Sguardi dal Novecento di Nicola Vacca

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Se ci sono autori che pur avendo scritto molte opere hanno in fondo scritto sempre lo stesso libro, ci sono lettori che hanno fatto un’opera delle proprie letture. Hanno realizzato in questo modo un monumento di civiltà che può servire agli altri per ritrovare la propria identità perduta. Ed è un’opera meritoria e attualissima in un’Italia che il “favoloso” Leopardi definirebbe ancora priva di un popolo civile, ammorbata dalla borghesia più ignorante d’Europa.
Il libro di Nicola Vacca è una di queste opere. I profili dei grandi autori che egli ha tracciato, individuano il suo profilo letterario e culturale. L’effetto è efficacemente circolare e riflessivo. Lo aveva già scoperto Proust che il lettore legge se stesso, mentre l’opera è un mero strumento ottico. Ecco che nel buio intellettuale dell’Italia lobotomizzata dal nuovo fascismo della società dei consumi, Vacca accende una luce che ha una fonte prospettica. Viene da un altro secolo. E’ la luce di figure di intellettuali che non ci sono più, che sono andate perdute, ma le cui opere e la cui testimonianza potrebbero ricostituire l’arca di un’identità nazionale e popolare. Col sudore del suo lavoro critico sempre contro vento, Vacca ha costruito e offre alla nostra lettura il proprio personale pantheon laico. Egli è un instancabile lettore, prima ancora che poeta e critico. Anch’egli, come ogni lettore, legge se stesso e propone a noi di ritrovarci attraverso la lettura del suo libro. Ritrovarci e rinfrancarci. Sguardi del Novecento, ma anche sguardi dal Novecento, in quanto ancorati al punto di vista di un secolo defunto, nelle sue tragedie, come nelle sue splendide e irripetibili espressioni.
Tra i grandi autori scelti da Vacca per i suoi “sguardi”, quattro ritengo fondino la sua architettura culturale, Sciascia e Silone, da un lato, Camus e Cioran, dall’altro. Eresia e ribellione, Vacca ci propone di scegliere la disorganicità rispetto al conformismo culturale di ogni tempo, lo scarto della lingua e del pensiero rispetto alle confortanti ma soporifere convenzioni intellettuali. Eppure, se posso cedere al gioco dell’identificazione, Nicola Vacca, giornalista e poeta, intellettuale appassionato e per niente acquietato, richiama un altro dei suoi profili, Karl Kraus, l’autore di Detti e contraddetti. Allo stesso modo Vacca è capace con i suoi scritti di “certificare la morte dei cori in cancrena e allo stesso tempo distinguere le parti ancora vive, segnalandole a chi non era più in grado di vedere”. Come Kraus, è uno dei pochi cronisti degli Ultimi giorni dell’umanità. Post-moderno con grande anticipo, l’autore austriaco scrisse un’opera teatrale che denunciava la violenza e l’ipocrisia della civiltà europea che venne affossata nelle trincee della Grande Guerra. Fu un’opera irrappresentabile e per questo mai rappresentata, se non postuma, nel 1990 grazie al genio di Luca Ronconi. Anche dai profili di Vacca esce fuori una civiltà inguardabile e un mondo nuovo (non ancora) rappresentabile. Alla civiltà dei morti e della “mattanza”, Vacca contrappone la “civiltà delle anime”, come ha ben colto, nella sua prefazione, Simone Gambacorta, geniale animatore delle pagine culturali del quotidiano di Teramo La Città, su cui questi articoli sono apparsi. Questa civiltà offre asilo, aggiungerei, ad una comunità antica ma dispersa, la comunità del pensiero, capace di fare elogio della “follia” della ragione e del dubbio.
Non è un caso che il libro si chiude con una sezione intitolata Ragionevoli dubbi. Ancora una volta il bersaglio è il sistema culturale dominante tenuto unito e chiuso da “un filo perverso di complicità tra gli uffici stampa delle case editrici più note e i recensori che vanno per la maggiore. Insieme decidono cosa recensire e cosa far diventare un caso letterario. (…) Il mercato è tutto, il libro no. Anche nella cultura il vuoto è di scena. E i recensori hanno scoperto che è pure redditizio”. Nemmeno la poesia si salva, “uccisa” da “presenzialisti con la maschera del conformismo, sempre pronti ad abbracciare il credo prevalente di turno”.
Sbaglia, tuttavia, chi pensa che il dissapore di Vacca sia succo del cinismo. L’eresia di Vacca è figlia di un amore mancato per una cultura viva e di un’indomabile passione per una vita di poesia autentica. E’ sufficiente leggere le parole, le più intense di questo libro, dedicate ad Alda Merini (quella vera, non alla sua icona), che “scriveva sempre così, intingendo la penna nelle vene della passione, che accoglieva senza riserve per incontrare Dio e il suo contrario. Non amava le rinunce. Le parole della poesia erano per lei dadi con i quali giocarsi d’azzardo la vita. (…) La scrittura risponde così ad un’esigenza vitale: penetrare il cuore delle cose con la grandezza intuitiva del verso per dividere, nella vita, il sincero dall’insincero; entrare con l’amore per la scrittura dalla porta chiusa a chiave della follia, per spalancare finestre di celesti mutamenti sul divenire di un pensare totale”.

Pasquale Vitagliano

4 pensieri su “Sguardi dal Novecento di Nicola Vacca

  1. grazie, molto bello e interessante!

    ” penetrare il cuore delle cose con la grandezza intuitiva del verso per dividere, nella vita, il sincero dall’insincero; entrare con l’amore per la scrittura dalla porta chiusa a chiave della follia, per spalancare finestre di celesti mutamenti sul divenire di un pensare totale”.

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  2. Cara Ernestina (posso chiamarti così), grazie per il complmento che mi fa molto piacere. Posso però dire che se la recensione è efficace lo si deve principalmente a ciò che si è letto.

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  3. Complimenti all’autore e al recensore. Il pezzo è pregevole davvero e aggiunge motivi e curiosità ulteriori all’attesa del libro (in ritardo sull’ordinazione perché in ristampa)…
    Un caro saluto
    Antonio

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