Vivalascuola. La “Buona Scuola” di Renzi: silenzio sulle bocciature

Che riforma è una riforma della scuola che non affronta il tema della valutazione didattica? “La Buona Scuola” di Renzi, fra altre mancanze, ha anche questa. D’altra parte, quando mai le “riforme” degli ultimi ministri dell’Istruzione hanno riguardato la didattica? Il tema dell’abolizione delle bocciature, atto finale della valutazione didattica, è stato agitato dai governi solo come occasione di risparmio o come scorciatoia per una “soluzione” del problema della dipersione o come strumento di giudizio sulle scuole (vedi il Rapporto di Autovalutazione, p. 10), secondo una logica mercantilistica: + promossi + soldi. La proposta di Vincenzo Pascuzzi di abolizione delle bocciature, presentata in questa puntata di vivalascuola, evidenzia invece alcune urgenze: occorre una scuola che tenga conto delle diversità e sia meno rigida nella sua organizzazione. Ma è altresì necessario, come scrive Giovanna Lo Presti, ripensare il lavoro dell’insegnante, la didattica e il sistema nel suo complesso. Per una scuola che sappia assicurare a tutti un sapere che abbia “un insostituibile valore emancipatorio“, perché “la prima servitù da cui ci si deve liberare è quella dell’ignoranza“. 

Indice
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.Vincenzo Pascuzzi, La “buona scuola” e l’abolizione delle bocciature
Giovanna Lo Presti, Giochiamo la carta decisiva: la scuola come luogo di crescita e di apertura culturale
Materiali
Le bocciature in Italia
Le bocciature in Europa
Mauro Piras, Abolire le bocciature
Marcello Benfante, La strategia del ricatto
La settimana scolastica
Risorse in rete

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La “buona scuola” e l’abolizione delle bocciature
di Vincenzo Pascuzzi

Non un solo documento. Fino a prova contraria, al momento non esiste un SOLO documento o mozione di assemblea sindacale e-o collegio docenti che abbia approvato la “buona scuola” di Renzi, Giannini & C. C’è invece la richiesta di una scuola buona al posto e contrapposta alla “buona scuola”!

Appena due mesi dopo. “La delusione è totale ora che è possibile mettere l’uno accanto all’altro il rapporto su ‘La buona scuola’ e la legge di stabilità e quindi confrontare le intenzioni con i fatti”.

La legge di stabilità ha cancellato la riforma di Renzi. Eppure se ne continua a parlare come di proposta seria, realizzabile, ben accetta. L’establishment ministeriale di Viale Trastevere è soddisfatto – così proclama – dei risultati della consultazione on line, li esibisce compiaciuto, dice che va tutto bene, che la “buona scuolapiace a tutti, è promossa a pieni voti.

In realtà non è affatto così, “la buona scuola non scalda i prof”, la partecipazione on line è inferiore all’uno per cento. Gli incontri-dibattiti (appena mille in tutt’Italia) non coinvolgono, somigliano a comizietti dove le voci non allineate o contrarie (le poche che li frequentano) risultano sgradite, vengono messe in soggezione, a mala pena tollerate, di fatto tacitate dall’organizzazione e dai tempi contingentati. Eppure Miur e Governo non vogliono prenderne atto, continuano a mistificare e mentire.

Due abusivi. I 150.000 docenti precari da assumere il 1.9.2015 e la sicurezza, la messa a norma, ecc. degli edifici scolastici sono due questioni da affrontare e risolvere comunque e di per sé, sono impropriamente aggregate alla riforma renziana. Sono due prerequisiti. Appaiono associati alla “buona scuola” come riempitivo, dolcificante, oggetti di scambio finto con pezzi di riforma che sono di sicuro svantaggio. Entrambi andrebbero separati, espunti. Infatti, a giorni, le 150.000 assunzioni potrebbero essere adempimento imposto all’Italia dalla Corte UE (vedi anche qui e qui).

Mentre continuano a cadere controsoffitti. Specialmente nelle scuole superiori che dipendono dalla Province. Le altre fanno capo ai sindaci e forse sono avvantaggiate nei finanziamenti.

I geologi denunciano: “27.920 edifici scolastici a elevato rischio” (4856 in Sicilia, 4608 in Campania, 3130 in Calabria, 2864 in Toscana, 2521 nel Lazio) (vedi anche qui, qui, qui, qui) e lanciano un “progetto didattico per diffondere la conoscenza dei rischi naturali”. Il governo dovrebbe provvedere al recupero e messa in sicurezza degli edifici, o no? (vedi qui, qui e qui). Già nel 2011, i geologi avevano lanciato, più o meno, lo stesso avvertimento.

I soldi. Per allinearsi alle mitiche medie UE (invocate quando fa comodo, ma sconosciute se danno fastidio) l’Italia dovrebbe aumentare di un punto percentuale di Pil gli investimenti in istruzione, cioè occorrerebbe aumentare di 17 mld di euro. Gradualmente nell’arco temporale di una legislatura di 5 anni. Troviamo queste cifre sia nel programma elettorale PD del febbraio 2013 sia nella piattaforma sindacale Cgil Scuola del luglio 2014. Ma il documento renziano “la buona scuola” ignora le cifre dette, vorrebbe riformare (usa questo termine) a costo zero, a buon mercato, riciclando gli scatti di anzianità, al più con un miliardo lordo o 500 mln netti! (vedi qui)

Insieme. Un proverbio africano dice: “Ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino”. Papa Bergoglio l’ha adattato – il 10 maggio scorso – alla scuola: “Per educare un figlio ci vuole un villaggio”. Adesso Matteo Renzi cerca di esportarlo anche alla sua “buona scuola” quando scrive: “Perché per fare la Buona Scuola non basta solo un Governo. Ci vuole un Paese intero”. Però questo è uno slogan, al più un auspicio, e non basta enunciarlo perché si realizzi e si avveri. Il villaggio africano partecipa alla crescita-educazione spontaneamente, in solidarietà e non costretto.

L’espressione usata da Renzi cambia la natura e travolge il proverbio originale. Si passa dal villaggio al Governo e al Paese e ciò implica l’intervento della politica con le sue burocrazie, gerarchie e caste. E poi Renzi sembra voler imporre… il gradimento al “Paese intero”, nonostante la promessa iniziale “mai più riforme della scuola calate dall’alto”!

Rubinetto e acquedotto. È durata meno di un mese l’ipotesi del ministro Giannini di effettuare gli Esami di Stato (ex Maturità) con commissioni di tutti membri interni, abrogando il correttivo introdotto da Fioroni alla precedente normativa di Moratti. Alla retromarcia ministeriale e governativa (vedi qui e qui) ha contribuito il buon successo della petizione on line lanciata da Giorgio Allulli dell’Isfol (vedi anche qui e qui).

Scampato il pericolo con la retromarcia del governo, lo stesso Giorgio Allulli rilanciava chiedendo giustamente una “riforma seria dell’esame di maturità”.

In proposito qualche osservazione può risultare utile. Paragoniamo l’esame di maturità (ora propriamente di Stato) a un rubinetto posto al termine di una conduttura o acquedotto. Se il rubinetto è mal funzionante, risulta opportuno ripararlo o sostituirlo, non c’è dubbio. Ma se è ridotto in cattive condizioni anche l’intero acquedotto, questo non migliorerà certo con la sostituzione del solo rubinetto.

Il paragone idraulico serve a segnalare le non buone condizioni dell’intero sistema scolastico (didattica, valutazioni, esami) confermate del resto dall’iniziativa di riforma, anche se velleitaria, inadeguata, pasticciata.

Scuola tra realtà e modelli. Ricordiamo che per “modello” di qualcosa si intende una “rappresentazione semplificata della realtà finalizzata a certi scopi”. Della scuola, come di altre realtà, sono possibili diversi modelli. Modelli dell’esame di maturità possono essere: la percentuale di promossi, la votazione media, il numero di 100 e lode.

Il documento “la buona scuola” opera su un modello di scuola inadatto e non condiviso con la pretesa di trasformarlo in un altro modello anch’esso inadatto e non condiviso. La non condivisione è riferita al mondo della scuola (docenti in primis) che conosce, vive e soffre la scuola REALE e al quale sembrerebbe richiesto – da parte dell’establishment ministeriale-governativo, distante dalla realtà scolastica – un ubbidiente “signorsì, signore!” accompagnato da un deciso e sonoro schiocco di tacchi! Se è così, siamo sulla strada sbagliata! (vedi qui)

Il degrado cognitivo. Da anni avanza il “degrado cognitivo”, lo denuncia efficacemente una docente (Elsa): “Per far avanzare i più “deboli”… si abbassa progressivamente il livello di insegnamento e i “bravi”… si demotivano sempre di più e la didattica annacquata… produce classi appiattite e spente”.

Nel 2002, Marco Lodoli testimoniava “gli adolescenti non capiscono più niente. I processi intellettivi più semplici, un’ elementare operazione matematica, la comprensione di una favoletta,… sono diventati compiti sovrumani“. Queste sono le falle e le perdite dell’acquedotto del precedente punto, non rimediabili con la sostituzione del rubinetto dell’esame di maturità finale. Sono le falle e le perdite che Miur quasi ignora, non indaga, di cui non cerca le cause e che (forse) si illude di tamponare con dosi abbondanti di test Invalsi e di valutazioni inquisitorie minacciate ai docenti.

Il degrado valutativo. Affiancato a quello cognitivo, esiste il degrado valutativo, che ne è conseguenza e insieme causa (non unica però) e, in un certo senso, i due degradi si rincorrono e si rinforzano a vicenda. Si abbassano i livelli di insegnamento per andare incontro ai più deboli (come dice bene Elsa) e questo andare incontro favorisce e implica per il futuro ulteriori abbassamenti di livelli.

Questa situazione di deriva cognitiva è percepita dai docenti che pure vorrebbero contrastarla efficacemente, ma concretamente non sanno in che modo. Alcuni chiamano in causa ancora i danni del ’68 (e sono passati più di quarant’anni, quasi due generazioni), il buonismo, l’illusione del successo formativo garantito per tutti, ecc., vorrebbero contrastare il degrado con una finalmente ritrovata serietà-severità (cioè votacci, conseguenti bocciature, provvedimenti disciplinari,…). Ma questa – a mio giudizio – non è una strada né efficace, né praticabile, tanto meno condivisa o condivisibile dalla maggioranza dei docenti.

Del resto, nemmeno i ministri che si sono succeduti ultimamente si sono posti seriamente il problema, la cui soluzione richiede tempi multipli della durata dei governi e dei ministri, oppure improbabili staffette di continuità tra un ministro e l’altro. Governi e ministri si accontentano di pseudo-soluzioni effimere e di facciata, tanto per giustificarsi. Da notare che il degrado valutativo (promozioni agevolate anche a fronte di livelli abbassati: vedi qui, qui e qui) occulta in parte il degrado cognitivo. In fondo, alla maggioranza di famiglie e studenti interessa più la promozione formale che l’apprendimento reale e sostanziale. Si accontentano.

