Vivalascuola. E si udì sulla terra

A bambine/i dedichiamo questa puntata natalizia di vivalascuola. Bambine/i sempre più strette/i fra indigenza, la vita in aree metropolitane e una scuola dimezzata. In un Paese sempre più povero e sfiduciato, in cui la mafia detta legge alla politica. Come persone di scuola pensiamo sia proprio il caso di dire che “Non serve una una cattiva legge sulla scuola, che colpisca gli stipendi degli insegnanti e aumenti i loro carichi di lavoro, che distrugga la libertà d’insegnamento e che renda gli insegnanti sempre più asserviti e succubi di una dirigenza sempre più potente, serve ben altro. Forse in Italia servirebbero altre “leggi punitive”, capaci di arginare quei fenomeni di putridume corruttivo che stanno colpendo il Campidoglio e i salotti buoni romani, compresi quelli dove siedono politici vicini all’attuale governo“. (vedi qui). Ringraziamo la redazione della rivista “Gli Asini“, dal cui n. 12/13 è tratto il bel testo di Grazia Honegger Fresco che qui presentiamo. Un grazie di cuore a collaboratori e lettori e a tutti auguri di buone feste e buon anno 2015.

Indice
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.Grazia Honegger Fresco, E si udì sulla terra
Materiali. Non è un Paese per bambini
Le notizie della settimana scolastica
Segnalazione. La formazione dell’insegnante di Lettere
Risorse in rete

* * *

E si udì sulla Terra
di Grazia Honegger Fresco

Mi dissero di un uomo vissuto nell’oscurità più profonda;
i suoi occhi non avevano visto mai nessun lieve chiarore,
come in fondo a un abisso.

Mi dissero di un uomo, vissuto nel silenzio; non un rumore,
nemmeno impercettibile era mai giunto al suo orecchio.

Sentii parlare di un uomo che era vissuto
sempre immerso nell’acqua, un’acqua di strano tepore
e che tutt’a un tratto spuntò fuori tra i ghiacci
e spiegò dei polmoni che mai avevano respirato
(lievi sarebbero le fatiche di Tantalo al confronto),
ma visse.
L’aria distese d’un tratto solo i suoi polmoni
ripiegati fin dall’origine.

E allora l’uomo gridò.
E si udì sulla terra
una voce tremante che non si era mai udita,
uscente da una gola
che non aveva vibrato giammai…

Venire al mondo

Questo testo di Maria Montessori venne pubblicato per la prima volta nel 1935 ne L’enfant, edizione francese de Il segreto dell’infanzia, che – a causa del veto fascista agli scritti montessoriani – uscirà in italiano nel ’38 a Bellinzona (Svizzera) e poi nel ’50 per i tipi di Garzanti. Lei lo aveva presentato anche prima, nei corsi internazionali del ’30 e del ’31 a Roma, a dimostrazione del fatto che da tempo andava riflettendo sulla condizione del neonato, allora solo “tubo digerente” o pura “appendice” della madre, secondo la diffusa opinione dell’epoca.

La forma poetica esprime con efficacia il dramma di ogni essere umano nel venire al mondo. Non importa se poi si è scoperto che il buio non è proprio completo, né il silenzio così totale (secondo gli studi di Alfred Tomatis, la sensibilità uditiva sembra essere assai precoce, condizionante l’intero sviluppo. Cfr. La notte uterina. La vita prima della nascita e il suo universo sonoro, red 1996). È comunque intuibile lo stato di incertezza, di disagio provocato dalla differenza di ambiente, tra caldo e freddo, dal buio alla luce, con l’improvviso cambiamento dei ritmi del cuore, del respiro e di molto altro ancora.

Certo, il neonato è attrezzato per superare rapidamente un tale trauma e tanto meglio se esce attraverso le strettoie del naturale canale del parto. Essenziale però che esso non si prolunghi artificiosamente: il figlio, prima collegato alla madre in stretta simbiosi, ora è separato da lei, la ritrova in una unione tutta diversa e ha urgente bisogno di conoscerla a contatto di pelle calda, di odori, di voci. Due persone ben individuabili, ancora bisognose l’una dell’altra.

Il bambino, nuovo a tutto, esprime molto presto precise esigenze sensoriali ed esprime con il pianto o in altri modi l’esigenza di una totale continuità: ogni cambiamento va bene se diluito nel tempo e nei modi, giusto per avere il tempo di assuefarsi. Passeranno anni perché questa complessa realtà, sotto gli occhi di tutti, cominci a essere verificata in modi sistematici e finalmente riconosciuta. La medicina per prima stenta a riconoscere come vitali per la specie umana esigenze di sopravvivenza comuni a tante altre specie animali. Si limita a controllare lo stato di salute del neonato con l’indice di Apgar, livello minimo adottato dal 1952. Ma c’è molto di più e di assai poco misurabile: la qualità di un’accoglienza che risponda, per ogni individuo appena nato, alle esigenze sue e della specie.

Con Maria Montessori inizia l’attenzione al neonato

Le parole poetiche di Montessori, peraltro non sempre apprezzate, aprirono la strada a molta parte delle ricerche attorno al parto e alla nascita.

Con Maria Montessori inizia l’attenzione al neonato: nel suo cammino a ritroso si era dapprima occupata (1898-’99) di ragazzini oligofrenici, dal 1907 dei piccoli sani dai 2 anni e mezzo ai 6 nella Casa dei Bambini, dal 1913 dei 6-12 nella scuola elementare su richiesta esplicita di famiglie interessate. Nel ’39 scrisse pagine affascinanti sulla scuola per gli adolescenti senza arrivare però a realizzarla a pieno, salvo alcune esperienze a Kodaikanal, nel periodo indiano durante la seconda guerra mondiale.

Al termine della prima si era stabilita a Barcellona – Calle Ganduxer 22 – con il figlio Mario e la giovane moglie di lui, Elena Christhy. Qui, nel giugno del ’19, nasce la prima nipote Marilena e nell’aprile del ‘21 il secondo, chiamato Mario Jr., (detto poi nell’infanzia Mariucchino), forse un suo prediletto. In seguito arriveranno Rolando e Renilde. A Barcellona, da cui spesso si allontana per tenere corsi e congressi in Italia e nel resto d’Europa, Maria tiene una fitta corrispondenza con amici lontani, parla alla radio catalana su temi educativi, (più tardi aprirà una piccola Casa dei Bambini con l’aiuto della sua allieva Maria Antonietta Paolini) e coltiva anche un altro interesse: di frequente si reca alla Maternità per osservare i neonati e le loro madri. Guarda, confronta, riflette: il 24 ottobre del ’21, sotto gli auspici della rivista cattolica “La femme belge“, viene invitata in Belgio a tenere un incontro con genitori di bambini dei primi anni. La conferenza, pubblicata a Lovanio nel dicembre 1922 con il titolo L’éducation de l’enfant dans la famille, sarà all’origine de Il bambino in famiglia, un volumetto che, sempre per i veti mussoliniani ai suoi scritti, uscirà in sordina nel 1936. Il primo capitolo, intitolato La pagina bianca, si conclude con queste parole:

Il bambino come personalità a sé, diversa dall’adulto, non si era mai affacciato alla ribalta del mondo. Quasi tutta la morale e la filosofia della vita si orientarono sull’adulto e le questioni sociali per l’infanzia furono altrettanti rami dell’adultismo. Il bambino come personalità importante in se stessa, che ha bisogni diversi dall’adulto da soddisfare, per raggiungere le altissime finalità della vita, non fu mai considerato. Il bambino fu visto come un debole aiutato dall’adulto, mai come una personalità umana oppressa dall’adulto. Il bambino come uomo che lavora, come vittima che soffre […] è una figura ancora sconosciuta. Su di essa esiste una pagina bianca nella storia dell’umanità. È questa pagina bianca che noi vogliamo cominciare a riempire.

Vale la pena ricordare che tra gli anni Trenta e i primi Quaranta anche Françoise Dolto, lavorando come pediatra in alcuni ospedali parigini, ma già avviata all’esperienza psicoanalitica, raccolse una serie di osservazioni in merito, sia pure senza sistematizzarle, come “ferite” ai periodi sensitivi. Paradossalmente, nella stessa epoca, in Germania si sviluppa in modo atroce l’eugenetica, a partire dai neonati “imperfetti” fino agli adulti malati mentali, culla e apprendimento per la successiva uccisione di ebrei, rom, sinti, testimoni di Geova, oppositori politici, omosessuali o semplici vittime di rappresaglie di massa. L’eugenetica nazista trovò ascolto in Europa in molti ambienti medici , ma non solo: uno dei suoi sostenitori fu ad esempio il famoso etologo Konrad Lorenz, premio Nobel nel ’73 insieme a due suoi colleghi: Niko Tinbergen e Karl von Frisch. Tinbergen, la cui moglie si occupava di bambini autistici, era un conoscitore di Montessori, i cui suoi studi – sosteneva – dovevano essere apprezzati al pari di quelli di Darwin o di Freud.

