Guido Michelone intervista Boris Savoldelli

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A tu per tu con il grande cantante tra poesia, suono e musica sperimentale

Boris Savoldelli è oggi forse il maggior cantante sperimentale sulla scena italiana e tra i migliori a livello cosmopolita, tant’è che per lui ormai non si contano quasi più le collaborazioni prestigiose, per esempio con musicisti statunitensi del calibro di Elliott Sharp o Marc Ribot. E ancora americano è il partner per una nuova recentissima avventura discografica, ovvero Electric Bat Consipracy con il chitarrista Garrrison Fewell uscito per la Creative Nation Company. Ce ne parla lo stesso Savoldelli in quest’intervista in esclusiva per La Poesia e lo Spirito.

Boris, vuoi parlarci di questo tuo nuovo disco?
Con grande piacere. È un lavoro a cui tengo tantissimo. Uno dei motivi è certamente la collaborazione con un musicista della qualità di Garrison Fewell che conoscevo di fama ma col quale, purtroppo, non avevo mai avuto occasione di registrare. E poi perché avevo voglia di pubblicare un nuovo cd che fosse diverso dai precedenti che, come sai, (a parte il capitolo molto sperimentale rappresentato di Protoplasmic con Elliott Sharp), erano lavori in voce solo. Questo nuovo album, invece, rappresenta un Boris diverso, meno “prima donna” e performer d’effetto e più musicista d’insieme, con un aspetto intimista e quasi “sotto le righe” che mi capita raramente di interpretare. Ho cercato di seguire quell’espressività così cristallina e minimalista di cui Garrison è grande interprete per utilizzare la mia voce in modo totalmente diverso dai vecchi album, quasi in una modalità dialogante con chi mi ascolta, e credo, senza falsa modestia, di esserci riuscito. Ti confesso che lavorare con Garrison è stato molto difficile, ancorché estremamente eccitante. Lui non concede mai nulla di più dell’essenziale, e ha un approccio alla musica molto diverso dal mio, che invece tendo spesso a fare molto, in termini di arrangiamenti sia vocali sia timbrici. Insomma, è stata una sfida importante di cui sono orgoglioso. Spero che anche il pubblico apprezzerà questa nuova sfaccettatura della mia vocalità e questo inedito duo.

Come nasce la collaborazione con Garrison Fewell?
Nasce in modo molto semplice e naturale. Ormai due anni e mezzo fa, durante un mio concerto in un festival tenuto in un piccolo paese della bergamasca, scopro con piacere che tra il numeroso pubblico ci sono gli amici Luciano Rossetti (bravissimo fotografo jazz e co-fondatore della Phocus Agency, storica agenzia fotografica italiana), Livio Testa (mai dimenticato direttore artistico per anni di Clusano Jazz) e, con loro, proprio Garrison Fewell, che aveva sentito parlare di me ma non era mai stato a un mio concerto. Terminato lo spettacolo, siamo andati a berci qualcosa tutti insieme e Garrison ha avuto parole di grande apprezzamento per la mia musica e per il mio stile certamente non convenzionale. Da lì abbiamo iniziato uno scambio di e-mail e un paio di incontri che ci hanno portato a condividere l’idea di rinchiuderci in studio di registrazione per un paio di giorni senza nulla di predefinito e vedere se ne fosse uscito qualcosa. E cosi è stato visto che, in un paio di giorni, ci siamo trovati con tanto di quel materiale da poter pubblicare almeno due dischi!!

