“TERRA IGNOTA”, FANTASY E DINTORNI. INTERVISTA A VANNI SANTONI

di Giovanni Agnoloni

L’anno scorso intervistai Vanni Santoni su Postpopuli in occasione dell’uscita del primo volume della sua trilogia fantasy, Terra ignota – Risveglio.

Dopo la pubblicazione, sempre per Mondadori, del secondo atto della serie, Le figlie del rito, ci ritroviamo qua a parlare di fantasy e non solo.

Col secondo atto di Terra ignota, prosegue la tua saga fantasy. Quali le note salienti del tuo approccio al genere, in particolare in questo sequel?

1-TI2cover_bigQuando mi sono approcciato al fantasy, avevo ben chiara l’idea di quello che intendevo fare: da un lato un grande romanzo postmoderno che includesse quanti più possibili riferimenti al “canone” fantastico occidentale (sia alto che basso); dall’altro, un romanzo popolare, avventuroso, di intrattenimento, che rispettasse le regole proprie del genere. Di Terra ignota è già stato scritto molto, e molte sono le definizioni che ne sono state date: “fantasy puro”, “action fantasy”, “fantasy postmoderno”, “shonen”; alcuni hanno parlato di “fantasy classico” e altri di “fantasy atipico” (definizioni apparentemente opposte), e anche di “fantasy per letterati”, o di “ponte tra fantastico colto e fantastico popolare”. In realtà credo che siano tutte etichette sensate, a seconda della prospettiva da cui si guarda al testo. 
Per quanto riguarda questo Terra ignota 2 – Le figlie del rito, la prima cosa che salta all’occhio, coerentemente con lo sviluppo anagrafico delle protagoniste e la crescita delle loro responsabilità effettive, è che questo secondo romanzo ha un taglio molto più adulto. Molti dei toni fiabeschi e “manga” sono necessariamente decaduti, e ciò mi ha portato verso una narrazione più cupa, cruda e violenta. Terra ignota 2 – Le figlie del rito comincia tre anni dopo gli eventi descritti nel primo volume e l’ho progettato come un libro a sé stante, autonomo e autoconclusivo. Può essere tranquillamente letto come un romanzo a sé, e credo che questo sia uno dei suoi punti di forza. Se mi piace la possibilità che dà una serie di portare avanti narrazioni più lunghe, dall’altro non ho mai avuto troppa simpatia per quelle che cercano pelosamente di “venderti” tutti gli episodi. Le figlie del rito non è neanche un romanzo “di passaggio”, dato che conclude la vicenda di Ailis, Vevisa e compagnia: il terzo libro fantastico che farò per Mondadori sarà qualcosa di molto diverso, una sorta di prequel metafisico della serie, con altri personaggi e un’ambientazione dove il mondo fantastico si ibriderà col nostro.

– Il simbolo e l’archetipo sono due temi portanti della grande tradizione fantastica. In che modo li hai interpretati e articolati?

Nel primo Terra ignota, dato che i riferimenti erano diverse migliaia, per evitare che si trasformasse in un lavoro esclusivamente intertestuale (o peggio allegorico: e Todorov insegna che quando in una narrazione l’allegorico sopravanza il senso di meraviglia siamo già fuori dal fantastico) serviva una narrazione ampia che si strutturasse intorno ad archi narrativi archetipici e ben radicati nell’immaginario. Ho studiato a fondo il Propp di Morfologia della Fiaba, il Campbell dell’Eroe dai mille volti, lo Jung di Gli archetipi dell’inconscio collettivo e il Frazer del Ramo d’oro, e ho costruito la trama in base a un sistema di rimandi mitici, estetici e psicologici profondi: l’obiettivo era creare qualcosa che riverberasse di quanti più archetipi e simboli possibili, e però lo facesse in modo non accademico ma puramente narrativo. Per questo, oltre a tali basi, era necessario rifarsi anche agli strumenti e le modalità delle grandi narrazioni pop contemporanee – penso anzitutto al cinema – che tanto hanno cambiato il genere: Ailis, la protagonista, ha in sé tratti dell’eroe epico classico e del «re messia» frazeriano ma temperati dalla modernità: è tanto parente di Horus e Gesù Cristo quanto lo è di Luke Skywalker e Goku (oltre a prendere in prestito il nome dall’Alice di Carroll).


In Terra ignota 2 – Le figlie del rito, pur mantenendo questo approccio, sono emerse anche altre necessità più narrative e meno teoriche: ormai i personaggi erano figure a tutto tondo, e le categorie fiabesche e mitologiche a cui erano ascritti gli stavano strette rispetto ai loro desideri e alla loro indole, e quindi ho lasciato che rompessero liberamente tali gusci simbolici; per questo, forse, alcuni dei primi commentatori di Terra ignota 2 hanno parlato anche di “realismo nel fantastico”.

– Pensi che si stiano creando le basi per il superamento delle tradizionali barriere tra il fantasy e la narrativa mainstream?

