo.

La favola del connettere la scuola al mondo del lavoro nasce dall’idea che un dato sovrastrutturale (la scuola) possa influenzare un dato strutturale (l’economia); una scempiaggine senza fondamento. È chiaro che la scuola è funzione del modello sociale ed economico – quindi, sino a quando quello non cambia rotta, indirizzandosi verso la sponda di una società meno diseguale della nostra, la scuola non cambierà.

In cauda venenum”: lucro per i privati

Andiamo alla parte finale e riassuntiva de “La buona scuola”: l’hanno intitolata “Dulcis in fundo”, ma meglio sarebbe stato usare un altro motto, “In cauda venenum”. Apprendiamo, qui, come dovrà essere finanziata la “buona scuola”: apprendiamo che i soldi per la “buona scuola” non devono essere soltanto pubblici ma anche privati.

Questi gli strumenti:

  • lo School Bonus, definito come un bonus fiscale per chi investe nella scuola (chi mai investirà gratuitamente nella scuola, senza un proprio tornaconto?);
  • lo School Guarantee, che spiego con le parole del documento:

L’impresa che investe risorse su un istituto professio­nale, su un istituto tecnico o su un polo tecnico-professionale – ad esempio finanziando per­corsi di alternanza scuola-lavo­ro, ricostruendo un laboratorio o garantendone l’utilizzo effi­ciente – potrà ricevere incentivi aggiuntivi rispetto allo School Bonus, nel momento in cui si di­mostri il “successo formativo” dei processi di alternanza e di­dattica laboratoriale sviluppati nella scuola di riferimento”.

Io di chiaro ci vedo soltanto ulteriori sgravi fiscali per i benefattori e ulteriore sottomissione della scuola al mondo del lavoro, uno degli elementi che ha contribuito a svuotare di senso il complesso problema dell’apprendimento, riducendolo ad una propedeutica al lavoro (aggiungo: solo per le classi subalterne, perché i figli dei ricchi possono permettersi di perder tempo a studiare, magari all’estero);

  • il crowdfunding:

I docenti, i genitori, gli studen­ti stessi saranno protagonisti. Questo tipo di raccolta fondi sta, in parte, già avvenendo”.

Ecco come si riabilitano le vergogne nazionali: certo che il crowfunding sta già avvenendo. I genitori che comprano con i propri soldi la carta igienica, il sapone liquido etc. etc. per la scuola dei figli fanno crowfunding: siano contenti, perché Renzi lo sa e vuole “nobilitare” questa “buona pratica”, elargendo 5 milioni di euro al crowfunding che dimostri di ottenere successo (questa elargizione si chiama matching fund e il documento ci informa che verrà fatto con rapporto 1:1 o 1:2 rispetto al crowfunding. Quanta precisione, persino nei particolari!).

La finanza buona: il Lupo travestito da Nonna

Alla fine, ma proprio alla fine, emerge l’ossimoro che costituisce la linea rossa di questo testo: la “finanza buona. Non abbiate paura della Finanza, dice il Giovane Renzi: non è sempre cattiva, c’è anche la finanza buona, quella che aiuta i bisognosi, quella che risolleverà le sorti della scuola italiana. La faccia tosta memorabile del premier si intravvede in filigrana.

Sotto gli occhi di tutti ci sono i risultati del premierato mondiale della finanza: e se adesso il Lupo si traveste da nonna di Cappuccetto Rosso, per piacere non credeteci, non cascate nella trappola grossolana. Anche perché all’orizzonte, non si profila nessun cacciatore che intervenga per salvarci – e quindi o ci muoviamo noi (in primo luogo opponendo alla fumosità del pensiero un pensiero logico, stringente, attento ai fatti) o la “buona scuola” ci azzannerà.

