Vivalascuola. La “Buona Scuola” di Renzi e gli insegnanti: felice il popolo che non ha bisogno di eroi

“Gli insegnanti oggi sono degli eroi” (Matteo Renzi, 20, 5, 2014)

“Ridare dignità al lavoro dell’insegnante”, “rivalutare gli insegnanti” , “rimettere al centro gli insegnanti”, “valorizzare il lavoro dei docenti”… Apprezzamenti da fuochi d’artificio (“Gli insegnanti sono degli eroi”) che nascondono un profilo lavorativo scarsamente considerato dal punto di vista economico. Queste belle espressioni, prese in prestito da qualche libro di pedagogia, diventano, se rapportate al nostro contesto lavorativo, una presa per i fondelli e quindi irritanti (vedi qui). Chi ci governa chiama “eroi” gli insegnanti per poter continuare a chiedere loro atti di eroismo: avere per 10 anni lo stesso stipendio, non avere scatti stipendiali legati all’anzianità, accettare come “premio” una diminuzione della retribuzione, lavorare in scuole non sicure, insegnare in classi pollaio, fare esami di Stato gratis… Del “Buon Insegnante” di Matteo Renzi parlano in questa puntata di vivalascuola Lucio Ficara e Donata Miniati. Sullo sfondo, l’insegnante com’è adesso, visto attraverso recenti inchieste.

Indice
(Clicca sul titolo per andare subito all’articolo)

.Lucio Ficara, La “Buona Scuola” e il “Buon Insegnante“: flessibile, competitivo, stressato, impoverito
Donata Miniati, Gli insegnanti nel Paese della “Buona Scuola
Materiali, L’insegnante di Renzi: testi di Bagni, Ficara, Scialpi, Rebuffat, Ciccarelli, Diamanti, De Anna, Mariani, Fortunato, Wave, Lodolo D’Oria, Gerardi
Le notizie della settimana scolastica
Risorse in rete

La “Buona Scuola” e il “Buon Insegnante: flessibile, competitivo, stressato, impoverito
di Lucio Ficara

Che senso ha la consultazione se tutto è deciso?

Che senso ha la consultazione web proposta dal Governo Renzi sulla scuola? C’era veramente bisogno di attivare una macchina pantagruelica di ascolto, come quella messa in campo con la consultazione web sulla buona scuola, per capire cosa fare per migliorare il nostro scassatissimo sistema scolastico?

Pensiamo sinceramente che questa campagna di consultazione di massa, dove si chiede ai nonni, ai genitori, agli studenti , ai professori, al personale scolastico e ai dirigenti, la propria idea di buona scuola, crei più disorientamento che altro. Migliaia e migliaia di idee, che molto probabilmente saranno anche in contrasto tra di loro, lanciate attraverso questa campagna di ascolto, porteranno, come è logico che sia, più confusione ed incertezza che altro.

L’idea di animare il più grande dibattito pubblico sulla scuola coinvolgendo tutti i cittadini italiani che lo desiderano, ha evidentemente il sapore tipicamente demagogico di chi ama fare chiacchiere virtuali per poi invece fare scelte già abbondantemente decise e preventivate nelle segrete stanze che contano. Scelte basate, come accade ormai da tempi immemorabili, sul risparmio di spesa e sui tagli discriminatori, che certamente non possono dare una scuola migliore, ma semplicemente una scuola “economa che tende a sfruttare e stressare gli insegnanti molto di più di quanto già non lo siano nella scuola attuale.

Sarebbe più onesto, nei confronti di milioni di cittadini italiani, fare un’operazione di verità volta a spiegare che una buona scuola ha bisogno di risorse economiche aggiuntive, e che se non ci sono i soldi, una buona scuola non si potrà mai avere. In buona sostanza la buona scuola ha dei costi e non è pensabile succhiare il sangue, quasi come fanno i vampiri, agli anemici insegnanti.

Si vorrebbe fare una buona scuola facendo lavorare di più gli insegnanti, togliendo loro diritti contrattuali, aumentando in modo permanente i loro carichi di lavoro, ma soprattutto senza aumentare le loro retribuzioni. Vi pare il modo per costruire una buona scuola?

Il non senso di questa “riforma

Per fare una buona scuola non servono consultazioni popolari, non serve illudere le persone, facendole apparire protagoniste di una ipotetica riforma già scritta, non serve ideologizzare lo scontro con i sindacati, additandoli come i primi responsabili della rovina della scuola pubblica italiana.

Questa non vuole essere una difesa al mondo sindacale della scuola, che, ad onore della verità, ha commesso una miriade di errori storici, ma piuttosto vuole essere un’analisi seria di quello che si nasconde dietro una riforma che tradisce la genesi del suo titolo: “La Buona Scuola”. Una riforma il cui titolo, La Buona Scuola”, è solo uno “slogan” in stile Renzi, ma che tra le sue righe fa emergere una triste e penosa realtà.

Il non senso di questa riforma è quello di pensare che pagando di meno i docenti ed aumentando il loro lavoro, si possano ottenere dei risultati buoni, senza tenere conto che così facendo si continuerà a demotivarli, stressarli.

Un altro non senso di questa riforma è quello di generare, con gli scatti di competenza assegnati solo ad una parte del collegio, una conflittualità interna che farà la gioia degli individualismi cronici e di egoismi personalistici, contro i valori della collegialità e del gioco di squadra.

Dobbiamo avere il coraggio e l’onestà intellettuale di chiamare le cose con il loro nome, questa non è la riforma della buona scuola ma è una riforma basata sull’aumento dei carichi di lavoro e dell’orario di servizio dei docenti a parità di stipendio tabellare, e bisogna anche ricordare che per i prossimi tre anni non esisterà alcun tipo di progressione di carriera.

In buona sostanza “La buona scuola” di Renzi non è il frutto di un pensiero politico stravagante e approssimativo, ma rappresenta una seria e precisa ipotesi di quello che dovrà essere la scuola italiana dei prossimi trent’anni. Non ci troviamo difronte ad un rapporto buttato giù da dei dilettanti che non sanno cosa vogliono, ma piuttosto è stato architettato ed elaborato da esperti tecnici, che si sono posti obiettivi ben precisi, da raggiungere in tempi certi. Il documento della buona scuola è stato programmato ed elaborato come se fosse un preciso algoritmo matematico, che dovrà rivoluzionare l’attuale sistema scolastico.

Appare scontato, se non del tutto ovvio, che i pareri, le idee e le critiche che verranno raccolte nei due mesi di consultazioni, rimarranno solamente pareri, idee e critiche. Nulla cambierà rispetto a quanto programmato e deciso, attraverso quello che vogliamo chiamare un algoritmo matematico già elaborato. Con tale algoritmo si è voluto procedere formalmente, attraverso alcuni passi ben definiti, alla risoluzione di quello che è, per il Presidente Renzi, il problema principale:

i costi eccessivi del nostro scassatissimo sistema scolastico”.

Come cambia l’insegnante

Ma andiamo ad analizzare alcuni punti specifici che riguardano la nuova figura di insegnante che dovrebbe uscire da questa riforma.

Un punto importantissimo, che rivoluzionerebbe la vita degli insegnanti è la proposta in cui emerge che tutti gli insegnanti perderanno la titolarità nella propria scuola, riacquisendola in modo più flessibile in una rete di scuole e non solo con mansioni didattiche, ma in alcuni casi anche con mansioni di organizzazione del lavoro. Quindi con tale titolarità flessibile su più scuole il docente si potrebbe trovare nella situazione scomoda di svolgere servizio in una delle scuole della rete, presumibilmente scelta dal dirigente scolastico, o anche in più di una scuola della stessa rete.

Un’altra nota dolente e ambigua è la storia degli scatti. Infatti si scrive di abolire immediatamente gli scatti d’anzianità, in cambio si potrebbero ricevere ma non prima del 2018 gli scatti di competenza. In buona sostanza, subito vengono richiesti carichi di lavoro aggiuntivi, sotto forma di maggiore impegno didattico, maggiore carico di aggiornamento e formazione, ed infine un maggior impegno in ordine di tempo per preparare l’organizzazione del lavoro, successivamente verrà valutato se dare o meno 60 euro ogni tre anni in busta paga. Una riforma dove la logica di fondo è:

lavora oggi, che se poi nei prossimi anni ci saranno le risorse economiche forse riconosceremo i tuoi meriti”.

Un’altra delle chicche del documento sulla riforma della scuola è quella della “banca ore. Ma cosa è la banca delle ore e come funziona? Supponiamo che, il giorno del Santo Patrono in cui la scuola che si trova nel comune del Beato è chiusa, un tal docente avesse dovuto svolgere 5 ore di lezione, non svolgendole le dovrà restituire alla scuola, sotto forma di ore di supplenza. La stessa cosa potrebbe accadere per le giornate di chiusura della scuola concesse eventualmente dal Consiglio d’Istituto. L’intenzione è quella di fare recuperare le ore non svolte per la chiusura della scuola, per supplire i docenti assenti o impegnati dalla scuola in altre attività.

Una riforma che aggiunge carichi di lavoro, sottrae diritti contrattuali e non incettiva economicamente gli insegnanti è destinata a peggiorare la scuola e quindi la Buona Scuola di Renzi si potrebbe trasformare in pochi anni nella pessima scuola, con buona pace di chi pensa che dalla crisi si potrà uscire investendo sulla scuola e sull’istruzione. [torna su]

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Gli insegnanti nel Paese della “Buona Scuola
di Donata Miniati

La consultazione: marketing allo stato puro

Dopo aver seminato lo sconcerto con le sortite estive di sottosegretari zelanti e pasticcioni, il governo ha presentato a settembre al popolo il Piano per la Buona Scuola, che in 136 pagine in pdf illustra le proposte per riformare la scuola.

Dalla sua uscita molte voci autorevoli, nel nostro blog e non solo, hanno commentato criticamente il quadernetto lindo e diligente; nelle scuole tuttavia non sono molti i colleghi che hanno avuto il tempo e la voglia per leggerlo: le energie sono state assorbite dalla ripresa scolastica, costellata dai soliti intoppi, malgrado i quali si è cercato di preparare percorsi degni per gli allievi, che tornano a scuola con le loro domande, implicite ed esplicite, di senso e di vita.

Anche la consultazione online non sembra suscitare interesse tra gli insegnanti. Il packaging e gli slogan non bastano a infrangere la motivata diffidenza, sfiducia e stanchezza del mondo della scuola che è stato logorato dalla girandola di sedicenti riforme succedutesi dagli anno Novanta in poi.

Una risposta al di sotto delle attese confermata anche dai dati (comunque non verificabili) che il Ministero comunica il 9 ottobre: 34 mila sono i questionari compilati (chiunque può farlo, sulla scuola tutti sono autorizzati a parlare), mentre parte un “tour” di Ministro, viceministri e alti funzionari del Ministero per 30 città per la consultazione pubblica con il mondo della scuola e non solo, in una sorta di conferenze-dibattito, delle quali, nello stesso sito ministeriale, non si comprende molto.