Ipotesi sulle cause. Diverse le cause dei due degradi detti, che vanno o andrebbero verificate, approfondite, discusse per poi cominciare a rimuoverle.

a) Una delle cause, forse la principale, consiste nel fatto di avere una normativa incongruente che contempla sia un obbligo scolastico ora decennale sia una valutazione numerica, che implica o implicherebbe la bocciatura. Questa contraddizione viene in genere superata – e giustamente – non bocciando quasi mai. Per fare ciò bisogna però alterare e delegittimare la valutazione numerica: così è la promozione che determina i voti, e non viceversa. Tutti si reputano bravi anche se non lo sono o sono appena appena sufficienti.

L’andazzo descritto si propaga poi, come una muffa, alla scuola secondaria superiore, che non è ancora dell’obbligo, dove produce e rafforza il degrado cognitivo. Da notare il ruolo perverso attribuito al voto di consiglio. Introdotto nel 1923-25 per poter ovviare alle impuntature di qualche prof troppo rigido e severo, ora – in alcune scuole, meno nei licei, più nei tecnici e nei professionali – è diventato uno strumento abusato di promozioni facili e immeritate, di condoni e riduzioni di debiti formativi, di conseguente frustrazione e scontento di chi le sufficienze se l’è invece conquistate con applicazione e studio.

b) Altra causa può essere la rigidità, gravosità e inadeguatezza del curricolo imposto: troppe ore, troppe materie, didattica datata e stantia, aule troppo affollate, inadatte e spartane, edifici vetusti, tristi e insicuri.

Serve un’ecologia della scuola a misura di bambino-ragazzo consiglia, ad esempio, il pediatra C.V. Bellieni (“Riforme a misura di bambino”), ma di cui non troviamo nessuna traccia nella cosiddetta “buona scuola (buona per chi? a giudizio di chi altro? Secondo quali parametri indicatori?).

Non dimentichiamo che alla scuola attuale siamo arrivati non con una progettazione o riprogettazione specifica, ma con successivi adattamenti (riforme in genere varate come “epocali”, tagli etichettati come razionalizzazioni) della severa ed elitaria scuola gentiliana del 1923. Accanto e in parallelo a questa scuola per pochi, esisteva per molti altri – la maggioranza – il percorso del lavoro precoce che fungeva anche da scuola, istruiva e formava in un certo modo, aveva i suoi maestri, era in contatto diretto (non mediato o rappresentato) con la realtà del momento, complementava e dava senso alla scuola elitaria (non esistono cavalieri o cocchieri senza cavalli, senza stallieri, scudieri, postiglioni…).

La scuola media unica del 1962 sembra essere, almeno in parte, fallita sia per chi sceglie i licei sia, e di più, per chi si orienta sugli istituti tecnici o professionali. Forse l’errore è stato quello di finalizzarla ancora e per inerzia agli studi liceali. Forse la media unica avrebbe dovuto conglobare, assorbire in parte la scuola del lavoro, i contenuti e le attività dell’avviamento professionale, ma così non è stato. Del resto chi fa scuola, la gestisce, la riforma periodicamente ha ancora una formazione da scuola elitaria, viene principalmente dai licei e dalle lauree umanistiche, letterarie.

Ora i tanti ragazzi che non riescono – e la colpa è solo loro, ma anche della scuola come sistema – a terminare la scuola superiore risultano ingannati e derubati dei 4 o 5 anni che avrebbero potuto più utilmente utilizzare con un lavoro che facesse anche da scuola. È un discorso brutale e sgradito, ma che va fatto. Se lo Stato obbliga – e fa bene – a stare a scuola fino a 16 o a 18 anni, poi deve provvedere concretamente a che questa permanenza abbia davvero senso e sia proficua e utile. L’obiettivo deve essere un successo scolastico reale e concreto, non solo nominale, formale e fasullo! La certificazione, il diploma deve avere due caratteristiche essenziali: a) essere veritiero e b) riferirsi a dei contenuti utili per il seguito (lavoro o ancora studio).

c) Lo stesso anno della riforma Gentile, il 1923, veniva fissato in 8 ore giornaliere (e 48 settimanali) il tetto massimo di esigibilità del lavoro dipendente. Da allora e fino a circa gli anni 60 (potremmo indicare circa il 1962, anno della scuola media unica) in genere era solo il padre che lavorava fuori casa, la madre presidiava la casa e poteva sorvegliare i figli. Adesso se lavorano entrambi i coniugi (come pure è giustissimo), durante tutta la giornata, la casa risulta deserta di adulti. I figli minori sono come “orfani di giorno: può accadere che un ragazzo di 13-14 debba occuparsi – nell’intero pomeriggio e da solo – di una sorella o di fratello ancora più piccolo. La famiglia anche con un solo figlio è diventata un… ossimoro.

Bisogna senz’altro diffondere e generalizzare la disponibilità di asili e doposcuola statali e insieme pensare anche a ridurre gli orari di lavoro, puntare alle 30 ore settimanali: le case devono essere presidiate nel pomeriggio da un adulto. Questa – delle 30 ore settimanali – può sembrare una bestemmia, ma abbiamo in Italia 3 mln di disoccupati e a quasi tutti qualcuno (pochissimo lo Stato!) fornisce in qualche modo vitto e alloggio. Allora forse occorre, può essere utile pensare a una “pace tra poveri”.

Serve un’ecologia della famiglia, riprendendo l’espressione di C.V. Bellieni.

Rimedi inefficaci. Per il recupero del degrado cognitivo, risultano inefficaci o inapplicabili metodi già applicati o proposti. Uno di questi è il ricorso a maggiore severità e maggiori bocciature. Non risulta superabile il limite attuale di bocciati pari a circa il 16%: impensabile raddoppiarlo!

Stimolare presunte… difese immunitarie tramite dosi massicce di test tipo Invalsi è solamente illusorio e provoca altri inconvenienti (cheating, learnig to the test, scioperi,… ), deciso rifiuto e rigetto.

Non convince, allo stato, la proposta di F. Dell’Oro di abolire i voti anche se alcune sue argomentazioni risultano vere e fondate.

Buscar el levante por el poniente. Eppure, tenendo conto delle considerazioni sopra formulate, un qualche rimedio va cercato, o almeno ipotizzato e proposto. Bisogna cercare nuove strade e approcci diversi e alternativi. Fare un po’ come Colombo che voleva “buscar el levante por el poniente” e insieme scegliere qualcosa di simile alla strategia dolce e vincente del Sole invece di quella forzuta del Vento per togliere il mantello al viandante della favola esopica.

Si può avanzare la proposta o l’ipotesi di abolire le bocciature, ovvero rinunciare a bocciare d’autorità, da parte della scuola, ma consentire le ripetenze, se scelte e decise dalla famiglia dell’alunno.

A fine anno scolastico, ogni alunno riceve una scheda con le valutazioni (giudizi, voti numerici, voti in lettere) conseguite in ogni materia e indicate da ciascun docente. Si tratta di voti VERI (ovviamente soggettivi, nessuna falsa oggettività), non mediati, imbellettati, falsati dal Consiglio di Classe costretto dalla situazione normativa a certificare promozioni fasulle a fronte di apprendimenti insufficienti e preparazioni carenti e lacunose.

Così la valutazione riconquista la sua veridicità e serietà, i docenti recuperano, almeno in parte, la titolarità e la responsabilità piena della valutazione e anche il loro prestigio professionale. Finiscono promozioni formali indebite e condoni pietosi da parte dei Consigli di Classe, si rinuncia alle valutazioni formali falsificate a vantaggio di valutazioni vere e reali. Eliminato o ridotto il degrado valutativo, può ragionevolmente avviarsi il recupero graduale (quasi un drenaggio) del degrado cognitivo, si possono cominciare a ridurre le dispersioni scolastiche, si hanno indicazioni valide sulle difficoltà di apprendimento e sui punti critici.

Le scuole devono attrezzarsi a rendere disponibili serie attività di recupero (corsi o altro) e momenti verifica per chi vuole formalizzare la valutazione sufficiente raggiunta.

Questo tipo di possibile soluzione è stata avanzata e motivata già negli anni passati (da una decina d’anni o più) e da diverse fonti (vedere link), viene ora di nuovo segnalata all’approfondimento, alla discussione, al confronto e magari all’adozione. [torna su]

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La carta decisiva: la scuola come luogo di crescita e di apertura culturale
di Giovanna Lo Presti

Che “Buona scuola“! Senza bidelli e senza didattica!

In quel mirabile documento che è “La buona scuola, fatto di fumo per il novanta per cento e di aculei velenosi per il dieci per cento, vi sono, oltre ai peccati in parole ed opere, anche alcuni peccati di omissione.

Dove stanno i bidelli, nella “buona scuola” renziana, per esempio? Certo, nel mondo di fantasia del premier le scuole si aprono, si chiudono, si puliscono da sole; allo stesso modo è del tutto inutile cercare informazioni sul numero massimo di studenti per classe (uno dei dati oggettivi fondamentali, in una buona scuola: quando si parte con trenta o più studenti, in una prima di un istituto tecnico o professionale, è già assicurato il mancato recupero dei più fragili).

Se poi, presi da uno spirito da antichista, volessimo cecare nel testo le parole “bocciatura – anche nella sua lectio edulcorata e moderna di “ripetenza” – o “promozione” vedremmo che anch’esse non esistono. Lo slogan di Renzi, “il futuro è solo l’inizio” è il miglior commento alla “Buona scuola”: quello cui il premier e la sua squadra badano è il propinare una sfilza di parole eufoniche, attraversate dall’elettricità dell’ottimismo (e quante volte, in questi anni, abbiamo rimpianto l’assenza dal nostro palcoscenico politico di ogni pessimismo della ragione!) ma che non significano nulla.

Nella soffice nuvola della “Buona scuola”, la cui veste grafica (costruita dalla designer Lucia Catellani, titolare dell’agenzia “Bread and Jam” – un nome, un programma), immagino debba servire a rendere gradevole il “prodotto” a palati di facile contentatura, il lettore dotato di un minimo di capacità critica non troverà niente di nuovo. Di concreto ci sono soltanto i prospettati tagli degli scatti di anzianità, che tali restano, pur presentati con “colorini” e “disegnini” insopportabilmente (parlo per me) babyish, che scrivo in inglese per darmi delle arie anch’io; infatti, uno dei principali insegnamenti che ho tratto dalla lettura della “buona scuola” è che, se si parla di genitori che tutti i mesi debbono sganciare soldi alla scuola, vuoi per le fotocopie, vuoi per i colori a dito, vuoi per la carta igienica, molti si indignano; ma se questa deprecabile pratica viene presentata come “crowdfounding” sembra subito qualcosa di “moderno” e avanzato.

Resta il degrado cognitivo e valutativo: a che serve studiare?

Andiamo al tema della eliminazione delle bocciature, presentato nel testo di Vincenzo Pascuzzi, un signore che di scuola si intende e che certo non parla a vanvera come i nostri politici. Pascuzzi individua ed analizza due tipi di degrado, quello cognitivo (si riesce ad insegnare e ad apprendere sempre di meno) e quello valutativo, che ne è la conseguenza.