Le conseguenze sono facili da prevedere: condizioni di lavoro sempre più precarie, per tutti e non solo per i precari veri (Monti l’avrebbe chiamata “equità inter e infragenerazionale”), condizioni di studio inaccettabili per i nostri studenti, costretti in classi sempre più numerose, stipendi bloccati sine die, il ripetersi del copione già recitato con il Fondo dell’Istituzione scolastica, che ha permesso ai docenti più rapaci e meno dotati di spirito critico di arrontondare il proprio reddito, senza alcuna ricaduta sulla qualità dell’insegnamento (nessuno si offenda, parlo in generale e non voglio negare che qualche collega possa aver avuto accesso al Fondo in modo motivato), scuole sempre fatiscenti, nonostante il gran chiasso sul “piano scuola”. (vedi qui)

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L’azienda alla riscossa: ma la scuola dov’è?
di Marina Boscaino

La scuola-azienda alla riscossa, dunque. Il capo, il manager, il dirigente dovrebbe avere, nel Giannini-pensiero, la funzione di individuare, premiare (o punire) coloro che, a suo giudizio, lo meritano. I “nemici” di Renzi sono gli stessi della Giannini: i sindacati, che avrebbero impedito la realizzazione di una meritocrazia compiuta, in base alla quale le scuole sarebbero state in grado di funzionare meglio. Mi guardo bene dalla difesa della categoria senza se e senza ma, né mi hanno appassionato le politiche sindacali degli ultimi anni. Ma pratico le scuole da tempo sufficiente per sostenere con forza che una simile soluzione è improponibile.

La Giannini, è evidente, di scuola – come i suoi predecessori – deve aver semplicemente orecchiato qualcosa. E non usa l’intelligente prudenza dello studio, dell’osservazione, dell’attesa. Per lei, d’altra parte, “la vita è ritmo”. Sotto la seduzione della velocità moderna – o della modernità veloce – e dell’incompetenza dei suoi cantori, la scuola però rischia di essere definitivamente travolta.

La democrazia scolastica, sancita dai decreti delegati (la Giannini è prima firmataria del disegno di legge 933 del 9/7/13, che ripropone e continua il modello Aprea) si basa su un criterio di equiordinazione (e non di gerarchizzazione) delle componenti e degli organi che ne fanno parte. Esistono necessariamente delle differenze essenziali tra il Dirigente pubblico e il Dirigente scolastico, perché l’assetto organizzativo della Scuola non ha una forma gerarchica perfetta. Ne è prova la presenza degli Organi collegiali.

Le decisioni che sostengono l’attività scolastica coinvolgono numerosi organi diversi, ciascuno per la propria competenza. Il dirigente dovrebbe esercitare un’azione di raccordo e coordinamento interorganico determinante e preponderante, per reare e favorire la collaborazione e la comunicazione tra i vari Organi ed evitare l’insorgere di contrasti tra loro. (vedi qui)

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La “Buona Scuola“: una matrice tecnocratica esasperata
di Mauro Boarelli

Le potenzialità negative dei due assi principali del documento “La buona scuola” si misurano anche guardando ciò che nel documento manca. Il piano non si occupa della didattica, del progetto pedagogico della scuola, delle finalità del sistema di istruzione.

Nell’affanno di assorbire il lessico alla moda e spesso privo di significati reali, espelle dal vocabolario il termine “cooperazione”, e con esso un inestimabile patrimonio culturale sul quale è stata costruita la parte più fertile e innovativa della scuola pubblica del nostro paese. La spiegazione di tutto questo è semplice: basta guardare le biografie dei due estensori del documento (il capo di gabinetto e il capo della segreteria tecnica del ministro Giannini), che non hanno mai incontrato la scuola nel loro percorso professionale, denso di esperienze nel mondo dell’economia e della finanza, della diplomazia internazionale e delle associazioni imprenditoriali.