L’operazione procede in assenza di senso, la stessa che promana dalla lettura del questionario. Una consultazione generale sulla scuola in questi termini non ha alcun senso, se non come operazione di immagine populistica e di pericolosa falsa volontà di ascolto. Che ne verrà dalla somma delle risposte? Si deciderà a maggioranza, che so, ad esempio su:

Quali caratteristiche di un docente si ritiene importanti

La qualità del lavoro che svolge in classe
Il suo curriculum
La formazione ricevuta
La capacità di collaborare con i colleghi
L’impegno nella progettazione extra-curricolare
Il lavoro per migliorare la qualità della scuola
L’impegno nell’attività di counselling rivolta agli studenti (orientamento, mentorship)
La reputazione che il docente raccoglie presso i colleghi, i genitori e gli studenti (per le superiori)
Il tempo dedicato al coinvolgimento dei genitori e delle famiglie
Altro (indicare una ulteriore opzione o un commento)

scegli le risposte che ritieni più rilevanti (massimo 4)

È così che una classe dirigente assume decisioni sull’assetto dell’istruzione nel Paese? È evidente che questa falsa democrazia è marketing allo stato puro e qualcuno ci ha scambiati per la casalinga di Voghera e per smemorati ai quali si possono dare perline di vetro in cambio di sodo lavoro intellettuale e formativo.

Non siamo all’anno zero della scuola

Non siamo all’anno zero, sulla scuola (e dalla scuola) sono fluiti fiumi di inchiostro e si è prodotto faticosamente pensiero. Che ne è della Legge di iniziativa popolare? Che ne è stato degli Stati Generali della Conoscenza? Che ne è stato delle consultazioni e dei rapporti sulle sperimentazioni dei quali mai abbiamo avuto resoconti e che invece avrebbero dovuto monitorare cartesianamente le riforme e trarne valutazioni e scelte che tutti avrebbero capito, almeno sotto il profilo logico? La scuola non ha certo taciuto in questi anni, una classe dirigente degna di questo nome ha già a disposizione materia per riflettere, valutare e decidere, altro che importunarci con i questionari.

Nel frattempo, compiamo lo sforzo razionale di analizzare il contenuto del documento e rapportarlo alla realtà. Non solo in risposta allo stimolo esterno; prendiamola come un’ulteriore occasione di riflessione, di autoriflessione, giusto per non essere impreparati di fronte all’ennesimo colpo di timone che, in particolare, vuole agire sulla figura dell’insegnante per dare un indirizzo alla scuola.

La scuola italiana è un mondo complesso, difficile da fissare in un’immagine solida e leggibile perché prodotto di percorsi, diciamo così, non lineari e coerenti; tranne che in alcuni momenti della storia della Repubblica, scuola e società non hanno condiviso davvero un’idea comune che orientasse scelte educative e formative. Il dialogo tra scuola e società è stato sempre difficile e negli ultimi anni ha assunto le caratteristiche di un dialogo polarizzato, con tratti di crescente ostilità verso la scuola da parte di frange di società che a vario titolo dicono la loro (famiglie, mass media, soggetti politici, intellettuali sciolti o in think tank…).

Che la scuola viva una crisi di lungo periodo è noto, se e come affrontarla è il nodo che sinora le pseudoriforme finalizzate ai corposi tagli di risorse non hanno certo sciolto. Il documento governativo manifesta l’intento di tagliare il nodo con interventi in controtendenza (non tagli ma investimenti miliardari: in personale, soprattutto) e parte evitando qualunque analisi preliminare che lo porterebbe a perdere lo spirito di fiduciosa semplificazione che lo pervade, rischiando di annoiare la vasta platea alla quale si rivolge; tira una riga, e disegna la scuola italiana come dovrebbe essere, proponendo le sue soluzioni.

Non che gli manchino ovviamente genitori ispiratori, anche se non citati. Ci viene in mente ad esempio un documento sedicente bipartisan del 2003, che condivide con l’attuale anche l’aggettivo nel titolo, il Progetto “Buonsenso per la scuola (variamente commentato, digitando in rete il titolo si trova il testo in pdf e anche i commenti). Firmato da nomi illustri della cultura accademica e di think tank di varie parrocchie, si fonda su alcuni principi (sussidiarietà, integrazione tra scuola statale e non statale ad esempio) e propone interventi che ritroviamo nel nostro allegro quadernetto.

La “Buona Scuola“, sin dalle prime parole, proclama la centralità degli insegnanti. Scegliamola come piano di lettura e proviamo ad approfondire questa intenzione, incrociando la figura del docente nella “buona” scuola con qualche elemento concreto, tratto ad esempio da una delle ultime ricerche che hanno “fotografato” gli insegnanti italiani, ovvero la terza indagine dell’Istituto IARD “Gli insegnanti italiani: come cambia il modo di fare scuola” a cura di A. Cavalli e G. Argentin edito dal Mulino nel 2010 e incrociato, su alcuni dati, con il recente rapporto “Education at a glance 2014” redatto annualmente dall’OCSE su dati 2012.

Tanti, seminuovi e quasi giovani

La parte dedicata ai numeri degli insegnanti che ci sono e che ci dovrebbero essere in prospettiva è forse la più documentata. Soltanto a scorrere i diversi profili dei docenti precari si ha una riprova che il sonno della ragione di decenni ha generato mostri. Quindi mettere fine alla macchina infernale che ha prodotto precariato ad libitum e forme di reclutamento più che discutibili è sicuramente una lodevole intenzione che nessuno sinora ha mai osato rendere concreta.

La scelta di fare tabula rasa in un anno assumendo in ruolo poco meno di 150 mila insegnanti delle Graduatorie a Esaurimento è stata determinata (lo dice il documento stesso) tanto dalla prevedibile uscita pensionistica dei docentibaby boomersassunti negli anni Settanta quanto dalle pressioni di Bruxelles che condannano (non solo a parole) la patente illegalità nei confronti dei lavoratori precari della scuola.

Il documento fieramente dimostra che la spesa necessaria sarà in parte compensata dai risparmi connessi all’operazione, in sostanza con un autofinanziamento della scuola e, aggiungiamo noi, rinforzato dai risparmi sul mancato rinnovo di contratto ormai quasi decennale (chissà perché invece sugli aumenti ai militari e alla polizia si è sempre disposti a trattare, a ripensarci, a sedersi a un tavolo, invece per gli insegnanti… ubi maior… la patria sceglie chi la illustra meglio e può sacrificare qualche milione …).

Tuttavia i risparmi non bastano e non è detto dove si cercherà la differenza, ma il documento non si perde in questioni di bassa cucina ed entra nei dettagli operativi. Innanzitutto si procederà con forme di scrematura degli attuali residenti nelle graduatorie, a partire dalla mobilità necessaria a compensare domanda e offerta (il Censimento alla base degli abbinamenti, posto dal documento come dettaglio tecnico, provoca invece in chi conosce la burocrazia scolastica qualche brivido kafkiano).

La disponibilità a spostarsi reca in sé una distorsione, a sua volta generatrice di precariato, ovvero la tendenza prevedibile di chi accetta un posto in luogo lontano dal proprio di origine per poi utilizzare ogni piega legale per tornarvi, con effetti non proprio funzionali alle scuole. Questo è un fatto, particolarmente visibile ad esempio nel corrente anno scolastico con le nuove immissioni in ruolo.

Del resto, come ci dice l’indagine dello IARD e conferma il rapporto OCSE, il corpo docente italiano, inclusi i precari, è femminilizzato in modo che non ha eguali: (oltre il 95% alla primaria, oltre il 75% alla secondaria di primo grado e il 60% nella secondaria di secondo grado). Considerando che l’età media dei precari in predicato di assunzione è di 41 anni, comprendiamo che si tratta molto spesso di donne e madri che hanno molte ragioni per cercare di tornare in famiglia, se consentito.

La Grande Assunzione, che metterà fine allo “stato di eccezione”, implica inoltre la sospensione della procedura concorsuale, un’emergenza necessaria, ci dice il documento, che ci ricorda le assunzioni ope legis di vecchia memoria con benefici effetti elettorali. In compenso il ringiovanimento tanto auspicato, il “largo ai giovani” è relativo: in un corpo docente, che per oltre metà è composto di ultra cinquantenni, entrano in gran parte insegnanti di mezza età.

Flessibili e multitasking

Una parte consistente dei nuovi assunti andrà a coprire posti vacanti e spezzoni e questo metterebbe fine a disfunzionali avvicendamenti con giovamento indiscutibile per le scuole. Resta però una notevole massa critica che diventerà “organico dell’autonomia” o “organico funzionale: quest’ultima definizione suona come musica d’altri tempi, quando se ne parlava sovente senza averne mai visto alcuna attuazione; che sia questa la buona occasione (benché nel frattempo tutto sia cambiato)? Scorrendo le righe del testo tuttavia sorgono molti interrogativi. I docenti che non avranno una cattedra saranno a disposizione di una o più scuole, avranno compiti eterogenei, alcuni certi di “manovalanza come la copertura delle supplenze brevi qui e là, fine primo di questa operazione, e altri più complessi, ancorché genericamente indicati:

Saranno infatti a disposizione delle scuole, o di reti di scuole, sia per svolgere gli altri compiti legati all’autonomia e all’ampliamento dell’offerta formativa (insegnamenti extra-curricolari, predisposizione di contenuti innovativi per la didattica, progettualitˆà di vario tipo, affiancamento ai tirocinanti, ecc.); sia, anche in questo caso, per coprire una parte delle supplenze brevi.” (per la secondaria)

sostenendo i passaggi più delicati tra i diversi snodi del percorso scolastico – dalla scuola dell’infanzia alle elementari, tra i cicli delle primarie – o rendendo possibile il tempo prolungato e il tempo pieno nelle scuole ” (per la primaria)

Sul raccordo tra cicli i compiti sono nebulosi:

“I docenti dell’organico funzionale, attraverso la comunicazione con i colleghi degli altri cicli, e attraverso il potenziamento dell’orientamento, possono catalizzare l’integrazione delle scuole proprio su (…) punti vulnerabili (di raccordo tra gli ordini di scuola, ndr).”

È evidente che la flessibilità richiesta ai nuovi docenti è soprattutto di tipo professionale: devono assumere qualunque compito, insegnare materie affini alla propria, prestarsi anche a docenza “extra-curricolare”, in base a progetti delle scuole altrettanto ipotetici. Che questo possa svolgersi con una conciliazione di domanda e offerta di competenze, come se fossimo all’agenzia di collocamento, grazie al Censimento, sembra risibile.

Ma i compiti variegati dei nuovi assunti non finirebbero qui. Si prevede (cap. 4) anche l’utilizzo dei docenti della secondaria che non avranno la cattedra sulle classi della primaria (e non solo le ultime) per potenziare discipline come la musica e l’attività motoria, quest’ultima ritenuta disciplina fondamentale

per contrastare obesità, bullismo e favorire l’inclusione sociale”.

