Guido Michelone intervista Gianluca Barbera su “Finis mundi”

Barbera Gianluca foto
Gianluca Barbera, cinquantenne da Reggio Emilia, ma da tempo con le radici a Siena, dove ha fondato l’omonima casa editrice, è tornato in ottobre alla narrativa con il romanzo Finis mundi nella collana ‘Alta Definizione’ per l’editore Gallucci. Si tratta di uno scritto al di fuori delle logiche mercantili che attraversano il panorama culturale italiano, per via di una serie di tematiche di rara intensità e di originale fattura: per quanto espresso riga dopo riga, parola per parola, il testo merita di essere discusso in esclusiva con l’Autore medesimo.

Gianluca come nasce l’idea di Finis mundi?
Scrivendo monologhi su temi cruciali dell’esistenza umana: divino, morte, giustizia, tempo, monologhi che poi ho connesso attraverso un filo narrativo che tenesse in piedi l’intera struttura. Ho cercato di realizzare un’opera d’arte.

Il libro è senza dubbio un romanzo filosofico di impegno e spessore: sei consapevole della sua difficoltà di fruizione?
Ne sono consapevole: e se il lettore vuole provare un’esperienza elettrizzante, non ha che da leggere il mio romanzo. La sua lettura richiede grande attenzione. Si fatica. Ma ci si diverte anche. In fondo, più che un romanzo filosofico è una farsa. O, se vogliamo, una fusion: il Bitches brew (disco di Miles Davis) della letteratura. Diciamo che consiglio la lettura del mio libro a chi ama le sfide. A chi rifugge le domande e le risposte consolatorie.

Non hai mai pensato di ‘alleggerire’ Finis mundi con qualche espediente affabulatorio? riguardante ad esempio i personaggi ritratti forse (di proposito) troppo fuggevolmente?
Ma l’ho fatto! All’inizio i “diversivi” narrativi erano quasi del tutto assenti. Ora c’è un plot che a tratti dà l’impressione perfino di prevaricare quello che doveva essere – e spero continui a essere – il cuore pulsante dell’opera. Basta leggere la bandella del libro: Italia, 12 aprile 2036. Mentre si dirige a casa di amici Marco Salieri, giornalista dandy e privo di scrupoli, commette un…

Non rilevare nulla, per il gusto della sorpresa! Però i temi discussi nel libro (Dio, morte, tempo, violenza) sono davvero quelli che come uomo e come autore ti ossessionano maggiormente?
Certo. Il tema generale è quello della verità. Ormai nient’altro che un mito. Non da oggi ovviamente, già a partire dai sofisti. Ma oggi più che mai. Benché anche il relativismo contenga parecchie pretese di verità. Gli altri temi vi ruotano attorno. Per questo ho immaginato una situazione estrema, come quella dell’imminenza della finis mundi, la fine del mondo.

Ci parli dei tre piani di lettura su cui si articola il romanzo?
Ci sono un piano metafisico-generale; uno morale-sociale; e uno individuale-psicologico. Il primo livello è risolto dall’idea che finché ci sarà spazio per l’uomo, continuerà a essercene per Dio. E viceversa. In altre parole: l’uomo è il dio, e il dio è l’uomo; e io sono quell’uomo. Perfetta identificazione tra uomo e Dio. E tra uomo e individuo, in quanto cosa pensante che “fabbrica” il mondo. Il secondo livello, quello morale, è riassumibile nella frase: Se la fine del mondo è alle porte, tutto è consentito. Ossia: date certe condizioni, la morale decade. Il terzo trova riscontro nell’idea che se vogliamo conservare la nostra identità non dobbiamo rivelare tutto di noi. Perché “è ciò che nessuno sa di noi che ci permette di essere ciò che siamo”.

Nel libro si parla di Dio, ma chi è Dio e cosa rappresenta per te?
La prima verità di cui il libro va in cerca è quella delle origini, dell’inizio di ogni cosa. E della fine. A questi interrogativi si riallacciano la ricerca del divino, il tentativo di dare un senso alla morte, di vincere la paura che proviamo nei suoi confronti. Due temi, dal mio punto di vista, genuinamente metafisici. Il mistero del tempo è per me un altro tema metafisico per eccellenza: ritengo che svelando il suo mistero (che tuttora permane) troveremo molte delle risposte che cerchiamo. E poi quello della giustizia, della legalità, della punizione; che riguarda il rapporto tra gli uomini, e tra gli uomini e un’idea superiore, un incontenibile impulso a sublimare.

Tu sei noto anche per la tua casa editrice, ma ti senti più scrittore o editore?
Nessuno dei due. Mi sento soprattutto “uomo”. E dunque un “perdente”. Perché già so che non troverò mai le risposte che cerco. Forse perché ciò che conta è la ricerca stessa, non il risultato. Il cammino, non la meta. Può essere?

Ma quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare uno scrittore?
Ho sempre voluto scrivere. Solo due cose mi interessano veramente. Primo: leggere e studiare. Secondo: scrivere. Esattamente in quest’ordine. Dimenticavo: anche ridere non mi dispiace affatto.