La matrice tecnocratica del piano scuola è evidente ed esibita, ma anche esasperata, perché forse in nessun altro campo il ceto politico si è spinto fino a reclutare i “tecnici” a prescindere dalla loro competenza sulla materia. La scelta è coerente con l’impianto generale del progetto, da cui traspare la volontà di subordinare la scuola al mondo economico, di introdurre meccanismi propri del mercato (la concorrenza e la pretesa di assegnare un valore oggettivo alle “cose”) in un sistema che – per sua natura – al mercato è completamente estraneo. La “tecnica” cui il piano affida le sorti della scuola del futuro è completamente disincarnata dal suo oggetto, persegue obiettivi astratti come l’“efficienza” e pretende di misurarli con parametri mutuati da realtà sviluppate intorno a finalità completamente differenti.

Nel complesso, la “buona scuola” immaginata dal Presidente del consiglio e dai suoi collaboratori trova un terreno fertile nella società. Sul piano politico, Renzi estremizza e rende dirompente la semplificazione delle idee, sostituendo all’analisi puntuale dei problemi la ripetizione ossessiva di una serie di parole d’ordine di incredibile povertà concettuale che rappresentano innumerevoli varianti dello stesso tema: la contrapposizione tra il vecchio e il nuovo. Questa banalizzazione ha anche l’effetto di rendere meno visibile e perciò più accettabile il progressivo annullamento di ogni distinzione tra politiche contrapposte, fino a considerare del tutto normale che il documento sulla scuola presentato da un governo di centro-sinistra riprenda alla lettera proposte elaborate da un governo di centro-destra. (vedi qui) [torna su]

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

La scuola protesta e non risponde ai questionari

Manifestazioni contro “Buona Scuola” e Jobs Act: due forme di precarietà. 100.000 studenti in quasi 100 città italiane hanno manifestato il 10 ottobre contro “La Buona Scuola” di Renzi e contro il Jobs Act, ambedue le “riforme” individuate come momenti di impoverimento della scuola pubblica e di precarizzazione del lavoro. In piazza anche i lavoratori della scuola di Cobas, Cub, Sisa. Alle manifestazioni ha aderito la Flc Cgil.

Una giornata tutt’altro che estemporanea per gli studenti, preceduta da “fotoproteste“, a cui altre ne seguiranno. Gli studenti annunciano infatti la loro partecipazione, il 25 ottobre, a Roma, alla manifestazione nazionale della Cgil; poi il 17 novembre alle manifestazioni per la giornata internazionale dello studente.

Altre proteste sono annunciate nel mondo della scuola. Per il 24 ottobre Usb ha indetto uno sciopero generale che vuole coinvolgere tutti i lavoratori del settore pubblico e privato per l’intera giornata. Per il 31 ottobre l’Anief indice uno sciopero nel comparto scuola. Cgil, Cisl e Uil indicono per l’8 novembre una manifestazione nazionale a Roma dei lavoratori dei servizi pubblici. Uno sciopero generale dei lavoratori dei settori pubblici e privati, che coinvolgerà anche il comparto scuola, è indetto per il 14 novembre da Cobas e Cub.

La “Buona Scuola” in tour. Frattanto l’8 ottobre è partito il tour sul territorio, che fino al 15 novembre toccherà circa 30 città italiane, della ministra dell’Istruzione Stefania Giannini, dei sottosegretari del Miur e di alcuni esponenti del ministero, fra cui il capo di gabinetto Alessandro Fusacchia, per spiegare ai cittadini i contenuti della proposta governativa di “riforma” della scuola. Un tour all’insegna dell’ascolto:

Il Miur ascolterà docenti, studenti, genitori, ma anche le imprese, le associazioni, fondazioni, atenei”.

Un ascolto che però si rivela sordo nella realtà, come risulta in un breve report di qualche incontro pubblico.

La consultazione on line è una farsa. Tanto che Rino Di Meglio per la Gilda degli insegnanti chiede al ministero di rendere trasparente l’andamento delle risposte dei cittadini alla consultazione on line sulla “Buona Scuola“, anch’essa in onda fino al 15 novembre.

