«L’UOMO È BUONO» (2)

L'uomo è buonoLeonhard Frank, L’uomo è buono, Del Vecchio Editore (traduzione e cura di Paola Del Zoppo)

Nel ciclo di cinque novelle L’uomo è buono, Frank mette in scena una lenta e inesorabile presa di coscienza del popolo della necessità della pace. Nel primo racconto, Il padre, un cameriere d’albergo con una avviata carriera si annichilisce nella disperazione per la morte dell’unico amato figlio finché non trova la forza di reagire e di trascinare con sé, a manifestare per strada, donne e vecchi rimasti a casa a vivere la difficoltà della solitudine e dell’abbandono derivanti dalle molte morti sul fronte. Di racconto in racconto – in ognuno una figura centrale che focalizza il dolore e la forza di chiedere la pace – frotte di persone si riversano in strada fino a formare un enorme corteo che comprende idealmente tutti coloro che ritengono di dover gridare a gran voce che la guerra è utile solo a conservare lo stato delle cose e ad aumentare la disperazione.

Estratto da Il padre:

Settecento paia d’occhi di settecento persone cupamente mute fissavano l’oratore. Alle donne, che avevano le pentole vuote, o quelle i cui mariti erano sul campo o già caduti, le guance si erano fatte rosse. La cappa di ferro che da due anni schiacciava tutta l’Europa, evidentemente schiacciava anche questi settecento animali da soma, rattrappiti da dolore e miseria. Un ragazzino aveva preso il piccolo fucile da dietro il pianoforte che stava sul palco, e appoggiandolo alla guancia grigia mirava verso il basso, verso le settecento persone immobili. Tutti guardavano il buco della canna di latta. E fuori, col fucile sulla guancia, stavano milioni di uomini contro milioni di uomini, nella colpa e nel peccato.

Allora Robert spiccò il salto. Fu un salto lento. Si mosse con una sicurezza da sonnambulo verso il ragazzo, gli tolse il giocattolo dalla guancia e avanzò fino al palco. […] – Ecco, questo qui è un fucile. L’ho… l’ho comprato io stesso per il mio unico ragazzo. E con questo ha giocato. Con questo, senza accorgersene, ha estirpato l’amore dal suo cuore. Con questo ha imparato a sparare. Sono io che gli ho insegnato a sparare, che gli ho insegnato a uccidere. Mio figlio è caduto. È morto. Sono io il suo assassino… Orgoglio paterno, brama di gloria, superficialità dei pensieri e abitudine hanno fatto di me un assassino. E però ho solo fatto quello che avete fatto anche voi. Anche tra voi c’è chi ha perso un figlio.

Robert alzò il piccolo fucile sul ginocchio e lo spezzò, e posò con calma i due pezzi ai suoi piedi.
– Questo avrei dovuto farlo quindici anni fa… Lo avete fatto, voi…? Quindi siete anche voi assassini… I nostri uomini e i nostri figli stanno sparando a uomini e figli. E gli uomini e i figli dell’altra parte sparano ai nostri uomini e figli. E ciascuno di quelli rimasti a casa spera: il mio uomo, mio figlio, torneranno a casa. Che muoiano e cadano gli altri! Solo un pazzo può augurarsi qualcosa del genere. Vi chiedo: non è dunque un assassino anche quello che educa un innocente a che lui diventi un assassino, prima di essere ucciso lui stesso? E un innocente così educato, non diventa anche lui un assassino quando uccide un altro innocente ugualmente malconsigliato? Oggi in Europa non c’è più un solo essere umano che non sia anche un assassino…!

Siamo accecati e assassini, perché cerchiamo il nemico fuori di noi e crediamo di trovarlo lì. Ma non l’inglese, non il francese, il russo e per quelli non il tedesco, ma in noi stessi è il nemico. Per questo vediamo in altri uomini il nemico, perché il nemico effettivo è qualcosa che non è presente. La non presenza dell’amore è il nemico, e l’origine di questa guerra. L’Europa intera piange, perché l’Europa intera non sa più amare. L’Europa intera è folle, perché non sa più amare. Non è una follia se gioite alla notizia: «Duemila cadaveri francesi giacciono sul nostro fronte…»? Gli abitanti di Parigi non sono folli quando si rallegrano alla notizia: «Duemila cadaveri tedeschi giacciono sul nostro fronte…»?