Come? Con un’ora di lezione settimanale. Nelle scuole, generalmente, già sono previste due ore di lezione settimanale, eredità dei vecchi programmi prescrittivi; ci domandiamo se sarà una di queste ore, oppure sarà un “potenziamento” ulteriore. Ma quando? È ben vero che il movimento (fisico) nell’immaginario culturale attuale sorpassa di varie lunghezze grammatica e affini, tuttavia varrebbe la pena ricordare che sovente le palestre mancano o sono insufficienti a garantire a tutte le classi finanche due ore di “attività motoria” (e non parliamo dell’ultimo paesello). Ma i dettagli di realtà restano sullo sfondo del piano della Buona Scuola.

Tralasciando qui il quadro curricolare che viene disegnato dal documento e che merita una riflessione specifica, questa flessibilità reca comunque un’ulteriore secondarizzazione della già frantumata scuola primaria e non considera rilevante la competenza didattica: docenti di secondaria dovrebbero lavorare con bambini anche piccoli. E che cosa andrebbero a fare i docenti di classe nelle ore gestite dai colleghi specialisti… incrementare la banca delle ore, viene da pensare, le supplenze? O alla fine saranno anche queste ore extracurricolari, oltre l’orario scolastico, nella scuola aperta e prolungata?

È legittimo pensare di sì, visto che un’altra caratteristica della “buona” scuola è la sua apertura per l’intera giornata e oltre (fino alle 22 diceva l’ex sottosegretario Reggi nelle chiacchiere estive), per attività diverse, in “sinergia” con altre agenzie: famiglie, associazioni del terzo settore con forme di accreditamento e altro.

La fisionomia della scuola che si va delineando deve farci riflettere: la quota di privato e “informale, già presente ormai in forme diverse, si insedia e incrementa in modo evidente e il confine tra le figure di docente “insegnante” e “intrattenitore” si fa sempre più labile.

L’autonomia, primo cavallo di Troia nella scuola-istituzione e cornice della “scuola liquida”, sicuramente si rafforza. La scelta di utilizzo delle risorse “extra” dei docenti verrà demandata alle scuole autonome: non capiamo se saranno i bisogni a determinare i progetti e quindi la chiamata dei docenti o se la presenza di docenti produrrà la necessità di incrementare il progettificio. Del resto sono gli stessi docenti, come abbiamo visto, che faranno i progetti e quindi il circolo si autoalimenta.

Tutti in gioco

L’aggettivo “nuovo”, nelle sue varie declinazioni, occorre un centinaio di volte nel documento. Nel capitolo 2 “La nuove opportunità per tutti i docenti” vediamo quali sono appunto le novità per chi in ruolo c’è già, i circa settecentotrentamila docenti italiani (nel sito del MIUR il dato però non è reperibile); può essere utile, in via preliminare, riepilogarne brevemente il profilo che ne fa l’indagine IARD alla quale ci riferiamo.

Come abbiamo già visto, si tratta per tre quarti di un corpo insegnante femminile e di elevata età media considerevolmente diverso, in queste caratteristiche, dal resto dei paesi OCSE. In questi, grossolanamente, un terzo è al di sotto dei 40 anni ( con una media del 10% di inferiori ai 30, seppure con differenze tra i vari paesi, ci dice il rapporto “Education at a Glance”, dato invece trascurabile per l’Italia, quindi attorno allo 0), un terzo tra i 40 e 50 e solo un terzo oltre i 50.

In Italia gli insegnanti oltre i cinquant’anni sono, nei tre ordini di scuola, rispettivamente il 41%, il 43% e il 52%, cui si aggiunge un buon 10% di età pari o superiore ai 60 anni (rapporto OCSE). Anche il rapporto tra maschi e femmine è sensibilmente diverso: ad esempio se nella primaria il personale femminile raggiunge il 95%, la media OCSE è del 75%; nella secondaria di primo grado la differenza è di oltre il 10% (75.2 per l’Italia contro il 65, 7 OCSE), che scende a circa il 8% nella secondaria di secondo grado.

Se l’anomalo innalzamento anagrafico è imputabile agli effetti del sistema di reclutamento associato alle politiche pensionistiche a partire dagli anni novanta, la femminilizzazione crescente è ascrivibile a una più complessa serie di concause, sia di carattere materiale (retribuzioni/tempo di lavoro) sia di ordine simbolico e culturale (compiti di cura familiare tradizionalmente femminili non bilanciati dal welfare, scarsa considerazione sociale della professione docente) nonché alla struttura del mercato del lavoro.

Andando oltre le caratteristiche socio-demografiche dei docenti italiani, la ricerca IARD fotografa tra l’altro i variegati percorsi di istruzione e formazione, che coesistono anche nei medesimi ordini di scuola: non laureati, laureati tradizionali, laureati brevi, laureati specialistici del nuovo ordinamento, specializzati post laurea (Ssis-Silsis…), postlaureati con dottorato.

Questa eterogeneità, collegata alle fasce anagrafiche e alle norme di reclutamento variate nel tempo, si riscontra, nell’indagine, anche in altri aspetti più soggettivi ma non secondari, quali ad esempio i bisogni di formazione in servizio, la motivazione all’insegnamento e la soddisfazione della professione.

Nel nostro Paese, dove gli incentivi economici sono nettamente inferiori rispetto ad altri paesi europei, la scelta di insegnare è stata per molti una non-scelta, dettata dal caso o dalla necessità, dalla sicurezza del posto statale o in mancanza d’altro. Maggioritaria appare comunque, nelle interviste, la motivazione vocazionale, anche legata alla valenza sociale e “altruistica” della professione, in crescita tra gli insegnanti più giovani.

L’indagine pone anche in rapporto la motivazione con i diversi gradi e tipi scolastici: nella secondaria di secondo grado, ad esempio, gli insegnanti di liceo dichiarano maggiore motivazione vocazionale e soddisfazione rispetto ai colleghi delle scuole professionali, tra i quali numerosi sono coloro che dichiarano di essere pervenuti alla professione per caso.
Anche soltanto con queste istantanee, appare chiaro come le rappresentazioni generalizzanti degli insegnanti siano fuorvianti.

Il documento si rivolge a questa platea complessa con un esordio semplificatorio e di tono aziendalistico:

I docenti devono insegnare ai ragazzi a mettersi in gioco, ma per farlo credibilmente devono poter credere, loro per primi, che mettersi in gioco paga”.

Ma come dovrebbero essere i docenti che devono “mettersi in gioco (e meno male che non tocca loro “scendere in campo” e “gettare il cuore oltre l’ostacolo”)? La lista delle competenze attese è lunga e articolata e non scevra da sorprese:

oggi ci si aspetta che i docenti gestiscano classi sempre più multiculturali, integrino gli studenti con bisogni speciali, utilizzino efficacemente le tecnologie per la didattica, coinvolgano i genitori, e siano valutati e responsabilizzati pubblicamente.

In parte siamo nell’ovvio quotidiano, di solito gestito senza alcuna forma di supporto, vedi ad esempio con i BES (bisogni educativi speciali, sigla importata che indica i cari vecchi alunni con problemi di apprendimento e/o di disagio sociale o famigliare). Se non facessimo questo non potremmo nemmeno entrare a scuola.

E per quanto concerne l’uso delle tecnologie, malgrado le scadenti o scarse dotazioni fornite dall’istituzione, tanti insegnanti si sono cimentati nella difficile sfida di far entrare con senso didattico i totem della tecnologia nella prassi quotidiana. E qui ci piace ricordare che le LIM, appena arrivate ma ora già passate di moda (il piano di diffusione nazionale è finito nel cestino, la buona scuola vuole il WI-FI e i dispositivi portati dagli studenti), sono una bella seccatura quando non funzionano, dato che nella quasi totalità delle nostre scuole non c’è personale tecnico a portata di mano.

Intanto si ribadisce la pubblica valutazione e responsabilizzazione del docente, che rimanda al velleitario e nebuloso sistema di valutazione e suona un po’ come la responsabilità civile dei giudici. Vale la pena ricordare che, sinora, come pubblici dipendenti, gli insegnanti rispondono a un Dirigente sulla congruità della funzione svolta (sempre che il dirigente voglia prendersi la briga di interessarsi alla didattica, piuttosto che trincerarsi dietro la burocrazia e la “scuola di carta”, così confortante e priva di rischi), e anche ad allievi e famiglie. Una responsabilizzazione non certo privata!

Ci si aspetta inoltre che non insegnino solo un sapere codificato (più facile da trasmettere e valutare), ma modi di pensare (creativitˆà, pensiero critico, problem-solving, decision-making, capacitˆà di apprendere), metodi di lavoro (tecnologie per la comunicazione e collaborazione) e abilitˆà per la vita e per lo sviluppo professionale nelle democrazie moderne.

Ci chiediamo chi sia il soggetto celato dal quel “si impersonale, per il quale insegnare sapere codificato, di notoria facile “insegnabilità”, sia separabile e diverso dall’insegnare modi di pensare e metodi di lavoro, nonché abilità per la vita. Non possiamo qui non ricordare il testo di Lucio Russo Segmenti e bastoncini, che profeticamente, nel 2001, rifletteva sul destino della scuola e dei suoi programmi riformati, che pongono in secondo piano la crescita intellettuale degli allievi e lo sviluppo del pensiero astratto e della concettualizzazione a vantaggio di una didattica volta alla pratica e all’informale.

Competenti certificati e con portfolio

Il documento è esplicito nell’esprimere dubbi sull’adeguatezza dei docenti alle aspettative elencate e vuole fare chiarezza sul profilo richiesto: sarà scritto nero su bianco, crystal-clear.

Dobbiamo dire con chiarezza cosa ci aspettiamo dal corpo docente in termini di conoscenze, competenze, approcci didattici e pedagogici, per assicurare uniformitˆà degli standard su tutto il territorio nazionale e garantire uno sviluppo uniforme della professione di docente. (…)

Per farlo, un gruppo di lavoro dedicato e composto da esperti del settore (quale? ndr) lavorerˆà per un periodo di tre mesi (!ndr) per formulare il quadro italiano di competenze dei docenti nei diversi stadi della loro carriera, in modo che essi siano pienamente efficaci nella didattica e capaci di adattarsi alle mutevoli necessitˆà degli studenti in un mondo di rapidi cambiamenti sociali, culturali, economici e tecnologici.

Continua la vuota retorica a cui è difficile attribuire un senso sul piano della realtà. Quali competenze vanno formulate per docenti che hanno compiuto un percorso universitario, esami e concorsi, che assolvono a compiti e funzioni previste in un contratto e che realizzano progetti formativi istituzionali? Si tratta di pura ideologia.

