Giorgio Manganelli. Il parco dei “suoi” ricordi. Con un cameo esclusivo di Amelia Manganelli

 

manga

Mio padre, o, per meglio dire, il Manga, nato per volontà materna a Milano, non ha mai amato questa città. Ci si è sempre sentito prigioniero. La percepiva come “una città in bianco e nero”.
Ma… c’è sempre un “ma”. Dopo anni di permanenza a Roma, città nella quale si è subito sentito “se stesso” ed è riuscito ad uscire dal bozzolo e a diventare il Manga, un po’ di ricordi si affollano nella sua mente e nella sua fantasia.


Non è Milano “tout court”, ma sono solo alcuni luoghi che avevano colpito la sua mente infantile, forse proprio perché “non” erano Milano.
Il Naviglio, il Parco, ecco ciò che ricorda. Il parco nel quale non poteva correre, nel quale poteva passeggiare solo tenuto per mano, un parco “da grandi”.
Ed è così che nascono questi bozzetti sul Corriere, forse non un atto d’amore per Milano, difficile da immaginare dal Manga, ma un atto d’amore per quel bimbetto imbronciato che veniva saldamente temuto per mano perché non corresse, non saltasse, non giocasse, in una parola, non “vivesse”. Divieto che lo avrebbe poi perseguitato per tutta la vita.

Amelia Lietta Manganelli

Mi dicono che, ai nostri tempi, accade di incontrare, nei luoghi verdi della città di Milano, comitive che si portano appresso cestini di onesti cibi, e che, sdraiati sull’erba, come usa in certi quadri impressionisti, fanno il loro pic-nic, trattando quei parti come una campagna fuori porta. Se questo accade, suppongo che il luogo prescelto il Parco – ché così, semplicemente, lo chiamavo nell’infanzia lessicalmente povera; insomma, il Parco che fa capo al Castello Sforzesco.
Se recupero i frammenti d’archivio dei luoghi che frequentavo, diciamo tra il 1925 e il ’30, o poco oltre, il Parco è un luogo lontano, impervio e vagamente minaccioso. Di regola, i bambini non vanno al Parlo se non in certe rare – ed è bene che tali siano – occasioni, in cui tutta la famiglia si muove solidale e allora non si va a giocare, ma a “passeggiare”, che è una cosa da grandi. I bambini andavano, e suppongo vadano ai Giardini Pubblici, luogo arioso, ferreamente cintato, privo di anfratti, con bei viali comodi alla corsa per via della ghiaia, equamente mescolata al terriccio, e arricchito da un Museo con dentro tante pietre colorate, e tanti terribili scheletri di animali vecchi vecchi, e che ancora servono a quel misterioso Ingegnere che fabbrica i miei sogni. E c’era anche uno zoo, e sento ancora un proustiano odore di animali in cattività, un odore non domestico.
I Giardini, nella memoria erano un luogo proprio per bambini; sicuro e innocente, stranamente, non rammento giovani madri con bambini che giocano; se vedo una giovane madre, il bambino è piccolissimo, non cammina, non parla, sbava e fa un po’ senso; se il bambino gioca, lo accompagna una figura di nonna, pigra di acquietata vecchia. Sento una voce stracca e lenta, milanese, forse una nonna che dice ad un bambino: “Ven chi Carlett, che te tiri su i calsètt”. Di anni di vita ai Giardini, è sopravvissuto questo frammento. Donne giovani, veramente, c’erano; erano le governanti, allegramente corteggiate da robusti soldati.
Per nessun motivo sarei stato portato a giocare al Parco; e pertanto il Parco ha acquistato una luce un po’ dubbia, un luogo che sa di insidioso bosco; suppongo che fosse frequentato da coppie, e magari coppie eccessivamente didattiche, nel loro comportamento, per un bambino avviato alla santità. Il Parco era enorme, e non aveva né certi né protetti confini, e non amava le nonne. Suppongo di avere acquistato familiarità con il Parco al tempo della prima rasatura quando, non più bambino, cominciavo ad avere fantastica opinione di quella mirabile e sventurata occorrenza, che è l’incontro di un giovane uomo ed una giovane donna, nei meandri sarcastici dl Parco.
PS – A proposito di un mio recente articolo sui Navigli, ho ricevuto un biglietto da una signora che abitava in Via Gozzaldini e giocava in piazza Cardinal Ferrari; nel suo gentile biglietto, la signora mi chiede se io non conosca libri con immagini del Naviglio, e della Milano di quei tempi; io non li conosco, ma forse qualche lettore potrà aiutare la signora, – ed anche me, che molto vorrei ritrovare qualche segno di quei tempi. La signora che giocava in piazza Cardinal Ferrari è, con me, testimonio di luoghi e persone e gesti perduti, fantasmi; e sarà certo accaduto che la signora, allora già impaziente ragazzetta, sfiorasse l’esitante bambinello querulo e gnocco.

                                                                                                                                                     Giorgio Manganelli
                                                                                                          Da Il Corriere della Sera del 18 giugno 1981

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.