Guido Michelone dialoga con Federico Gozzelino

gozzelino e merini
A tu per tu con la storia della musica

Ascoltare un nuovo disco di Federico Gozzelino è sempre un grande piacere per lo spirito e la mente, dal momento che l’aspetto artistico-culturale resta sempre unito a un profondo credo filosofico, morale e umanitario, come se la musica fosse un atto non solo di pura creatività, ma anche di messa in circolo di fondamentali istanze dell’essere umano. In questo nuovo album The Sublime Of The Soul, registrato dal vivo il 30 marzo 2014 alla Ministry For Gozo Hall di Victoria (Malta) e pubblicato dall’italiana Verso L’Arte Edizioni, la pianista russa Sofia Narmania interpreta tre composizioni del maestro: Inclusioni Spaziali, Germogli di luce ed Ecco la mia bell’Orsa. L’uscita di questo album, che riprende alcune opere recenti, facendone esaltare, grazie a una nuova esecutrice, i valori più sorprendentemente attuali di una sonorità ormai diffusa anche a livello pop (Giovanni Allevi, Ludovico Einaudi, Cesare Picco) di cui Federico Gozzelino risulta autentico precursore, sia pur a un livello più alto di impegno artistico e consapevolezza dei mezzi espressivi, come si può dedurre da questo dialogo.

Federico, da ragazzo che musica ascoltavi? Con quali autori ti sei formato?
Adoravo Bach. Mi sono formato su di lui: invenzioni a due voci, tre voci. Poi ho sempre avuto un debole anche per i romantici, Chopin in testa. Al contrario ho sempre vissuto la musica di Liszt quasi fosse un fenomeno da fiera, da baraccone, eccezion fatta per qualche suo piccolo capolavoro. In Franz Listz avvertivo certi exploits che mi sembravano composti solo per esibire, per far vedere, dove insomma non avvertivo un sentire autentico. Erano brani quasi concepiti per mettere in mostra le proprie virtuosità.

L’ostentazione fine a se stessa mi sembra del resto un problema che affligge molti autori classici, non solo i divi del pop, come qualcuno sostiene.
Sicuramente. Anzi, io sono contrario a certi pezzi che richiedono uno studio di anni dal momento che si tratta di un esercizio continuo per imparare a eseguirli. E personalmente non capisco proprio perché un musicista debba perdere tempo a fare cose astruse. Poi, quando le sento, mi fanno pena, giacché posseggono solo problematiche di tipo tecnico che mi appaiano a loro volta spaventose. Provo pena, ad esempio, per quei pianisti che devono passare ore e ore, o giorni interi, o addirittura mesi sulla tastiera, quando di contenuto sullo spartito ce n’è veramente poco. Secondo me viviamo tra gli equivoci per quel che riguarda molta letteratura musicale.

Sono d’accordo con te; ma tornando ai tuoi gusti musicali specifici: tra i compositori moderni da chi, allora, eri rimasto affascinato?
Tra i musicisti di inizio Novecento mi aveva colpito molto Igor Stravinskij, che, quando iniziavo io, era ancora vivente e dirigeva le proprie opere. Poi direi Erik Satie e tutta la scuola francese a partire da Claude Debussy per finire con Darius Milhaud. Ma amavo molto anche Richard Wagner, benché sia l’antifrancese per eccellenza.

E parlando di Wagner, come ti rapporti all’opera lirica?
Il mio preferito allora, tra i compositori di melodrammi, era Puccini, sicuramente. Maturando devo dire che Verdi mi sembra un grande artista in assoluto. Però, quando ero più giovane, mi ero fatto prendere la mano da alcuni critici anticonformisti pronti a sostenere che “Verdi, in confronto con Wagner, è tutto tum pa pa pà”. Invece ho poi scoperto che possiede una notevole capacità drammatica di esprimere, nelle sue opere liriche, i caratteri dei personaggi, a livello sia storico sia psicologico.

E come ti rapportavi allora e come ti rapporti oggi con quelli che vengono ritenuti in assoluto i maestri della musica classica, cioè Mozart e Beethoven?
Devo confessare che Mozart non l’amo poi tanto, pur riconoscendone la bravura e la genialità. Beethoven sì, è al di sopra. Dunque più Beethoven che Mozart. Di Mozart c’è, per me, un capolavoro in assoluto: il Requiem. Direi che è la musica migliore di tutti tempi. La drammaticità del Requiem è inavvicinabile. Anche quella del Requiem di Verdi è pregevole, ma è molto operistica.