Viene poi preannunciata una “nuova formazione continua e obbligatoria in servizio dei docenti: basta corsi inefficaci, sì alla valorizzazione del lavoro d’aula, solo aggiornamento di qualità, coordinamento tra scuole, autoformazione tra pari, valorizzazione dell’esperienza e degli “innovatori naturali”, definizione poetico-scientifica per gli insegnanti esperti e sperimentatori di metodi efficaci (che l’Amministrazione e i suoi enti fantasmatici all’uopo preposti si guardano bene dal conoscere e diffondere tra le masse, come invece sarebbe logico aspettarsi nella scuola della Repubblica).

Non si entra però in alcun merito concreto: quali agenzie? In che forma? In che tempi? Obbligatoria significa inclusa nell’impegno contrattuale per tutti, e immaginiamo retribuita, mentre scopriamo poi che la formazione concorre ai crediti del docente in carriera-premio. Qualche contraddizione è sfuggita agli estensori del quadernetto.

Finalmente, nel capitolo 2.3, entriamo nel cuore del progetto, al “mettersi in gioco” che “paga”.

Se l’insegnante è disposto al cambio epocale, anche il datore di lavoro è disposto a cambiare mentalità:

Vuol dire considerare i docenti non come una massa indistinta, a cui lo Stato ha chiesto decenni fa di ripetere ogni giorno lo stesso “compito in classe”.

Vuol dire, invece, cominciare a considerarli finalmente come persone e come professionisti disposti ad assumersi impegni diversi, e a cui lo Stato chiede oggi di mettersi al servizio della scuola e dei colleghi.

Il docente-massa di cui si parla non è mai esistito, posto che la scuola non è una catena fordista. Nessuno stato giuridico o contratto ha definito la funzione docente come una ripetizione meccanica della didattica, nemmeno per il più sprovveduto dei docenti. Ma questa premessa semplificatoria serve a dare la cornice ideologica a tutto il progetto sui docenti: l’individualizzazione portata a condizione sine qua non per farsi riconoscere più bravi e guadagnare di più (forse).

Il docente, finalmente persona e professionista e che si mette al servizio di scuole e colleghi avrà uno stato giuridico con molte novità e una progressione di carriera non più basata sull’anzianità di servizio. Si esordisce volando alti ma si mettono rapidamente e in modo incongruo i piedi per terra: il nuovo docente è da subito in debito. Dovrà depositare nella banca delle ore (nel documento abbondano le espressioni contabili) le mancate lezioni nei giorni di sospensione delle medesime decise dalle scuole, da destinarsi ad attività di potenziamento da definirsi. Un primo passo sottotraccia verso l’aumento dell’orario senza corrispondente compenso.

La metafora bancaria prosegue, poiché la cornice della carriera è costituita da crediti didattici, formativi e professionali documentabili, valutabili, certificabili e di “peso diverso”, che andranno in un portfolio elettronico, certificato dal nucleo di valutazione interno e che entrerà in un pubblico e trasparente registro al quale i DS potranno attingere.

Questo noioso catalogo (che evoca con un brivido le future gestioni di queste classifiche) si riferisce al lavoro del docente svolto per il “miglioramento” della didattica, alla formazione/aggiornamento e al progetto di “miglioramento” della propria scuola e sta alla base del sistema di carriera differenziata e premiale illustrata dal documento stesso e che riporta alla luce un’idea sortita e poi seppellita ai tempi della Gelmini e che ora la Buona Scuola fa sua.

Del resto la Buona Scuola include tutte le “manovre innovative” che da qualche tempo stanno orbitando senza essere ancora atterrate: il Sistema Nazionale di Valutazione, il Regolamento ad esso connesso, con il suo Nucleo interno e le “azioni di miglioramento”.

Buoni e meno buoni: la carriera a premi senza oneri per lo Stato

La parte dedicata alla carriera si diffonde in ipotesi, calcoli, tabelle e qualche eccesso classificatorio. I punti sono noti

  • stipendio base per tutti
  • scatti triennali (di competenza) solo per il 66% dei docenti di una scuola o rete di scuole in base al numero di punti (o crediti) accumulati
  • mobilità geografica a caccia di scuole scadenti dove poter rientrare nel 66%
  • mobilità da cattedra a organico funzionale e “mentorship

Non vogliamo diffonderci sull’assurdo di alcuni aspetti del meccanismo, come lo spostamento dei docenti “bravi che si spostano in missione “salvifica” ma “pelosa” attratti dai compensi. Abbiamo visto chi sono i docenti, la realtà socio-demografica e non solo, e l’idea di questi “raider” della buona scuola fa solo ridere. Sui passaggi da cattedra a funzioni, che potrebbero avere un senso, non c’è molto da dire tranne che è una buona intenzione da decenni. C’è poi la figura del mentor, una sorta di superdocente, o un genere di vicepreside, che verrà scelto, primus inter pares (i migliori), e avrà anche un’indennità di posizione non meglio definita e non si capisce se sarà esonerato dall’insegnamento o altro. Saranno “happy few” ci dice il documento.

Per il resto nessun impegno di cifre reali sullo stipendio base; piuttosto si costruisce tutto il castello di numeri sull’ipotesi che lo scatto di competenza sia di 60€ uguale per tutti al mese (ma non esageriamo con l’uguaglianza, e soprattutto con cifre di questa portata, potrebbe anche essere diviso in tre fasce a seconda dei punteggi ottenuti!). Su questa base ci si diffonde a dimostrare che “i migliori” trarranno mirabolanti guadagni rispetto ad ora. Inoltre lo stipendio potrà ulteriormente essere rimpolpato dallo svolgimento di funzioni aggiuntive (le solite) che verranno retribuite con il MOF. Esattamente come accade adesso, con le retribuzioni irrisorie rispetto all’impegno profuso per Bes, Pof, Orientamento e tutte quelle attività accessorie che “qualificano” le scuole e si sovrappongono alla funzione docente.

Nulla si dice del 34% dei “non migliori” che invece resteranno al palo del loro stipendio base, prevedibilmente assai modesto.

Alla fine del percorso mirabolante, scopriamo che queste straordinarie opportunità per i docenti saranno a costo zero perché si tratta delle stesse risorse degli scatti di anzianità: semplicemente andranno al 66% dei migliori. Ancora autofinanziamento, come per quelli della Grande Assunzione. E non basta aver già bloccato per sette anni gli scatti attuali “per risparmiare” risorse. Scopriamo che passeranno altri tre anni prima che il primo scatto sia disponibile e quindi, con ulteriori nostri soldi congelati, si potrà integrare il MOF. Futuri e condizionali riempiono d’aria il pallone della buona scuola.

L’elogio di Franti

Dopo aver analizzato il Buon docente della Buona Scuola e aver toccato consapevolmente con mano tutta questa bontà, non possiamo non ricordare il feroce “Elogio di Franti” di Umberto Eco con un certo sollievo. Tutti sappiamo che nella scuola non siamo uguali. E abbiamo visto che le differenze sono in gran parte generate dalla “governance” scadente e ondivaga del sistema scuola, già a partire dalla formazione degli insegnanti per procedere con forme di reclutamento e selezione in entrata incoerenti, questo a spiegazione anche della presenza di docenti inadeguati, che in altri contesti semplicemente non sarebbero giunti alla cattedra.

Ma questi sono aspetti marginali, la vera, grande difficoltà degli insegnanti, e della scuola con loro, in questo complesso sistema, è la poca chiarezza dei fini comuni e l’inadeguatezza dei mezzi istituzionali per perseguirli. Le contraddizioni e i limiti del paese si rovesciano sulla scuola, che cerca faticosamente di rispondere a una miriade di input con una enorme dispersione di energie, in gran parte devolute “a fondo perduto”.

La Buona Scuola però non parla di questo; il contesto rimane sbiadito sullo sfondo e al centro si pone la logica meritocratica con i fichi secchi. Senza spendere si vogliono modellare gli insegnanti: individui in competizione a caccia di certificati e punteggi (niente di nuovo in questo) per guadagnare di più, disposti persino a traslocare per raggiungere gli agognati scatti.

La Buona Scuola dà per scontato che ci sia un 34% di esclusi dalla scalata: chi sono? Non se ne parla, per eliminazione dovrebbero essere coloro che non intendono svolgere molti compiti accessori o frequentare corsi su corsi. Questo non significa certo che non siano buoni insegnanti, persone che svolgono la loro funzione propria ma il sistema li punisce o comunque non li valorizza, perché le competenze richieste, come abbiamo capito, sono altre e comunque rifiutare la logica dell’azienda non paga.

Forse i nuovi insegnanti che verranno saranno flessibili e facilmente adattabili; a chi ha vissuto e vive la scuola come istituzione e il ruolo docente ispirato da valori di condivisione collegiale, difesa del bene comune, sviluppo dei valori di comunità e cittadinanza, tutte queste parole suonano vuote di senso e lesive della dignità personale.

Vogliamo solo aggiungere, con cognizione di causa, che nei sistemi scolastici che funzionano efficacemente e su base pubblica e democratica, queste formulette imparaticce sulla carriera dei docenti non esistono. Solida formazione e selezione in entrata, contratti di lavoro con patti chiari, rispettati e applicati, carriera definita con criteri certi, stipendi adeguati ai compiti, chiarezza di funzioni, organizzazione scolastica efficiente e condivisione dei fini: ecco gli ingredienti fondamentali della vera buona scuola. [torna su]

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MATERIALI

L’insegnante italiano è prevalentemente donna, il meno pagato d’Europa, il più anziano, quello che va più tardi in pensione, a rischio di burnout. La “Buona Scuola” di Matteo Renzi, lo rende ancora più povero, flessibile, competitivo, burocratizzato, mobile, precario, sottomesso al Dirigente, più facilmente licenziabile. Presentiamo una piccola scelta dei tanti interventi sull’argomento usciti in questo periodo.

Elogio della scoperta
di Giuseppe Bagni

Jessica guarda che sbagli a non venire mai il giovedì a scuola, non è una noia come gli altri giorni. Questo professorino nuovo ha un sacco di idee che ci fanno divertire un monte.

Con quell’altro profe si andava sempre alla LIM che sì, lì per lì ti diverte, ma a pensarci bene è sempre la solita solfa: manca la polvere del gesso ma di polvere nei discorsi ce n’è quanta ne vuoi. Insomma, alla fine è la stessa noia.

Invece il prof nuovo ieri ci ha fatto tornare in laboratorio (figurati, con quell’altro ci si andava due volte l’anno e lui non si staccava mai dalla lavagna: allora dico, che ci si va a fare in laboratorio che gli sgabelli sono anche scomodi da morire?). Poi ha mescolato due liquidi che sembravano tutti e due acqua, ci ha divisi a coppie e ciascuna doveva montare l’impianto per la distillazione.