Le cause individuate da Pascuzzi per spiegare lo scivolamento verso il basso dei livelli di apprendimento sfiorano il tema che, a mio parere, è cruciale: vale a dire l’assetto sociale in cui la scuola si colloca.

Ho insegnato per due decenni in un istituto tecnico ed ho potuto constatare, nel passaggio dalla metà degli anni Ottanta ai primi anni del 2000, quanto crescesse, anno dopo anno, la disaffezione degli studenti nei confronti della scuola. Pur essendo molteplici le cause di tale fenomeno, ne voglio qui individuare soltanto una, forse la principale: mentre la crisi socio-economica avanzava, gli studenti percepivano la mancanza di senso del loro stare a scuola, capivano che un diploma non avrebbe assicurato loro migliori possibilità lavorative. Ed aggiungo anche che vedevano i loro insegnanti sempre più malridotti, sempre più in affanno; e gli allievi ponevano con forza un interrogativo: “A che serve studiare?”.

A questa semplice e fondamentale domanda ho cercato di rispondere costantemente e senza troppe derive retoriche: ma non è facile convincere adolescenti che subiscono la forte pressione di un mondo iper-consumistico che studiando Leopardi la loro vita migliorerà. Eppure quella è, attualmente, l’unica via da percorrere, per noi insegnanti. Insistere, insistere, insistere sul fatto che lo studio ha un insostituibile valore emancipatorio, che la prima servitù da cui ci si deve liberare è quella dell’ignoranza. E bisogna dimostrare ai nostri bambini, ai nostri ragazzi che il luogo proprio del cammino liberatorio dell’apprendimento è la scuola pubblica, la scuola di tutti.

Il delirio valutatorio segno della fine della scuola

Questa doppia premessa serve a chiarire almeno un poco la mia personale diffidenza verso la valutazione degli studenti assunta come problema a se stante. Il delirio valutatorio che ha accompagnato l’ultimo quarto di secolo mi sembra il segno certo della fine della scuola come io l’intendo, cioè come un luogo in cui si pongono le premesse per una società di eguali.

Spostare il baricentro dal problema dell’insegnare al problema del valutare è una sorta di riflesso condizionato che serve a rafforzare il ruolo dell’insegnante, proprio in un momento in cui tale ruolo viene messo costantemente in forse (dagli studenti, dalle famiglie, dall’opinione pubblica). È l’effetto di tale riflesso condizionato che ho visto palesarsi tante volte, soprattutto durante gli scrutini: è nel dare una sufficienza o una insufficienza che sembra raggrumarsi la serietà (o la non serietà) dell’opera dell’insegnante. Questo è molto triste: è il segno che si demanda al voto la difesa della propria identità professionale, è il segno che gli insegnanti hanno adottato la logica piccina del “valutatore” contro la logica magnanima che dovrebbe guidare qualsiasi maestro.

Insomma, voglio dire che, finalmente, gli insegnanti dovrebbero abituarsi a pensare fuori dagli schemi consolidati. La ripetenza, la promozione, il voto o il giudizio etc. sono tasselli di un disegno consunto. Oggi la nostra dissanguata scuola italiana dovrebbe divenire il luogo in cui si contrasta con forza, giorno dopo giorno, la disumanizzazione della nostra società, in cui si sostituiscono ai falsi valori dell’efficientismo, della “modernità”, della rincorsa – sempre destinata ad essere perdente – dell’innovazione tecnologica i veri valori della solidarietà tra generazioni, che, a scuola, passano attraverso la trasmissione del sapere e la formazione di una capacità critica.

Gli insegnanti dovrebbero più spesso tener presente quanto affermava Aldo Capitini:

…in una scuola diversa dall’attuale, l’insegnante deve stare come se partisse da zero; la scuola è dialogo, e l’insegnante vi guadagna la sua autorità non perché egli è insegnante, ma mostrandola continuamente nella capacità che egli ha di suggerire, di risolvere situazioni, cioè di aiutare la comunità scolastica”. (1)

La critica o è radicale o non è

Non c’è via di mezzo per opporsi allo scivolamento verso una scuola sempre più burocratizzata e priva di vitalità: la critica verso il modello scolastico che si è affermato negli ultimi due decenni deve essere radicale o altrimenti non ha ragione d’esistere. Quella scuola velleitaria e lontana dalla realtà di cui ci parlano i documenti ministeriali (ultimo, appunto, “La buona scuola”) può essere proposta anche perché gli insegnanti non hanno il coraggio di contestarla e di rivelarne l’inconsistenza. Soltanto per parlare delle ultime sciocchezze governative, quale persona di buon senso potrebbe collaborare al CLIL o ai BES? (potenza delle sigle, che nascondono sotto la loro apparenza un po’ esoterica ed asettica il frutto dell’umana stupidità).

Proprio a partire da questo punto di vista – e cioè della necessità di non collaborare per mandare avanti il malfermo colosso scolastico italiano – considero con scetticismo ogni intervento su bocciature o promozioni.

In fondo anche una proposta ragionevole ed articolata come quella di Vincenzo Pascuzzi si muoverebbe sempre sullo stesso solco e non farebbe che scaricare sugli insegnanti una ulteriore responsabilità parziale (quella del recupero senza bocciatura) per esercitare la quale mancano i mezzi materiali: dove sono infatti i fondi per pagare gli insegnanti che si occupano del recupero? Come si potrebbe attuare tale recupero in una struttura oraria rigida? In quali locali e con quali modalità dovrebbe avvenire il recupero stesso?

Certo, ad ognuna di queste domande i singoli istituti potrebbero mettere una pezza, proporre l’ennesimo aggiustamento. Ma la pratica del “rappezzo” è quella che, se da un lato ha consentito alla scuola italiana di procedere, dall’altro ha impedito che le contraddizioni venissero messe a fuoco da una parte consistente dei docenti; diciamolo pure, nella maggioranza delle scuole italiane si tira a campare con fatica sempre maggiore, a causa di molti fattori.

Ad un lavoro che è diventato sempre più complesso, a causa dell’oggettivo mutamento sociale, lo Stato ha risposto con la politica della riduzione della spesa per l’istruzione, accompagnandola con la trita retorica dell’importanza della scuola. La versione di Renzi aggiunge un po’ di ipocrita entusiasmo alla salsa scipita con cui si condisce il piatto avariato in cui confluiscono i tagli alla scuola.

Riprendiamoci davvero il nostro lavoro

Perciò, più che occuparci di praticare una didattica “migliorista”, riprendiamoci davvero il nostro lavoro, che non è incentrato sui voti o sui giudizi. Non è un caso che la scuola sia così dissestata: in una società sempre più diseguale una “buona scuola” non serve e questo lo sanno benissimo coloro che ci governano (sarebbe meglio dire coloro che ci comandano).

La trasformazione della scuola in un conflittuale recinto di contenimento delle giovani generazioni è un processo in atto da tempo; sottraiamoci alla greve responsabilità di esserne complici e giochiamo la carta decisiva, quella della scuola come luogo di crescita e di apertura culturale. E soprattutto ponderiamo il fatto che i due modelli di scuola non sono compatibili.

Certo, può sembrare avventato buttare alle ortiche le discussioni sull’opportunità delle ripetenze, su quanto il giudizio sia migliore del voto, sulla necessità dei recuperi etc. Ma è anche a causa di queste discussioni che ci si è distratti dal cuore del problema; è anche perché impegnati a correr dietro alle trovate ministeriali (o a mettere a punto trovate proprie per contrastare le trovate ministeriali) che gli insegnanti non sono stati in grado di arginare lo scivolamento verso una scuola sempre più di classe, in cui i figli delle persone benestanti vanno al liceo, mentre agli altri toccano, se va bene, i tecnici e i professionali. E gli insegnanti non hanno difeso nemmeno il loro stesso lavoro: sei anni di blocco del contratto ed un’età media altissima sono le due spie più significative del dissesto della professione docente.

Una proposta che viene da lontano

Chiudo comunque con una proposta, preceduta da un memento: nella scuola si riflette un modello di società ed ognuno di noi si deve chiedere se vuole operare per l’affermarsi di una società più ingiusta (nel qual caso continui pure a fare come ha sempre fatto, ritenga illusoria la possibilità di un cambiamento, continui a dar voti e si lamenti in sala insegnanti del fatto che gli studenti non studino) o se vuole lavorare per una società migliore. La mia proposta si riassume in una citazione:

Infine […] dobbiamo anche far sentire, se vogliamo che veramente la scuola sia di tutti, questa sete di liberazione, di trasformazione della realtà attuale, in una realtà che veramente sia di tutti, che non lasci fuori nessuno e quindi l’educazione può anche essere veramente un atto verso una realtà liberata dai limiti di questa realtà. Una realtà liberata che ha come suoi antesignani proprio i fanciulli. E con apertura a loro, noi dobbiamo dare i valori che possiamo, ma dovremmo avere l’umiltà di pensare che loro siano capaci di fare sintesi migliori di noi. Essi saranno qualche cosa in più di noi. Questa è, secondo me, la vera educazione” (2).

Note

1) Aldo Capitini, La religione dell’educazione, edizioni La Meridiana, Molfetta 2008, p. 135.

2) Aldo Capitini, op. cit., p. 138. [torna su]

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MATERIALI

Partiamo dai fondamenti

Frammentarietà della persona e del sistema: questo sì è abbandoni certi
di Claudia Fanti

A ridaglie: parto da qui:

Per invertire la tendenza e scendere al 10% degli abbandoni, occorrono, secondo la Commissione, anagrafi integrate fra i vari enti per acquisire dati ancor più precisi sulla situazione, occorre elaborare strategie preventive già dall’infanzia, riordinare i cicli scolastici (sperimentando una possibile scuola secondaria di 4 anni), migliorare l’orientamento e valorizzare l’istruzione tecnica“.

Eh no: ora vorrei respirare ripartendo da qui:

La cultura è salva quando sono salvi gli uomini

Così scrive il Professor Salvatore Settis in una rigorosissima e intensa lettera al Convegno di Bologna del 29 novembre 2014.

Ecco, “salvare gli uomini” mi è parso essere il centro di tutta l’iniziativa.

Ritornare ai fondamentali della scuola vista non come servizio, bensì come luogo nel quale si aiutano le persone a trovare la propria strada indipendentemente da ciò che accadrà domani, luogo della felicità, degli incontri tra diversi, del tempo perduto a comprendersi e a comprendere il valore di una cittadinanza dignitosa che sappia cosa sono i diritti contrapposti all’accettazione passiva a cui si vorrebbe essere indotti dalle enunciazioni governative sull’essere flessibili, intercambiabili, precari a vita, senza dimora in alcun luogo di lavoro stabile.