Vanni Santoni

Vanni Santoni

Premesso che ritengo futile tracciare arbitrarie divisioni “di genere” dato che in letteratura conta, in ultima istanza, solo la qualità, le barriere almeno nei cataloghi degli editori esistono, e per far sì che vengano superate nella testa del pubblico e della critica, bisogna capire quali ragioni hanno di esistere. Al di là della spiegazione più ovvia e generale – i “generi” (reali o percepiti) che, in ogni periodo storico, mostrano una buona risposta commerciale, vivono di conseguenza una sovraproduzione e con essa un abbassamento della qualità media, e quindi della qualità assoluta percepita – il caso della scarsa reputazione del fantasy italiano ha caratteristiche specifiche, le quali a loro volta hanno radici profonde. Uno dei miei primi obiettivi, quando ho iniziato a giocare con l’idea di scrivere un fantasy, è stato proprio cercare di comprenderle, lavoro da cui sono nati i due articoli che linko qua sotto. Nel nostro paese il fantastico, pur potendo contare su una tradizione amplissima – penso a Dante, penso ad Ariosto – nel Novecento si è indirizzato verso lo “speculativo colto” senza sviluppare molto una propria linea “popolare”, e questo ha fatto sì che, a fronte del ritorno di popolarità del genere, molti nuovi autori (spesso lanciati irresponsabilmente nella mischia dagli editori, come ho raccontato in questo articolo uscito a suo tempo su “Orwell”) si siano dovuto appoggiare a opere straniere recenti, creando testi per lo più derivativi. Ho parlato ampiamente del fenomeno (e delle fortunate eccezioni) in questo articolo uscito sulla Lettura del “Corriere della Sera”.

– Quali sono le principali differenze nella fruizione del genere fantasy in Italia e all’estero, soprattutto nel mondo anglofono?

Come accennato negli articoli succitati, credo che a noi siano anzitutto mancati grandi autori popolari – penso ad esempio a Lovecraft – che si è scoperto poi essere geni della letteratura. E ovviamente è mancato anche un Tolkien. Ciò, unito a un contesto accademico già poco interessato al fantastico, problema le cui origini potrebbero esser fatte risalire ai dettami di Croce, ha fatto sì che da noi ci sia una drammatica assenza di lavoro critico serio sul fantastico, sia in sede accademica che in rete, dove oggi si svolge buona parte del dibattito letterario, e ciò, per un ovvio effetto di feedback, ha ripercussioni anche sulla produzione. Circa invece la fruizione da parte dei lettori, non vedo enormi differenze, ormai la “mainstreamizzazione” del fantastico è avvenuta negli altri medium e avverrà anche in letteratura, dato che, tra i generi, è quello più transmediale: l’immaginario fantastico contemporaneo nel suo complesso è oggi fortemente influenzato, in alcuni casi anche più che dalla letteratura, dal cinema, dal gioco di ruolo, dal videogame, dal cartone animato, dal fumetto, addirittura dai giochi di carte collezionabili e dai wargame, tutte cose con cui anche il fruitore di sola “literary fiction” entra oggi comunque in contatto. E chissà cosa succederà con la fantascienza: prevedo infatti un suo deciso ritorno in auge, conseguente alla prossima realizzazione di una serie HBO tratta dal Ciclo della Fondazione di Asimov – intanto, coincidenza vuole che il nuovo numero della decisamente “letteraria” Nuovi Argomenti proprio alla sci-fi sia dedicato…

– La tua scelta di firmarti col tuo nome seguito da “H.G.” è un omaggio a Guido Morselli, autore a lungo trascurato proprio per la sua collocazione in un ambito narrativo “snobbato” della critica. Perché è successo e succede ancora questo (se succede)?

Premesso che Guido Morselli resta un caso limite, non credo che la sua sfortunata storia editoriale sia frutto esclusivo del fatto di scrivere romanzi fantastici, dato che non gli pubblicarono neanche quelli realistici. Oggi, come avevo a dire in questa intervista, il problema mi pare per lo più inesistente, anzi anche le case editrici che normalmente non hanno catalogo fantastico pubblicano a volte, e senza troppe preoccupazioni, testi comunque ascrivibili al genere.

– Infine, un’anticipazione sulle tue prossime uscite di literary fiction.

Al di là dei nuovi titoli della (ora, visto il successo dei primi due libri, possiamo dirlo) fortunata collana Romanzi di Tunué (Lo Scuru di Orazio Labbate e Tutti gli altri di Francesca Matteoni), che da curatore considero un po’ anche miei, ho due uscite imminenti.
A primavera arriverà in libreria per minimum fax una raccolta di racconti lunghi che alcuni hanno già paragonato alla “top 20 under 40” (in questo caso però gli autori saranno 10) del New Yorker. Sarà curata da Alessandro “Jumpinshark” Gazoia e Christian Raimo, si intitolerà L’età della febbre e conterrà un mio lavoro.
Il 7 maggio invece uscirà per Laterza Muro di casse, un saggio in forma di romanzo (ma poi, come sempre succede con le mie cose, molto più romanzo che saggio) sulla storia dei free party e della cultura rave in Italia e in Europa.
E ancora altre cose bollono nel calderone, ma sono tutte un po’ più a lungo termine.

2 pensieri su ““TERRA IGNOTA”, FANTASY E DINTORNI. INTERVISTA A VANNI SANTONI

  1. Pingback: una intervista su #TerraIgnota2 | sarmizegetusa

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