Ricettivi dalla nascita

Intanto, nella rivista “L’Idea Montessori”, pubblicata a Roma sotto la sua cura diretta, nel 1927, n. 2-3 del primo anno, Maria – sulla scia di quando si andava scoprendo su altre specie animali – ipotizzò anche nell’infanzia umana tre periodi sensitivi, tre sensibilità acutissime, limitate nel tempo – circa i primi due anni di vita a partire dalla nascita – relative al linguaggio, al movimento e all’ordine delle cose e delle situazioni. Quest’ultima, la più ignorata dagli studiosi come da coloro che hanno cura dei bambini, concerne il bisogno di orientamento e di continuità nelle relazioni e nelle esperienze sensoriali, la cui soddisfazione è indispensabile alla costruzione della “base sicura”, come dirà molti anni dopo John Bowlby. Un etologo dell’importanza di Eibl-Eibesfeldt (cfr. I fondamenti dell’etologia, Adelphi, Milano 1976) riconoscerà a Montessori il merito di aver individuato per prima i periodi sensitivi nella specie umana, ripresi poi da taluni psicoanalisti come “periodi critici”, in analogia con il concetto di imprinting. Sono degli anni Cinquanta la ricerca di Bowlby sull’importanza delle cure materne, gli studi di Gesell (Embriologia del comportamento), gli esperimenti degli Harlow con le scimmie Rhesus, di Mary Ainsworth – allieva di Bowlby – sulla teoria dell’attaccamento…

Da quando sarebbero attive tali condizioni di particolare ricettività, finalizzate a rendere permanenti gli apprendimenti di base, essenziali per ogni essere umano? Dalla nascita, afferma Montessori in base a sue osservazioni. Nei volumi degli anni Trenta lei annota curiose reazioni dei più piccoli considerate capricci perché accompagnate da grida e pianti: “Come si può permettere a un piccolino di un anno o poco più di protestare contro spostamenti di oggetti o di indumenti decisi da un adulto?”, “Perché rifiuta un cibo nuovo o un abito nuovo?”.

Ma la domanda cruciale è se siano davvero capricci o se si tratti di altro.

Le esperienze successive della Scuola Assistenti all’Infanzia Montessori (AIM) e del Centro Nascita Montessori (CNM), entrambi a Roma, evidenziarono, fin dai primi giorni di vita del neonato, i segnali reattivi a cambiamenti imprevisti, a volte anche minimi: proteste fino al pianto prolungato, rifiuto del seno, difficoltà nel ritmo regolare delle giornate ogni volta che si verificano improvvisi mutamenti in prossimità della madre, nelle impressioni sensoriali (odori, rumori, luce, colori, voci, orientamenti nello spazio, cambi improvvisi di persona). Sono i segnali inerenti al bisogno di stabilità (di ordine, aveva detto Montessori ne Il bambino in famiglia), necessari a orientarsi nelle sensazioni, nelle esperienze, nelle emozioni. Per questo è forse più corretto parlare di periodo sensitivo dell’orientamento: Montessori considera queste acute sensibilità – che gradualmente si attenuano nei primi tre anni e poi scompaiono – come vere e proprie “bussole” nel corso dello sviluppo.

Secondo le osservazioni della Scuola AIM non rispondere a tali bisogni, non prevederne l’eventualità può creare anche danni permanenti, come può accadere con l’immissione veloce di un piccolo in un ospedale, con separazione istantanea, o in un nido, affidandolo a persone per lui sconosciute con l’idea superficiale del “Tanto si abitua!”. Per altro, sempre John Bowlby, in una ricerca condotta per conto dell’ONU nel 1952, verificò gli effetti disastrosi prodotti dalla guerra mettendo in luce la discontinuità e la privazione di cure materne.

Da allora è lentamente cresciuta negli operatori una maggiore sensibilità: sono stati aperti ai genitori i reparti di pediatria e perfino i centri di terapia intensiva per i piccoli immaturi, si sono allungati i tempi di ambientamento iniziale negli asili nido. Resta comunque anche in famiglia una diffusa indifferenza alle reazioni normali del neonato sano, costretto per le sue condizioni fisiologiche ad affrontare cambiamenti di vario genere. Da questo punto di vista, non sono meno importanti le osservazioni del pediatra francese Robert Debré e della sua équipe, in Italia mai pubblicate, circa le disastrose conseguenze sui ritmi regolari del sonno di lattanti nutriti in base a orari rigidi e viceversa lo stato di benessere e di tranquillità evidenti in bambini allattati in base alle loro richieste, soprattutto nelle prime settimane di vita.

L’aiuto alla vita per Adele Costa Gnocchi

Le due strutture AIM e CNM vennero create subito dopo la fine del secondo conflitto da Adele Costa Gnocchi, (cfr. il mio Radici nel futuro. La vita di Adele Costa Gnocchi (1863-1967), La meridiana, Molfetta 2000) allieva di Maria Montessori fin dal suo primo breve corso da lei tenuto nel 1909 a Città di Castello. Nella villa “La Montesca”, bella e ospitale, messa a disposizione della Montessori dai baroni Alice e Leopoldo Franchetti perché potesse redigere indisturbata un resoconto sulle prime “scoperte” dei bambini tra i due anni e mezzo e i sei da lei rilevate a San Lorenzo (e Franchetti volle farlo stampare subito in loco perché nessun editore vi apportasse cambiamenti, presso lo stampatore Lapi di Città di Castello. Il titolo fu Il Metodo della pedagogia scientifica), divenne poi luogo ideale per un primo corso per maestre e direttrici, giunte anche dalla Svizzera e dalla Germania.

Insegnante di pedagogia a Roma in una Scuola Normale (futuro istituto magistrale), Adele continuò per anni a seguire Montessori nei suoi corsi, nei congressi, in ogni possibile incontro in Italia e all’estero. Aveva aperto lei stessa negli anni Trenta una piccola Casa dei Bambini – la “Scuoletta” di Palazzo Taverna, non lontano da piazza Navona – dove aveva sperimentato le esigenze di sviluppo dei piccoli 3-6 anni, come dei ragazzini di scuola elementare. Nel secondo dopoguerra, andata ormai in pensione, volle attuare un proprio progetto segreto che coltivava da tempo: esplorare “là dove tutto comincia”, mi disse una volta, un settore allora totalmente ignorato: la nascita e le esigenze del neonato.
Allo stesso modo voleva studiare i fenomeni di crescita specifici dei primi tre anni di vita e per questo nel ‘47/’48, accolse, sempre nella “Scuoletta”, dove disponeva soltanto di due ambienti, un gruppetto di piccolissimi tra i 14 e i 24 mesi.

Adele era in certo senso una visionaria: vedeva lontano. Acutissima nelle osservazioni e nelle capacità maieutiche come docente, estranea a ogni possibile sentimentalismo – al pari del resto di Maria – cercava come un segugio individui e mezzi, allora assai limitati, per raggiungere uno scopo a suo avviso fondamentale: preparare un personale in grado di studiare e di rispondere alle necessità dei più piccoli. Montessori, che mal sopportava la sua insistenza nel porre i problemi e nel volerli risolvere, al tempo stesso ne ammirava le capacità realizzatrici, tanto che le affidò nel tempo compiti di responsabilità all’interno del movimento internazionale.

Quando Maria tornò definitivamente dall’India a guerra finita, Adele si sentì pronta a partire dal neonato e discusse a fondo il progetto con la sua maestra, ricevendone anche alcune indicazioni scritte. Era il 1947, il paese in rovina, la ripresa assai faticosa. Eppure con il suo lavoro silenzioso da formica e le sue abilità diplomatiche e organizzative seppe riunire persone interessate e interessanti. Ad esempio, organizzò a Palazzo Taverna conferenze con Roberto Assagioli, il geniale psichiatra fondatore della psicosintesi, ammiratore di Montessori; il dottor Gaetano Gagliardi, medico omeopatico, il pediatra e docente universitario Giuseppe Vitetti, direttore del Brefotrofio Provinciale di Roma.

Fu il preludio alla Scuola AIM che partì nel settembre di quello stesso anno con le prime quindici allieve: una struttura privata che Adele volle comunque porre sotto il controllo del Consorzio per l’Istruzione Tecnica, dunque la Pubblica Istruzione e non il Consiglio Superiore di Sanità (il primo Ministero della Sanità venne creato nel 1958), come avveniva allora per tutto quanto riguardasse il neonato e i primissimi anni di vita. Vitetti assunse la direzione della Scuola AIM; altri pediatri vi insegnarono come Cesare Pignocco, anche lui operante nel Brefotrofio; Giorgio Poddine, Alberto Durio, attivi nel Policlinico e il ginecologo Paolo Ungari che accolse le allieve al Reparto di Maternità del “San Camillo”. Altri medici si avvicendarono nel corso dei dieci anni che seguirono. Delle prime esperienze della Scuola riferì, nell’agosto 1949, il prof. Vitetti all’affollatissimo VIII congresso Montessori internazionale di San Remo – il primo dopo la guerra – alla presenza di Maria Montessori.

Alcune maestre Montessori di provata esperienza (Gianna Gobbi, Giulia Gorresio, Maria Luisa Oliva) esploravano con le allieve le caratteristiche di un corredino che rispondesse nel tessuto, nelle cuciture, nella forma ai bisogni di un corpo nudo fino al momento di nascita, da tenere al caldo senza soffocarne il nascente bisogno di movimento. Si progettavano per i primi due anni oggetti di gioco, soprattutto relativi al “dentro e fuori”: un grosso anello in un bastone, un incastro con tanto di pomolo, un puzzle diviso in due o tre parti o anche raccolte di immagini, tutti materiali che poi costruivano direttamente.

In seguito anche l’alimentazione divenne occasione di un fare concreto, dall’acquistare al mercato le verdure e poi cucinarle per i bambini come semplici minestre e passati adatti nel tempo del divezzamento. Dunque una scuola a tutto tondo, dove ogni aspetto della vita fisica era sempre collegato alle esigenze psichiche – sensoriali, motorie o verbali – quali emergevano dall’osservazione dei bambini, attuata nei reparti ospedalieri o al brefotrofio, ma anche nella Scuoletta e nelle famiglie che, con il passaparola, si rivolgevano a Costa Gnocchi, in cerca di aiuti e di pareri rassicuranti.

Adele aveva 64 anni: sarebbe vissuta altri vent’anni per vedere i risultati della sua ferrea volontà di ricerca e di “aiuto alla vita” per ogni bambino.

Degli esiti del suo impegno abbiamo scritto altrove (si veda l’introduzione a Il neonato con amore, di Grazia Honegger Fresco, Ferro 1970): qui diciamo solo che dieci anni dopo, avendo ottenuto la statalizzazione della scuola con varie succursali nella penisola (che persero però molte delle sue caratteristiche relative all’imparare facendo), Costa Gnocchi creò il CNM, Centro Nascita Montessori, per continuare a esplorare, conoscere, diffondere, soprattutto partendo dal neonato, ente tuttora vitale (in via G.B. Benedetti 9, 00197 Roma; http://www.centronascitamontessori.it).