Riparto da chi, ieri, illustrando la Legge di iniziativa popolare per la buona scuola della Repubblica, ha insistito sul fatto che non è al lavoro che la scuola prepara perché essa non ha la funzione di transito passeggero e anonimo verso un posto a pagamento alternato. Essa dovrebbe essere luogo in cui nasce, dagli studi umanistici-scientifici, la contestazione sapiente del presente e del passato affinché ogni giovane possa ricostruire un mondo migliore del precedente, senza adeguarvisi per sopravvivere. Vivere cercando e ritrovando senso per ogni essere umano, per un’esistenza degna di tale nome. Esistere come uomo-donna, cittadini ricreatori di senso per ognuno/a.

Le politiche governative che da anni propongono di trovare soluzioni on-demand per l’utenza vanno e sono andate esattamente in direzione contraria a quella sostenuta nella LIP e da chi era presente ieri al convegno. (vedi qui) [torna su]

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Le bocciature in Italia

Fuga dai banchi in prima superiore. Allo studio il blocco delle bocciature
di Valentina Santarpia

Circa 110-115 mila ragazzi tra i 14 e i 17 anni si trovano ogni anno fuori dai percorsi formativi scolastici: la percentuale di chi abbandona i banchi prematuramente è del 17,6%, con picchi del 25,8% in Sardegna. Colpa dei troppi bocciati? È l’ipotesi avanzata in un’indagine conoscitiva presentata alla Camera: «Gli abbandoni avvengono prevalentemente nel primo biennio della superiore, in genere a seguito di una bocciatura», si legge. La strategia antiabbandoni potrebbe passare dalle promozioni facili? «Potrebbe essere una soluzione, stiamo facendo delle valutazioni — risponde il sottosegretario all’Istruzione Angela D’Onghia —. Il biennio deve essere un periodo di inclusione, non di sbarramento». Ma una bocciatura può bloccare un ragazzo? «Sì, lo chiamerei massacro didattico», conferma il pedagogista Raffaele Mantegazza, dell’università Bicocca di Milano. Ma «non serve regalare voti buoni», obietta Lamberto Catello, preside dell’Iti Elia di Castellammare di Stabia (Napoli): «Noi siamo passati dal 27% di abbandoni al 14% lavorando sulle motivazioni degli studenti e offrendo loro prospettive». (vedi qui)

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Salviamo l’offerta formativa, non facciamo un calderone
di Silvana La Porta

Al Ministero dell’Istruzione, a quanto pare, si stanno cercando soluzioni per arginare il fenomeno della dispersione scolastica e dell’abbandono. E invece di investire seriamente sulla scuola e magari utilizzare al meglio le risorse umane, valorizzandole e gratificandole dal punto di vista economico, si pensa a soluzioni più semplici, anzi, come dire, immediate.

Obiettivo finale: salvare quei circa 110-115 mila ragazzi tra i 14 e i 17 anni che si trovano ogni anno fuori dai percorsi formativi scolastici. Scuola inclusiva, ecumenica, dalle grandi braccia: ma il problema sarà sempre offrire un’offerta formativa ampia e seriamente articolata, adeguata alla varietà delle inclinazioni umane. E non un indistinto calderone dove tutti, si tratti di licei, tecnici o professionali, vanno mediocremente avanti. (vedi qui)

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Quali le ragioni dell’abbandono scolastico?
di Patrizia Del Pidio

Sicuramente una delle ragioni principali della dispersione va ricercata nelle bocciature, circa 40.000 studenti, infatti, lascia la scuola in seguito ad una bocciatura ma a volte i motivi possono essere ricercati anche nel bisogno di autonomia economica che spinge i giovani ad abbandonare la scuola per accedere al mondo del lavoro. E’ quello che accede soprattutto nel Nord Ovest del Paese, dove è più facile accedere, in modo saltuario, a mestieri manuali che assicurano un minimo di entrate economiche. Spesso però, ed accade soprattutto nelle zone ad emergenza sociale, ad attrare i giovani che abbandonano la scuola è il lavoro illegale o in nero. Molto spesso, a causa di convinzioni diffuse soprattutto dove alla crisi economica si somma quella socio-culturale, la scuola viene vista come una perdita di tempo che non offre comunque prospettive di lavoro nel futuro. Bisogna quindi restituire un minimo di attrattiva all’offerta formativa dell’istruzione dando ai giovani ragioni valide per continuare gli studi. (vedi qui)

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Gli istituti professionali buco nero della dispersione: colpevoli i tagli dei governi? Hanno infatti azzerato i laboratori

Gli istituti tecnici e professionali, sommati insieme, raggiungono quasi il 70% dei 163 mila studenti che quest’anno non hanno raggiunto l’ultima classe delle superiori negli istituti statali: 52 mila dispersi nei professionali e 58 mila nei tecnici, 110 mila soltanto loro.

Con il 38,4% di studenti dispersi tra il primo e il quinto anno gli istituti professionali statali detengono il primato non invidiabile della più alta percentuale di abbandoni. Era andato meglio l’anno scorso (38,1%), ma l’anno prima era andato ancora peggio con il 41,5%.

Vi sono regioni che registrano tuttora percentuali molto elevate di dispersione in questo tipo d’istituto: Sardegna 49,3% (anni fa aveva superato anche il 60%), Sicilia 47,1% (per anni aveva il 55% di dispersione), Calabria 41,1%, Puglia 40,4% (anni addietro aveva superato il 50%), Campania 46,5% (come la Puglia, aveva superato in passato il 50%), Lombardia 41,2% (era andato meglio l’anno scorso, ma peggio alcuni anni fa con oltre il 50%).

In quei territori, quindi, abbandonano il percorso scolastico negli istituti professionali statali due ragazzi su cinque. Soprattutto in quelle regioni occorre, dunque, aggredire il problema della dispersione negli istituti professionali, a cominciare dal biennio iniziale dove si registrano già alti tassi di abbandono. In Campania, Sicilia e Sardegna, infatti, all’inizio del terzo anno negli istituti professionali ha già abbandonato il 31% dei ragazzi.

Tra le possibili cause che concorrono alla dispersione in questo settore, dove confluiscono in particolare i ragazzi contrassegnati da insuccesso scolastico pregresso, va annoverato anche la non adeguatezza delle recenti linee guida “licealizzate” che hanno pressoché azzerato (anziché ampliarne la presenza) le attività laboratoriali nel biennio iniziale. (vedi qui)

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Bocciare? Inutile e dannoso“. E in Italia i respinti sono troppi
di Salvo Intravaia

La bocciatura, a scuola, non serve a niente. E nel nostro Paese si boccia un po’ troppo. A sostenerlo è l’Ocse che ha recentemente pubblicato un approfondimento sui test Pisa – acronimo di Programme for International Student Assessment (Programma per la valutazione internazionale dell’allievo) – svolti nel 2012: il test internazionale che saggia le competenze dei quindicenni in Lettura, Matematica e Scienze. Il titolo del focus numero 43 è emblematico: “Gli studenti svantaggiati hanno più probabilità di ripetere l’anno?“. La risposta sembra essere affermativa.

E questo aspetto induce gli esperti dell’Ocse  – l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – a sostenere che non è la sola preparazione e determinare l’insuccesso scolastico. E che sarebbe meglio, anziché bocciare, dedicare più attenzione agli studenti fragili. Nei paesi Ocse, il numero degli quindicenni che ha riferito di avere ripetuto l’anno almeno una volta prima dei quindici anni è pari al 12,4 per cento: uno su otto. Percentuale che sale al 20 per cento tra i meno abbienti. “Anche tra studenti con rendimento scolastico simile, la probabilità di ripetere un anno è una volta e mezzo superiore per gli studenti svantaggiati“, spiegano da Parigi.

E in Italia? Nel Belpaese, gli alunni con una bocciatura sul groppone, rimediata alla media, nei primi anni delle scuole superiori o addirittura all’elementare, sono più di 17 su cento. Un dato che è in crescita di due punti rispetto a dieci anni prima. E tra i meno fortunati, provenienti da contesti socio-economici e culturali deprivati, il tasso di ripetenze sale al 26 per cento. In Giappone, Malesia e Norvegia, gli studenti intervistati non hanno riferito bocciature. In 24 paesi Ocse le bocciature si mantengono al di sotto del 5 per cento. Ma in alcuni paesi – come Francia, Germania, Portogallo e Spagna – il tasso di ripetenze schizza su valori superiori al 20 per cento raggiungendo e superano anche il 30 per cento.

Ma gli esperti Ocse non hanno dubbi: “Molti paesi  – spiegano – stanno trovando altri modi di aiutare gli studenti in difficoltà“. Perché “la bocciatura, in pratica, non ha evidenti benefici indicati per gli studenti o per i sistemi scolastici nel suo complesso“. “La bocciatura è un modo costoso di affrontare il problema degli insuccessi: fermando gli alunni la probabilità che abbandonino gli studi sale“. “Alcuni paesi che avevano usato la bocciatura in modo massiccio hanno rivisto tale politica a favore di un maggiore sostegno intensivo e precoce nei confronti degli studenti in difficoltà“.

In altre parole, “la ripetizione dell’anno non offre alcun evidente beneficio per le prestazioni complessive di un sistema scolastico perché, come i risultati del Pisa mostrano, gli alunni appartenenti ad un contesto socio-economico svantaggiato hanno più probabilità di ripetere l’anno. E la bocciatura può anche rafforzare le disuguaglianze nel sistema“. Che fare, allora? Occorre “offrire ore di insegnamento supplementare agli studenti che rischiano la bocciatura, adattando l’insegnamento alle loro esigenze in modo che possano recuperare il ritardo con i loro coetanei. Un modo di gran lunga migliore di sostenere gli studenti con difficoltà di apprendimento o problemi comportamentali“. (vedi qui)

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Le bocciature costano quasi un miliardo. Ma servono?
di Giovanni Scancarello

In Italia il 17% degli studenti quindicenni ha ripetuto almeno un anno scolastico, rispetto a una media Ocse del 12%. Tra il 2003 e il 2012, la percentuale di studenti che ha dichiarato di aver ripetuto almeno un anno scolastico è aumentata di 2 punti percentuali, anche se negli ultimi due anni abbiamo invertito la tendenza. Anche se di poco. Da noi il costo delle bocciature rappresenta il 6,7% della spesa annua nazionale per l’istruzione primaria e secondaria. Secondo il rapporto scuola in cifre 2009 – 2010 del Miur, un anno di ripetenza costa l’8,4% in più nella scuola media, il 7,2% ai professonali.

Secondo l’Istat la ripetenza si concentra soprattutto tra prima e seconda superiore (19,1% del totale degli studenti). Se proviamo a fare un conto incrociando dati Miur, Istat e Ocse, considerato che i giovani che ripetono l’anno nelle scuole secondarie di secondo grado sono mediamente il 6,3% degli iscritti (di cui il 7,9% sono maschi, il 4,5% femmine – fonte: Annuario Istat 2013), considerata una popolazione scolastica di 1.787.467 unità (a.s. 2010/11), che la media è di 20,9 alunni per classe, azzerando le ripetenze si genererebbe un risparmio di 5.388 classi all’anno.

