Sorridi, respira e vai piano

Chitarra 2
di Elisabetta Bordieri

Curioso come i pensieri a volte riescano a districarsi apparentemente senza conseguenze rovinose in policrome vie lascive e poi si riammassino violentemente dando vita a tanti piccoli grumi di fango opprimenti ma risolutivi, senza dare nemmeno modo di chiedersi come si siano coagulati. Ma questo Caterina lo avrebbe colto solo dopo il risveglio e a distanza di qualche ora. Provò ad alzarsi prima del trillo della sveglia quella mattina per riservare un tempo elusivo a un monastico cappuccino fatto in casa ma, soprattutto, per consacrarsi con dovuta cura a una doccia per ripulire dalle tossine della noia gli spazi angusti di un’energia ormai in disuso. Ignorando la carezza del semplice getto d’acqua, ma confidando nel fragore famelico di uno scroscio impetuoso di pioggia, aprì il rubinetto per lavare quel torpore che da mesi l’accompagnava. Quasi improvviso, un leggero mal di testa la costrinse a sostenersi poggiandosi contro la porta scorrevole di vetro. Vacillando appena, si piegò sulle gambe per non cadere e poggiò la fronte sulle ginocchia. Il malessere aumentò e Caterina avvertì come un un’attrazione elettrostatica, un legame metallico, una pressione appena sufficiente a determinare un cambiamento di fase della materia. Cercando di seguire il percorso serrato dell’ansia che la stava bendando, guidò con una tecnica di rilassamento il livello di concentrazione verso una corsia preferenziale per permettere al suo corpo di allentare la tensione. La percorse fino in fondo, si tirò su di scatto frastornata e chiuse il rubinetto, codificò il dolore, in un flash riavvolse i pensieri e li indirizzò verso un’uscita sicura. Lasciò dentro il box della doccia l’avatar di se stessa, dedicò un nulla al passaggio della vestizione, mise in tasca la chiavetta internet, infilò la porta e poi la macchina e, come in preda all’acme di un processo morboso, schizzò via a velocità decisamente troppo elevata. Arrivata, si precipitò sul tasto del videocitofono dell’edificio. Una voce metodica e scostante accolse la sua, affannata e impaziente.
«Salve, desidera?»
«Sì, scusi può aprirmi il portone? Non ho un appuntamento ma sarebbe urgente»
«Urgente, certo. Il direttore è impegnato in questo momento.
«Lo immagino, se magari può avvisarlo che sono qui»
«Vedo cosa posso fare. Chi devo dire?»
«Caterina»
«Caterina e poi?»
«Caterina può bastare. Posso salire nel frattempo?»
«D’accordo, le apro»
«Eccomi, permesso, posso?»
«Prego, ho avvisato il direttore del suo arrivo, si accomodi, dieci minuti e sarà ricevuta, signora Caterina»
«Sì, grazie, dieci minuti, mi accomodo il tempo di riacquistare il giusto ritmo del processo di scambio dei gas tra organismo e ambiente esterno»
«Scusi?»
«No, nulla, volevo dire che riprendo fiato e aspetto qui»
«Ciao Cate, ma che ci fai qui?»
«Volevo vederti e non chiamarmi Cate, sai che non sopporto i diminutivi»
«Eccomi, mi stai vedendo, no? Che muso lungo, dai, sorridi, santo cielo! Entra, vieni»
«Scusa se ti piombo così in studio. In ogni caso è sempre un piacere vederti e anche fare anticamera»
«Puoi passare quando vuoi, lo sai, sei sempre la benvenuta e ti faccio notare che non hai fatto anticamera»
«Miss Simpatia di là non sembra pensarla come te, e comunque aspettare è fare anticamera»
«Hai questa pessima abitudine di chiosare con sarcasmo su tutto. Allora dimmi, cosa ti ha fatto catapultare all’improvviso dal tuo agente? Hai deciso?»
«Sì, ho deciso. Ero lì sotto la doccia e ho deciso»
«La doccia porta consiglio allora, c’è da cambiare il proverbio»
«Ti capita mai di vedere chiaro tutto a un tratto e di venire fuori da situazioni di stallo in un batter d’occhio, con annessi dolori fisici?»
«Non saprei ma direi che è un bene, e visto che sei qui ti illustrerei subito la copertina di lancio della nuova rivista. Ho la bozza qui da qualche parte, io mi sono già fatto un’idea riguardo lo spazio di cui dovresti occuparti, vedrai che l’impaginazione è ottimale. In ogni caso credo che con due cartelle a settimana te la puoi cavare, e ci stiamo dentro sia con i tempi che con i compensi, senza tralasciare l’impegno della rubrica per la quale hai sempre lavorato fino a oggi sul vecchio giornale»
«Ascolta, non è questione di nuovo o vecchio, è che io non posso più continuare così.»
«Ah! E cosa intendi, scusa?»
«Che in questo modo non riesco a esprimermi come vorrei»
«Continuo a non capire»
«Non posso più continuare con questa farsa, intendo»
«Farsa? Quale farsa?»
«Quella di cui parlavi»
«Ma cosa vai dicendo? Di cosa parli? Ma come ti esprimi? Far parte della redazione di un periodico ed esserne uno dei giornalisti di spicco tu la chiami farsa? Cate ti prego, non metterti a fare la ragazzina testarda!»
«Non faccio parte di nessuna redazione. Ti ricordo che sono solo una collaboratrice esterna e non è questione di testardaggine e non chiamarmi Cate»
«Ascolta, qui stiamo parlando di soldi, e non pochi. Soldi tuoi ma anche miei. Se guadagni tu guadagno io, e ci stai sputando sopra e alla grande. Ho lavorato a questo progetto con dedizione e sangue per te e per me, e tu ora stai buttando tutto alle ortiche, inclusa la possibilità di diventare caporedattore di una nuova testata che, stando alle previsioni, sarà a breve una delle riviste più in voga e più vendute in edicola. Hai ragione, non è questione di testardaggine ma di ottusità!»
«Se mi lasciassi spiegare…»
«Cosa devi spiegarmi? Conosco bene i tuoi sermoni sul rispetto, sull’onestà, sulla coerenza, dai quali francamente pensavo e speravo tu fossi fuori ormai, rifilali a chi ti non ti conosce, a me risparmiali, ti prego, Ca-te-ri-na»
«Dimentichi che sono una scrittrice di romanzi, non di riviste»
«Ma certo! Solo che con le riviste ci mangi mentre la maggior parte dei tuoi bei romanzi marcisce nel cassetto. Quanti ne hai pubblicati, no dimmi, quanti?»
«Non capisco questa tua reazione e comunque, visto che non c’è possibilità di dialogo, io andrei»
«Fantastico! E quale reazione ti aspettavi? Un pat pat amico sulla spalla? E quale pensi sarà quella dell’editore al quale ho già dato la mia parola, peraltro dicendo che avresti accettato il nuovo incarico?»
«Tu hai dato la tua parola all’editore? E senza consultarmi?»
«Pensavo di conoscerti»
«Beh, lo pensavo anch’io»
«Senti, proviamo a resettare, così non otteniamo niente, e riprendiamo dall’inizio. Fammi capire bene»
«Cosa?»
«Dicevi che non puoi. Cosa non puoi?»