A parte tre standard e una rock cover, gli altri sono tutti pezzi vostri: come avete lavorato alla composizione?
Per tutti i brani, nostri e d’altri, ci siamo mossi in modo molto naturale, nel pieno stile del jazz e di quel rock che amo molto (quello tra la fine degli anni ’60 e gli inizi dei ’70 per capirci), abbiamo jammato a microfoni aperti fino a che non ci siamo resi conto che la strada che stavamo percorrendo portava a qualcosa. In questo dobbiamo (e io voglio sempre ricordarlo) moltissimo a colui che ormai è il mio compagno di scorribande musicali da quasi dieci anni, Piero Villa dello studio di registrazione Rumore Bianco. Il suo approccio, infatti, è quello di mettere i musicisti in sala facendoli sentire a loro agio nel migliore dei modi possibili, microfonando tutto (spesso con microfoni e modalità molto anticonvenzionali) e lasciando che i musicisti esprimano loro stessi registrando sempre e comunque ogni nota e rumore. La sua capacità innata di cogliere i momenti migliori e capire quando invece non si sta andando da nessuna parte è fondamentale in questo processo compositivo. Suonando, quindi, tante ore (direi almeno 10-12 ogni giorno) e provando diverse combinazioni, abbiamo creato sia gli arrangiamenti dei brani non originali, sia la composizione dei nostri. Utilizzando questa tecnica, peraltro, una volta individuata la modalità espressiva più efficace, abbiamo registrato il brano, nella peggiore delle ipotesi, alla seconda take, consentendo ad ogni brano di avere una freschezza e una naturalezza impossibile utilizzando processi diversi di registrazione (overdubbing, click, sequenze ecc). Le sovraincisioni sono davvero pochissime, e praticamente tutta l’effettistica che si ascolta sulla mia voce è stata inserita e controllata in tempo reale da me, grazie a una serie di artifici di registrazione live in studio che Piero ha da anni approntato per registrare il mio materiale. A volte i brani sono nati da una melodia, altre volte da un’immagine che abbiamo codificato insieme (per Electric Bat Conspiracy, per esempio, ci siamo immaginati una caverna piena di pipistrelli), a volte da un film che abbiamo scoperto di amare entrambi (è il caso di No Evil in Prison che nasce dall’amore per il capolavoro di Jim Jarmush Down by law o Daunbailò come pure viene scritto). Altre volte, come nel caso di Round Circle, nasce da un giochino ritmico che Garrison ed io abbiamo iniziato a picchiettare sul banco di regia dello studio durante una delle mie tante pause caffè. Come vedi ogni cosa può essere un buon punto di partenza per scrivere

Tu in particolare come lavori sui testi che devono poi esprimere la tua voce?
Io, contrariamente a quanto spesso accade per i cantanti, non ritengo di essere un grande compositore di liriche, ed è per questo che mi sono sempre fatto aiutare da altri (nei miei due album in voce solo ho avuto la preziosa collaborazione del cantautore Alessandro Ducoli). Solitamente, infatti, mi dedico anima e corpo all’aspetto ritmico, melodico e dell’arrangiamento vocale. Da sempre ritengo che il ruolo del cantante come mero esecutore della parte melodica, sia terribilmente limitante, ed è per questo che sono molto orgoglioso quando mi definiscono voce-orchestra, proprio a rimarcare la mia predisposizione all’uso della voce come vero e proprio strumento. Per questo disco, contrariamente a quanto accaduto in passato, ho deciso di scrivere di mio pugno il testo di No Evil in Prison (di cui sono molto soddisfatto) proprio perché mi sono ispirato ad uno dei miei film preferiti (sono un avidissimo cinefilo). Round Circle l’ho scritto come fosse uno sketch ritmico più che un testo ma è ironico come piace a me. Whisper Sister, invece, è la mia interpretazione estemporanea di una bellissima poesia scritta proprio da Garrison Fewell e che mi aveva mandato tempo prima.

Ci sono anche poesie del grande musicista free jazz Sun Ra, come le hai scoperte?
Le ho scoperte proprio grazie a Garrison. Lui è un grandissimo estimatore (come del resto lo sono anch’io) di Sun Ra. Io ne conosco in modo piuttosto approfondito la musica, ma sapevo davvero pochissimo sulla sua filosofia e sui suoi scritti. Nei mesi precedenti alla registrazione, Garrison mi ha mandato delle poesie di Sun Ra e dei suoi scritti che ho trovato spesso illuminanti. La scelta di mettere stralci delle sue poesie l’ho trovato un passaggio assolutamente naturale, soprattutto nel brano in cui si possono ascoltare, che ha un’atmosfera etera e sognante proprio come le poesie stesse. È musica in parole sulla musica suonata. E la cosa divertente, nel brano in questione, è in qualche modo lo stravolgimento dei ruoli, visto che ho chiesto a Garrison di leggere le poesie (un ruolo da cantante), mentre io “suonavo” varie parti con la mia voce senza declamare alcuna lirica. Un concreto esempio di voce strumento.