Invece la musica cosiddetta antica? Che rapporto hai con il canto gregoriano?
La musica gregoriana la amo, e molto. E l’ho amata per via della religione, per il fatto che è il fondamento etico, forse anche estetico, della musica occidentale. Si possono ritrovare le strutture del gregoriano persino nelle canzonette: ad esempio Il cielo in una stanza di Paoli, secondo me, resta pur sempre un canto gregoriano: è come se fosse preso da un’antichissima musica gregoriana. A mio avviso insomma il gregoriano è proprio il principale fondamento della cultura musicale in Occidente e di riflesso, forse, anche in molte altre parti del mondo. È, come diceva Massimo Mila, un recitare parlando. Ma è anche un cantar parlando. E chi oggi, nella vita quotidiana, pur così tecnologicamente avanzata, non canta o non parla o non fa entrambe le cose? Mi sembra in tal senso anche un concetto postmoderno, affine alla mia poetica.

Dunque ti definisci postmoderno. Vuoi dire che rifiuti in musica la modernità a cominciare dalla dodecafonia ?
Sì, decisamente, pur avendola studiata a fondo, la dodecafonia proprio non la digerisco, anche se il suo massimo protagonista, Arnold Schonberg, ha scritto diversi capolavori, che però, non a caso, a mio avviso non sono quelli dodecafonici. I titoli non me li ricordo tutti, ma ce n’è uno che si chiama Notte trasfigurata e che a mio avviso è bellissimo.

Tu invece, della cultura novecentesca, hai postmodernamente recuperato qualche cosa, sul piano tonale o nei generi popolari come il jazz?
Ah, sì, Duke Ellington resta un fuoriclasse, come jazzman e quale compositore. Ma tutta la canzone americana da George Gershwin a Cole Porter, da Irving Berlin a Michael Carmichael è di una dignità artistica quasi assoluta. E credo che forse mi ha lasciato anche delle tracce profonde, nella mia musica di oggi, che gli altri definiscono ‘colta’. Così come i Beatles sono stati grandissimi, nonostante io avverta un 20% di prodotto commerciale: qui la contaminazione con l’industria è molto forte. Nella canzonetta alla Porter o alla Gershwin molto meno: mi sembrano più ispirati sul piano artistico

E oggi come vedi il ruolo della canzone in questo excursus?
Più si va avanti nel corso del Novecento e più l’industria discografica interviene; e quindi avverto nella canzonetta degli ultimi trenta-quarant’anni una forte componente consumistica non solo nel lancio del prodotto, ma anche e soprattutto a livello di costruzione. Oggi un compositore che compone, un arrangiatore che arrangia, tengono presente quello che il pubblico desidera hic et nunc, qui e subito. Il che non fa tanto bene al progresso della musica leggera. Si rischia di essere ovvii, ripetitivi e banali.

E poi recentemente, negli ultimi anni, tu hai scoperto, forse grazie a certo pop moderno, la corrente minimalista, che, in America, è considerata la vera esperienza postmoderna della musica colta.
Sì, ho scoperto il minimalismo abbastanza di recente e devo dire in tutta sincerità che l’ho scoperto ‘dopo’, ossia dopo la mia produzione, perché la scuola minimalista, negli Stati Uniti, con Philip Glass, Terry Riley, Steve Reich, La Monte Young, risale addirittura alla fine degli anni Sessanta. Dunque non è, come sostengono alcuni, che ho scoperto i minimalisti americani e poi mi sono messo a ‘fare il minimalista’. Ho composto, poi mi sono reso conto delle eventuali analogie.

A mio avviso i minimalisti americani sembrano un po’ più freddi, un po’ più meccanici, mentre in te traspare anche una vena quasi neo-romantica, con un forte accento sulla dimensione tonale..
Sì, c’è in me, di proposito, assai meno ripetitività, perché, secondo me, gli americani come Glass hanno voglia di stupire ancora un po’ attraverso una ripetizione assai ben calcolata e giocata su rimandi a musiche orientali.

Un’ultima domanda: visto che quest’intervista appare su ‘La Poesia e lo Spirito’, vuoi dirci chi sono i tuoi poeti preferiti?
Ce ne sono molti e verso alcuni la passione è così forte che ne ho musicato i versi, come è accaduto con Jacques Prevert o Federico Garcia Lorca. E poi direi anche Alda Merini, che ho conosciuto nell’ultimo periodo della sua vita: lei mi ha dedicato una sua poesia e io, per ricambiare, un intero disco.

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