Il bambino in famiglia

Fino agli anni Cinquanta nessun libro poté aiutare le allieve, data la povertà delle pubblicazioni di allora, dovuta alla guerra, ma soprattutto alla cultura fascista che l’aveva preceduta. Per la Scuola AIM c’erano come base l’esperienza e la parola di Maria Montessori, a partire da quel piccolo testo aureo che è Il bambino in famiglia. Uscito nel ’36 – Mussolini aveva già cominciato a chiudere tutte le scuole Montessori, dalle tante Case dei Bambini alle elementari, fino alla Regia Scuola di Metodo che preparava le maestre, vietando la diffusione dei suoi scritti – questo scritto non era incappato nelle maglie della censura, forse perché parla del neonato e del bambino considerato capriccioso in famiglia per le sue reazioni a ogni improvviso cambiamento o semplicemente perché uscito in forma più o meno segreta. Il fatto che fosse stato stampato dalla Tipografia Tuderte e che questa fosse a Todi, cittadina vicinissima a Montefalco, paese natale di Adele, la circostanza che ella ne avesse sempre nel suo studio nella Scuoletta una notevole quantità di copie da donare o da vendere (d’altra parte introvabili nelle librerie), sono tutti elementi che inducono a pensare che lei stessa ne avesse avuto il testo dalla sua maestra e l’avesse fatto pubblicare in forma semiclandestina.

Libri a parte, l’esperienza Montessori già da lunga data insegnava che ogni intervento brusco, veloce, che interferisca nella concentrazione di un bambino piccolo durante una sua qualsiasi occupazione, ogni gesto sbrigativo, ogni voce urlata lo spaventano e ne provocano il pianto. Per contro bambini agitati, aggressivi si calmano dopo poche settimane in un luogo dove non ci siano punizioni, maestre che non gridino, non diano premi né giudichino umiliando. I bambini sono delicati, sensibili ed esprimono il loro malessere o la gioia di stare con altri a seconda di come vengono trattati. Non sono capricciosi “di nascita”. Non è vero che il pianto faccia bene alla salute e che sia giustificata la pretesa di educare i piccoli facendoli soffrire… E da quando poi? Fin dalle prime esperienze di parto/nascita?

Le allieve e le prime diplomate constatavano di frequente come fossero drammatici gli inizi di vita per neonati trattati in modo sbrigativo, tenuti lontani dalla madre ad acqua e zucchero, accecati dalla luce, nel chiasso di voci e di forti rumori (“Tanto non sentono e non vedono”, si sosteneva), aggrediti dal taglio precocissimo del cordone, sottoposti a esami medici invasivi, a manovre non sempre indispensabili, imposte senza riguardo alcuno per le delicate percezioni sensoriali. Un esempio: le intubazioni nelle narici o nella gola nel primo giorno di vita possono scoraggiare per sempre un neonato a intraprendere la fatica di succhiare. Per questo certe pratiche non possono essere adottate di routine, ma solo quando assolutamente indispensabili.

Paola Scavello, dello Studio “La lunanuova” di Milano – ostetrica con vent’anni di esperienza di parti in casa – lamenta il fatto che il divario tra perfezionamento degli studi, sviluppo tecnologico e sensibilità femminile finisca per aumentare l’abuso di interventi e che scoperte anche importanti non intacchino modalità di cura ormai fossilizzate. È il caso, anch’esso ricordato da Scavello, del pediatra americano Marshall Klaus secondo il quale tra il corpo del piccolo appena nato e quello della puerpera, uno a diretto contatto di pelle con l’altro e a cordone ancora attaccato, si stabilisce una sorta di circolo omeostatico: i due corpi si adeguano l’uno all’altro per raggiungere la stessa temperatura. È a questo punto che il piccolo, attratto dall’odore e dal calore del seno materno, si attiva alla ricerca del capezzolo come ogni cucciolo di mammifero.

Si tratta di un’impressione sensoriale associata a un forte imprinting già comprovata dall’inglese Aidan McFarlane: i neonati dopo le prime suzioni riconoscono l’odore specifico del seno della loro madre, esattamente come avviene per gli altri mammiferi, inclusi quelli delle affollatissime mandrie migranti che riconoscono sempre i loro piccoli. La Scuola AIM partiva dalle ripetute osservazioni circa le acute sensibilità dei neonati soprattutto a livello tattile e termico, ai movimenti, all’odorato e alla vista, come al bisogno estremo di trovarsi al più presto tra le braccia materne e potersi attaccare con i loro tempi al capezzolo. Altro che prenderli per i piedi e schiaffeggiarli perché respirino immediatamente!

Il più bello dei mammiferi

Solo quando le donne del nord Europa hanno cominciato a partorire accovacciate e hanno potuto prendere loro stesse il bambino sgusciato fuori dal loro corpo per metterselo sul petto tra le braccia e godere insieme dell’insolito tepore, si è cominciato a vedere quanto questo neonato, messo nudo sul corpo nudo della madre, caldissimo dopo la fatica del parto, sia attivo nella ricerca del massimo dei conforti, capace, strisciando e contorcendosi, di arrivare da sé, con i suoi tempi, al capezzolo.

Anche Michel Odent, geniale ostetrico francese, con altri argomenti proclamerà il cucciolo umano come “il più bello dei mammiferi. Ancora a fine anni Sessanta una tale affermazione sarebbe apparsa una bestemmia per l’idea dell’uomo re della natura, fornito di anima e corpo ben distinti. Oggi meno, anche se, nella realtà delle cure ben poco è cambiato.

Allora l’accoglienza a lui riservata era un lavaggio alla svelta sotto l’acqua corrente: il bambino urlante spalancava le braccia. Ancora urlante, lo asciugavano con i ruvidi panni dell’ospedale, per poi metterlo – vestito, pettinato e profumato (sic!) – in una culla accanto alla madre, ed era già tanto se poteva vederlo, perché non in tutti gli ospedali era consentito. Cominciava la moda delle nurseries, quelle che Lorenzo Braibanti (grande medico, fu, a Ponte dell’Oglio, vicino a Piacenza, negli anni Settanta-Ottanta, punto di riferimento sulla scia di Leboyer per le madri in cerca di un modo rassicurante di partorire proteggendo il bambino) avrebbe definito vere “caserme prussiane per neonati”. Quanto al piccolo, urlava finché, stremato, si addormentava.

Viceversa, le allieve AIM, cui il neonato veniva affidato volentieri dal personale che lo percepiva come oggetto di minore importanza (il centro delle cure restava la madre) preparavano la vaschetta con l’acqua a 38°, controllata anche con il gomito, lo immergevano delicatamente, anche se con rapidità, perché non sentisse freddo: dondolato dolcemente nell’acqua, subito si acquietava, apriva gli occhi, si teneva le manine e il viso appariva disteso, mentre il medico accorreva preoccupatissimo perché non sentiva più piangere. Anche nel passaggio dall’acqua all’aria il movimento era veloce, ma al tempo stesso gentile, con il trucco di avvolgerlo subito in un asciugamano di spugna leggera, tenuto in caldo sul termosifone vicino, in modo che assorbisse le tracce di acqua senza doverlo strofinare: quel diverso inizio rassicurava contemporaneamente la madre e il bambino che, disteso, cedeva subito al sonno senza pianto, espressione di paura e di sofferenza.

Oggi il bagno non si fa più subito dopo la nascita, proprio per non annientare quella situazione di odori naturali così rassicurante per il piccolo. Certo, lo si pulisce se necessario, ma si evita in ogni caso l’uso di saponi, disinfettanti, profumi che, come avevano già visto le prime assistenti, sono quanto di più dissestante per il neonato, nuovo a tutto.

Fin dal ’48 una madre si preoccupò di trovare una culla adatta – una cesta ovale da stireria – poco profonda, in modo che il piccolo potesse guardare attorno a sé appena pronto per farlo, fornita di carrello. Si studiò il corredo: babbucce di lana ai piedini e una stoffa ampia di cotone messa a sacchetto attorno alle gambe per non intralciarne i movimenti e tenerle al caldo. La prima camicina, in seta o in cotone “pelle-ovo” usatissimi perché fossero davvero morbidi, veniva cucita dalle stesse allieve, mentre la maglietta, aperta dietro, la si metteva a rovescio perché le cuciture non dessero fastidio a quel corpo, nudo fino a poco prima.

L’idea-guida era di favorire un rapido delicato passaggio dal corpo materno all’ambiente aereo, evitando al massimo ogni “abbagliamento, termine che Lorenzo Braibanti avrebbe messo in maggior luce decenni più tardi evidenziandone di sei tipi: termico, olfattivo, tattile, visivo, acustico, motorio, tutti aggravati dal ritardo della prima suzione e dall’anticipo del taglio del cordone, il cui effetto negativo dimostrò con prove scientifiche (vedi nel suo testo Parto e nascita senza violenza, red 2008). La protezione da queste esperienze di paura, non diverse e forse più potenti di una scossa di terremoto o di una torcia luminosa puntata su di noi mentre camminiamo tranquilli nell’oscurità, è vitale per un buon avvio senza sentirsi persi nel vasto mondo.

Un evento con due protagonisti

La funzione dell’Assistente era quella di occuparsi da subito del neonato. La nascita è infatti un grande evento con due protagonisti che esigono duplice e sapiente assistenza: un tema caro a Montessori che venne poi ripreso da Leboyer.