Se poi si calcola che secondo i dati Ocse il costo di un alunno delle secondarie è di circa 8.500 dollari l’anno, si potrebbe risparmiare qualcosa come 957.188.578,50 dollari all’anno. Siamo comunque nell’ordine di potenziali risparmi a nove zeri, tanto che nel 2007 fu calcolato dal Miur che la sola riduzione del 10% delle ripetenze nel primo biennio delle superiori avrebbe prodotto un risparmio intorno ai 56 milioni di euro all’anno. Da allora sono già passati sette anni, ma siamo ancora qui a contare i caduti. I soldi per salvarli potrebbero arrivare proprio dalla fine delle ripetenze.

Per altro l’Istat fa presente che siamo di fronte ad un periodo caratterizzato da calo demografico delle femmine e aumento dei maschi, «il cui numero di iscritti, avverte, viene incrementato annualmente da ripetenze più frequenti rispetto a quelle che si registrano tra le studentesse». C’è da chiedersi, dunque, per quanto tempo ancora potrà tenersi in piedi questo stato di cose, soprattutto se pensiamo ai benchmark di Europa 2020 e ai traguardi del successo formativo e della riduzione della dispersione che, per l’Italia, sembrano sempre più lontani. (vedi qui)

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Contro la dispersione, una scuola a misura di Lucignolo
di Cristina Lacava

Servirebbe una scuola alla rovescia. Questa organizzazione non aiuta i professori e soprattutto gli studenti. Troppi ragazzi si sentono a disagio, soffrono, infine abbandonano. E li perdiamo”. Francesco Dell’Oro è un uomo in gamba. Per tanti anni, come responsabile del servizio di orientamento scolastico del Comune di Milano, ha ascoltato con attenzione e competenza famiglie e adolescenti privi di bussola. Ora ha scritto un bel libro, La scuola di Lucignolo (Urra,). Che cosa sostiene Dell’Oro? Che il percorso formativo dovrebbe essere faticoso, sì, ma senza portare sofferenze. Che valutare è giusto, umiliare no. Che i ragazzi vanno sostenuti, appassionati, motivati. E i genitori devono essere attenti, ma non oppressivi. (vedi qui) [torna su]

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Le bocciature in Europa

Cosa accade in Europa
di Marco Vinicio Masoni

Poco conta se si comincia a dire, timidamente, che la scuola occorre si adegui alle differenze individuali. Poco conta che i ragazzi nati e vissuti in questi ultimi venti anni abbiano un concetto di dignità della persona sconosciuto al tempo in cui noi eravamo bambini e ragazzi. Ciò che conta è che non si boccia più. Purtroppo non è vero. La scuola boccia ancora e tanto. E sbaglia. E ogni volta che boccia è come se dicesse: con questo non ce l’ho fatta.

Provo allora, giusto per intaccare le certezze di chi ha in mente un solo tipo di scuola, la scuola che boccia, a proporre una rapida panoramica di cosa accade in Europa.

Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia.

Stesso insegnamento a tutti gli alunni, il più lungo possibile. Non ci sono voti , né bocciature, si fa invece una valutazione globale all’ottavo anno di scuola. Vi manca la nozione di insuccesso scolastico, né vi sono indicatori per evidenziarlo (Si tratta infatti di paesi in piena decadenza, ormai abbrutiti.)

Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda.

Viene differenziata la scuola elementare dalla secondaria inferiore. Il curriculum è nazionale per il 55%. Ci sono valutazioni ma non bocciature. (Ma che vuoi? Questi si dipingevano di blu quando le legioni romane dominavano il mondo)

Germania, Austria, Lussemburgo, Svizzera, Olanda, Belgio.

Il passaggio da un ordine di scuola a un altro si attua mediante appositi corsi. Non ha senso l’espressione dispersione scolastica perché a tutti viene garantita una formazione professionale conforme alle attitudini di ciascuno. (Davvero volete che si dia retta a quello che fanno i crucchi?)

Spagna, Italia, Grecia, Portogallo.

Solo in questi paesi la valutazione è frequente ed esiste la bocciatura. (Forse è la nostra antica civiltà che ci ha “salvati”). (vedi qui)

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In Austria dal 2012 abolita la bocciatura

Il prossimo anno scolastico inizierà molto probabilmente conuna svolta storica per l’ Austria: il ministro per l’Istruzione pubblica, Claudia Schmied, ha annunciato di voler abolire la bocciatura.

Dopo i risultati disastrosi dello Studio Pisa 2009 in Austria, risultata al 31/mo posto su 34 paesi, il governo federale vuole correre ora ai ripari con un nuovo sistema scolastico. «I cambiamenti sono inevitabili», ha argomentato la Schmied. La sua idea è di introdurre per gli studenti che ne hanno bisogno al ginnasio e nelle scuole superiori un sistema di corsi, in particolare per il tedesco, la matematica e le lingue straniere . «Ha a che fare con la cultura scolastica più che con il profitto degli alunni», ha detto la Schmied, sottolineando che la bocciatura non aiuta alla competitività.

Secondo uno studio commissionato dalla Commissione Ue, circa il 9% dei quindicenni in Austria è stato bocciato almeno una volta, come nella media europea. La Schmied è convinta che oggi ci si debba

«concentrare su una nuova cultura dell’apprendimento e creare un sistema che dia importanza all’individualità degli studenti». (vedi qui)

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Scuola, fine delle bocciature
Gli allievi francesi dal 2015 non saranno promossi solo se lo vorranno i genitori

Per bocciare un allievo in Francia dal prossimo anno servirà l’autorizzazione scritta dei genitori o quella dello studente se quest’ultimo è maggiorenne.

Il Ministero dell’educazione ritiene che la riforma possa evitare di demotivare gli alunni meno diligenti, i quali potrebbero abbandonare gli studi anzitempo. La bocciatura, quindi, è considerata un’eccezione da accompagnare con un programma personalizzato che permetta allo scolaro di colmare le lacune.

La revisione nasce anche dall’esigenza di tagliare i costi. Le bocciature costano infatti allo stato due miliardi di euro all’anno. In Francia il 28% degli allievi è stato almeno una volta ripetente, contro il 12% della media europea. (vedi qui) [torna su]

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Abolire le bocciature
di Mauro Piras

Bocciare non serve a niente

La mia impressione è che le bocciature non servano a niente; e inoltre, oggi, colpiscono quasi solo le stesse classi sociali, cioè le più svantaggiate culturalmente. Ciò non vuol dire sempre le più svantaggiate economicamente, ma il capitale che permette a una persona di realizzare una ascesa sociale, di migliorare le proprie condizioni non è solo economico, è anche culturale e sociale…

Quindi è cruciale chiedersi se una scuola che boccia, e boccia sistematicamente verso il basso della scala sociale, vada mantenuta. I dati mostrano che le bocciature sono uno dei fattori che favoriscono la dispersione scolastica. Inoltre, la maggior parte dei ragazzi bocciati non migliora la propria carriera scolastica dopo la bocciatura. Tutto questo a fronte di un maggiore investimento da parte della famiglie, di una perdita di tempo (di vita), di un maggiore uso di risorse da parte della scuola pubblica. E ovviamente di crisi di autostima, difficoltà psicologiche, crollo della motivazione ecc.

Questi costi sono troppo alti, visti i risultati. La soluzione allora è a portata di mano: abolire le bocciature. È una grande occasione per ripensare alcune strutture fondamentali della didattica.

Cambiare la didattica

È ovvio infatti che non si possono abolire le bocciature mantenendo il sistema attuale. La scuola ha il compito di garantire la formazione degli studenti; e deve farlo in maniera giusta, come è ovvio. Quindi è indispensabile un sistema di valutazione, che funzioni da un lato da incentivo, premiando chi fa bene e sanzionando chi fa male, dall’altro come giusta retribuzione. Non si può certo sperare che gli studenti studino solo perché ne hanno voglia, per quanta energia si possa mettere per entusiasmarli.

Se si abolissero le bocciature senza modificare la struttura attuale della didattica, si avrebbe questo effetto: gli studenti che non fanno niente, o che comunque non riescono ad apprendere, per qualsiasi ragione, arriverebbero al diploma come tutti gli altri. Questo sarebbe profondamente ingiusto nei confronti di chi invece studia e impara; inoltre, un fallimento anche per quegli stessi studenti, a cui si darebbe un pezzo di carta senza avergli realmente insegnato qualcosa; infine, il lavoro degli insegnanti, in queste condizioni, sarebbe impossibile.

Insomma, comunque la si prenda, va male: se si boccia, si commettono ingiustizie e non si garantisce il successo formativo; se non si boccia, idem. È evidente che bisogna cambiare qualcosa nella struttura della scuola stessa, perché si possano abolire le bocciature.

Cambiare diploma e gruppo classe

Bisogna abolire il gruppo classe e modificare del tutto la natura del diploma che si rilascia alla fine.

Facciamo due ipotesi. Andrea si iscrive a un liceo scientifico. Va molto male in matematica, scienze e latino. Se esistesse la possibilità di formare in modo, come dire, “modulare” il proprio curriculum, fin dall’inizio si potrebbe dire ad Andrea non di cambiare scuola, ma di scegliere un curriculum in cui queste materie non ci sono (nel caso di latino) o sono meno importanti. Giulia invece, iscritta alla stessa scuola, va male solo in latino; per il resto ce la fa. È la tipica situazione da materia a settembre. Ma se non si boccia, non si rimanda neanche. Allora come si fa?

Così. L’anno successivo, Giulia, che per esempio ha 4, quindi è molto scarsa, ricomincia il corso di latino dal primo anno, mentre i suoi compagni vanno avanti al secondo anno; in tutte le altre materie, in cui è sufficiente, Giulia va anche lei al secondo anno. Se nel corso del suo secondo anno recupera, va avanti in latino restando indietro di un anno; se recupera in fretta e molto bene, può accelerare e fare anche il secondo anno, e riallinearsi. Supponiamo che Giulia arrivi in fondo, al quinto anno, senza avere recuperato l’anno di latino. Nel suo diploma non ci sarà scritto semplicemente “Diploma di liceo scientifico”, ma ci sarà scritto che il suo livello è buono in matematica, eccellente in scienze, sufficiente in storia, e insufficiente in latino, nella misura del ritardo di un anno di corso. O altre formule che permettano di esprimere il reale livello raggiunto da Giulia nelle singole materie. Questo livello è definito dal punto del percorso che lo studente è riuscito a raggiungere.

È ovvio che per fare questo bisogna eliminare il gruppo classe. Non ci devono essere classi che vanno avanti tutte intere, tolti i bocciati, per cinque anni, ma si devono formare gruppi che ogni anno si iscrivono al corso di una disciplina; questi gruppi non sono sempre uguali, perché ci possono essere quelli che sono rimasti indietro, o che hanno cambiato curriculum, che si inseriscono più tardi rispetto all’inserimento “naturale”. In un corso di matematica del terzo anno ci saranno molti studenti di sedici anni, ma anche qualcuno di diciassette o diciotto (e anche, perché no, qualcuno di quindici, se per esempio è “più avanti”). Chi lavora di meno, avrà alla fine un diploma in cui si dice che sa di meno.