Le risposte ai questionari online sul piano ‘La buona scuoladevono essere rese pubbliche, non possono restare nelle segrete stanze del presidente del Consiglio e del Miur. Se il governo non rispetta il principio di trasparenza, tanto declamato da Renzi sin dall’inizio del suo insediamento a Palazzo Chigi, la consultazione telematica rischia di diventare una farsa”.

L’appello di Matteo: “Vi prego, vi prego, riempite il questionario”. Le consultazioni online così tanto osannate da Renzi per un confronto sulla riforma della scuola non stanno andando molto bene.

Appena 360.000 contatti al 7 ottobre (dati forniti dalla ministra Giannini), 599 proposte che hanno appena 1100 risposte nelle varie stanze (neppure una risposta a proposta, questo sarebbe un dibattito?), 7.500 mi piace totali. Alti rappresentanti del Governo, come la ministra Giannini, avevano parlato di attendersi milioni di interventi. A distanza di tre settimane dell’avvio della consultazione, però, siamo ancora nell’ordine di qualche migliaio.

Eppure parliamo di un bacino di utenza immenso, che va dal personale della scuola con un milione di addetti, agli 8 milioni di studenti e relative famiglie:  231.000 “contatti“, che non vogliono dire interazione, sono pochi.

Da qui l’appello del Primo Ministro:

Vi prego, vi prego, vi prego: riempite il questionario. Visitate il sito labuonascuola.gov.it“.

La scuola protesta e non risponde. Il questionario d’altra parte non mette in discussione nessuno dei passaggi cruciali della riforma, ma si limita a chiedere un parere sulle sfumature.

Ad esempio, ci si limita a chiedere quale caratteristica deve avere un docente, ma non si chiede se si è d’accordo con un sistema meritocratico che utilizzando le stesse risorse del sistema attuale si limita a distribuirle al 66% dei docenti.

Forse la protesta del mondo della scuola sta tutta qui, nel non partecipare alla consultazione.

Una alternativa a Renzi: la LIP. Intanto il 2 ottobre è stata presentata a Roma una vera e propria riforma alternativa al Piano Renzi sulla scuola: un testo, presentato sia alla Camera che al Senato, che ripropone principi, contenuti e metodi della legge di iniziativa popolare “Per una Buona scuola per la Repubblica”, proposta che nelle precedenti legislature non vide la conclusione del suo iter.

Chi è per la “Buona Scuola” l’insegnante meritevole? Prosegue l’analisi della “Buona Scuola” di Renzi.

Per Lucio Ficara il Piano “Buona Scuola” sembra delineare una tipologia diinsegnante meritevole” legata più alla quantità del lavoro svolto oltre le ore di lezione che non alla qualità del lavoro svolto in classe. La didattica potrebbe risentirne pesantemente.

La stessa preoccupazione esprime la Gilda degli insegnanti: la funzione degli insegnanti non deve essere “riconfigurata” verso una nuova figura di “educatori disponibili“. Per fare la Buona scuola non servono “docenti sociologi o educatori“, ma buoni “docenti di alto profilo culturale” che sappiano trasmettere i saperi.

La stessa mette in evidenza un’altra caratteristica dell’azione didattica:

Si vince e si perde tutti insieme. E’ importante che tutti i docenti lavorino in squadra“.

Dichiarazioni fatte in occasione della presentazione, lunedì 6 ottobre, durante il convegno organizzato al Centro Congressi Cavour a Roma, del documento “La buona scuola che vorremmo“.

Cosa manca nella “Buona Scuola“. Si osserva che nella “Buona Scuola” manca qualsiasi riferimento alla libertà d’insegnamento, il riconoscimento della scuola come istituzione della Repubblica, riferimenti alla cultura e al valore dello studio, le risorse economiche, i necessari riferimenti alla contrattazione con le parti sociali.