Grandi erano le differenze tra il parto in casa e quello in ospedale, molto più veloce, aggressivo, anonimo. Il primo era allora molto diffuso: l’assistente entrava in azione subito dopo l’ostetrica e le prime cure al bambino avvenivano sotto gli occhi della madre a cui veniva restituito al più presto perché potesse nutrirlo subito. Doveva essere una presenza rassicurante, ma non invasiva, per aiutare a leggere fin dai primi istanti i segnali che venivano dal neonato, con un minimo di parole, con la calma e la sapienza dei gesti, più facili da capire. Uno “schermo assorbente delle ansie materne”, come scrisse Elena Gianini Belotti (celebre il suo primo libro del 1973, tradotto in moltissime lingue, Dalla parte delle bambine, Feltrinelli), anche lei diplomatasi alla Scuola, di particolare intelligenza e sensibilità operativa che, su incarico della stessa Costa Gnocchi, diventerà Direttrice del Centro Nascita Montessori nel 1960 restandovi fino al 1980.

Essere lì per il bambino mette l’assistente in contatto con l’intensità dei vissuti materni, permettendole di comprendere come e quando si possa stabilire, a seconda delle esperienze, il primo legame. Fin dai primi momenti di vita, il piccolo chiede, per il proprio conforto, un contatto prolungato di pelle e di odori con la madre, ma anche lei ha bisogno di dare un senso alle tante ore di attesa e alle fantasie più profonde, di appagarsi della presenza del figlio, sentendosi a lui indispensabile, per non trovarsi all’improvviso come svuotata, inutile e cadere in depressione, più o meno grave.

La guida a un lavoro così nuovo e tutto da inventare sulla base dell’osservazione era stata così riassunta dalla nostra maestra:

  • Il neonato è sensibilissimo, incompreso e trattato troppo bruscamente.
  • I suoi bisogni più profondi sono misconosciuti.
  • I primi giorni di vita sono i più importanti.
  • Enormi sono le differenze tra il mondo intrauterino e il nostro.
  • Aiutare dolcemente e delicatamente il neonato a un ambiente così diverso, significa alleviare la pena di affrontare la nuova vita.
  • Il neonato ha bisogno di silenzio, di oscurità, di solitudine con la madre durante il primo giorno.
  • Riposo assoluto per la creatura sofferente e stanchissima durante il primo giorno.
  • Nessun movimento sarà mai abbastanza lento e delicato per lui.
  • Nessuna stoffa sarà mai abbastanza morbida per il suo corpo finora nudo.
  • Niente può sostituire il calore, la presenza, la chiaroveggenza della madre.
  • Il latte materno è alimento insostituibile. Esso crea comunione e comprensione tra madre e figlio.
  • La scoperta e l’osservazione dell’ambiente che il bambino è in grado di fare sono alimento psichico insostituibile.
  • Il bambino non piange solo perché ha fame o freddo; spesso i suoi pianti sono l’espressione di necessità psichiche cui bisogna rispondere.
  • La noia è il terreno su cui si sviluppa uno stato patologico (regressione di sviluppo).
  • Ai sensi che si svegliano occorre dare alimento progressivo e sempre rinnovato per nutrire i crescenti interessi.

Come si vede, non c’erano indicazioni sul “dover essere” o “dover fare”, ma piuttosto riflessioni sul secolare atteggiamento difensivo degli adulti e sulla negazione della spontanea vivacità del neonato.

Quando nasce un bambino nasce una madre

Dagli anni Settanta, dopo le esperienze sul parto naturale tra fisiologia, emotività e spiritualità di Ina May Gaskin nella sua Farm in Tennessee (USA), cominciò a diffondersi un forte interesse di ordine antropologico intorno agli accadimenti del parto-nascita e dei due protagonisti. E furono ripresi, credo ignorandoli, temi di cui Maria Montessori aveva scritto ne Il bambino in famiglia (p. 9 e ss.):

Il dramma del neonato è il totale distacco dalla madre che, finora, ha fatto tutto per lui. Separato da lei e abbandonato alle sue deboli forze, egli deve a un tratto compiere da solo tutte le funzioni della vita. Fino a questo momento era cresciuto adagiato là, dove un liquido tepido creato per lui, perché meglio potesse riposare, lo difendeva da ogni urto o squilibrio di temperatura, là ove non gli era mai giunto il minimo raggio di luce, né il più lieve rumore.

Ed ecco che egli lascia quell’ambiente per vivere nell’aria. Il cambiamento è repentino, senza successivi stadi di transizione: egli che, dianzi era in riposo, d’un tratto si deve assoggettare al lavoro faticoso del venire alla luce. Il suo corpo è stritolato quasi […], è spossato, ferito come un pellegrino che venga a noi da lontani paesi. E noi, che cosa facciamo per riceverlo e per aiutarlo? Tutti sono affaccendati intorno alla madre […].

Mentre si pensa a fare il buio e il silenzio intorno alla madre che è stanca, chi pensa a lasciare nel buio e nel silenzio il bambino che pure è stanco, perché possa adattarsi a poco a poco al nuovo ambiente? […] Il celato timore che il bambino ci rechi danno o fastidio, lo mostriamo già nei primi momenti.

Secondo il modo di vedere della Scuola AIM, l’attenzione a un lento ambientamento alla nuova vita, mentre l’organismo è assorbito in una serie di grandi trasformazioni fisiologiche, non è sufficiente, tanto meno un generico riguardo alla sensibilità sensoriale del neonato. Fin dalle prime osservazioni nelle Maternità, come nei parti in casa, emerse in pieno la differenza da un bambino all’altro. Nessuno reagiva allo stesso modo: contro il pregiudizio diffuso che i neonati siano pressoché identici, tutte bestioline molto simili tra loro, noi notavamo il bambino più sensibile alla luce e quello che sobbalzava al minimo rumore, quello che sembrava spaventarsi del freddo a ogni cambio e l’altro che mostrava non star bene se troppo coperto.

Ricordo una madre che dopo un cesareo guardava con disappunto il piccolo, al secondo giorno di vita, che aveva un viso molto contratto. “Vede com’è arrabbiato? È nato così: arrabbiato!”. Era primavera inoltrata, la stanza era molto luminosa. Le chiesi se potevo accostare le persiane. Non passarono cinque minuti che il bambino distese il viso e aprì gli occhi, con grande felicità di sua madre: “Allora non ce l’ha con me”. Se non ci avvediamo dei bisogni primari e non rispondiamo a essi, rischiamo di farci idee davvero sbagliate e di avviarci, nell’interpretazione dei fatti, a una china non sempre positiva. Via via che i bambini crescevano, le differenze, le capacità esplorative, le piccole invenzioni quotidiane si rendevano più evidenti.

Il lavoro del CNM venne in gran parte ripreso fin dagli anni Ottanta dall’Associazione veronese ‘Il Melograno’ – Centro Informazione Maternità e Nascita – fondata da Tiziana Valpiana e altre amiche come supporto alla genitorialità (Quando nasce un bambino, nasce una madre) e oggi in varie sedi regionali.

Nello stesso periodo usciva alla televisione francese un servizio a più puntate con avvincenti documenti intitolato Le bébé est une personne, diretto dal giornalista Bernard Martino. Alcuni anni più tardi fu trasmesso in parte alla RTS, la TV della Svizzera italiana, in orario di massimo ascolto, cosa che non avvenne mai da noi, vuoi per disinteresse, vuoi per i pregiudizi correnti che non permettevano – e non permettono tuttora – di riconoscere alla donna le sue capacità a partorire naturalmente, vuoi infine per la potente classe medica sempre pronta a dirigere il parto/nascita in nome della massima sicurezza possibile.

Che la medicina sia giunta, nello scorrere dei decenni, a una maggiore protezione del parto e della nascita non vi è alcun dubbio, ma questo è andato di pari passo per la donna a una nuova espropriazione di tale evento (lo dimostrano i dati raccolti nei convegni e nelle pubblicazioni di Iris – Istituto Ricerca Intervento Salute – che contraddicono i consueti luoghi comuni circa una pretesa maggior sicurezza data dall’ospedale rispetto al parto in casa o, comunque, al parto davvero naturale, quale ormai non si verifica più nelle strutture ospedaliere).

Oggi assistiamo a una paurosa percentuale di cesarei e all’uso sempre più esteso dell’epidurale che anestetizza, oltre che il dolore da travaglio e da parto, le emozioni, influenzando negativamente il primo legame con il figlio. [torna su]

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Sempre sul bambino e la nascita, su vivalascuola vedi anche “Venire al mondo” di Paola Scavello.

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MATERIALI

Non è un Paese per bambini

Bambini in Italia: fra indigenza, città senza servizi e una scuola dimezzata

L’Atlante dell’infanzia di Save the Children. Oltre 1,4 milioni di minori in povertà assoluta, la vita in aree metropolitane spesso prive del necessario, un’istruzione insufficiente (tempo pieno per non più del 50% degli istituti). Appartamenti inadeguati e più di 65.000 nuclei familiari sotto sfratto; 3 milioni di piccoli non hanno letto un libro nell’ultimo anno; solo il 6% gioca libero in strada

Le città e le metropoli sono l’habitat prevalente dei bambini e adolescenti in Italia: il 37% di essi – 3 milioni e 700.000 – si concentra nel 16,6% del territorio nazionale, cioè nei grandi centri urbani o nelle aree circostanti. Città più matrigne che materne, invase di macchine e pericolose – tanto che solo il 6,4% di bambini gioca libero per strada – e spesso prive di spazi per garantire lo svago dei più piccoli: solo 1 bambino su 4 gioca in media nei cortili e meno di 4 su 10 nei giardini, con significative differenze territoriali. Ma per un certo numero di bambini, la disponibilità di luoghi di vita e gioco accettabili non c’è neanche in casa: quasi un minore su 4 vive in famiglie che dichiarano di abitare in appartamenti umidi o con tracce di muffa alle pareti e sono un milione e 300 mila i minorenni le cui famiglie denunciano situazioni di sovraffollamento, in un paese nel quale anno dopo anno cresce l’emergenza abitativa: nel 2013 sono ben 65.000 i nuclei familiari (molti dei quali con bambini) ad aver ricevuto un’ingiunzione di sfratto per morosità incolpevole (+8,3% rispetto all’anno precedente).