Che cos’è per te la voce?
La mia vita. Sembra banale ma non saprei proprio come definirla in altro modo. Chi mi ha seguito un poco, in questi anni, sa che sono un “outsider tardivo”, nel senso che ho deciso di fare musica professionalmente solo dal 2008, a più di 35 anni di età. Intendiamoci, ho iniziato con la musica giovanissimo, studiando il pianoforte da quando avevo circa 8 anni e proseguendo poi con lo studio della tromba fino ad arrivare alla passione per la voce a circa 14 anni. Ma nonostante tutto non ho mai fatto musica professionalmente, laureandomi ed iniziando a lavorare nel mondo della cooperazione sociale. Ho sempre fatto musica, ma più studiandola che facendola. La svolta è arrivata alla fine degli anni ’90, quando ho incontrato di persona il grande Mark Murphy (mio idolo dall’età adolescenziale) che mi ha spronato a entrare seriamente nel mondo della musica. Da lì, la folle scelta di fare il musicista “sul serio” a più di 35 anni. Da allora ogni concerto, ogni tour (in questi giorni sono tra Hong Kong e la Cina da cui rientrerò a breve per ripartire per la Corea del Sud e poi per la Russia), ogni cd è un dono di cui sono immensamente orgoglioso e felice.

Quali sono le voci di cantanti (anche lirici, classici, pop, jazz, rock, folk) che ammiri di più del presente e del passato?
La lista rischierebbe di essere kilometrica. Cerco di risponderti in ordine sparso. Senza dubbio Mark Murphy è il cantante che più di tutti mi ha influenzato e, avendoci studiato per parecchio tempo, più di tutti mi ha dato grandi insegnamenti. Ma non posso dimenticare il mai abbastanza compianto Demetrio Stratos, al quel dobbiamo il merito di aver cercato, forse per primo, di utilizzare la voce come fosse uno strumento. Poi Bobby McFerrin, un altro grandissimo che ha spinto più in là la voce. Al Jarreau, soprattutto quello degli inizi (prima della svolta pop anni ’80 che non ho mai amato); Jon Hendricks (l’unico credibile quando canta i solos di Coltrane); Nat King Cole con la sua perfezione formale e il timbro unico; il mio adorato Rat Pack, nelle persone di Frank Sinatra, Dean Martin e il fantastico Sammy Davis Jr (che scandalosamente in pochissimi ricordano); Ella Fitzgerald e la sua perfezione assoluta nello scat; Billy Holiday e la sua capacità di colpire i sentimenti; “Little” Jimmy Scott con quel suo suono etereo ed irreale; Tom Waits, che ha “riscritto” la vocalità. Ma anche fuori dal jazz, penso a Robert Plant (che ho visto di recente e ritengo assolutamente rinato, sia artisticamente sia vocalmente), Jimi Hendrix (sì, ritengo che Jimi canti splendidamente), Tim Buckley, Paul Rodgers, l’immenso Prince (maledetto lui: c’è qualcosa che non sappia fare?), Robert Wyatt. Potrei davvero andare avanti per ore. Meglio se mi fermo qui.

Altro da aggiungere?
Temo che, come al solito, sia stato anche troppo logorroico. Aggiungo solo che spero che il cd venga apprezzato come ritengo meriti e che questa collaborazione con Garrison Fewell possa proseguire per gli anni a venire con tanti concerti e nuovi lavori discografici insieme.

Un pensiero su “Guido Michelone intervista Boris Savoldelli

  1. Scusate ma non conoscevo Boris e così sono andata su youtube…
    Sorpresa!!!
    Incredibile cosa riesce a fare!

    Dopo averne ascoltato diversi la mia scelta è caduto su questo…

    Non si offenda…se ci trovo le musicalità vocali mediterranee soprattutto della mia terra…

    Complimenti e grazie per questo post.
    ciao
    .marta

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