Annamaria Ferramosca, Ciclica

ciclica copertina
Annamaria Ferramosca
Ciclica, collana le voci Italiane, La Vita Felice, 2014 pag.96
Introduzione di Manuel Cohen

Ad un nodo e ad uno snodo dell’epoca, nella ‘notte artica’ delle ere tutte e delle lingue, le individualità più avvertite si mettono in gioco affrontando un ‘viaggio del disorientamento’ fisico e sensoriale, cognitivo e metafisico, toccando mondi e orizzonti, mappando bussole e atlanti, registrando gli ‘urti gentili’ per il ‘rompersi dei meridiani’, nello sfaldarsi dei sistemi planetari come pure dei rapporti umani sulla nave alla deriva: ‘l’isola disperata che siamo’. C’era bisogno di una lingua nuova, esposta alla babele dei ‘mille alfabeti’, predisposta alle ibridazioni, all’ospitalità senza preclusioni di sorta. Una lingua contaminata e meticcia, esposta ai venti di novità, al ‘soffio multilingue‘, tra geologia e biologia, tra techne e Angelezze: c’era urgenza di una lingua che si facesse carico del vento di novità ipertecnologico e virtuale, scientifico e sensibile, fisico e corporeo, e che nondimeno registrasse sopravvivenza e insorgenza dei realia, di ‘tutto il rumore del mondo’. In questa affascinante Cosmogonia, Annamaria Ferramosca, con una lingua duttile e sinuosa, spesso affidata a neologismi, erige una congrua neo-lingua e una neo-sintassi della poesia da opporre al Caos, al ‘disordine che dissipa’, tra immagini ritornanti nel cyberspazio di navi egizie, ferite a Gaza, misteri di sorrisi etruschi e presenze su altipiani etiopi. Nell’esperienza erratica e ontologica, una deambulatoria Ulisseide tra partenze e ritorni, agnizioni e preterizioni, si colgono gli elementi ciclici e vitali di persistenze e di novità tra ‘microguglie sensoriali’ e ‘vigna-nadir’; input e feedback, continuità e trasformazioni nel magma della metamorfosi incessante: e sono migrazioni e ritorni tra corpo e spazio, nascite e rifondazioni tra suolo e cosmo, botaniche rifioriture e neo-gemmazioni tra ‘animule’ e ‘anime lingue’. Le nuove parole e le nuove voci ‘come di un’alba o di un vagito’.
Manuel Cohen
***
dalla sezione Techne

scelgo mi piace e condivido
soltanto se
la posa non è teatrale se intravedo
il capo rasato sotto la pioggia
la stanza fiammeggiare
allontanarsi il punto cieco

l’urto mi chiedi l’urto ma
sei virtuale un’ipotesi una
finestra sul vuoto poi non so
quanto davvero vuoi
farti plurale
dimmi se chiami per conoscermi o solo
per riconoscerti
chiami chiami dai tetti
da eccentriche lune chiami da
nuvole pure dal basso chiami
voce di fango che mi macchia il petto
segna la fronte pure
si fa lacrima cristallo che
taglia il respiro

stiamo come in un rogo a far segni attraverso le fiamme
malferme sagome stordite da mille nomi
la lingua disartícola e l’audio
sarebbe comprensibile soltanto se
intorno il rumore attutisse
se fossimo
puro pensiero silenziopietra
statue serene dal sorriso arcaico
ai piedi un cartiglio e
lampi negli occhi

***
dalla sezione Angelezze

cartapesta

tutta quella polpa d’albero che attraversa le dita
fango stropicciato in attesa di un eden

un’animula addensa dentro la pasta
grida la nascita un nome
esige un’identità inattaccabile
nel segno dell’offerta
e l’abito giusto cerimoniale
anche se ha scelto d’essere un pastore
ancora senza gregge oppure
una raccoglitrice di frutta nel gesto di offrire
tre grappoli d’uva come gioielli

chiede un vestito dai toni caldi
durevoli
un vestito per piccole persone
che sanno come restare imperturbate
lungo il tempo dentro una ferma felicità

loro conoscono la Carta
la via l’approdo il verso dove

alberi

non sappiamo di avere accanto mappe di salvezza
dispiegate nei rami
gli alberi sono bestie mitiche
invase dall’istinto fieri suggerimenti
restare accanto
non per generosità ma per pienezza
— intorno l’aria splende in rito di purità —
la terra tenere salda
perché sia quiete ai vivi

gli alberi hanno strani sistemi di inscenare la vita
prima di descrivere la morte
s’innalzano
con quei loro nomi di messaggeri
le vie tracciate sulle nervature
lo sgolare dei frutti
sii migliore del tuo tempo dicono

devo
far correre quest’idea sulla tua fronte
devo
e tu su altra fronte ancora
e ancora prima
che precipiti il sole