Non solo povertà materiale. D’altra parte, come indicano i dati sui consumi, la povertà assoluta delle famiglie è cresciuta ulteriormente nel 2013 e riguarda ormai il 13,8% dei minori – oltre un milione e 400 mila tra bambini e ragazzi (con un incremento del 37% di minori interessati dal fenomeno rispetto al 2012) – mentre più del 68% delle famiglie sono costrette a tagliare sugli alimenti o a comprare cibo di qualità inferiore. Ma la povertà dei minori in Italia non è solo materiale. Tre milioni 200.000 bambini e ragazzi tra 6 e 17 anni (il 47,9% del gruppo di età) non hanno letto un libro nel 2013 e circa 4 milioni (il 60,8%) non hanno visitato una mostra o un museo. Non viaggia né si apre a nuovi mondi e persone il 51,6% di under 18 che vive in famiglie che non possono permettersi nemmeno una settimana di ferie l’anno lontano da casa. Lo sport grande assente nei pomeriggi del 53,7% degli adolescenti (15-18 anni), che non fanno alcuna attività motoria continuativa nel tempo libero. Pomeriggi non occupati neanche da attività scolastiche dato che, nella migliore delle ipotesi, il tempo pieno c’è solo nel 50% delle scuole elementari e medie di alcune regioni, con picchi in negativo in regioni quali Campania (con il 6,5% delle scuole primarie a tempo pieno) o Calabria.

Orizzonti sempre più angusti. Questi alcuni dati diffusi oggi da Save the Children e tratti da “Gli orizzonti del possibile“. Il 5° Atlante dell’Infanzia (a rischio) in Italia, la pubblicazione che – con l’aiuto quest’anno di circa 40 mappe e delle suggestive foto di Riccardo Venturi – analizza la condizione dell’infanzia nel nostro paese, nell’ambito della campagna “Illuminiamo il Futuro” per il contrasto della povertà educativa.

Gli orizzonti a disposizione dei nostri bambini sono sempre più chiusi: si riducono gli spazi di autonomia, socialità, svago, e si riducono gli spazi mentali, le opportunità di formazione e crescita intellettuale e relazionale, sospingendo sempre più bambini ai margini. E’ sotto gli occhi di tutti il disagio di tante “periferie“: luoghi deprivati di verde, spazi comuni, trasporti efficienti, scuole a tempo pieno e sempre più popolati da giovani coppie con bambini. Le periferie dei nostri giorni sono le nuove città dei bambini”.

Ma un cambiamento reale è possibile. “Da qui dobbiamo cominciare se vogliamo riaprire spazi di futuro e opportunità per l’infanzia nel nostro paese“, è il commento di Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia.

Inoltre in questa quinta edizione dell’Atlante dell’Infanzia abbiamo voluto dare voce a una molteplicità di interventi e pratiche coraggiose e innovative che dimostrano che riaprire gli orizzonti dei minori e delle loro famiglie non solo è possibile ma è già a portata di mano. Esperienze come quelle delle scuole che hanno deciso di condividere i propri cortili con il quartiere, a Torino, o dei ragazzi che sfidano gli spazi cittadini facendo parkour a Roma o in altre città. Un cambiamento reale è possibile ad esempio umanizzando i percorsi nascita, realizzando più servizi per la prima infanzia, aprendo e rinnovando le scuole, intervenendo nelle periferie con nuove opportunità sociali e culturali, ripensando l’utilizzo degli spazi pubblici. Sono esempi positivi ma che per produrre cambiamenti tangibili debbono essere replicati su vasta scala e andare di pari passo con un’azione determinata da parte del Governo per aggredire le gravi povertà sociali ed educative che affliggono milioni di minori“, continua Neri.

Aperti 11 punti luce. “Per rispondere concretamente all’avanzare della povertà educativa, soprattutto nelle periferie urbane, con il lancio della campagna Illuminiamo il Futuro nel maggio scorso, Save the Children ha aperto 11 Punti Luce in 8 regioni e un altro sarà inaugurato con il nuovo anno, in collaborazione con associazioni partner. Si tratta di spazi ad alta densità educativa in zone prive di servizi e opportunità, dove bambini e adolescenti possono studiare, giocare, avere accesso ad attività sportive, culturali e creative.

Inoltre i minori in condizioni accertate di povertà, vengono sostenuti da una dote educativa, un piano formativo personalizzato che consente ad esempio l’acquisto di libri e materiale scolastico, l’iscrizione a un corso di musica o sportivo, la partecipazione ad un campo estivo o altre attività educative individuate sulla base anche delle inclinazioni del singolo bambino.

Sono circa 1.800 i bambini che nel 2014 hanno frequentano i Punti Luce aperti da Save the Children in Italia. La previsione è di supportarne 4000 entro il 2015, assegnando 1.000 doti educative e di aprire ulteriori Punti Luce. Ma soprattutto, ciò che vogliamo, è che vi sia una assunzione di responsabilità collettiva contro questa piaga che pregiudica il presente e il futuro di moltissimi bambini“, spiega Raffaela Milano Direttore Programmi Italia-Europa di Save the Children, l’Organizzazione che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e difendere i loro diritti.

Aree ad alta intensità educativa. “E’ necessario e urgente varare un piano nazionale di contrasto della povertà minorile, che preveda, tra l’altro, l’estensione della cosiddetta nuova social card, ora sperimentata solo in poche città, a tutte le famiglie in povertà assoluta con minori, semplificando i criteri di accesso e rafforzando le misure di accompagnamento e valutazione. Allo stesso tempo vanno previsti interventi mirati per le aree più deprivate sul piano dei servizi per l’infanzia e l’adolescenza e delle opportunità educative. Per le periferie urbane più carenti, dove vivono moltissimi bambini, proponiamo di attivare “aree ad alta densità educativa, sul modello francese delle Zones d’Education Prioritaires, all’interno delle quali garantire un forte rafforzamento delle offerte educative, scolastiche ed extrascolastiche, valorizzando le risorse locali e mobilitando fondi europei“, conclude Raffaela Milano.

Bambini metropolitani. Una popolazione complessiva di poco più di un milione e mezzo di bambini, pari al 16,1% dei minori italiani, vive sparpagliata nel 70,3% dei comuni italiani, mentre il rimanente 84% risiede in 2400 centri di taglia superiore. Guardando meglio si scopre poi che il 37% di tutti i minori italiani (3 milioni e 700 mila bambini e adolescenti) vive concentrata nel 16,6% del territorio nazionale – la superficie delle istituende città metropolitane -, e che 1 milione e mezzo di bambini crescono all’interno degli 11 grandi centri urbani con una popolazioni superiore ai 250 mila abitanti: metropoli come Roma, in testa alla classifica per numerosità totale con quasi mezzo milione di minori, o come Napoli, Milano e Torino, dove si incontrano più di mille bambini per chilometro quadrato.

10 milioni di minori, 37 milioni di macchine. L’esplosione automobilistica degli ultimi decenni – con oggi 37 milioni di macchine per 10 milioni di minori – ha cambiato radicalmente le abitudini delle famiglie e il rapporto con gli spazi e i tempi della vita quotidiana. La strada si è fatta luogo di transito delle preoccupazioni dei genitori e ha perso la sua vocazione naturale di luogo di incontro, apprendimento e gioco, avventura e conoscenza. In media, tra i bambini 3 – 10 anni, solo 6 su 100 la utilizzano per giocare (6,4%), con picchi in Umbria (14%) e Trentino, e deserti ludici nel Lazio (2,5%), in Liguria, Piemonte e Campania. Ma anche i cortili condominiali sono uno spazio di gioco solo per il 25,5% dei bambini (3-10 anni) con maggiore fortuna per i bambini dell’Emilia Romagna (39,2%) e il picco in negativo della Basilicata (11,2%). Per non parlare dei prati o campi, spazi ludici solo per un 14,2% di fortunati, che diventano ben il 41,2% nella provincia di Bolzano per assottigliarsi a uno sparuto 3,9% in Sicilia. I parchi pubblici restano lo spazio di gioco più frequentato (dal 38,4%) dai minori nella fascia di età 3-10 anni, con, tuttavia, grandi differenze territoriali: mentre al Nord e al Centro vi fanno ricorso in media più di 2 bambini su 3 (e in quasi tutte le regioni del Nord più di 1 bambino su 2), al Sud, dove l’offerta di spazi attrezzati è sensibilmente ridotta, la fruizione dei giardini scende al 16% e sale al 12% la percentuale di bambini che gioca nei vicoli.

Stanze poco accoglienti e precarie. Circa 700.000 bambini e ragazzi vivono in famiglie che dichiarano il loro appartamento poco luminoso, 1 milione e 300.000 in famiglie che denunciano situazioni di sovraffollamento, carenza di servizi e problemi strutturali, 2 milioni e 200.000 minori – quasi uno su quattro – in nuclei familiari che dichiarano di abitare appartamenti umidi, con tracce di muffa alle pareti e soffitti che gocciolano. Nel 2013, 65.302 famiglie (+8,3% rispetto al 2012) hanno ricevuto l’ingiunzione di sfratto per morosità e 31.000 sono stati gli sfratti effettivamente eseguiti.

I disconnessi culturali. I dati sulla partecipazione dei bambini e dei ragazzi italiani ad alcune attività culturali sono poco incoraggianti: quasi 5 minori 6-17 anni su 10 non hanno mai letto un libro durante l’anno (47,9%), 6 su 10 non sono stati in un museo (60,8%), 7 su 10 non hanno visitato un’area archeologica (73,7%) e non sono andati a teatro (72,1%), più di 8 su 10 non hanno ascoltato un concerto (84,9%). Grandi sono anche in questo caso i divari territoriali: ad esempio, la percentuale dei minori che non leggono oscilla dal 69,5 della Calabria al 25,7% del Trentino.