È molto importante che cambi la natura del diploma rilasciato. Non serve a nulla dare un diploma “onnicomprensivo” che dice solo “Diploma di liceo classico. Un titolo del genere implica che chi lo ha sa il greco. Però se è stato un ciuccio per cinque anni e non sa niente di greco, e l’ha sfangata comunque, questo non risulta dal diploma. Il diploma deve elencare le materie fatte e le competenze raggiunte. La vera certificazione deve essere questa, delle competenze raggiunte in ogni singola disciplina. Se lì è scritto che di greco non sai niente, questo conta. Ma che interesse può avere una persona ad avere un pezzo di carta in cui c’è scritto che non sa niente?

Ci vuole un sistema più elastico

In sintesi, ci vuole un sistema molto elastico, in cui vengano aboliti i gruppi classe e i diplomi “onnicomprensivi, privi di specificazioni. E forse anche gli indirizzi di studio. O meglio, gli indirizzi devono essere meno rigidi.

Pensiamo al caso di Andrea, all’inizio. Se, scegliendo lo scientifico, ha sbagliato, oggi deve cambiare scuola. Perché o fai lo scientifico, o fai il classico, o fai il tecnico ecc. Questi indirizzi sono spesso diversi come realtà fisica (sono proprio edifici scolastici diversi), e anche quando sono nello stesso edificio, sono un unico blocco, per così dire, e trasferirsi dall’uno all’altro non è mai facile. C’è il nulla osta, la domanda di trasferimento, l’esame di idoneità. E poi, siccome ci sono le classi, magari Andrea non vuole lasciare la sua classe. E non vuole lasciare l’ambiente della sua scuola. Ecc.

Se invece gli indirizzi fossero concepiti come componibili, per moduli, la cosa sarebbe più semplice. Andrea va male in matematica, scienze e latino? Intanto, non dovrà più fare latino, se non vuole. Poi, potrà scegliere un indirizzo in cui segue dei corsi di matematica e scienze diversi, e ne segue altri di altre materie. Ma perché non pensare che possa rimanere nella stessa scuola, continuare a frequentare alcuni corsi che già frequentava, con profitto, e cambiarne soltanto altri?

Tutte queste innovazioni sarebbero enormi, per la scuola italiana. Siamo in un sistema sempre più rigido, sempre più difficile da gestire. Ma sempre più fallimentare. Perché non pensare a un cambiamento radicale? Certo, a fronte della situazione reale, sembrano fantasie, esercitazioni retoriche e inutili. Nella realtà, vediamo cose sconfortanti come la girandola insensata dei docenti a ogni inizio di anno scolastico, giustificata solo da rigidità burocratiche che non hanno niente a che fare con la didattica. Ma non risolveremo mai niente della nostra scuola, neanche queste difficoltà quotidiane, se non abbiamo un’idea forte del modello che vogliamo. Quindi iniziamo a costruirlo questo modello ideale. E un primo tassello è questo: fine dei gruppi classe, elasticità degli indirizzi, abolizione delle bocciature. (vedi qui) [torna su]

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Proponiamo, per gentile concessione della redazione, che ringraziamo, questo articolo di Marcello Benfante uscito sul n. 18, ottobre-novembre 2013, della rivista di educazione e di intervento sociale Gli Asini.

La strategia del ricatto
di Marcello Benfante

Sono stato complice

Nello scorso giugno, agli scrutini finali, sono stato complice, sebbene obtorto collo e con le mani legate dietro la schiena, della bocciatura di alcuni alunni che per varie e serie ragioni non avevano potuto frequentare assiduamente: anno scolastico invalidato, per l’esattezza, a causa del superamento del monte ore di assenze consentito.

Come dire: l’aritmetica che ha il sopravvento sulla pedagogia. Il trionfo brutale del quantitativo sul qualitativo. La presunzione che si possa crescere e imparare solo dentro la scuola (e non anche sul lavoro o nella famiglia o con una riflessione personale). E con il ritmo (vagamente marziale: da miles gloriosus) della scuola.

Il Consiglio di Classe, organo a vocazione repressiva, ha manifestato un certo sollievo nel respingere i ragazzi latitanti senza nemmeno doverli scrutinare. Senza nemmeno la fatica di discuterne. Una porta chiusa a priori. A cui è inutile bussare.

Il che forse conferma una recondita inclinazione sadica dell’insegnante, generalmente ben predisposto a esercitare il proprio potere selettivo come una sorta di prerogativa professionale. Ma forse in qualche modo la contraddice. È il nudo meccanismo legale, infatti, a respingere lo studente assenteista, con la sua ferrea e asettica prescrizione, e non il parere censorio dei docenti, i quali vengono esautorati e sollevati da ogni funzione giudicante.

Totalmente deresponsabilizzati, eccetto per quanto attiene al mero computo numerico, essi devono soltanto applicare una regola demenziale, calata dall’alto, dagli imperscrutabili cieli ministeriali, senza potere obiettare nulla (se non nella forma sterile della verbalizzazione, cioè come lettera morta di una cerimonia funebre).

Il mondo della scuola, si sa, è sempre piuttosto propenso alla burocratizzazione dei suoi riti e dei suoi passaggi. Il suo tempo è scandito ossessivamente dalla normativa, si tratti di regolamenti o di grammatiche.

È in questi momenti di assoluto nonsense istituzionale e di pedante ottusità para-legale che mi chiedo perché ho scelto di fare questo strano mestiere che a tratti mi pare assurdo, sebbene lo reputi indispensabile e degno di ogni considerazione.

Galeotto fu il maestro Manzi

Galeotta fu la televisione. Se sono diventato un insegnante, il merito o la colpa, insomma la responsabilità, è del maestro Alberto Manzi.

Suppongo che tutti sappiano chi sia questo straordinario pedagogo. Nato a Roma nel 1924, morto a Pitigliano, di cui fu anche sindaco, nel 1997, maestro indisciplinatissimo (si rifiutò di redigere le schede di valutazione, asserendo di non poter “bollare un ragazzo con un giudizio” e subendo perciò sanzioni disciplinari e pecuniarie), scrittore per ragazzi insignito del Premio Andersen nel 1956, popolarissimo personaggio televisivo (e anche in questa veste piuttosto ribelle: al provino stracciò il copione e fece una lezione a modo suo, scombussolando i bigi funzionari della Rai).

Intellettuale versatile, che aveva lasciato l’università e la direzione dell’Istituto di Pedagogia per condurre la ricerca “sul campo”, che si era recato in Amazzonia per imparare e insegnare (e imparare a insegnare) presso gli indios e i campesinos, che aveva vissuto una formativa esperienza didattica in un riformatorio, Manzi tra il 1959 e il fatidico 1968 condusse sul piccolo schermo in bianco e nero un programma pre-serale di alfabetizzazione di massa, in un’Italia ancora prevalentemente dialettofona, che s’intitolava Non è mai troppo tardi”.

Negli anni ‘50 il tasso di analfabetismo nazionale era di circa il 13% della popolazione, ma con punte minime dell’1% in Alto Adige e del 3% in Piemonte e Valle D’Aosta, contro i livelli massimi della Calabria (32%), della Basilicata (29%) e di Puglia e Sicilia (24%).

Una situazione drammatica, di profonda arretratezza, anche se già notevolmente evoluta rispetto ai dati del 1861, cioè alla nascita del Regno, che si attestavano intorno al 78% (ma con il 91% in Sardegna e il 90% in Calabria e Sicilia).
Il che equivale a dire che “Non è mai troppo tardi” fu una trasmissione rivolta prevalentemente alle plebi meridionali.

Con risultati notevoli. Si calcola che le 484 puntate del programma consentirono ad oltre un milione di italiani, soprattutto contadini del Sud, di conseguire la licenza elementare.

Non vorrei forzare le deduzioni statistiche (qui peraltro usate con disinvolta e approssimativa metodologia) ma, se si considera che al 2001 l’analfabetismo nel nostro paese, secondo dati riportati dall’Unione Nazionale per la Lotta all’Analfabetismo, era calcolato oltre l’11% (con circa 20 milioni di italiani sprovvisti di qualsiasi titolo di studio), “Non è mai troppo tardi” sembra assolvere pressoché interamente il miglioramento complessivo.

Il mio imprinting: “Non è mai troppo tardi”  

Ma i numeri, anche se più scientificamente considerati, non possono spiegare tutto. Non possono rendere conto, per esempio, del carisma mediatico e del fascino discreto di Alberto Manzi. Della sua abilità, per dirne una, di accompagnare le spiegazioni con l’ausilio di semplici e accattivanti disegni (e dire che la scuola non seppe apprezzare le virtù grafiche dell’alunno Manzi, valutandole con giudizi appena modesti).

Mi piacevano moltissimo quegli schizzi veloci eseguiti col carboncino in grandi fogli montati su un cavalletto. Erano un po’ come dei fumetti, e ciò li rendeva particolarmente graditi a noi ragazzi di allora, che apprendevamo un mucchio di cose dal “Corriere dei Piccoli” (assai più che dalla scuola).

Questo fu il mio imprinting didattico. La mano di Manzi che corre sul foglio per tracciare un simpatico pittogramma. Ho sempre insegnato (e imparato) abbozzando figurine alla lavagna, in ogni tipo di scuola, sia alla medie che ai licei o negli istituti professionali (non sono invece molto dedito agli schemi).

Un disegno, si sa, dice mille cose, pur senza parole. Cattura l’attenzione, magari sollecitando l’ilarità degli studenti che d’acchito si sentono troppo grandi per fare ancora pupazzetti, ma poi si lasciano coinvolgere facilmente. Anche uno scarabocchio. Perfino uno sgorbio. Tutto va bene e torna utile.

Per inciso: i miei alunni mi dicono sempre che avrei dovuto insegnare disegno, e non so se il complimento un po’ ruffiano nasconda ironicamente un dileggio delle mie capacità di insegnare l’Italiano o la Storia.

Comunque sia, il metodo funziona, e così mi avventuro a rappresentare con pochi segni stilizzati Dante che si smarrisce nella selva oscura come una specie di comic che nel relax fissa e chiarisce i concetti.

L’ho appreso da “Non è mai troppo tardi” questo elementare escamotage che assolve anche la funzione salvifica di scongiurare la noia, per il docente stesso, della ripetitività.

Il disegno ha sempre un potere liberatorio. E ludico, ovviamente. Questo tipo di approccio è anche un modo per sdrammatizzare la “lezione”, che sovente resta invece ex-cathedra anche quando tecnicamente non frontale.

Si dovrebbe sempre dare un senso di rilassatezza alla vita di classe. Bisogna che tutti si riesca a stare a proprio agio, senza angosce e patemi. E questo c’era di bello in Non è mai troppo tardi, che fin dal titolo era incoraggiante. E suggeriva che non tutto è perduto, che c’è una speranza, si può ancora rimediare. C’è tempo. Purché sia un tempo operoso, alacre. Insomma, un motto esortativo e insieme consolatorio, rassicurante.