Accidenti, doveva consegnare la bozza entro un mese, accidenti, accidenti, accidenti!
”Dicevi che non puoi? Cosa non puoi?”
Era bloccata a queste due domande. Già, cosa non poteva fare Caterina, e soprattutto perché? Aveva scritto fiumi di pagine fino a pochi mesi prima e ora era ferma da tempo sullo stesso capitolo. Scriveva e cancellava. Scriveva e cestinava. Ma non era indisposizione creativa, né panico da mancata ispirazione. Era altro, qualcosa che non riusciva a spiegarsi legato a un turbamento psicosomatico, una sorta di vertigine, un malessere strano, una sindrome di Stendhal rivisitata, un disturbo bipolare. Era arenata dentro quel vago senso di irrealtà ma doveva trovare il modo di placare quell’alternarsi tra eccitamento e inibizione del suo stato mentale. Doveva finire il libro entro i termini stabiliti dal contratto o si sarebbe ritrovata i sicari del suo agente, o peggio dell’editore, alle porte. E ora anche il campanello di casa, chi diamine poteva essere? Sperando che non fosse lui, aprì. Speranza che si sbriciolò all’istante. Con un sorriso artefatto e mellifluo tentò un approccio.
«Oh, tu, ciao, che ci fai qui?»
«Che accoglienza ragazzi. Senza preavviso intendi?»
«Beh sì, lo sai che vado di corsa e che devo…»
«”Scrivere perché ho l’editore” etc etc, conosco l’antifona»
«Allora possiamo rimandare»
«Se sono passato significa che non possiamo rimandare»
«D’accordo, entra ti preparo un caffè»
«Amaro, grazie»
«Sai che non sopporto le precisazioni inutili»
«Non lo è infatti, ti ricordavo solo una mia abitudine»
«Che conosco da secoli, sai com’è»
«Pochi mesi non fanno secoli»
«In alcuni casi fanno millenni. Allora, cosa dovevi dirmi?»
«Volevo sapere se ci hai pensato»
«Dobbiamo parlarne proprio ora?»
«Non c’è mai un momento giusto per te»
«Non è semplice, io… io avrei deciso… ho deciso che non posso»
«Non puoi? Che risposta è non posso?»
«L’unica che posso darti»
«Ma di cosa parli? Ti dispiacerebbe dirmi meglio?»
«Scusa ma devo prima mettere giù un’idea per il romanzo che ho in testa altrimenti poi si perde, vado al computer a scrivere»
«Ma dove vai?»
«Di là, mi sbrigo e torno»
«Dicevi che non puoi. Cosa non puoi?»