L’avanzata delle povertà. La deprivazione culturale va di pari passo con quella economica: 1 milione 434.000 (pari al 13,8% del totale dei minori) sono gli under 18 in povertà assoluta, quindi addirittura privi del necessario per vivere un vita quotidiana dignitosa. Di essi 376 mila minori (67 mila bambini fino a sei anni e 309 mila bambini e adolescenti tra i 7 e i 17 anni) si sono aggiunti nel solo 2013, in particolare nel Mezzogiorno dove la percentuale di minori in povertà assoluta sale in media al 19%, con punte in Calabria (29%), Sicilia (24,7%), Sardegna (22,2%), Puglia (18,2%).

2 milioni 400 mila sono invece i minori (quasi 1 su 4, per l’esattezza il 23%) in povertà relativa, cioè in famiglie con un reddito molto basso e quindi costrette a tagliare dove possibile, diminuendo la qualità e quantità di cibo, per esempio (il 68,9% di nuclei con bambini è in questa situazione), o rinunciando a viaggi, cultura, sport, svaghi. Non si permettono mai un viaggio e una vacanza lontano da casa il 51,6% di famiglie con almeno 1 minore, a fronte del 40% nel 2010. Fanno sport solo il 46,3% di adolescenti, in particolare le ragazze praticano sport molto meno dei maschi (40,1% contro 50,7%), con picchi di inattività soprattutto nel Mezzogiorno (dove la percentuale di teen ager inattivi schizza in avanti di 22 punti percentuali).

L’arretramento dei servizi per la prima infanzia. Nell’anno scolastico 2012/2013 soltanto 13,5 bambini tra 0 e 2 anni su 100 frequentavano i nidi pubblici e convenzionati. Nonostante il varo di un Piano Straordinario nel 2007, interrotto poi bruscamente nel 2010, negli ultimi 10 anni in Italia l’indicatore di presa in carico è aumentato di appena 2 punti percentuali, rimane lontano dall’obiettivo europeo del 33%, e continua a presentare fortissime disparità territoriali tra Nord e Sud del paese. Non solo. Negli ultimi due anni si osserva una leggera flessione dei bambini che frequentano i nidi comunali e gli altri servizi integrativi, imputabile in parte alle difficoltà dei comuni a garantire i servizi in tempi di tagli ai bilanci, in parte alle difficili condizioni economiche delle famiglie durante la crisi.

Scuole a “tempo limitato” e open spaces. Anche la scuola fa acqua da molte parti, documenta il 5°Atlante dell’Infanzia. Il 70% degli edifici ha più di 30 anni e il 43% bisognoso di interventi di natura edilizia; ai problemi strutturali si aggiungono fattori come l’invecchiamento, la precarizzazione e i bassi livelli di formazione e di valutazione del corpo docente, i cui standard di perfezionamento e di formazione continua sono inferiori di oltre 10 punti ai loro colleghi europei. Altro fattore determinante è la limitazione del tempo scuola: in nessuna delle regioni italiane le scuole primarie e medie a tempo pieno superano il 50%; per quanto riguarda la scuola secondaria di secondo grado, l’unica regione a superare la soglia del 40% è la Basilicata, mentre in ben 6 regioni la percentuale di copertura scende sotto il 15%.

Un sistema scolastico inadeguato. Un insieme di cose che spiega, almeno in parte, le basse competenze di tanti studenti italiani nei programmi di valutazione internazionali e gli alti livelli di dispersione scolastica: ben il 17% degli studenti interrompe il percorso scolastico fermandosi al diploma della scuola media. Una delle percentuali più alte d’Europa, con indici superiori solo per la Grecia (23%), Malta (21%), Portogallo (19%) e Romania (18%). “L’inadeguatezza del nostro sistema scolastico è il frutto di anni di disattenzione e briciole di investimenti che ci hanno posizionato in coda all’Europa in quanto a spesa pubblica per l’istruzione“, commenta ancora Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia.

I segnali al governo. “Negli ultimi mesi sono giunti dal governo segnali positivi in questo ambito cruciale, ma tutti quanti dobbiamo aumentare gli sforzi affinché la più importante infrastruttura sociale del nostro paese torni ad essere un punto di riferimento solido anche per i bambini e le famiglie in condizione di particolare disagio“, prosegue. “Save the Children chiede inoltre al governo e alle istituzioni di varare interventi e politiche in grado di aumentare l’offerta dei consumi educativi, rendendo accessibili a tutti spazi e opportunità sportive, culturali e di svago. Una potente iniezione di stimoli culturali in aree che ne sono sprovviste, può aprire prospettive nuove nella vita dei ragazzi, come ci raccontano loro stessi nell’Atlante. Seguiamo l’esempio della “generazione parkour” che non si arrende allo squallore metropolitano“, conclude il Direttore Generale di Save the Children Italia. (vedi qui)

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Chi ruba il futuro ai bambini italiani?
di Flavia Amabile

Chi ruba il futuro ai bambini? E che cosa ruba? Parte oggi la campagna di Save the ChildrenAllarme infanzia” con iniziative in 16 città italiane e un dossier dal titolo “L’isola che non sarà” che verrà diffuso insieme all’indagine “Le paure per il futuro dei ragazzi e genitori italiani”, in occasione del lancio della campagna. Nel centro storico di Roma e Milano sono comparse sui muri sagome di bambino di cartone con frasi come “mi hanno rubato l’aria pulita”, “mi hanno rubato la mensa scolastica”, “mi hanno rubato una casa tutta mia”. E’ un’iniziativa che andrà avanti fino al 5 giugno e che ha avuto migliaia di adesioni. Tra i testimonial ci sono anche gli attori Marchioni, Sartoretti e Nigro, l’obiettivo è accendere i riflettori sulla condizione dell’infanzia in Italia che secondo un rapporto dell’organizzazione è agli ultimi posti in Europa.

I furti di futuro più gravi sono quattro. Innanzitutto il taglio dei fondi per minori e famiglia, con l’Italia al 18° posto nell’Europa dei 27 per spesa per l’infanzia e famiglia, pari all’1,1% del Pil. Poi la mancanza di risorse indispensabili per una vita dignitosa dunque sottrazione di cibo, vestiti, vacanze, sport, libri, mensa e rette scolastiche e universitarie (quasi il 29% dei bambini sotto i 6 anni, pari a 950.000 circa, vive ai limiti della povertà tanto che il nostro paese è al ventunesimo posto in Europa per rischio povertà ed esclusione sociale fra i minori 0-6 anni, e il 23,7% vive in stato di deprivazione materiale). Al terzo posto (ma non per importanza) il furto d’istruzione è la terza ruberia con l’Italia ventiduesima per giovani con basso livello d’istruzione (il 28,7% tra i 25 e i 34 anni per dispersione scolastica, pari al 18,2% di under 25 e l’Italia all’ultimo posto per tasso di laureati: il 20% dei giovani fra 30 e 34 anni, pari a 760.000. Infine il furto di lavoro: ad essere disoccupati sono il 38,4% degli under 25, il quarto peggior risultato a livello europeo mentre i Neet (giovani che non lavorano e non sono in formazione) sono 3 milioni e 200.000 e posizionano il nostro paese al venticinquesimo posto su 27. Il 31% di madri e padri italiani infatti ammette di non poter pagare l’università dei figli, i quali dovranno trovarsi un lavoro per contribuire alle spese (secondo il 22% dei genitori intervistati), salvo chiedere un prestito (9%).

Per quantificare il furto di futuro che si sta commettendo ai danni delle giovani generazioni, Save the Children ha utilizzato 12 indicatori Eurostat che permettono di comparare le chance dei bambini italiani con quelle dei loro coetanei europei”, ha spiegato Valerio Neri, direttore generale Save the Children Italia, “il risultato, riassunto in 5 mappe e classifiche dei 27 paesi dell’Ue, compresa l’Italia, è deprimente. Considerando i diversi indicatori, il nostro paese si posiziona per 7 volte oltre il ventesimo posto in classifica. Un posizionamento molto negativo che Save the Children ha tradotto in una mappa sintetica in cui l’Italia appare di dimensioni molto ridotte rispetto alle attuali, a indicare la perdita di futuro per i bambini e adolescenti, rispetto ai quali stanno peggio solo i minori di Bulgaria e Grecia”. (vedi qui)

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Così la crisi rende poveri i bambini italiani
di Francesca Sironi

Nel nostro paese sono 619.000 in più rispetto al 2008. Il sedici per cento delle famiglie non può dar loro proteine ogni due giorni. E i danni sia psicologici che materiali dureranno a lungo. Ecco i dati dell’ultimo rapporto dell’Unicef. Che avverte: “con politiche diverse avremmo potuto salvarli“.

Li chiamano “figli della recessione. Sono i 619.000 bambini diventati poveri in Italia dal 2008 ad oggi. In Europa sono 11 milioni. Bambini che mangiano peggio e soffrono doppiamente le difficoltà dei genitori: disoccupazione, problemi con la casa, stress. L’Unicef ha dedicato a loro un lungo rapporto. Dove confronta dati e indicatori dai paesi Ocse e dall’Unione. Arrivando a una conclusione: la crisi ha affamato milioni di minori. E in Occidente le politiche di austerity e il taglio dei sostegni sociali hanno aggravato il quadro. Mettendo a rischio un’intera generazione.

Nei 30 paesi europei presi in esame dal rapporto, il numero di bambini che non hanno quello che serve loro per crescere è aumentato di 1,6 milioni rispetto al 2008, arrivando a 11 milioni. «Questa tendenza è il risultato di un effetto netto che comprende sostanziali riduzioni (oltre 300.000 bambini subiscono meno privazioni in Germania e Polonia) da una parte e aumenti senza precedenti in quattro paesi (Grecia, Italia, Regno Unito e Spagna)», annotano però i ricercatori: «Circa metà dei bambini con grave deprivazione materiale (44 percento) nel 2012 viveva in tre paesi: Italia (16 percento), Regno Unito (14 percento) e Romania (14 percento)».