Tra i dimenticati dalla “Buona Scuola“, Silvana La Porta nota quella dei lavoratori Ata: del tutto assenti, come se non fossero operatori dell’istruzione a tutti gli effetti.

Ma tra le analisi delle pessime ricette della «Buona scuola» renziana è da segnalare in modo particolare l’ampia e documentata intervista di Gerolamo Cardini a Carlo Salmaso.

La scuola di Confindustria. Il 7 ottobre Confindustria ha promosso Roma la 1° Giornata nazionale dell’Education in collaborazione con il quotidiano il Sole 24 Ore presso l’Aula Magna dell’Università Luiss.

Nel corso della giornata la Confindustria ha presentato “100 nuove proposte” per riformare il sistema educativo basate sul merito e la valutazione, la chiamata diretta e l’aumento dei poteri dei dirigenti scolastici, la riduzione di un anno della scuola superiore, l’abolizione del valore legale del titolo di studio.

Oggi, ragiona Confindustria, la scuola vede al centro il docente come una figura che, con lezione frontale, trasferisce i suoi saperi agli allievi senza confronto.

Per Confindustria le discipline oggi fondamentali devono essere superate per trasmettere ai giovani le discipline e le competenze richieste dalla imprese e dalle aziende che offrono lavoro.

Confindustria, a che gioco giochiamo? Confindustria ha poi scoperto chi è colpevole della disoccupazione giovanile:

Il 40% della disoccupazione giovanile dipende dal mancato collegamento tra scuola e lavoro e dal basso orientamento scolastico”.

Alessandro Ferretti ha esaminato i dati su cui si basa Confindustria (“ricerca” McKinsey) e li ha confrontati con i dati ufficiali forniti da UnionCamere-Ministero del Lavoro e il risultato è una totale smentita delle affermazioni di Confindustria:

I casi in cui le difficoltà dipendono da “mancanza di adeguata preparazione e formazione” sono (ma guarda un po’!) solo il 2% del totale delle assunzioni: circa 12.600 posti, dei quali quelli a livello universitario sono meno di 2.500… altro che i 450.000 della “ricerca” McKinsey!

La domanda è d’obbligo:

McKinsey e Confindustria tutta: a che gioco giochiamo? Davvero ci volete raccontare che non avete mai visto i dati di Unioncamere? E dato che li avete visti benissimo, davvero un sistema di istruzione che, a detta delle stesse imprese, funziona o non ha colpe nel 98% dei casi dovrebbe essere raso al suolo e rifatto da zero per ridurre i tempi di attesa del restante 2%?

O forse non siete riusciti a trovare uno straccio di motivo reale per trasformare la scuola pubblica italiana in un campo di addestramento al lavoro obbediente, costellato di stage, tirocini e apprendistati (tutti rigorosamente non retribuiti)… al punto che vi tocca inventarvelo?

Torniamo alla realtà della scuola: tagli su tagli. Lasciando i progetti di “riforma” e tornando alla scuola reale, registriamo nuovi tagli: per 900 milioni circa. Ne dà la notizia il Sole 24 Ore. (e secondo proiezioni fornita dal MEF, la spesa per l’istruzione continuerà a scendere fino al 2060). In conclusione, come da un ventennio, la scuola taglierà più di quanto riceverà.

Si tagliano del 65% i fondi per combattere la dispersione scolastica, che pure pone l’Italia a livelli record in Europa.

Si tagliano i fondi per l’università per 400 milioni.

Si tagliano le risorse per le scuole nelle aree a rischio per l’anno scolastico 2014/2015.

Si tagliano collaboratori, applicati di segreteria, assistenti tecnici dei laboratori. Innanzitutto bloccando il turn-over, quindi stop ad assunzioni sui posti vacanti per un taglio di 35 milioni di euro circa.

Si taglia il personale di segreteria con un piano di dematerializzazione che di circa 20 milioni di euro (piano presente nelle Linee guida del Governo per la riforma della scuola).