Nella scuola, troppo spesso, è “troppo tardi

Nella scuola invece spesso, troppo spesso, è “troppo tardi. Di tempo, non ce n’è mai abbastanza. Il programma incalza, il calendario scandisce il metro della valutazione, stabilendo artefatte distinzioni trimestrali o quadrimestrali, i docenti diventano i contabili delle ore sprecate in ozio o dissipate nel disinteresse o altrove.

Il tempo scolastico è agostiniana estensione dell’anima. Benché nei film un’ora duri un attimo e l’insegnante in difficoltà venga salvato dalla precoce campanella come il pugile quasi al tappeto dal gong di fine ripresa, nella realtà un’ora in una classe turbolenta o difficile è praticamente infinita. Non si sa come colmarla. O come svuotarla. Le lancette s’inchiodano. Ogni istante si dilata come in un rallenty di Brian De Palma.

Di contro, l’anno scolastico ha impetuose (e misteriose) accelerazioni. Il tempo precipita. Si squaglia come gli orologi di Dalì.

Si è appena messo un po’ d’ordine nel lavoro e già sopraggiungono le vacanze natalizie. Il ritorno è contrassegnato da una regressione inesorabile. Ma ecco che, improvvisamente, dopo aprile, il mese più crudele, i giochi sono fatti, ogni cosa si affretta a chiudere la partita. È già off limits per tutto e per tutti.

Alla fine dell’anno c’è sempre qualche alunno che vuol farsi interrogare per recuperare un voto negativo, un andamento scolastico disastroso, ma non è quasi mai accolto come un figliol prodigo, bensì respinto (prima d’essere ufficialmente respinto con l’eufemismo reticente del “non ammesso”) perché è ormai fuori tempo massimo, rien va plus. Ossia perché è troppo tardi.

E magari qualche volta sarà anche vero. Ma il punto è un altro. L’insegnante è infastidito da questi ritardatari. È lui a stabilire i tempi, nell’ambito di una insindacabile cronologia istituzionale. La scuola stabilisce con fiscale inflessibilità l’entro e il non oltre. Come se per imparare e per dialogare ci fosse un’ora X invalicabile.

Anche sotto questo aspetto la vita scolastica, come veramente si configura nella realtà, è una dimensione spazio-temporale che, ove non può omologare, respinge ed estromette.

Ancora da Manzi: la lezione dell’accoglienza

Alberto Manzi, il cui curriculum è fitto di tante esperienze (dal lavoro radiofonico all’insegnamento agli extracomunitari, dalla traduzione e riduzione dei classici della letteratura per ragazzi alla produzione poetica e fiabesca, dalla divulgazione scientifica alla stesura della legge sui diritti dei minori) è noto al grande pubblico anche come autore del romanzo Orzowei (1955), dal quale fu tratto uno sceneggiato televisivo in tredici puntate che andò in onda nel 1977.

Orzowey, opera pluripremiata e tradotta in 32 lingue in tutto il mondo, è un bildungsroman che coniuga la tradizione salgariana dell’avventura esotica e dei nobili sentimenti di fratellanza con una forte tensione educativa e didattica.

Il protagonista, Isa, è un “trovatello”, una sorta di tarzanide (ma più direttamente desunto dal Mowgli kiplinghiano) che, trovato in una cesta come Mosè, viene adottato dalla tribù degli Swazi, appartenente alla grande famiglia della razza Bantù.

Unico bianco tra i neri, non riesce a integrarsi, a essere accettato, e viene messo al bando, pur avendo superato la prova di iniziazione.

Il termine “orzowei”, d’altronde, indica “uno sciacallo d’uomo, un niente”. Un paria da espellere con intransigente ostracismo.

Sperduto nella terribile foresta gremita di fiere e di insidie, Orzowei incontrerà un “maestro severo” che lo salverà e lo adotterà: è Pao, il capo dei Busheman, i pigmei, che lo istruirà nell’arte del tiro con l’arco e della sopravvivenza.

In seguito, Orzowei entrerà in contatto con i Boeri, la sua razza originaria, ma anche stavolta non sarà accolto con benevolenza. Resterà per quasi tutti un selvaggio, uno straniero. Troverà però l’aperta comprensione di Paul, leader dei Boeri, che Isa ribattezza “Fior di granoturco” per i suoi capelli biondi. Un altro padre e un altro maestro si assume la responsabilità della formazione e della crescita dell’orfanello da tutti respinto.

In Orzowei, Albero Manzi pone al centro della narrazione i temi del rifiuto e dell’accoglienza. Ovvero la precarietà della condizione infantile e scolare. La sua fragilità e la sua priorità. Non a caso gli educatori più sensibili sono proprio i “piccoli uomini” guidati dal saggio Pao, questa specie di Socrate africano. Cioè coloro che più si avvicinano alla schiettezza dei bambini. Alla loro “dimensione”. Alla proporzione con cui giudicano i valori della vita, le cose che veramente contano.

Ciò che è piccolo consente di crescere. Ma i discenti non “rimarranno sempre ragazzi”. Non possono essere relegati nella minorità. “Che uomini saranno se non diamo loro fiducia?”, si chiede retoricamente Pao.

In un certo senso, Pao e Paul (la somiglianza dei nomi ne fa un tutt’uno) ritengono che non è mai troppo presto per trattare i bambini e gli adolescenti come persone. Non sempre la scuola riesce a fare altrettanto. Non sempre riesce a essere accogliente, nel vero senso della parola.

Accoglienza è un termine che è stato inglobato dal linguaggio scolastico. Tradotto in “didattichese”, non significa più niente. Per meglio dire, sta a indicare delle odiose forche caudine, ovvero una serie di formalità fastidiose e di rituali stucchevoli, generalmente d’inizio d’anno. Peraltro subito smentiti dai toni prescrittivi e minacciosi con cui si usa ammonire preventivamente i potenziali indisciplinati.

Va da sé che questo primo approccio calibrato tra ipocrisia e intimidazione risulta piuttosto repulsivo che ricettivo.

La scuola, fin dal primo giorno, dal primo dei primi giorni, dovrebbe costituirsi come il luogo dell’ospitalità. Dovrebbe almeno sospendere e mettere in dubbio i suoi apparati, la sua tecnocrazia coercitiva.

Scrive Bruno Ciari (1923-1970), uno dei fondatori del Movimento di cooperazione educativa:

Dal primo istante in cui il fanciullo varca la soglia dell’aula il meccanismo, più o meno razionale, si mette in moto. Come vedremo, anche nei casi migliori il ragazzo diventa subito schiavo del ‘procedimento’; la sua vera personalità, la sua esperienza di vita è rimasta fuori, e probabilmente, se non entra in principio nella scuola, non vi entrerà più”.

Ma di solito, in tutti gli inizi del suo cursus studiorum, l’allievo è immediatamente avvertito che dovrà adeguarsi in frettissima. E che forse è già troppo tardi. (da Gli Asini, n. 18, ottobre-novembre 2013) [torna su]

* * *

LA SETTIMANA SCOLASTICA

Devastata la scuola, calpestati gli insegnanti

«Il futuro sarà come sono le scuole oggi». Scuole materialmente devastate da ladri e vandali: è appena successo a Napoli, ma è un emblema della situazione della scuola in Italia, come commenta Giorgio Israel:

Come potrebbe andare in modo diverso in un’istituzione sempre più trascurata, come tante altre istituzioni o servizi pubblici?

Quale rispetto si può mai avere di un edificio che si presenta con le mura esterne sbrecciate e cadenti e con una bandiera italiana a brandelli?

In tanti abbiamo salutato con favore il piano di edilizia scolastica annunciato dal presidente del Consiglio. Ma a distanza di mesi non se ne sa più nulla e tutto sembra arenato in una fase pre-preliminare.

Incursioni indecenti. Indecenti sono anche alcune incursioni di cui è fatta oggetto la scuola: a Roma CasaPound blocca l’ingresso dei bimbi rom a scuola; a Milano, campagna shock di Forza Nuova in 40 scuole: “Segnalate la propaganda gay“: iniziativa che segue al questionario spedito ai professori di religione dalla Diocesi ambrosiana, finalizzato a un’indagine sulle scuole in cui si verifica una presunta “diffusione dell’ideologia gender“; sempre a Milano, all’Istituto Cardano, un docente di religione fa vedere in classe un documentario shock su un aborto chirurgico, con un’ecografia in cui si vede nel dettaglio l’eliminazione del feto.

L’indecenza prosegue con gli interventi ministeriali.

Quota 96, la farsa continua. Accenniamo soltanto alla farsa infinita dei docenti di Quota 96, che ancora continua dopo due anni e mezzo. Il viceministro dell’Economia, Enrico Morando, annuncia che la questione non entrerà nella legge di stabilità: sarà affrontata “risolutivamente” la prossima primavera con le risorse destinate alla riforma della scuola.

Commissioni di esame ad “assetto variabile. E’ di questi giorni il caso delle commissioni per l’esame di Stato “ad assetto variabile” ed altalenante che fa pensare ad un Ministero in cui la confusione regna sovrana: infatti un giorno si parla di un esame con commissioni interne, fatta eccezione per il presidente di commissione, un altro giorno si cambia e si parla di commissioni miste con metà commissari esterni e metà interni, poi si torna a parlare di commissioni con docenti tutti interni. E’ proprio il caso di domandarsi: “Buona scuola o scuola poco seria?“.

Difficile trovare una logica in questa follia. A meno che la risposta non sia questa: al Miur non si sa chi comanda: Giannini, Renzi, Faraone, Puglisi o chi altri?

Contratti bloccati ad infinitum. E a smentita di qualsiasi dichiarazione a parole (ormai la qualifica di eroi Matteo Renzi non la nega più a nessuno: ieri agli insegnanti, oggi agli industriali), il governo contina a calpestare insegnanti e con loro sindacati e dirittto. In ambienti sindacali, ma anche nelle stanze che contano del Miur, si parla di un prolungamento del blocco del contratto della scuola fino a tutto il 2019. Ci domandiamo, con Lucio Ficara:

Non era il 2014 l’anno che il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, aveva indicato come quello dell’rinnovo contrattuale?

Se fosse vera l’intenzione, da parte del governo, di bloccare il contratto della scuola fino al 2019, non si comprenderebbe con quale coraggio si possa attuare un piano scuola, che oltre tutto aumenta i carichi di lavoro degli insegnanti.

Scioperi. Contro il blocco dei contratti lunedì 1° dicembre scioperano i lavoratori della scuola di Snals-Confsal, Gilda e Cisl, l’area V della dirigenza scolastica, l’Afam, la Ricerca e il personale all’estero.

Contro le politiche del lavoro del Governo, il blocco dei contratti e contro la “Buona Scuola” la CGIl e la UIL scioperano il 12 dicembre.