In Italia, insomma, la situazione è peggiorata molto velocemente, molto più velocemente che altrove, anche rispetto a paesi come la Spagna travolti come noi dalla crisi economica. Sul perché l’Unicef ha le idee ben chiare: «se le politiche di tutela fossero state più solide prima e fossero state rafforzate durante la recessione, si sarebbero potuti aiutare milioni di bambini in più» scrivono gli autori della relazione: «Tutti i paesi si sono trovati a dover affrontare scelte difficili; l’enormità di queste sfide non va assolutamente sottovalutata. La richiesta di misure di austerity è stata molto forte, come pure gli appelli provenienti da altri settori vulnerabili. È stato indubbiamente necessario scendere a compromessi. Ma alcune politiche e la maniera in cui sono state attuate, sono risultate più efficaci di altre». E in Italia non è stato questo il caso.

I figli della recessione, poi, non sono solo i più poveri. Sono anche il milione di giovani fra i 15 e i 24 anni che non studiano e non lavorano, i cosiddetti NEET, che aumentano da noi più che nel resto di Europa. Sono le centinaia di ragazzi che hanno risposto di aver subito un peggioramento delle loro condizioni di vita all’indagine Gallup del 2013, portando l’Italia fra i paesi in cui gli indicatori delle aspirazioni per i giovani si sono fatti più neri dal 2007 ad oggi. E sono tutti i figli che per via della recessione non nasceranno. Perché come riporta il rapporto Svimez sull’economia del Sud nel Mezzogiorno le nascite nel 2013 sono state solo 177.000: il numero più basso dal 1861. (vedi qui)

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La fabbrica della devianza e della microcriminalità
di Antonio Deiara

Nella Scuola di un Paese lontano c’erano 74 nuovi alunni. “Dividiamoli in quattro classi: – propose il professore di matematica – 18+18+19+19. Riusciremo a seguire al meglio quelli più bravi e a recuperare chi è indietro.

Intervenne la docente di lettere: ”Qualora avessimo la collaborazione dei genitori e degli educatori del Comune, potremmo arrivare a risultati positivi per tutti o al massimo rischieremmo di perderne 2 o 3.” Ma il Preside gelò gli entusiasmi: “Questi 74 alunni – sentenziò con l’ultima Legge Finanziaria dello Stato alla mano – devono essere divisi per 25; formeremo tre classi, due da 25 alunni e una da 24 alunni”.

L’anno scolastico trascorse faticosamente e tumultuosamente, nonostante numerose e ripetute sospensioni degli alunni più indisciplinati deliberate dai Consigli di classe delle tre scolaresche numerose. A giugno la falce delle bocciature recise ben 14 carriere scolastiche, con grande meraviglia degli Ispettori del Ministero dell’Istruzione che visitarono quella Scuola, afflitta da cotante bocciature “… preludio ad un altissimo tasso di dispersione scolastica.

Ma l’ispezione mise in luce “Programmazioni” tecnicamente perfette, supportate da “cooperative learning”, “role-play” “circle time”, etc. I Verbali dei Consigli di classe riferivano di interventi personalizzati in orario curricolare nei confronti degli studenti in difficoltà, di Corsi di recupero (pur condizionati dalla cronica mancanza di fondi) di ben 8 ore totali per 18 allievi e di infruttuosi tentativi di dialogo con le famiglie degli alunni più problematici (peraltro seguiti dagli “Educatori dei Servizi Sociali del Comune” per 90 minuti la settimana ciascuno…).

Quell’anno il Ministero dell’Istruzione incrementò dello 0,3% i fondi contro la dispersione scolastica mentre il Comune rimodulò “… a ben 60 minuti settimanali” il supporto degli educatori dei Servizi Sociali alle famiglie degli alunni “… a rischio bocciatura ed abbandono scolastico”. Due bocciature più tardi, 8 di quei 14 alunni, colpiti da “insuccesso scolastico”, abbandonarono la Scuola, per poi iscriversi a corsi di devianza e microcriminalità premiati con soggiorni obbligatori a spese dello Stato. Lo stesso Stato che, alcuni anni prima, aveva iniziato a risparmiare il 25% dei fondi per la formazione delle classi. (vedi qui)

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Ma ci sono figli e figli: il Paese del familismo amorale
di Emiliano Fittipaldi

La Sapienza, lo strano caso del dottorato vinto dal figlio del Rettore.  I figli, per italica tradizione, “so’ piezz’ e’ core”. Ma all’Università “La Sapienza” il titolo del film di Mario Merola è diventato legge accademica, così l’ateneo più grande d’Europa è diventato nel tempo icona del nepotismo più estremo. Tra raccomandazioni e favoritismi di ogni tipo, è stata l’epopea dell’ex rettore Luigi Frati a stuzzicare più di altre i giornali e la procura della Repubblica di Roma: sua moglie, sua figlia e suo figlio sono stati infatti assunti alla Sapienza durante il suo lungo regno. Se Frati ha sempre ripetuto che i suoi familiari «se lo meritano», i pm l’hanno indagato per abuso d’ufficio insieme al figlio Giacomo, primario a 36 anni e piazzato – secondo l’accusa – a guidare una struttura di ricerca creata apposta per lui.

Con l’elezione del nuovo Magnifico, avvenuta due mesi fa, in molti speravano in un’inversione di rotta. Ma anche Eugenio Gaudio, anatomopatologo di Cosenza diventato rettore dopo essere stato per anni preside di Medicina, ha già i suoi primi denigratori. «Suo figlio Domenico», racconta un professore a “l’Espresso” «lo scorso gennaio ha vinto un dottorato in Ingegneria. Peccato che andava escluso subito: nel compito scritto ha infatti usato il bianchetto per fare alcune correzioni, violando le regole del bando e il principio dell’anonimato». (vedi qui) [torna su]

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Questa politica scolastica ha nome: fregatura

Il 12 dicembre oltre un milione e mezzo di persone tra lavoratori, pensionati, studenti e precari è sceso in 54 piazze d’Italia per lo sciopero generale indetto da Cgil e Uil e, per la scuola, da Gilda e Ugl. La giornata segna “un passaggio cruciale” della mobilitazione “contro le scelte sbagliate del governo, per un cambiamento vero“, a partire dal Jobs act e dalla legge di stabilità.

L’adesione media allo sciopero generale è stata superiore al 60%, sempre secondo i dati di Cgil e Uil. Centinaia i voli cancellati (oltre 300 solo a Fiumicino) e treni non garantiti fermi (in media il 50%), metro chiuse e autobus in deposito (oltre il 70%, con punte del 90%). Traffico rallentato, se non in tilt, nelle città. I cortei sono sfilati per lo più senza problemi. Anna Maria Bellesia riassume i motivi dello sciopero per il mondo della scuola:

Siamo tutti più poveri. Il solo blocco degli ultimi 4 anni ha causato una perdita salariale stimata per i docenti in 4.000 euro. Aggiungiamo che le recenti manovre finanziarie dei vari governi hanno bastonato tutti gli italiani.

Negli ultimi anni, mentre lo stipendio è rimasto bloccato, il lavoro è aumentato: è cresciuto il numero di alunni per classe, ognuno con i suoi bisogni personali, da “mettere al centro” dell’azione didattica ed educativa: sostegno mirato, recupero in itinere, valorizzazione eccellenze, piani personalizzati per alunni H, Dsa, Bes, didattica orientante, metacognitiva, preparazione per uso della Lim, degli ebook. E poi il registro elettronico, spesso lentissimo. E poi la modulistica a pacchi per la programmazione di dipartimento, di consiglio, di materia. E poi la Qualità, e l’Autovalutazione, e la Sicurezza. E poi l’attenzione al disagio adolescenziale, la disponibilità verso ciascun alunno, per ascoltare, aiutare, prevenire. Insomma da un docente di età media sui 50 anni, con una buona percentuale over 60, si pretende tutto questo. E domani ancora di più: più ore, più attività, più flessibilità. Quello che oggi è retribuito poco, domani sarà dovuto e basta. Ha un solo nome: si chiama fregatura.

La “Buona Scuola” fa i conti senza l’oste. Il Sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone, reduce dalla notorietà per aver scatenato un paio di giornate di polemica con la sua affermazione che in alcuni casi le occupazioni studentesche sono più utili “delle ore passate in classe“, annuncia che il 15 di gennaio, con molta probabilità, il Governo emanerà un decreto che attuerà, se non tutta, parte della riforma della scuola. Matteo Renzi invece, al Seminario PD, prende tempo e annuncia che la fase due della “Buona Scuola” elaborarà i provvedimenti tra gennaio e febbraio, assicurando che:

E’ una esperienza inedita. Da qui alla fine di febbraio sarà entusiasmante“.

A un convegno nel quale il PD ha commentato anticipatamente i risultati che saranno resi pubblici il 15 dicembre, la ministra Stefania Giannini, nel frattempo citata in giudizio dalla Corte dei Conti per danno erariale risalente al tempo in cui era rettore dell’Università per stranieri di Perugia, anticipa le valutazioni sulla consultazione on line:

La nostra è una responsabilità di metodo e di merito. Il metodo è stato rivoluzionario… Questo lavoro è stato faticoso e stancante ma soddisfacente.

Innanzitutto una considerazione di metodo, che riprendiamo da un articolo di Marina Boscaino:

In una curiosa e drammatica confusione di ruoli tra partito di maggioranza e governo, di cui il Paese sembra non accorgersi – il Pd anticiperà le conclusioni, nell’iniziativa #labuonascuola. Il futuro è adesso! La liturgia sarà celebrata da Giannini (ministro), Faraone (sottosegretario), Puglisi (responsabile scuola Pd) e conclusa da Renzi (segretario Pd e premier).