«Scrivere per questo genere di riviste, nuove o vecchie che siano, scrivere quelle che tu definisci due cartelle a settimana»
«Vogliamo dire tre?»
«Non è questione di numeri»
«Di che allora?»
«Di respirazione»
«Non iniziare con i tuoi trip mentali»
«Scrivere è respirare. Il nostro caro editore vuole che io butti giù due o tre pagine su quel giornale per raccontare che? Sai bene che potrei scrivere poemi di cosa penso e di cosa sento e di cosa vedo, che potrei scrivere enciclopedie e non due righe per le solite rubriche di emozioni e sensazioni, di amore, cuore e dolore, e di tutto ciò che è abusato e sfruttato. Lui vuole una semplicità che rasenti la banalità e non mi interessa. O viva morte, o dilettoso male, come puoi tanto in me, s’io nol consento? Lo dice pure il Petrarca. Scrivere è educare parole, strutturare personaggi, articolare dialoghi, impegnarsi in ricerche, rispettare la grammatica, è recuperare la sottigliezza e l’acutezza della scrittura, la complessità delle sue armonie, e solo così ‘l naufragar m’è dolce in questo mare»
«Scomodi anche il Leopardi ora? Comunque il tuo meccanismo respiratorio mi sembra alterato, prevedo affanno, cefalea e ipertensione.»
«Quando scrivo è come se mi trasformassi in un leggero macigno, in una nebulosa luce, in un agonizzante alito»
«Mi fai ridere»
«Sì, me ne sto accorgendo dalle tue risposte caustiche»
«Usi termini in contrasto tra di loro, incompatibili. Non te ne rendi conto ma sei dentro un’antitesi continua»
«Bravo, sì, direi dentro un ossimoro. Una sorta di variante dell’antitesi»
«Ossignore! Vuoi tenere una lezione sulle figure retoriche ora, Cate?»
«Figure di pensiero in questo caso, per la precisione, cioè una categoria di figura retorica. Sensibilità poetica. E io mi chiamo sempre Ca-te-ri-na. E non è un caso»
«Ma quale caso, cosa dici?»