Michele ha chiesto al professore se ci diceva cosa erano i due liquidi che aveva mescolato, se ci spiegava cosa era successo e dettava gli appunti che si dovevano studiare. E lui dice di no, che la strada è ancora lunga, che dovremo tornare in laboratorio anche la volta prossima e fare alcune prove sui due liquidi separatamente e poi faremo il grafico di come cambia la temperatura al passare del tempo mentre si riscalda e ci saranno altre domande che salteranno fuori.

E poi ci dice che per tutto l’anno lui non detterà mai appunti e non darà mai spiegazioni che non siano le risposte alle nostre domande. Dice che lui ha lo stesso desiderio di Popper (con questo Popper c’è proprio fissato!) di una scuola in cui non si pretenda di ascoltare risposte non sollecitate a domande mai poste.

Lui ci aiuterà a porci le domande giuste e a metterci gli occhiali degli scienziati per scoprire le risposte, ma niente spiegazioni prima!

Poi ha detto una cosa che non ho capito bene ma mi sa che è grossa: ha detto che le cose che si imparano studiando ci aiutano ad entrare nel mondo, ma le cose che si imparano scoprendole fanno entrare il mondo in noi. Perché la scoperta appartiene sempre a chi la fa.

Tu cosa pensi voglia dire? Quasi quasi la prossima volta voglio provare a chiedergli se me lo rispiega. (vedi qui)

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La buona scuola la fanno i bravi insegnanti
di Lucio Ficara

È utile ricordare che il termine scuola deriva dal verbo greco scholazein che significa avere tempo di occuparsi di una cosa per divertimento. Quindi è semplicissimo comprendere, ed è scritto nello stesso etimo della parola scuola, che insegnanti e discenti occupano il loro tempo a studiare con piacere.

Il piacere dell’apprendimento risiede principalmente nella capacità comunicativa dell’insegnante, che riesce a tramettere, con semplicità, conoscenze e competenze anche complesse. In buona sostanza per avere una buona scuola c’è bisogno della figura di un docente esperto della sua disciplina e specializzato nella comunicazione e trasmissione del sapere specifico. Una figura in grado di rendere semplice e piacevole ciò che semplice non è.

Allora quali potrebbero essere le soluzioni di una giusta riforma, fatta per una buona scuola?

Smetterla di caricare di compiti aggiuntivi gli insegnanti, come se fossero onniscienti ed in grado di svolgere ogni compito contemporaneamente. Dividere le carriere di chi lavora a scuola, in carriera d’insegnamento per coloro che hanno il dono di essere bravi insegnanti ed eccellenti comunicatori e in carriera dell’organizzazione del lavoro, per coloro che amano di più gli aspetti burocratici.

Non è possibile avere docenti che contemporaneamente ti fanno l’orario scolastico, la funzione strumentale, il docente a tempo pieno nelle classi. Eliminare le classi di concorso atipiche e introdurre le specificità degli insegnamenti, sburocratizzare i compiti degli insegnanti, e fare formazione sugli aspetti della comunicazione. Un’idea questa che restituirebbe ordine in un sistema che è fuori controllo, dove ci sono poche risorse economiche e caricate tutte sulle spalle di una parte ristretta di docenti, uno spreco di risorse umane che andrebbero meglio gestite e ovviamente meglio pagate. (vedi qui)

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Qual è l’identikit del docente meritevole?
di Lucio Ficara

Dalle linee guida della riforma della scuola, pubblicate dal governo Renzi il 3 settembre 2014, sembrerebbe esistere già l’identikit del docente meritevole. Chi sarebbe costui?

È quel docente che si presterà a svolgere diversi compiti a scuola oltre le canoniche ore di lezione in classe. Chi sarà disponibile, oltre l’orario di servizio svolto nelle proprie classi, a svolgere corsi di recupero, di approfondimento o sarà disponibile a sostituire i docenti assenti, senza alcuna retribuzione aggiuntiva sarà considerato meritevole di ricevere qualche credito didattico.

Chi sarà disponibile a seguire corsi di formazione e aggiornamento, avrà in cambio qualche credito formativo, chi dedicherà del tempo all’organizzazione del lavoro riceverà in premio i cosiddetti crediti professionali.

Quindi la quantità di tempo dedicata a permanere a scuola è condizione necessaria per essere considerato tra i papabili meritevoli. Per cui tutti quei docenti che svolgono perfettamente il loro lavoro in classe e vorrebbero continuare a farlo, passando i loro pomeriggi a preparare lezioni e correggere compiti, pagheranno un trattamento “differenziato” di chi non vuole rendersi disponibile per altre funzioni aggiuntive all’insegnamento curriculare.

L’equazione che si vorrebbe porre è: vuoi fare il docente curricolare nelle tue classi e prepararti le tue belle lezioni ed onorare la tua programmazione didattica nella piena libertà d’insegnamento? Allora non potrai rientrare tra i meritevoli in quanto non ti verranno assegnati crediti.

Se così fosse, si andrebbe a premiare la quantità e non la qualità del lavoro. (vedi qui)

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“Rimettere al centro gli insegnanti”: una irritante presa per i fondelli
di Gianfranco Scialpi

Ridare dignità al lavoro dell’insegnante”, “rivalutare gli insegnanti” , “rimettere al centro gli insegnanti”, “valorizzare il lavoro dei docenti”… Potrei continuare, ma mi fermo qui. Queste belle espressioni, prese in prestito da qualche libro di pedagogia, diventano, se rapportate al nostro contesto lavorativo, una presa per i fondelli e quindi irritanti.

L’identità reale, quella che è definita anche dalle risposte concrete degli altri, nello specifico dalle proposte indicate nel “Piano Scuola”, ci presenta un docente ancora lontano dal profilo del professionista.

C’è molta “domanda di quantità e qualità” (le attività legate ai crediti) e poca “offerta” (60€ netti ogni tre anni). Se riflettiamo sul rapporto sbilanciato pensiamo subito a un profilo lavorativo, dove la quasi gratuità, lo spendersi per la giusta causa oltre il dovuto è la norma.

Tanti miei colleghi, infatti, continuano a svolgere attività extracurricolari, rimettendoci di tasca propria e spendendo energie mentali e nervose. Di norma, nessun professionista accetterebbe una situazione del genere! Noi sì! Quindi la responsabilità è anche nostra.

Il governo e l’Amministrazione si sono furbescamente adeguati, compensando il vuoto economico con apprezzamenti da fuochi d’artificio (“Gli insegnanti sono degli eroi”) che nascondono un profilo lavorativo scarsamente considerato dal punto di vista economico. (vedi qui)

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Qual è la mente contorta che ha pensato una simile assurdità?
di Enrico Rebuffat

È un ragionamento che lascia sgomenti. Dunque: Giorgio è un docente “mediamente bravo“, ma nella sua scuola non riesce ad ottenere lo scatto perché molti suoi colleghi sono bravissimi. A questo punto, secondo il Rapporto (La Buona Scuola), Giorgio dovrebbe pensare così: “in questo istituto mi trovo bene, non è lontano da casa, sto portando avanti un lavoro con le mie classi… però non riesco ad avere l’aumento di 60 €. Sai cosa? Potrei chiedere il trasferimento in un’altra scuola, magari più lontana, dove iniziare tutto da capo, ma che sia piena di insegnanti mediocri con pochi crediti”.

Secondo il Rapporto, i nuovi colleghi di Giorgio lo accoglieranno a braccia aperte, riconoscendo in lui quella media bravura di cui loro sono ancora privi; i membri del Nucleo di Valutazione gli concederanno lo scatto agognato, a scapito di colleghi che conoscono da anni e con i quali hanno lavorato fianco a fianco; l’intera scuola lo prenderà a modello per il proprio miglioramento professionale; la coesione sociale del Paese ne trarrà giovamento. (vedi qui)

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Agli ordini del preside-manager
di Roberto Ciccarelli

Figura centrale del “patto” è il dirigente scolastico. Figura centrale della sua scuola sarà il preside-manager. Gestirà il registro nazionale dei docenti, l’insieme dei curricula on line, definiti anche come “portofolio” delle competenze. Sceglierà i docenti più adatti al suo progetto di impresa, la “squadra” si legge nel documento, lo stile è da gestione delle risorse umane. Il preside-manager sarà un capo-impresa che sceglierà i “suoi” docenti, un po’ come farebbe Marchionne con i suoi manager o dipendenti. La vecchia utopia aziendalista dell’istruzione, perseguita sin dalla fine degli anni Ottanta trova la sua realizzazione. Renzi realizza la vecchia legge Aprea respinta dagli studenti nel 2012. (vedi qui)

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Eppure: perché torna la fiducia nei buoni maestri?
di Ilvo Diamanti

La credibilità della scuola: non è più la stessa di un tempo. Ancora nel 2005, meno di 10 anni fa, il 60% degli italiani esprimeva fiducia nei suoi confronti. Oggi non più. Eppure il sondaggio di Demos-Coop, condotto nei giorni scorsi per la Repubblica delle Idee, dimostra come la valutazione nei suoi riguardi sia ancora molto positiva.

Oltre metà dei cittadini, il 53%, continua, infatti, a guardarla con fiducia. Mentre circa il 60% si dice soddisfatto del funzionamento delle scuole, di diverso tipo e livello. In primo luogo di quelle elementari (65%), quindi dell’università e, in misura più limitata, delle medie. Più di 6 persone su 10, inoltre, manifestano fiducia nei confronti degli insegnanti. Pubblici. Perché la differenza tra istruzione pubblica e privata, negli orientamenti dei cittadini, si conferma elevata e significativa. A tutto vantaggio del pubblico, che appare molto più credibile, fra i cittadini. Che si tratti delle scuole o degli insegnanti.

Peraltro, il prestigio della “professione” del docente continua a essere ritenuto elevato e in crescita rispetto al passato recente. Soprattutto riguardo ai “maestri” e ai “professori universitari. (vedi qui)

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L’insegnante: chi è costui? Sindacati e governi non l’hanno ancora capito
di Elettra Wave

Sembra infatti impossibile che ancora non si sia capito che per cambiare in meglio, per innovare, sia assolutamente necessario prendere la strada, questa sì del tutto inedita per l’attuale mentalità politica italiana, dell’incentivare il lavoro di équipe, lasciando liberi i docenti di organizzarsi nei tempi e nei modi necessari alle loro classi e alle loro materie.

Uno Stato che volesse dare valore all’insegnamento, dovrebbe ricordare che senza libertà, i lavori intellettuali diventano routinari, demotivano chi li fa in modo tale da ridurli a esecutori senza anima. Prova ne sono le commissioni imposte su “innovazioni” quali i Bes, studio del registro elettronico, utilizzo delle lim, ecc… oggi composte da insegnanti che vorrebbero impegnare il loro tempo altrimenti per affrontare i problemi delle classi e dei numerosissimi studenti che le popolano (classi pollaio è il termine più azzeccato!), della didattica delle discipline per favorire apprendimenti certi, dei rapporti con i colleghi che operano sulle stesse classi, problematiche che sono il cuore dell’insegnamento/apprendimento, problematiche di ben altra natura che l’onorare i contenuti delle circolari ministeriali!