Un regalo alle scuole private. Si tagliano le spese per l’esame di Stato, che, come annunciato dalla ministra Giannini, dovrà essere svolto solo da docenti interni con un presidente esterno.

Ma, come si sostiene da più parti, i commissari tutti interni sono un regalo alle scuole private: è una ricetta già sperimentate con esiti disastrosi dalle destre. Nel 2002 ci provò la ministra Moratti, ma venne presto cancellata tra l’indignazione generale.

Come denuncia Carlo Salmaso,

Dalla cancellazione dell’esame all’abolizione del valore legale del titolo di studio il passo è breve, e questo significa che le scuole private non parificate e solo legalmente riconosciute avrebbero un vantaggio enorme. Su questo punto c’è un gruppo di pressione, coagulato attorno a CL e a 3L, il suo «braccio armato», che lavora da anni”.

E si subiscono i tagli “storici“: agli insegnamenti, al tempo scuola e alle retribuzioni. E’ un taglio il fatto che le retribuzioni degli insegnanti, mentre in 16 paesi dell’Europa aumentano, in Italia restano bloccate e perdono il loro potere d’acquisto.

E subiamo ancora la riduzione del tempo scuola degli allievi italiani, che si è ridotto al punto di farci ritrovare in fondo alla classifica Ocse: con la Legge 133/08, infatti, un sesto dell’orario scolastico è stato soppresso. Con il risultato che oggi l’Italia detiene il primato negativo di 4.455 ore studio complessive nell’istruzione primaria, rispetto alla media di 4.717 dell’area Ocse. E di 2.970 ore, contro le 3.034 dei Paesi dell’area a livello di scuola superiore di primo grado.

Le buone notizie, dall’estero. Giunge al culmine la battaglia contro l’abuso di contratti a tempo determinato nella scuola iniziata dall’Anief nel 2010. Il prossimo 26 novembre, infatti, la Corte di Giustizia Europea pronuncerà la storica sentenza che potrebbe mettere fine alla condanna al precariato a vita per decine di migliaia di docenti e spalancare le porte della stabilizzazione per oltre 140.000 supplenti.

L’Anief ricorda che è ancora possibile aderire al ricorso per la stabilizzazione e a quello per il riconoscimento degli aumenti stipendiali negati ai precari. È possibile aderire on line a questi ricorsi direttamente sul Portale Anief.

Il Nobel per la pace 2014 è stato assegnato all’indiano Kailash Satyarthi per la sua lotta contro il lavoro minorile, e alla pachistana Malala Yousafzay, che due anni fa, a 14 anni, fu quasi uccisa dai talebani contrari al suo impegno a favore dell’istruzione femminile. Secondo il Comitato, il sessantenne Satyarthi e la diciassettenne Malala sono stati premiati

per la loro battaglia contro la repressione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all’educazione“.

Secondo Save the Children si tratta di un giorno storico per i diritti dei bambini. [torna su]

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Un libro

Qui ci vuole la slow school: altro che azienda, merito e burocrazia
di Fitzwilliam Darcy

La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più (Nando Cianci)

Sulle pagine del Corriere della Sera è stato pubblicato un intervento – nei contenuti ovviamente critico nei confronti della riforma scuola 2014 – che rilancia la parola d’ordine della slow school, una concezione differente di scuola, dove al centro del processo didattico ci sia veramente l’allievo e la futura persona, e non un contenitore e il futuro lavoratore d’azienda. Si tratta chiaramente di una (bella) utopia, ma è interessante discuterne proprio perché sembra contraddire punto per punto quanto dichiarato e contenuto nella linee guida per la riforma scuola 2014, pensate dal governo Renzi. In questo articolo racconteremo qualcosa di questa utopia della slow school e analizzeremo alcuni passaggi in relazione con la riforma scuola 2014 targata Renzi.