***
dalla sezione Urti gentili

stalattiti

inciamperò — lo sento — su pietre native
in questo viaggio del disorientamento
fuori da ogni codice da ogni latitudine

sono in partenza e in molti mi salutano
da piattaforme di stazioni che sfrecciano
nomi in fuga illeggibili e nessuno
che possa vedermi commossa
agitare le braccia rispondere al saluto

unico appoggio achtung
per non cadere di solitudine sporgendomi
è la voce bambina che affiora lontanissima
allo scoccare dell’ora della favola
la parola d’ordine segreta
zínzuli!
(sugli stracci salivamo leggere
come sospese solo orecchio essenziale)

fosse questo arcano di grotta la
biblioteca chiara dove riconoscersi
deprogrammarsi nudi
oltre il tempo
un rampicare insieme lungo pareti sdrucciole
verso un tetto carsico
cercando l’aggancio al pieno il cavo da saziare

fosse questa dalla grande madre
la risposta in lingua stalattitica
lente parole da dire lente da elaborare
sedimento che edifica pietra
contro ogni legge di gravità
come a scan-dire una costanza
sempre sarò qui per te
nonostante

urti gentili

mi manca la lingua mi manca
quella timidezza di vocali aperte
di zeta dolce nel grazie
un incurvarsi della voce in gola
come a piegarla fossero le pietre
salentine del ricordo o forse
una malinconia residua della nascita
ingorgo che resiste
allo sperpero del vivere

furore dei cieli di una volta
grida bianche dei dolmen che insistono
nel vedere il mattino sorgere
sulle rovine ogni volta
qualunque sia l’inclinazione della luce

mi manca quella strana paura
prima di ogni viaggio
come un sottile rifiuto della distanza
come di albero che impone alle radici
un limite all’espandersi e si concentra
sulla cura dei frutti

pure amo
tutto questo calpestio di genti nella città
l’impasto lento di animelingue
il rompersi dei meridiani l’inarcarsi dei ponti per
urti gentili
questo annodarci annodando
i cesti della fiducia con antiche dita
***
dalla sezione Ciclica

revisioni

errore: non essere rimasti accanto al fuoco di fila
con occhi di cane a implorare o — muso in alto — ad abbaiare

urgenza del mutare
un grido-scheggia che trapassi la retina
apra varchi inattesi
un tempuscolo rovente che accenda
la permanenza stabile del coro
torre inattaccabile dove
le lingue si traducono solo sfiorandosi

così i fallimenti possono mutare
in categorie di seduzione
come la catena trasmessa dal seme al frutto
nonostante il marciume il trambusto dei rami

pagine ancora per voltare pagina

ancora
un sangue abbiamo consapevole
di voler coagulare come fosse troppo nobile
per l’uscita selvaggia dalla vena
umori fertili abbiamo
che premono sulla fioritura
e profili aggraziati a chiamare
la tenerezza degli urti le gratitudini

abbiamo sulla fronte un rogo che fa paura
ma nell’aggrottare appaiono onde
un oceano che trascina
il mio corrimano di legno tentativi di ponti
capre e pastori erranti (hanno il nostro profilo)
pani tastiere reti
incastrate tra rami di olivo e note di sassofono
e — a ondate — pagine
immarcescibili (la voce come di un’alba o di un vagito)
pagine ancora
per voltare pagina

2 pensieri su “Annamaria Ferramosca, Ciclica

  1. Il mio denso grazie a Fabrizio per aver voluto questa dilatazione.
    e ad Ernesta, per il suo apprezzare, grazie.
    Annamaria Ferramosca

    Mi piace

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