E’ ora che partiti e sindacati modifichino il loro approccio dispensatore di ricette e che i funzionari che li compongono aprano la mente verso un’idea diversa della professione insegnante e del ruolo che ha nella società. (vedi qui)

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Il lavoro del docente, un “mestiere” di confine
di Franco De Anna

1. La promozione professionale del lavoro docente ha come fondamento l’esplorazione della dialettica tra la funzione istituente dell’insegnamento e il suo rapporto con le dimensioni istituite. La prima, il “cuore” del lavoro, può essere valorizzata se i parametri della seconda sono sensatamente flessibili, aperti, capaci di lasciare esprimere ed anzi promuovere tale dialettica. Più “invasivo” è l’istituito (il manuale operativo, la classificazione del lavoro, ma anche l’invasività istituita delle “geometrie” curricolari..) più qualunque progetto di valorizzazione professionale (formazione, aggiornamento, merito, ecc…) si rivela privo di fondamento e alla lunga si trasforma oppositivamente e/o opportunisticamente in “altro” (ve ne sono esempi nella storia recente).

2. Non c’è formazione professionale dei docenti sensatamente progettabile e con ragionevoli prospettive di risultato, in costanza di “manuale operativo”. L’apprendimento professionale di cui ha bisogno la scuola ed i docenti italiani è “apprendimento organizzativo”. Un antico aforisma recita: “un soggetto cambia perché apprende; ma una organizzazione apprende perché cambia”. Ben vengano, ovviamente le preoccupazioni e le intenzioni di “formazione dei docenti”; ma prima di cimentarsi in discussioni su “diritti e doveri”, risorse e premi, si badi alla connessione strutturale tra caratteri del lavoro che si vogliono promuovere e trasformazioni necessarie dell’organizzazione (decostruire il manuale operativo).

3. Il basso livello di “ordinabilità” del lavoro docente va assunto come “valore positivo” in chiave di autonomia, come condizione di falsificazione del modello amministrativo e dei suoi effetti professionalmente mortificanti. L’esercizio corrente di una puntigliosa strutturazione in ore e mezz’ore degli impegni di lavoro da dedicare a funzioni fondamentali che sono invece parte intrinseca del lavoro formativo (programmazione, progettazione, valutazione, rapporto con il contesto…ecc..) è l’esempio mortificante di una deriva che finisce appunto per declinare l’autonomia professionale in chiave regressiva. Occorrono tempi e spazi comprensivi e flessibili. (vedi qui)

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Cala vocazione per l’insegnamento. Il laureato è donna, economista” e di una facoltà del Nord

L’identikit viene dal report annuale “Italia in cifre” edizione 2014 elaborato dall’Istat. Calo di immatricolazioni dal 2002 al 2011 di 11,4 per 100 diplomati. Meno 10% iscritti a facoltà per l’insegnamento.

Un calo non indifferente che deve far riflettere sull’accesso all’istruzione superiore in tempo di crisi. Forse l’Italia dovrebbe prendere esempio dalla Germania che ha abolito le tasse universitarie.

Altro dato interessante, riguarda la scelta delle facoltà. Primo è il “Gruppo economico-statistico” con 40.000 immatricolazioni nell’anno 2011/12, sebbene si registra un calo del 3%.

In aumento, invece il “Gruppo ingegneria” con 35.491 immatricolati con un + 2,1% rispetto all’anno precedente. Interessante l’aumento del gruppo agrario con un +12,4%.

Per quanto riguarda le immatricolazioni nel “Gruppo insegnamento“, si registra un calo del 10%, ma un aumento di laureati di ben 12,9%.

Per quanto riguarda l’area geografica dei laureati, è il Nord ad avere la meglio con 130.794, seguito dal Mezzogiorno con 91.584 e il Centro con 76.494. Una precisazione, con area geografica non si intende l’appartenenza del laureato, ma l’area di appartenenza della sede universitaria. Quindi son compresi anche gli studenti che da Sud si spostano a Nord, dato del quale lo studio è privo. (vedi qui)

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I docenti italiani rispetto ai colleghi europei: stesso orario, stipendio più basso!
I falsi luoghi comuni su orario, carichi di lavoro e retribuzioni dei docenti italiani.

Una insistente e ricorrente propaganda, enfatizzata dai mezzi di informazione, vuole che si dia per scontata un’affermazione che è una falsità: i docenti italiani lavorano meno dei colleghi europei.

Non sappiamo su quali dati si basino queste affermazioni. Quel che sappiamo è che, quando si vogliono operare delle riforme, in modo particolare se si tratta per lo più di finte riforme, viene allegato a supporto questo indimostrato assunto.

Si tratta di un vero e proprio falso!

Le ore di lavoro medie settimanali dei docenti italiani sono pari a 39 ore come nella media europea, mentre le retribuzioni sono ben sotto la media! Lo afferma l’OCSE.

Basta prendere gli ultimi dati OCSE disponibili riferiti al 2011 per scoprire che il docente italiano presta in media 1.289 ore annue per un orario settimanale di 38-39 ore medie se calcolato sul numero delle settimane (33-34) stabilite dai calendari scolastici regionali.

Un carico di lavoro per nulla lontano da quello della media dei docenti europei. E quel dato – pensiamo – si avvicina, solo si avvicina e pure per difetto, alla realtà. (vedi qui)

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Scuola e stipendi: insegnanti italiani maglia nera Ue

Basse retribuzioni. Che non crescono. I nostri professori sono tra i meno pagati d’Europa
di Guido Mariani

Lavorano come gli altri, ma guadagnano meno. Questa è la fotografia degli insegnanti italiani se paragonati ai loro colleghi degli altri Paesi europei.

I dati in proposito non mancano. Le retribuzioni del corpo docente sono periodicamente censite dall’Ocse, ma sono anche tenute sotto controllo da Eurydice, un network europeo sotto l’egida della Commissione europea, che raccoglie numeri e informazioni sui sistemi educativi nazionali. In tutti le rilevazioni i docenti italiani occupano le posizioni basse della classifica.

POCHI SOLDI AI PROF ITALIANI. Il rapporto Uno sguardo sull’istruzione 2013, diffuso dall’Ocse di giugno 2013, poneva la retribuzione media dei prof italiani al 17° posto in Europa su 23 Paesi presi in considerazione (tra cui la Scozia che ha autonomia sulla gestione delle scuole).

Lo studio stimava una paga oraria media che variava dai 51 ai 69 dollari orari lordi a seconda dei livelli di scuola, catalogati dallo studio in tre fasce (primaria, secondaria e secondaria avanzata).

I TEDESCHI SONO BEN PAGATI. I docenti italiani erano nei posti di rincalzo della graduatoria (la valutazione era fatta sulla media retributiva dopo 15 anni di insegnamento) con compensi orari dai 43 ai 59 dollari per ora di lezione. Ben al di sotto dei loro colleghi tedeschi (73-98 dollari), inglesi (65 dollari), spagnoli (47-67 dollari), ma leggermente meglio dei francesi (35-56 dollari).

MASSIMO SALARIALE DOPO 35 ANNI. Gli insegnanti del nostro Paese raggiungono il massimo salariale solo dopo 35 anni di servizio, il valore più alto d’Europa dopo la Spagna (38 anni) e l’Ungheria (40 anni).

In questo dato i più fortunati d’Europa sono gli scozzesi che raggiungono l’anzianità massima dopo soli sei anni di servizio. (vedi qui)

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La femminilizzazione della scuola italiana

Le insegnanti sono circa il 100% nella scuola dell’infanzia, il 95,6% nella scuola primaria, il 76.5% nella media, il 60.3% nella superiore. E’ la femminilizzazione della scuola italiana. A cosa è dovuta la scarsa presenza maschile – meglio sarebbe definirla assenza – nei percorsi di studio e nelle professioni educative? Perché, nel 2010, a laurearsi nelle Facoltà di Scienze della Formazione troviamo solo il 9,2 % di uomini? Perché la percentuale degli iscritti nei corsi che abilitano all’insegnamento nella scuola primaria questa percentuale crolla al di sotto del 5%? Perché gli uomini hanno abbandonato la scuola? (vedi qui)

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Età media insegnanti italiani da record: 51 anni

La crescita culturale degli otto milioni di studenti italiani è affidata ad al corpo insegnante più vecchio d’Europa: secondo una ricerca del Forum PA sui lavoratori pubblici, “nella scuola, dove massima dovrebbe essere la flessibilità e l’attenzione al nuovo, l’età media è di 51 anni”.

Nell’anno in corso, del resto, due insegnanti italiani su tre sono ultracinquantenni, ben l’11,3% ha più di 61 anni ed appena lo 0,2% ha meno di 30 anni.

Nei paesi Ocse, invece, in media i docenti giovani under 30 sono il 10%. La carta d’identità dei nostri insegnanti stride addirittura rispetto a quella dei colleghi lavoratori della pubblica amministrazione italiana: basti pensare che nelle forze di polizia, fanno notare dal Forum PA, l’età media è oggi di 41 anni e nel 2001 era di appena 33 anni. Una quota che secondo i ricercatori si sta alzando inesorabilmente, con la Scuola a detenere tutti i record, nazionali e non. (vedi qui)

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Al lavoro più a lungo

Per salvaguardare i conti dello Stato si è perso il senso della ragione: in due decenni si è passati dalla riforma pre-Amato, quando le donne potevano andare via anche a 55 anni, alle rigidità attuali. Con le lavoratrici statali che possono lasciare il servizio non prima dei 63 anni e 9 mesi. E le docenti che non posseggono il requisito dell’età anagrafica l’anzianità contributiva è diventata di 41 anni e 6 mesi (per gli uomini anche un anno in più).

Nel 2050 si potrà lasciare il lavoro nel pubblico solamente a 69,9 anni. E se nel 2016 alle donne verranno chiesti 41 anni e dieci mesi di contributi versati, sempre nel 2050 gli anni diventeranno addirittura 45 (46 per gli uomini). Pure i requisiti per la pensione di vecchiaia saranno sempre più alti, fino a che alle donne si richiederanno gli stessi requisiti degli uomini: già nel 2018 per entrambi i sessi serviranno quasi 67 anni.

Confrontando questi dati con quelli europei – continua Pacifico – scopriamo che l’Italia si colloca tra i paesi europei che detengono l’età di pensionamento più alta. È un dato che diventa clamoroso quando si somma alla mancata considerazione delle indicazioni di salvaguardia della salute delle donne impegnate in lavori usuranti“. (vedi qui)

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Docenti a rischio di patologie psichiatriche e tumorali
di Eleonora Fortunato 

Tra le “professioni di aiuto“, il lavoro dell’insegnante sembra essere il più esposto al rischio di patologia psichiatrica. Ma non solo: anche le malattie tumorali potrebbero nascere da un meccanismo legato allo stress psico-fisico.