Se nostro figlio cade, gridiamo di dolore o di dolore gli occhi si seccano. Ma finché non gridiamo dello stesso dolore quando cade un francese, non amiamo. Finché non sentiamo: un essere umano, che non ha fatto nulla, è caduto e morto, fino ad allora siamo folli. Perché questo uomo, che è caduto e morto, aveva una madre, un padre, una moglie, che gridavano di dolore. Era un essere umano. Voleva tanto vivere ed è morto. Per che cosa? Perché? Noi, i suoi assassini, l’abbiamo lasciato morire perché non amiamo.

Robert, durante il discorso, faceva piccoli gesti con la mano.
[…] – Basta solo amare e nessun colpo partirà più. Ecco allora la pace. Allora siamo bambini sulla nostra terra… Tutto il continente piange. E da questo si riconosce che tutta la terra è capace di amare. Sarebbe tutto senza speranza se l’Europa ridesse perché tutta l’Europa sanguina. Ma in Europa non c’è casa in cui non scorrano le lacrime. Ecco l’amore che piange dagli occhi perché è stato scacciato dal cuore degli esseri umani… Che fareste se in questo istante uno sconosciuto entrasse in questa sala e piantasse la baionetta nel ventre di uno di voi, che non ha mai visto prima? Voi quel folle non lo comprendereste. Ma i vostri uomini e i vostri figli fanno esattamente lo stesso. Anche loro piantano a uomini e figli mai visti prima la baionetta nel ventre, e il trafitto urla e si torce e cade. Che cosa ha fatto lui a vostro figlio? E che ha fatto vostro figlio a quello che gli ha piantato in corpo la baionetta? Avete mai immaginato in che modo il vostro giovane figlio, che anche lui avrebbe voluto tanto vivere, tanto, ha dovuto morire…?

Ragazza, pensa all’ultimo sguardo del tuo fidanzato, che ferito e assetato nella calura estiva penzolava dal filo spinato. Immagina il suo ultimo terrificante sguardo.
– Donna, – disse Robert a una che impallidiva, e i settecento lo sentirono, nel silenzio tombale, – che ha fatto tuo marito, che tu amavi, che ti ha dato il pane e i figli, a quello che gli ha piantato la baionetta nel ventre?
La donna emise un lamento e la sua testa si piegò sulla spalla della vicina.
– Gli uomini sono folli, davvero e veramente folli, perché hanno dimenticato l’amore. E poiché hanno dimenticato l’amore credono che tutto debba essere come è… Il nostro popolo, come vediamo, si compone solo di mutilati e bambini, donne e vecchi mal ridotti. Se si andassero a raccogliere sui campi di battaglia le braccia e le gambe amputate, le membra staccate, i milioni di corpi straziati tra i quali anche quelli dei vostri figli e mariti, e li si gettasse sulle vostre strade, davanti ai vostri occhi, direste ancora: «Adesso bisogna rassegnarsi?», o finalmente sareste pronti ad amare, qualunque cosa accada? Capireste finalmente che coloro che vi impediscono di amare sono i vostri nemici? Nemici dell’uomo! Nemici del popolo…!
Le parole di Robert si fusero con le parole ripetute da cento voci: – Tutto è perduto! Non abbiamo più nulla da perdere! Nulla! Nulla!

La notizia si era già diffusa, quando attraversarono le strade. Davanti a tutti il cameriere, senza cappello, nel suo smoking macchiato, il tovagliolo in mano. – Vogliono fare la pace. Quelli vogliono fare la pace! Le commercianti, orfane dello sposo, abbandonavano il banco e si univano al corteo. Due pulitori di vetrine, avanti negli anni, abbandonarono le scale sulle quali stavano lavorando, per unirsi anche loro. Il manovratore del tram elettrico sentì la parola “pace”, saltò giù dalla vettura e si unì. I viaggiatori si unirono. In pochi minuti la massa si era triplicata, e si decuplicò quando Robert, giunto alla piazza si arrampicò sulla fontana e parlò. La sua bocca stagliava contro il cielo le chiare lettere della sua ultima frase: – La scure è già stata piantata nella radice. Perciò l’albero che non dà buoni frutti viene abbattuto e gettato nel fuoco. C’era lì una giovane donna, che non faceva altro che sorridere e ripetere “pace”. Forestieri che giungevano dalla stazione dimenticavano tutto e si univano alla folla che avanzava, infiammati di certezza. Uno squadrone in licenza, in divisa da campo, il fucile di sbieco sulle spalle e negli occhi l’orrore del campo di battaglia, si unì. Vecchie nonnette riuscivano a malapena a tenere il passo. Ai bambini il viso si faceva affilato per la sorpresa e capivano che stava succedendo qualcosa di grosso. A un vecchio sergente di polizia col pizzetto grigio e al braccio destro il nastro a lutto, gli occhi brillarono di esaltazione e si unì. Gente che camminava nella direzione opposta, incontrato il corteo, si voltava infervorata. I ciclisti volavano per le strade gridando: – Quelli vogliono fare la pace. – Le osterie si svuotarono. Le officine e i cantieri si svuotarono. Cinghie e alberi di trasmissione si fermarono. Una compagnia di soldati in servizio armato fu trascinata via. Canti d’amore risuonavano a tempo di marcia. Gli ammalati scesero dai letti e si trascinarono alle finestre. File chilometriche di donne che si muovevano in obliquo si spinsero una sull’altra per entrare nel corteo. Un ventenne, spirito ed esaltazione sulla fronte, sbucò fuori da un vicolo pieno di gente, si gettò sul cameriere, lo baciò. E il suo sguardo di fuoco spalancò i cuori. La città intera era risorta e gridava una sola parola: Pace! La parola si fece un canto potente di migliaia di voci.