«Eccomi, sì, dicevamo?»
«No, non dicevamo, ma tu dicevi che non puoi»
«Ah sì, non posso, non posso vivere senza picchi di elasticità»
«Senti, stai parlando con me, non stai scrivendo uno dei tuoi almanacchi, usa termini semplici che possa capire»
«Si chiamano libri, li-bri, non almanacchi. Ok, come vuoi, termini semplici dici, allora ti dico che io non me la sento di andare avanti»
«Troppo semplici così. Comunque, se è di tempo che hai bisogno per pensarci su…»
«Il tempo passerebbe peggiorando la situazione. Io ho bisogno di stimoli, di pelle e di idee, e con te è calma piatta»
«Ah ecco. Diretta e chiara»
«E onesta. Hai detto semplici»
«Credevo volessimo tutte e due la stessa cosa»
«E’ qui che ti sbagli, è che tu vuoi condividere anche l’aria, e io credo che la condivisione a tutti i costi sia una grande bufala»
«E come pensi di vivere allora un rapporto a due?»
«Non vivendolo nella platealità delle emozioni, esasperandole come fai tu»
«E io farei questa cosa che hai detto?»
«Lascia perdere, non sai nemmeno di cosa sto parlando»
«Ascolta…»
«No, ascolta tu, ora io devo lavorare. Ti prego di uscire»
«Ok vado, ma ripensaci»
«Non credo, e forse non è un caso»
«Cosa?»
«Che siamo sulla porta e definitivamente»
«Ma quale caso, cosa dici?»

«Sai cosa dice De Gregori?»
«Passi da citazioni letterarie a quelle leggere con troppa facilità»
«E’ comunque poesia»
«Sentiamo allora questa poesia»
«Dice, anzi canta: e la vita Caterina, lo sai, non è comoda per nessuno, quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo. Devi rischiare la notte, il vino e la malinconia, la solitudine e le valigie di un amore che vola via. E quanti mascalzoni hai conosciuto e a quanta gente quante volte hai chiesto aiuto, ma non ti è servito a niente»
«Fermati, concludo io, aspetta aspetta… come fa? Ah sì, così: Caterina questa tua canzone la vorrei veder volare sopra i tetti di Firenze per poterti conquistaaare»
«Sei stonato come una campana, ma almeno hai allentato i toni»
«Ma veramente dicono che centrare un tono costruendo una campana è assai più complicato che in altri strumenti, ma non per questo impossibile»
«In altre parole saresti intonato?»
«Potrei esserlo e, comunque, capisco un giro sui tetti di Firenze, ma dedicare una canzone a una che si chiama Caterina… »
«La tua dolce mordace ironia»
«Non ricominciare con gli ossimori maledetti»
«D’accordo, però hai ragione, è un nome particolare di sicuro, che non si presta facilmente a un testo e, per l’appunto, avrei una cosa da farti leggere, come ti dicevo prima non è un caso. Ero passata anche per questo»
«Per l’appunto cosa? Quale caso? Di che si tratta?»
«Guarda da te, tieni»
«Una chiavetta, cosa c’è dentro?»
«I primi capitoli del mio nuovo romanzo»
«E’ complicato, lo sai, non è un momento favorevole per le vendite»
«Lo so»
«Non si campa con i romanzi. In Italia sono pochi quelli che vivono di scrittura e dei quali si possa dire che il loro mestiere sia lo scrittore, quello e solo quello»
«So anche questo. Ti ho detto di leggerlo, non di darmi un acconto»
«I primi capitoli hai detto… ok, quando è finito mandami il tutto per mail»
«No»
«No cosa?»
«Non c’è un tutto, sono ferma da mesi e non riesco ad andare avanti»
«Blocco dello scrittore?»
«No, ansia da agente rompiscatole. Ma ti chiedo di leggere solo l’incipit ora»
«Ma ora?
«Sì»
«Dammi qui, accidenti»
«Ecco, inizia proprio così ”Accidenti…”, leggi!»