Il condizionale è d’obbligo in assenza di uno studio epidemiologico vero e proprio, che lo né lo Stato né i Sindacati sono interessati a promuovere. Come mai? “Troppa è la paura di ottenere risultati sconvolgenti che richiederebbero un costoso intervento immediato”.

Eppure nel nostro Paese c’è su questo argomento un silenzio assordante: non ne parlano i sindacati, ne parlano poco le associazioni professionali. Da parte della medicina del lavoro sono stati numerosi nell’ultimo decennio i tentativi di rendere le istituzioni sensibili a questo argomento (anche perché le casse dello Stato ne risentono), stimolando per prima cosa la corretta informazione dei docenti, ma i passi in avanti sono stati davvero pochi.

Abbiamo intervistato un’autorità in materia, Vittorio Lodolo D’Oria, già rappresentante INPDAP del Collegio Medico per l’Inabilità al Lavoro della ASL di Milano e autore di numerosi studi scientifici e pubblicazioni.

E’ radicata nel nostro Paese l’idea che quella dell’insegnante sia una “missione” piuttosto che una “professione, quindi se ti viene l’esaurimento è perché in fondo non sei tagliato per quel lavoro, in sostanza non sei un bravo insegnante. E’ d’accordo con questa sintesi o ha un’opinione diversa?

“Più semplicemente possiamo dire che sono duri a morire gli stereotipi di sempre: l’insegnante lavora mezza giornata, fa tre mesi di vacanze all’anno (molti sostengono trattarsi di convalescenza più che di vacanza), non guadagna tantissimo ma fruisce di un posto pubblico sicuro. Di conseguenza non rompa tanto le scatole e tenga bene a mente che tanti vorrebbero prenderne il posto (c’è una lunga coda di supplenti). Più o meno questa è il comune sentire odierno”.

Quali sono gli ultimi dati o studi che meglio fotografano la situazione attuale?

Non disponiamo di dati nazionali sul disagio psichico dei docenti, a differenza di altri Stati come l’Inghilterra e la Francia, tuttavia possiamo affermare, senza tema di smentita, che la percentuale di diagnosi psichiatriche delle realtà finora osservate supera tra gli inidonei il 70%, mentre le disfonie croniche (unica patologia riconosciuta come professionale tra i docenti) oscillano intorno al 12-13%. Quindi si incappa nel paradosso che la patologia che presenta un’incidenza 5 volte minore è riconosciuta come imputabile alla professione, mentre l’altra è del tutto misconosciuta”.

Come sono stati i finanziamenti in questi anni?

Per la prevenzione dello stress-lavoro-correlato nemmeno un solo euro“.

Quanti permessi per malattia derivante da stress o depressione ci sono annualmente?

“Le posso dire solamente quello che mi attendo (ma potrebbe essere di più) e cioè l’80%. In linea con i dati giapponesi che vedevano crescere le diagnosi psichiatriche del 2% all’anno dal 1995 al 2004”.

Francia (2006) e Regno Unito (2009) hanno rilevato che il tasso suicidario tra gli insegnanti è il più alto in assoluto se comparato con quello dell’intera popolazione. L’Italia raccoglie dati in proposito?

“Spiace ribadirlo, ma ancora una volta il governo italiano è inadempiente, latitante. In 22 anni (dal ’92 ad oggi) sono state effettuate 5 riforme previdenziali, passando dalle baby-pensioni ai 67 anni di anzianità: il tutto senza aver mai fatto una valutazione della salute della categoria professionale dei docenti. Tutto in barba ai D.L. 626/94 prima e 81/08 poi. Oggi urge effettuare ricerche epidemiologiche non solo sui casi di suicidio, ma anche sull’incidenza delle patologie psichiatriche e di quelle neoplastiche nei docenti. Queste ultime sembrano essere determinate da un preciso meccanismo patogenetico: depressione-immunodepressione-controllo inefficace delle cellule tumorali.”. (vedi qui)

*

I docenti sono i più stressati, i risultati di uno studio INPDAP
di Mariella Gerardi

Un recente studio commissionato dall’ente previdenziale INPDAP, partendo dall’analisi degli accertamenti sanitari per l’inabilità al lavoro, ha operato un confronto tra quattro macrocategotie professionali di dipendenti dell’Amministrazione Pubblica: insegnanti, impiegati, personale sanitario, operatori. Ciò che è emerso è che la categoria degli insegnanti è soggetta ad una frequenza di patologie psichiatriche superiore rispetto a quelle delle altre categorie in esame.

Ma quali sono i fattori che determinano un simile disturbo e perchè gli insegnanti sono i più colpiti?

La risposta si trova proprio nello studio su citato, il quale risale a qualche anno fa ed è stato condotto monitorando per 10 anni i dipendenti pubblici delle quattro macro aree, tra cui, appunto, gli insegnanti. Sono stati analizzati circa 3000 casi gestiti dalla ASL di Milano ed è emerso che gli insegnanti sono maggiormente esposti a disturbi da sindrome di Burnout.

Tra i fattori che determinano tali disturbi vi sono tutta una serie di condizioni stressogene a cui essi sono sottoposti:

  • il rapporto con gli studenti e i genitori,
  • le classi spesso troppo numerose,
  • la situazione di precariato che si protrae per anni,
  • la conflittualita tra colleghi,
  • la costante delega da parte delle famiglie,
  • l’avvento dell’era informatica e delle nuove tecnologie,
  • il continuo susseguirsi di riforme,
  • la retribuzione insoddisfacente
  • la scarsa considerazione da parte dell’opinione pubblica.

Di certo, questo rappresenta un problema per la nostra scuola. Un problema purtroppo sottovalutato, perché in molti casi ciò a cui si dà importanza è solo l’ essere presenti, un docente in ogni classe che copra le ore necessarie e, poi, che importa cosa realmente si fa in quella classe? Cosa importa se si verificheranno episodi come quello della maestra di Bisceglie, che non ha saputo gestire i suoi problemi, scaricandoli sui suoi alunni con gesti estremi?

Il mestiere dell’insegnante, spesso maltrattato, sottovalutato, criticato e mal gestito dai vari ministri che si susseguono al governo, rappresenta non solo il principale canale per offrire cultura e per formare i nostri giovani, ma anche un mestiere ricco di responsabilità e di impegno che sottopone chi lo svolge a continui stress psicologici. Probabilmente, se a ciò venisse data più importanza, quella italiana potrebbe essere davvero una scuola di serie A. Una scuola che funziona davvero. (vedi qui) [torna su]

* * *

LA SETTIMANA SCOLASTICA

Più che una legge di stabilità per la scuola è un bollettino di guerra!

Tagli all’organico del Ministero, tagli all’indennità di servizio all’estero del personale docente, abrogazione degli esoneri e dei semiesoneri per i collaboratori del Dirigente scolastico, tagli al personale comandato della scuola, divieto di conferire supplenze ai collaboratori scolastici se non dopo 7 giorni di assenza, tagli all’organico ATA, tagli alle supplenze dei docenti, taglio commissioni esami di maturità con commissari tutti interni e senza retribuzione, blocco del contratto fino al 31 dicembre 2015, eliminazione del coordinatore provinciale pratica sportiva, taglio degli stanziamenti alla scuola paritaria. Più che una legge di stabilità è un bollettino di guerra!

Così un docente in una lettera sintetizza la situazione della scuola – i tagli del momento, insomma, Legge di stabilità alla mano.

Soldi alla scuola: svolta o non svolta?

Eppure la ministra Stefania Giannini afferma che questa Legge di stabilità per la scuola è una svolta storica, perché per la prima volta “da tempo immemorabile” per la scuola vengono stanziati fondi, lei dice: un miliardo.

Ma mentre la ministra parla di una somma di un miliardo di euro stanziata per la scuola, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi parla di 500 milioni. Arriva subito il presidenti Renzi a spiegare:

E’ tutto giusto, un miliardo è la spesa lorda, 500 milioni è il netto”.

Insomma, come commenta Reginaldo Palermo, qui bisogna tornare ai vecchi problemi di scuola elementare su peso lordo, peso netto e tara.

Inoltre. Secondo la ministra era “da tempo immemorabile” che non c’erano stanziamenti per il sistema di istruzione. Ma è proprio così? In realtà persino all’epoca della Gelmini (per non dire di Profumo e Carrozza) sono stati stanziati un po’ di milioni di euro per il secondo biennio economico del contratto nazionale. Memoria corta” o “errore di comunicazione?

E comunque “Il diavolo si annida nei dettagli” ci ricorda Silvana La Porta, indicando alcuni dettagli della Legge di stabilità che potrebbero comportare altri tagli.

Esami di Stato: altro lavoro gratis, altro regalo ai diplomifici

Dalla Legge di stabilità arriva una conferma delle intenzioni già espresse dalla ministra: agli esami di Stato ci saranno tutti commissari interni e un solo presidente esterno alla scuola. Motivazione: risparmiare 147 milioni di euro. Applaude Forza Italia.

Secondo un sondaggio de La Tecnica della Scuola, la maggioranza dei docenti è contraria alla commissione interna, solo una piccola minoranza, il 19,1%, di insegnanti è d’accordo con la ministra.

Nel 2003, fu la Moratti a sperimentare la commissione interna e fu un mezzo disastro cui dovette porre rimedio nel 2006 l’allora ministro Giuseppe Fioroni. Il quale, per il boom di candidati esterni nelle scuole paritarie, ripristinò l’attuale articolazione delle commissioni col 50% di prof esterni, l’atro 50% di interni e presidente esterno.

Per Cgil e Cisl “è un regalo alle scuole private“, per Danilo Lampis, coordinatore nazionale dell’Unione Degli Studenti in questo modo si “mette fortemente in discussione la trasparenza dell’esame“. Per Paola Tonna, Presidente Apef, la commissione d’esame

dovrebbe essere tutta esterna come avviene nella maggior parte dei paesi della UE“.

Proteste dalla Gilda:

Sarebbe intollerabile impiegare a costo zero i commissari interni per la Maturità.

Non è possibile che l’assunzione dei precari, cosa buona e giusta alla quale però il Governo è costretto dalla Corte di Giustizia Europea, debba essere pagata prima dal taglio degli scatti di anzianità e delle supplenze e adesso anche dalla modifica dell’esame di Maturità“.

Giorgio Allulli, dirigente di ricerca dell’Isfol (Istituto nazionale per lo sviluppo della formazione dei lavoratori) e docente all’università La Sapienza, domanda:

«Che senso ha emanare una direttiva che prevede la valutazione esterna delle scuole, quando nel merito della preparazione degli alunni si torna alla totale auto-referenzialità dei Consigli di classe?»

Intanto è partita una petizione on line per contestare l’iniziativa e invitare il ministro a fare marcia indietro.