I governi italiani responsabili della “supplentite

La Corte Europea di Giustizia condanna l’Italia per abuso di precariato. Il 26 novembre l’attesa sentenza è arrivata. Dopo una battaglia legale durata cinque anni la Corte di Giustizia Europea ha stabilito la stabilizzazione del personale precario della scuola in Italia, che abbia svolto almeno 36 mesi di servizio. Secondo la Corte l’Italia per oltre dieci anni ha violato la Direttiva CE del 1999 imponendo il rinnovo di contratti a tempo determinato per provvedere alla copertura di posti vacanti d’insegnamento, in assenza di ragioni oggettive.

La sentenza riguarda i precari della scuola, anche il personale ATA, ma può essere estesa a tutti i precari della pubblica amministrazione. Solo nella scuola riguarda 250.000 persone che possono chiedere la stabilizzazione e risarcimenti per 2 miliardi di euro, oltre agli scatti di anzianità maturati tra il 2002 e il 2012 dopo il primo biennio di servizio e le mensilità estive su posto vacante.

Esultano i sindacati, le cui posizioni sono raccolte qui e qui.

La Gilda degli insegnanti annuncia che invierà subito una diffida al Governo e poi, entro dicembre, al via in tutta Italia le iniziative giudiziarie per la stabilizzazione di lei precari. Diffida al Governo anche da parte dello Snals-Confsal.

Soddisfatta la Flc Cgil:

Finalmente le ragioni dei precari – stabilità del lavoro e equa retribuzione – sostenute dalla FLC CGIL anche in migliaia di ricorsi sono state riconosciute alla luce del sole. Quando accadono questi fatti siamo orgogliosi di sentirci europei”.

Come pure Marcello Pacifico, presidente dell’Anief che per primo avviò la battaglia:

Arriviamo a questo importante evento presso la Curia del Corte di giustizia europea dopo esserci imposti già in diverse occasioni nei tribunali italiani, con risarcimenti a favore dei lavoratori in media di 30mila euro per ognuno. Sull’esito del processo, che interessato la vita professionale e personale di tantissimi precari, siamo fiduciosi”.

La ministra e Renzi avevano previsto tutto. Ma per la ministra non è successo niente.

Mi pare che i contenuti e i metodi che la riforma della scuola varata dal governo Renzi “La buona scuola” prevede siano perfettamente in linea, ma anche anticipatori rispetto a quello che ha indicato la Corte europea.

Il documento del governo prevede infatti un piano di assunzioni straordinario che a settembre 2015 porterà in classe circa 150.000 insegnanti.

Successivamente gli ingressi nella scuola avverranno solo per concorso con cadenza regolare, proprio per evitare che si crei altro precariato.

Anche Francesca Puglisi, responsabile Scuola, Università e ricerca del Partito Democratico, ricava dalla sentenza la stessa lezione: che Matteo Renzi aveva previsto tutto:

La buona scuola del Governo Renzi aveva anticipato la sentenza europea e propone una scuola a “zero precarietà‘”, con la stabilizzazione di oltre 148.000 precari gia’ dal prossimo anno“.

Ma per il mondo della scuola la realtà è un’altra. Innanzitutto si chiede l’onestà di stralciare le assunzioni dei docenti da ogni ipotesi di riforma della scuola. Come scrive Marina Boscaino:

L’unica parte positiva del documento in pdf La buona scuola (quella relativa all’assunzione di 150.000 precari) non è stata altro che uno spot pubblicitario, come molti di noi hanno affermato a più riprese. Quell’annuncio sbandierato come il più grande investimento” sulla scuola italiana degli ultimi decenni (da parte di un governo che, quanto a profluvio di aggettivi quale “storico”, “epocale”, “rivoluzionario” – parlando delle proprie proposte – non è secondo nemmeno ai vari Berlusconi) in realtà non è altro che un atto dovuto: i precari che hanno superato il 36 mesi di insegnamento devono essere assunti oppure risarciti.

In questo modo si sgonfia il cavallo di battaglia della “Buona Scuola“, mentre rimangono tutte le assurdità del “piano“.

Ma non è finita qui, nonostante la ministra minimizzi. La sentenza della Corte di giustizia Ue aprirà la via ad altri ricorsi, poiché si applica a tutti i settori, pubblici e privati, e per essere efficace ha bisogno di sanzioni anti-abusi che siano “proporzionate, effettive e dissuasive”. Il sindacato Anief dà le prime istruzioni su chi ha diritto a fare ricorso. Su Orizzonte Scuola una pagina di materiali sulla sentenza.

Intanto, si è conclusa la consultazione sulla “Buona Scuola

E si tirano le somme: un “flop. Per la ministra Giannini è stata “un successo“, per i sindacati è “un flop”  quella che modestamente la ministra ha definito “la più grande consultazione pubblica che l’Italia abbia mai realizzato»: spot pubblicitari sulla Rai e un tour che ha messo a disposizione della “Buona Scuola” Uffici Scolastici Regionali e la rete delle scuole italiane ha portato a 1 milione e 350.000 contatti sul sito, di cui quasi 200.000 contatti attivi.

Senza tale sostegno gigantesco si è espresso un gigantesco dissenso. I sindacati hanno raccolto 300.000 firme contro il blocco del contratto e con centinaia di mozioni e delibere di collegi dei docenti e di assemblee studentesche e dei genitori le scuole si sono pronunciate contro la proposta governativa. Nessuna a favore del piano Renzi. Persino l’istituto Balducci di Pontassieve, dove insegna la first lady, ha espresso con una mozione il proprio dissenso al dossierLa Buona Scuola“. Solo Agnese Landini non ha partecipato alla votazione. Tante sono state persino le lettere di singoli insegnanti con critiche chiare e proposte alternative motivate, fra cui segnaliamo quella di Anna Guarracino. Se questo è il parere del mondo della scuola, perché il Governo dice di voler procedere comunque? A cosa è servita la “consultazione“?

Il “merito” una “pagliacciata. Anche Francesca Puglisi, responsabile scuola del partito di governo (PD), canta vittoria: “‘La Buona Scuola’ rende gli italiani partecipi del cambiamento“. Eppure anche un quotidiano di destra come Il Giornale si è reso conto che il mondo della scuola ha bocciato la “Buona Scuola” e in particolare le proposte sul “merito, definita inequivocabilmente una “pagliacciata” lesiva della dignità dei docenti.

Rivedere “merito” e scatti? Qualcosa deve aver capito anche il Governo, se è vero che arrivano notizie informali alle redazioni di siti scolastici come Orizzonte Scuola sulla volontà da parte del Governo di rivedere tutto l’impianto dell’abolizione degli scatti di anzianità e la loro sostituzione con gli scatti di competenza da assegnare al 66% dei docenti.

La “Buona Scuola“, questo è l’inizio: investimenti a parole, ma tagli veri

Parole e consensi. Tutti i miliardi di cui in 9 mesi ha parlato Renzi sono per lo più solo parole. Sarà per questo che scende consenso al Governo e al suo principale partito.

Per quanto riguarda la scuola, per i prossimi anni sono previsti: tagli, tagli e tagli. Tutti questi provvedimenti sono contenuti nella legge di stabilità. Ne presentiamo una sintesi.

Si calcolano tagli per 1 miliardo e 411 milioni per i prossimi tre anni (470 milioni all’anno, a partire dal 2015). Ecco su quali voci il duo Renzi-Giannini vuole sfoltire.

Il compenso per i commissari interni degli esami di Stato (soprattutto per la maturità) sarà di zero euro. Non tutti i professori saranno commissari interni delegati alle prive di fine anno e perciò alcuni lavoreranno di più, ma senza compensi aggiuntivi come in passato. Taglio: 147 milioni.

Personale amministrativo, tecnico ed ausiliario. Sono i cosiddetti Ata che scenderanno di 2017 posti. Non si potranno più nominare supplenti per sostituire impiegati e bidelli durante le assenze brevi con un risparmio di 149 milioni. Da sommare ad altri 118 milioni per gli impiegati amministrativi in eccesso.

Docenti vicari eliminati. I docenti che dirigono un Istituto in mancanza del dirigente verranno eliminati, azzerando 1591 esoneri e 3105 semiesoneri. In pratica l’esercito di 4.700 insegnati senior che svolgono le funzioni di dirigente dovranno farlo in aggiunta del loro normale orario di insegnamento in classe, perché non verranno più sostituiti. Un’operazione da 240 milioni.

Miglioramento dell’offerta formativa: scende da 690 a 660 euro. È il fondo con il quale vengono finanziate le attività aggiuntive della scuola, in applicazione del Piano dell’offerta formativa. Meno 30 milioni.

Fondo per l’autonomia scolastica ridotto di 100 milioni. È un’altra voce grazie alle quale gli istituti pubblici svolgono attività contro il preoccupante fenomeno della dispersione scolastica, che raggiunge la preoccupante quota del 17 per cento.

Eliminate le supplenze brevi dei docenti (meno 315 milioni) mentre si registra la mancata assunzione dei docenti necessari a coprire l’aumento della popolazione scolastica ed altri tagli “minori”.

Della “Buona Scuola“, questo è l’inizio. [torna su]

* * *

RISORSE IN RETE

La “Buona Scuola” di Renzi qui.

La Direttiva sulla Valutazione qui.

Questo è il sito della LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP. In questo video ne parla Anna Angelucci.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e  la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Appello e “Domande-Risposte” dall’assemblea del “Manifesto dei 500 qui.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su vivalascuola: da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione: ScuolaOggi, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, école, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Foruminsegnanti, Like@Rolling Stone, Associazione Nonunodimeno, Gli Asini

Siti di informazione scolastica: OrizzonteScuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola.

Spazi in rete sulla scuola qui. [torna su]

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

2 pensieri su “Vivalascuola. La “Buona Scuola” di Renzi: silenzio sulle bocciature

  1. Ottiomo dossier! Il ragionamento e le proposte di Pascuzzi e Piras non fanno una grinza.Condivido però il prudente scetticismo di Giovanna LoPresti: con quali soldi saranno effettuati i recuperi per chi va male in una materia? In quali locali si svolgeranno? Una organizzazione così complessa sarà compatibile con la situazione della scuola italiana? O sarà solo un promuoveteli tutti indipendentemente da tutto…? Perché una cosa del genere funzioni bisognerebbe prima costruire le premesse.

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  2. Grazie, Ricky. Convengo sia sulla necessità di una scuola più flessibile sia sullo scetticismo nei confronti delle capacità di organizzazione e direzione della classe politica.

    Purtroppo a questo proposito si scontano sia le pecche di chi ci governa al presente sia le pecche storiche del carattere italico: refrattario alle norme e in preda a un permanente laissez-faire.

    E questo non può che essere particolarmente nocivo per la scuola, che viceversa richiederebbe un sistema complesso, ben organizzato e flessibile al contempo.

    Questa situazione finisce per far esaltare l’autoritarismo e fa sì che anche nella scuola ciascuno operi per la massimizzazione dell’interesse privato a dispetto di quello collettivo.

    Nulla tolgono comunque queste considerazioni all’urgenza di un intervento sul tema delle bocciature, per le motivazioni esposte con chiarezza da Pascuzzi e da Piras.

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