Notizie sul volume:
ISBN: 9788861101067 | Pagine: 336
Traduzione: a cura di Paola Del Zoppo

L’origine del male e L’uomo è buono vengono scritti ed elaborati nel primo anno della Grande Guerra. Leonhard Frank non cede alla mitizzazione del progresso, della potenza, dell’organizzazione e della necessità della guerra e decostruisce, nelle sue novelle, i percorsi che hanno portato alla tragedia: la tendenza alla sopraffazione e la propensione all’adattamento, alla conservazione dello stato delle cose per timore della sofferenza, il pessimismo. In L’origine del male Anton Seiler, un poeta messo a dura prova dagli eventi della vita eppure ancora fedele ai propri ideali, sente la necessità enigmatica di tornare nella sua città natale, dove incontra per caso il suo sadico maestro di scuola. Un tentativo di riconciliazione si trasforma in delitto, e il poeta viene arrestato. Rischia la pena di morte. Sarà lo svolgimento del processo a farci conoscere la vera origine del crimine e le sue conseguenze. L’uomo è buono è un ciclo di cinque novelle: in ognuna un protagonista ci trasporta nella sua visione della guerra e della sofferenza. La sciagura e il dolore, mascherati da onore e sacrificio, vengono qui svelati in tutta la loro indigesta oggettività. La narrazione scoperchia il vaso di Pandora per affrontare la realtà dei mali uno a uno, in un energico slancio verso la reazione, verso l’ottimismo e la presa di coscienza della forza del singolo, perché “l’uomo potrà essere e sarà umano quando non sarà più costretto all’inumanità”.

Leonhard Frank nasce a Würzburg nel 1882 da una famiglia umile. Frequenta la severissima scuola evangelica, in una regione e una città di storia e cultura radicalmente cattoliche, e dopo il diploma di artigiano si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Monaco per diventare pittore. Nel 1910 interrompe la propria formazione per recarsi a Berlino. Frank è una presenza costante nei Caffè e nei circoli artistici, ma non vuole essere parte di nessuna cerchia: ritiene che ogni sistema sia finalizzato al mantenimento del potere e che in ogni cerchia si rischino dinamiche di sopraffazione. Riconosciuta la propria vocazione, dopo alcuni brevi racconti, dà alle stampe il suo primo romanzo, che vince subito il Premio Fontane. “Pacifista della prima ora”, si rifugia in Svizzera durante la Prima Guerra Mondiale, dove stringe amicizia con Álvarez del Vayo e frequenta gli artisti del Dada e gli scrittori engagé. Tornato in Germania, è controllato dal regime nazionalsocialista e costretto di nuovo all’esilio. Nel 1933 si sposta in Inghilterra, poi in Francia, dove viene internato nei campi di lavoro, poi finalmente riesce a fuggire in America nel 1940. Si stabilisce a Hollywood, scrive per la Warner Bros e frequenta Thomas Mann, Franz Werfel e gli intellettuali tedeschi ormai di casa in California. Infine si sposta a New York e poi torna in Germania, nel 1950. Ma l’accoglienza non è gloriosa quanto meriterebbe, e decide di spostarsi a Berlino Est, dove può contare sull’apprezzamento dell’amico Johannes Becher. Muore a Monaco nel 1961.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...