Riforma scuola 2014: il manifesto della slow school, il libro di Ritscher Penny

Uno dei primi a formulare una proposta concreta in vista della slow school è stato Ritscher Penny, con un interessante libro pubblicato anche in Italia nel 2011. Il fulcro della questione è il seguente: secondo l’autore ci troviamo in un momento di profonda crisi ed emergenza culturale e ancora di più dinanzi a un fenomeno assolutamente nuovo, i bambini sono cambiati.

Ma in che senso? Il quadro che lascia l’autore è parecchio forte, ma molto concreto: i bambini di oggi sono agitati e spesso troppo immaturi, non riescono a parlare e spesso preferiscono non farlo proprio, sono sin dall’infanzia ingabbiati in una serie di stereotipi che ne condizionano il pensiero in formazione e il loro desiderio è plasmato più dalle pubblicità che non da una corretta educazione sentimentale.

In questo senso, i bambini di oggi sono sicuramente coccolati, ma soltanto sul piano materiale e cioè sommersi di oggetti, ma la loro crescita non avviene in vista dell’autonomia individuale, essa si sviluppa nella stessa maniera della nostra società materiale. La crisi economica è anche una crisi delle nuove generazioni. Qual è la soluzione? Secondo l’autore l’istituzione scolastica e qui potremo misurare la distanza con la riforma scuola 2014.

Riforma scuola 2014: slow school, la soluzione è a portata di mano ma non così semplice

La soluzione per l’autore del libro è la scuola, ma una scuola che dovrebbe essere lenta (slow) e non pensata come un fast food, una cultura mordi e fuggi e poi via a cercare lavoro e soprattutto a sperare di trovarlo. La formazione e la didattica dovrebbero essere cose serie, ma per esserlo ci vuole il tempo: l’insegnante di oggi sta diventando sempre di più un burocrate, deve compilare fogli su fogli, carte su carte, perdendo contatto con la bellezza dell’insegnamento. Si tratta di un vero e proprio sfinimento e così gli allievi diventano dei contenitori dove buttare le informazioni e le verifiche sono affidate al modello Invalsi, test oggettivi che non rispettano l’individualità delle persone (i discenti) ma li riducono a ingranaggi del meccanismo che dalla scuola spinge alle aziende.

Ora, sicuramente la slow school è un’utopia, ma intanto potrebbe anche essere presa sul serio in alcune delle sue declinazioni. E invece, la riforma scuola 2014 riesce a porsi esattamente agli antipodi: l’insegnante deve diventare un dipendente, deve entrare in un sistema di concorrenza con gli altri docenti, deve svolgere sempre più attività burocratiche e sempre meno svolgere la funzione di educatore; gli allievi saranno sempre più valutati con la modalità “Invalsi” e la valutazione, concepita così, investirà tutto il sistema. Infine, con la continuità scuola-lavoro si vuole produrre delle soggettività già pronte ad entrare a-criticamente nel mondo del lavoro.

Forse nelle discussioni per la riforma scuola 2014, dovrebbero rientrare anche queste riflessioni e soprattutto, come insegna la slow school, ragionare con calma e prendersi tutto il tempo necessario. (da qui) [torna su]

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RISORSE IN RETE

La “Buona Scuola” di Renzi qui.

La Direttiva sulla Valutazione qui.

Questo è il sito Adotta la LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP. In questo video ne parla Anna Angelucci.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e  la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Appello e “Domande-Risposte” dall’assemblea del “Manifesto dei 500 qui.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su vivalascuola: da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione: ScuolaOggi, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, école, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Foruminsegnanti, Like@Rolling Stone, Associazione Nonunodimeno, Gli Asini

Siti di informazione scolastica: OrizzonteScuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola.

Spazi in rete sulla scuola qui. [torna su]

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

2 pensieri su “Vivalascuola. La “Buona Scuola” di Renzi: schiava dell’azienda Matteo la creò

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