Tagli su tagli: non solo dalla Legge di Stabilità

E’ la morte del diritto allo studio. Le borse di studio per gli studenti universitari, i libri di testo, gli interventi per i disabili e le scuole paritarie e gli investimenti per gli autobus rischiano tagli pesantissimi: in base a un accordo preso in Conferenza Stato-Regioni, e ratificato dal decreto legge Sblocca Italia (già in Gazzetta ufficiale), il Fondo integrativo statale viene inserito all’interno del patto di stabilità, mentre fino all’anno scorso ne era svincolato. Con quali conseguenze? Che queste risorse, che ammontano a circa 162 milioni di euro, rischiano di essere dirottate dalle Regioni ad altri scopi.

Come risultato non ci sono risorse per le borse di studio. Su 130.000 borse erogate, potrebbero esserci i fondi per garantirne solo 60.000. Eppure l’Italia è già agli ultimi posti per borse di studio, e ha le tasse più care d’Europa.

Dove sono le scuole sicure? Cittadinanzattiva denuncia crolli in aule dell’Istituto Artistico Selvatico di Padova, del Liceo Peano di Roma e del Liceo Umberto I di Napoli, che solo per pura casualità non hanno provocato feriti ma solo danni. Cittadinanzattiva chiede

al Ministero dell’Istruzione di rendere nota al più presto, entro e non oltre il 15 gennaio 2015 l’Anagrafe dell’edilizia scolastica, così come previsto dalla sentenza del Tar del Lazio (la n. 03014/2014 dello scorso marzo) e la successiva ordinanza del Consiglio di Stato per conoscere davvero le condizioni delle scuole italiane e intervenire in modo mirato e secondo le reali urgenze“.

Condanna per abuso di lavoro precario alle porte. Attesa per il 26 novembre la condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia Europea per la reiterazione dei contratti a termine oltre i 3 anni, in violazione della direttiva comunitaria 1999/70/Ce.

Come ribadisce l’ANIEF, il piano di Renzi, spacciato per riforma, in realtà obbedisce a una imminente condanna.

E non bisogna dimenticare altri 200.000 precari presenti nelle graduatorie d’istituto, le cui speranze di lavoro, con il taglio delle supplenze brevi, sono molto ridotte.

Paura Dispersione: ed elevare l’obbligo? Un dossier di TuttoScuola torna a far parlare di dispersione scolastica: sono 2 milioni e 900 mila i dispersi alle superiori in 15 anni.

Il tasso nazionale di dispersione si aggira sul 17%, ma al Sud supera il 25%, mentre appare lontano l’obiettivo del 10% stabilito dall’Unione Europea per il 2020. Nelle isole il dato sulla dispersione fa davvero paura, 35% in Sardegna e in Sicilia, con Caltanissetta che presenta un 41,7% di dispersione al termine del quinquennio 2009-10/2013-14.

Il costo della dispersione viene stimato dai 21 ai 106 miliardi di euro. Una soluzione possibile? Elevare l’obbligo scolastico.

E scuola-lavoro e digitalizzazione non erano priorità? Infine, non ci sono soldi per l’alternanza scuola-lavoro, che pure secondo il governo deve essere una priorità. Nessuna risorsa aggiuntiva anche per un’altra priorità propagandata da qualche decennio: dotare le scuole di reti internet.

La farsa della “Buona Scuola

Una farsa la consultazione. Intanto, incuranti di queste miserie quotidiane che affliggono la scuola reale, proseguono le tappe della “Buona Scuola“, sia on line sia sul territorio. Il questionario sulla “Buona Scuola“, dice la ministra, ha raggiunto le 500.000 visite.

Già Rino Di Meglio della Gilda degli insegnanti aveva definito “una farsa  la “consultazioneon line: poco trasparente e senza possibilità di vera interazione. Tant’è vero che non appassiona gli insegnanti, non ci sono gli annunciati milioni di interventi, (il personale della scuola conta un milione di addetti e 8 milioni sono gli studenti), neppure dopo l’appello del Primo Ministro:

Vi prego, vi prego, vi prego: riempite il questionario

Una farsa il tour sul territorio. Adesso si manifesta una farsa anche il tour sul territorio, visto che si tratta di conferenze senza nessuna possibilità di contraddittorio, come documenta Carlo Salmaso della tappa della “Buona Scuola” a Padova:

L’ingresso della scuola è sbarrato da funzionari della Polizia e degli Uffici scolastici Regionali e Provinciali, gli insegnanti e gli studenti convocati per il meeting vengono “setacciati” con perquisizione di borse e zaini, viene effettuato un controllo serrato degli accrediti di cui solo alcuni sono in possesso e di cui mai si era fatto cenno nei comunicati dell’USR, polizia dentro la scuola stessa, presidio di ben 4 blindati nelle immediate vicinanze. Una situazione inaudita, impensabile ed ingiustificabile.

Ad insegnanti e studenti che si erano dati appuntamento sperando di poter partecipare per esprimere il loro punto di vista è stato negato l’ingresso perché non in possesso di accredito, anche se l’annuncio predisposto dal MIUR recitava che la riunione era aperta a tutti.

Lo stesso è successo a Palermo, dove la polizia ha caricato gli studenti che contestavano la ministra. La studentessa Maria Occhione denuncia:

E’ gravissimo che all’interno della nostra scuola non ci sia permesso di entrare e partecipare all’incontro. Infatti solo a una ristretta delegazione, munita di pass, di studenti e professori selezionati dalla preside sarà consentito partecipare. Questo per evitare l’imbarazzo del ministro rispetto a eventuali contestazioni degli studenti.

Dopo la batosta elettorale, la ministra torna a parlare

Soldi al “merito” (tutti da dimostrare). Dopo il lancio della “Buona Scuola” la ministra, in silenzio stampa dopo la batosta elettorale, è tornata a fare dichiarazioni. Torna a promettere soldi in più a chi li merita, anche se calcoli dimostrano che il sistema di scatti per “merito” comporta una diminuzione dello stipendio per tutti gli insegnanti, anche i “meritevoli“.

Secondo tali calcoli, saranno numerosi gli insegnanti bravi che non si vedranno riconosciuti da uno fino a 8 anni di anzianità già maturata nella propria fascia stipendiale, e i più penalizzati risulteranno quelli prossimi al passaggio alla fascia successiva.

Con l’introduzione dei nuovi scatti, non sarà riconosciuta ai neo immessi l’anzianità pre-ruolo e ai docenti in ruolo quella maturata nella propria fascia; di conseguenza saranno un’esigua minoranza coloro che a fine attività lavorativa avranno riconosciuti 36 anni di servizio corrispondenti a 12 scatti triennali.

Dal confronto tra i due sistemi emerge che, con lo scatto due trienni sì e un no, un docente di scuola superiore neo immesso in ruolo, al termine dei 36 anni di servizio, perderebbe 1.444 euro netti. Il docente “immeritevole“, invece, perderebbe 7.684 euro all’anno.

E per i docenti non “meritevoli“? Licenziamento. Da Palermo la ministra lancia un messaggio ai docenti meno “meritevoli”:

Ministro, partiamo da qui: gli istituti scolastici devono avere la possibilità di licenziare i docenti inadatti?

«Dobbiamo entrare in un nuovo modello di istruzione che, innanzitutto, dia certezza e stabilità agli insegnanti precari, poi li avvii a una formazione permanente, quindi alla possibilità di essere valutati. La nuova scuola dovrà offrire incentivi a chi merita e si impegna e alla fine, certo, dovrà occuparsi con rigore e severità di chi non fa bene il suo mestiere. Oggi la scuola è troppo sindacalizzata.».

Tra le repliche dei sindacalisti a questo ennesimo attacco gratuito segnaliamo quelle di Marcello Pacifico (Anief):

prima di licenziare i docenti ci sono i dirigenti, i direttori e i capo dipartimento, producono danni alla macchina organizzativa decisamente superiori e senza alcuna conseguenza.”

e di Francesco Scrima, segretario generale della Cisl Scuola:

Piuttosto che licenziare i docenti, si mandi via chi maltratta la scuola”.

La risposta della scuola.

Non partecipare alla consultazione. Una prima forma di protesta del mondo della scuola probabilmente sta tutta qui, nel non partecipare alla consultazione su Piano del governo.

Scioperi e manifestazioni. Per il 24 ottobre Usb, Unicobas e Orsa hanno indetto uno sciopero generale che vuole coinvolgere tutti i lavoratori del settore pubblico e privato per l’intera giornata. Per il 31 ottobre l’Anief indice uno sciopero nel comparto scuola. Cgil, Cisl e Uil indicono per l’8 novembre una manifestazione nazionale a Roma dei lavoratori dei servizi pubblici. Uno sciopero generale dei lavoratori dei settori pubblici e privati, che coinvolgerà anche il comparto scuola, è indetto per il 14 novembre da Cobas e Cub.

Basta rispetto a senso unico. Una novità in campo sindacale viene dalla Uil:

Visto che lo Stato non rispetta gli accordi, anche noi ci sentiamo sciolti dal loro rispetto: non terremo più conto dei limiti previsti per gli scioperi nel settore. Nella Scuola a rischio scrutini ed esami finali, quindi anche la maturità.

petizione #sbloccacontratto. Intanto i sindacati Cgil, Cisl, Uil, Snals, Gilda raccolgono firme per una petizione contro l’abolizione degli scatti di anzianità e per lo sblocco degli stipendi, che sta raccogliendo grande adesione. Si può firmare anche on line.

Una alternativa a Renzi: la LIP. Il 2 ottobre è stata presentata a Roma una vera e propria riforma alternativa al Piano Renzi sulla scuola: un testo, presentato sia alla Camera che al Senato, che ripropone principi, contenuti e metodi della legge di iniziativa popolare “Per una Buona scuola per la Repubblica”, proposta che nelle precedenti legislature non vide la conclusione del suo iter.

#megliolalip. Anche il Comitato per la ripresentazione della LIP sta promuovendo incontri per fare conoscere la legge di iniziativa popolare “Per una Buona scuola per la Repubblica” e propone a chi ha intenzione di rispondere alla consultazione governativa: #megliolalip.

Qualche altro spunto di analisi. Prosegue l’analisi della “Buona Scuola” di Renzi.

Tra le ultime analisi in ordine di tempo è da segnalare l’analisi di Giorgio Mascitelli e l’ampia e documentata intervista di Gerolamo Cardini a Carlo Salmaso. [torna su]

* * *

RISORSE IN RETE

La “Buona Scuola” di Renzi qui.

La Direttiva sulla Valutazione qui.

Questo è il sito Adotta la LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e  la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Appello e “Domande-Risposte” dall’assemblea del “Manifesto dei 500 qui.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su vivalascuola: da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-20a Undaca12, 2012-2013.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola, Gli Asini

Spazi in rete sulla scuola qui. [torna su]

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

Un pensiero su “Vivalascuola. La “Buona Scuola” di Renzi e gli insegnanti: felice il popolo che non ha bisogno di eroi

  1. Pingback: CorrierePL.it – L’insegnante italiano è prevalentemente donna

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