E che cosa invece ti ha spinto a fondare una casa editrice?
La necessità di guadagnarmi da vivere. Mi sono detto: almeno avrò a che fare con qualcosa che mi sta a cuore. Vedi, se ti dedichi a una cosa che ti piace, è come non lavorare. Fin da ragazzino ho capito che, se fossi riuscito a dedicarmi a un’attività che fosse in sintonia con la mia personalità, nella sostanza non avrei lavorato mai. E io detesto lavorare.

Ma cos’è dunque per te la scrittura?
Permettimi di essere ovvio: scrivere (poesia, romanzi, racconti) è fare arte. Nient’altro. Infatti spesso mi sorprendo a dire di me stesso che sono un artista, non uno scrittore. Forse per reazione alla narrativa commerciale. C’è una cosa che non ho detto finora, ma che è il momento di dire: Finis mundi vuole anche essere uno schiaffo in faccia alla letteratura commerciale. Anche per questo l’ho scritto. Una sfida. Non sono gli scrittori che devono chinarsi verso i lettori. Sono i lettori che devono allungarsi verso gli scrittori. Solo così il rapporto funziona.

E cos’è per te un libro?
Una cosa che vale molto e costa poco. Una volta, in libreria, un signore si lamentava del prezzo dei libri. E io gli ho fatto notare che una cravatta – con tutto il rispetto per le cravatte – costa molto di più e ti dà infinitamente di meno. Quello mi ha risposto: Ma chi è lei, il Papa? E io mi sono erto in tutta la mia statura (uno e settantacinque!) e gli ho risposto con calma assoluta: In fatto di libri, sì. Un bel presuntuoso, direte. Ma c’è di peggio.

Quali sono i concetti o i preconcetti che associ al momento di scrivere?
Benessere. Vita vera. Ebrezza. Ma anche gioco. Imbroglio. Raggiro. E alla fine pure sfinitezza. Voglia di fuggire. Di mollare tutto. Di scomparire. Voglia di “fine del mondo”.

Come scrivi: quaderno, bloc-notes, computer, tablet o altro?
Finis mundi è nato al culmine di dieci anni di studio, durante i quali non facevo che riempire di appunti svariati quadernetti. Però la stesura vera e propria del romanzo è avvenuta al computer. Detesterei i computer, se non fosse che alla scrittura hanno dato tanto. Ma forse anche tolto qualcosa.

Tra i libri che hai letto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?
Lolita, di Nabokov. A mio parere il romanzo meglio scritto in assoluto. Ma ce ne sono altri che non posso non citare: Viaggio al termine della notte di Céline. Il Tractatus di Wittgenstein. Fenomenologia dello spirito di Hegel. Dialoghi morali di Seneca. Il Manuale di Epitteto. Etica di Spinoza. E tutti i libri di Kundera, Cioran e DeLillo.

E tra i libri che hai pubblicato?
Ne cito quattro: Da quando non sono qui di Simone Battig, Angeli sulla punta di uno spillo di Jurij Druznikov, La mutazione di Sebastiano Nata e Lettera agli amici sulla bellezza di Davide Bregola, grazie al quale è nata un’amicizia.

E c’è per te un libro-culto fondamentale tra quelli che hai letto?
Lasciamene nominare tre: Dell’origine di Eraclito, ancora Viaggio al termine della notte di Céline, Sommario di decomposizione di Cioran.

Quali sono stati i tuoi maestri nella letteratura?
Vado in ordine sparso: Voltaire, Conrad, Kafka, Orwell, Hemingway, Fenoglio, Calvino, Silone, Céline, Kundera, DeLillo, Nabokov, Bolaño, Barth, Bergson, Heidegger, Schopenhauer, Nietzsche, Cioran. E naturalmente Omero, Eraclito, Platone e Dante.

E più in generale maestri nella realtà, nella filosofia e nella vita?
Severino, Reale (scomparso da poco), Canfora, Bodei. Ne dimentico sicuramente qualcuno, ma mi perdonerà. Rimpiango Pasolini, questo sì. Di persona ho conosciuto solo un paio di geni, non di più. E forse sono stato pure fortunato.

Com’è per te la vita della cultura oggi nel nostro Paese?
Troppo legata alle mode, troppo mirata al guadagno e dipendente da padroni, dal mezzo televisivo. Però fare cultura è sempre meglio che fare, che so, i notai. O dirigere una banca. Cose che non farei mai. Ma spero sempre in una rinascita. Non amo la cupezza nei pensieri, a parte quando si fa arte. Perciò, diciamo che va bene così. Accetto quello che viene. Poi ognuno risponde per sé. Per fortuna. Si vede che sono un individualista?

Cosa stai progettando per l’immediato futuro?
Sto scrivendo! Credo cose importanti, o per lo meno belle. Non so se importanti o belle solo per me o anche per gli altri. Ma in entrambi i casi sarebbe già qualcosa. Una cosa è certa: quando scrivo non ho mai l’impressione di buttare via il mio tempo.

Gianluca Barbera, Finis mundi, Gallucci Roma 2014, pagine 170, euro 16,50.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.