Accidenti, doveva consegnare la bozza entro un mese, accidenti, accidenti, accidenti!
”Dicevi che non puoi? Cosa non puoi?”
Era bloccata a queste due domande. Già, cosa non poteva fare Caterina, e soprattutto perché? Aveva scritto fiumi di pagine fino a pochi mesi prima e ora era ferma da tempo sullo stesso capitolo. Scriveva e cancellava. Scriveva e cestinava. Ma non era indisposizione creativa, né panico da mancata ispirazione. Era altro, qualcosa che non riusciva a spiegarsi legato a un turbamento psicosomatico, una sorta di vertigine, un malessere strano, una sindrome di Stendhal rivisitata, un disturbo bipolare. Era arenata dentro quel vago senso di irrealtà ma doveva trovare il modo di placare quell’alternarsi tra eccitamento e inibizione del suo stato mentale. Doveva finire il libro entro i termini stabiliti dal contratto o si sarebbe ritrovata i sicari del suo agente, o peggio dell’editore, alle porte.

«Ma parla di te, e anche di me, come se fossimo dentro il libro ora»
«Ma siamo dentro il libro. Un libro nel libro»
«Come ne La Storia Infinita di Ende»
«Esatto, come nel mondo di Fantàsia di Bastiano e Atreiu, saper infrangere la barriera che divide lettore e personaggio, annullare il confine tra realtà e finzione, perché la fantasia non è capacità di immaginare, non è un rifugio comodo, è un’attività della mente, è patrimonio di conoscenze e culture»
«Ho capito, ho capito. Finisci il romanzo e portami il testo grezzo per l’editing»
«Dici sul serio? E il nuovo incarico e la rubrica?»
«Pensa a scrivere quello ora, me la vedo io con l’editore, sempre che esca vivo dall’incontro»
«Grazie»
«Lascia stare i ringraziamenti. Se avrai bisogno di soldi non venire a bussare alla mia porta. So che sarà una perdita in termini economici, ma è una sfida con me stesso a questo punto»
«Nulla è più potente di una grande sfida. Quel che non mi uccide, mi rende più forte, diceva Nietzsche»
«Lascia riposare Nietzsche dov’è, io so solo che forse me ne pentirò, probabilmente sarà un fallimento, magari tenterò di annegarti sotto la tua doccia ispiratrice. Meglio che tu esca dal mio studio ora e che te ne vada a casa, ho bisogno di respirare, respirazione intesa come funzione biologica, non come scrittura»
«Ciao, io vado allora, e come dicono i buddisti ”sorridi, respira e vai piano”»
Fine

L’editore posò il manoscritto sulla scrivania. Rimase pensoso qualche istante giocherellando con gli angoli delle pagine.
L’agente aspettava una reazione, un commento che, puntuale, arrivò.
«Mi sembra buono»
«Allora ti è piaciuto?»
«Sì, l’idea del libro nel libro è interessante. Mi piace che il lettore si trovi spiazzato con questa alternanza tra autore e protagonista. Un intreccio che prende»
«Bene, allora ti mando l’autrice per i dettagli»
«Aspetta, prima fammelo rivedere bene. Come dicevano i buddisti? Sorridi, respira e vai piano»

6 pensieri su “Sorridi, respira e vai piano

  1. Sempre troppo breve… Accidenti!…
    Mi ha colpito molto il linguaggio maturo e morbido, efficace e poetico…😉
    Proprio bello

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  2. Brillante e ficcante, brava Elisabetta. E ho apprezzato moltissimo la descrizione iniziale, che precede i dialoghi. Fa “essere lì”. Centro.

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  3. Sapevo che eri tu che scrivevi…ma forse ti avrei riconosciuto lo stesso. La libertà intellettuale prima di tutto. Come al solito creativo…si aspetta di sapere come va a finire. Bello! Brava!

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