E poi una considerazione nel merito della esperienza “entusiasmante“, sempre con le parole di Marina Boscaino:

Come è noto le risposte al sondaggio sulla proposta Renzi sono 65.000. Una cifra decisamente deludente, considerando che ci sono 728.000 prof che sono indicati nell’organico di fatto, e 101.000 insegnanti di sostegno; 2.580.007 sono gli studenti della secondaria di II Grado; complessivamente 7.878.661 è il totale degli studenti italiani, cui corrisponde un numero più o meno doppio dei rispettivi genitori (dati: La Scuola in cifre 2013-14, Servizio Statistico Miur). Un bottino, dunque, particolarmente deludente, soprattutto considerata la vastissima potenziale platea.

Deve essersene accorto anche Matteo Renzi, se al seminario del PD minimizza l’efficacia della “consultazione“:

Il metodo di partire dalla consultazione popolare ha certo i propri limiti i propri difetti perché si mette sullo stesso piano chi non vive e chi vive la scuola ogni giorno.

65.000. 100.000. Un milione e mezzo. Quindi 65.000 risposte (non tutte a favore) sono un numero entusiasmante. E che dire allora di uno sciopero a cui partecipa il 60% dei lavoratori? E della proposta di legge di iniziative popolare Per una Buona scuola per la Repubblica (vedi il sito della LIP), che è stata sottoscritta da 100.000 persone? E del fatto che circa 200 scuole si sono pronunciate contro la “Buona Scuola” di Renzi, mentre nessuna si è pronunciata a favore?

Comunque: i campi su cui si pensa interverrà il piano governativo saranno le 150.000 assunzioni dei precari imposte dalla normativa europea, le modalità di funzionamento dell’organico funzionale, l’attuazione del piano di scatti stipendiali legato al merito e non più all’anzianità di servizio, la gestione delle supplenze brevi, che dovrebbero essere abolite e passare dall’organico funzionale oltre che dalla banca delle ore dei docenti di ruolo.

Tutti temi che dovrebbero essere oggetto di contrattazione sindacale, ma, come osserva Lucio Ficara:

Con la prossima legge sulla scuola, che dovrebbe toccare temi di competenza contrattuale, come gli scatti stipendiali, l’orario di servizio settimanale dei docenti, gli organici, la carriera e la valorizzazione professionale dei docenti, il rischio che il contratto collettivo nazionale della scuola cessi di esistere e venga superato dall’applicazione delle leggi attuative, è forte e concreto. D’altronde in questi ultimi anni abbiamo assistito ad una progressiva e continua invasione legislativa sulle norme contrattuali vigenti.

Ma ciò non basta alla compagine governativa, dato che il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone al Seminario del PD pone tra le priorità desindacalizzare la scuola.

Da 18 anni, invariata la spesa per l’istruzione. Il premier Matteo Renzi l’ha ripetuto al seminario del PD:

la buona scuola è la priorità per il futuro dell’italia

Eppure… Dal 1996 al 2012, secondo Il Sole 24 Ore, la spesa complessiva per l’istruzione, in termini reali, ovvero deflazionati sulla base della serie storica dell’indice IPC Istat, risulta invariata.

Significa che i circa 54 miliardi contabilizzati nel 2011 equivalgono, in termini di parità di potere di acquisto, all’aggregato di uscite registrato nel 1996. La spesa in questione va dai servizi per la pre-infanzia fino al completamento delle scuole medie superiori; ovvero per utenti da 0 a 19 anni.

In pratica la costante retorica secondo cui «non bisogna mai disinvestire sull’istruzione» è solo retorica, perché si è proceduto al contrario. Nessuno ha fatto peggio dell’Italia nell’area Ocse.

Anche il progetto di ristrutturazione e messa in sicurezza delle scuole accusa ritardi e carenze. 500 sindaci hanno portato a termine lavori di ammodernamento alle scuole, come previsto dal decreto del Fare, ma non hanno incassato neanche un euro dei finanziamenti promessi. Intanto Cittadinanzattiva denuncia che quattro edifici su dieci hanno una manutenzione carente e oltre il 70% presenta lesioni strutturali. E Legambiante denuncia che il 32,5% degli edifici scolastici è a rischio, con un peggioramento complessivo delle condizioni dell’edilizia scolastica e una diminuzione dei fondi destinati alla manutenzione ordinaria e straordinaria.

Per non parlare del piano di assunzioni di 150.000 docenti per svuotare le graduatorie a esaurimento, su cui cominciano a essere avanzati molti dubbi da più parti. Da una parte il Senato chiede “una relazione tecnica certificata“, dall’altra una sentenza del Consiglio di stato riconosce a 50.000 diplomati magistrali entro il 2002 il diritto di entrare anch’essi nelle graduatorie a esaurimento; inoltre, la sentenza della Corte di Giustizia europea impone all’Italia di assumere i lavoratori della pubblica amministrazione che hanno svolto attività lavorativa per 36 mesi: potrebbero pertanto dover essere assunti Ata e supplenti che non sono inseriti nelle graduatorie ma che hanno lavorato ugualmente su posto vacante per più di tre anni.

Nel frattempo, per effetto di detta sentenza, accade che Giudici del Lavoro comincino a condannare il Miur al pagamento in favore dei ricorrenti degli scatti di anzianità e degli emolumenti relativi, e tutto ciò in regime di parità di trattamento rispetto al personale di ruolo della scuola, a titolo di risarcimento.

Un’Italia triste, povera e diffidente. E’ questo il Paese descritto dal 48° Rapporto del Censis. Solo il 20,4% degli italiani pensa che gran parte della gente sia degna di fiducia, mentre il 79,6% è invece convinto che bisogna stare molto attenti. E infatti domina la paura: il 60% degli italiani ritiene che “a chiunque possa capitare di finire in povertà“. Il 44,6% delle famiglie destina il proprio risparmio alla copertura da possibili imprevisti.

I giovani tra i 15 e i 34 anni costituivano già prima della crisi il 50,9% dei disoccupati, ma adesso sono arrivati a quota 75,9%. In forte aumento anche i Neet, i giovani che non studiano, non lavorano e non svolgono attività di formazione, passati dai 1.946.000 del 2004 ai 2.435.000 del 2013. I giovani sono anche la maggior parte dei sottoinquadrati, oramai il 19,5% degli occupati. Nel 2004 era occupato il 60,5% dei giovani, nel 2012 era occupato il 48%: in meno di dieci anni sono scomparsi oltre 2,6 milioni di occupati. Per chi lavora i salari sono bassissimi: di 4,7 milioni di giovani che vivono per conto proprio, oltre la metà ricevono un aiuto economico dai genitori.

Per quanto riguarda la scuola, i dati sono desolanti: basso livello di informatizzazione dei nostri istituti; la metà dei dirigenti scolastici ha difficoltà a coinvolgere le aziende per le attività di alternanza scuola-lavoro, spesso per la scarsità di risorse finanziarie; sull’offerta prescolare, più di una scuola su tre ha creato liste d’attesa; in cinque anni gli atenei del Centro Italia dimezzano la loro capacità di attrazione.

Merita di essere ricordata la lettera del ricercatore italiano all’estero Cosimo La Cava, che domanda al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano:

Perché in Italia dobbiamo essere precari a vita?

Per adesso ha avuto solo una lettera del Presidente:

questa non deve essere una scelta obbligata… l’investimento fatto per la sua formazione dovrebbe poter essere utilizzato per il bene e lo sviluppo del nostro Paese

Una corbelleria “di grande rilevanza. E’ la dichiarazione del sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone, il quale, con un comunicato stampa dai toni trionfali, annuncia che nella giornata del 12 dicembre il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera (pare con un decreto legge) ad uno stanziamento aggiuntivo di 64 milioni di euro per pagare le supplenze già effettuate nel periodo settembre-novembre da migliaia di docenti precari in tutta Italia.

Si tratta – afferma Faraone – di un gesto politico di grande rilevanza. È un chiaro segnale che questo governo sta investendo molto nella scuola e non intende penalizzare chi, come i docenti e il personale ausiliario tecnico e amministrativo, lavora ogni giorno per il funzionamento dei nostri istituti”.

Commenta Reginaldo Palermo:

Che stanziare soldi per pagare un lavoro già svolto possa essere definito un “gesto politico di grande rilevanzaci sembra davvero fuori luogo.

Forse il sottosegretario Faraone farebbe bene a rileggere ciò che sta scritto nel sito del Ministero del lavoro: “Il contratto di lavoro subordinato è caratterizzato da una “subordinazione” del lavoratore, il quale in cambio della retribuzione si impegna a prestare il proprio lavoro alle dipendenze e sotto la direzione di un altro soggetto” (definizione che peraltro richiama il disposto dell’articolo 2094 del Codice Civile).

Per essere ancora più chiari: il rapporto di lavoro di pubblico impiego ha natura bilaterale e prevede necessariamente un corrispettivo che, ove non erogato, configurerebbe una palese violazione dell’articolo 2094 del CC e non una semplice “penalizzazione” del dipendente.

Il sottosegretario Faraone si rende conto di aver detto una autentica corbelleria?

Ironico il commento di Stefano D’Errico:

Forse il sottosegretario Davide Faraone è rimasto un po’ (tanto) indietro nel tempo e pensa di essere ancora nel Medioevo quando i servi della gleba doveva affidarsi alla magnanimità del signorotto del luogo per poter ottenere due sacchi di farina e un barilotto di vino“. [torna su]

* * *

SEGNALAZIONE

Una serie interessante su vibrisse: La formazione dell’insegnante di Lettere. [torna su]

* * *

RISORSE IN RETE

La “Buona Scuola” di Renzi qui.

Questo è il sito della LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP. In questo video ne parla Anna Angelucci.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e  la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Appello e “Domande-Risposte” dall’assemblea del “Manifesto dei 500 qui.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su vivalascuola: da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione: ScuolaOggi, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, école, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Foruminsegnanti, Like@Rolling Stone, Associazione Nonunodimeno, Gli Asini

Siti di informazione scolastica: OrizzonteScuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola.

Spazi in rete sulla scuola qui. [torna su]

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

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