Sulla poesia di Nadia Campana

Nadia Campana
di Maria Pia Quintavalla

Nadia Campana ci ha lasciato trent’anni fa, trentenne e pressoché inedita, salvo in rare riviste e nelle bellissime traduzioni dickinsoniane, Le stanze di alabastro, Feltrinelli 1983, ristampate SE, 2003. L’urgenza di essere *contemporanee*, e non attuali, l’accomuna ad altre sorelle di pensiero, ma è una strada solitaria, in salita.
Da Marina Cvetaeva apprende la definizione di farsi orecchio del proprio tempo, che si fa drammatico compito in Nadia C., nella ricerca di una posizione indipendente di pensiero, che oggi, grazie alla stampa dei saggi, curati da Rabuffetti, Turci, De Angelis, ( Verso la mente e Visione postuma, Raffaelli, 2014) ci aiutano a rileggere la sua poesia edita ( Verso la mente, Crocetti 1990). Quel suo “rullio – culla “ da cui aspettava un dettato prosodico della realtà, e la tensione verso figure di eroine – sorelle o apolidi- guide, come Cvetaeva e Dickinson, con cui instaurare una continuità, genealogie femminili di pensiero, nuove, ma tutte in azzardo, in fieri. La posizione di “singole” ed “estranee “ si farà crescente appartarsi, nella intransigenza di Nadia, e la porterà infine a quello scavalcamento del nulla, cui cedette, come lo commenta Andrea Zanzotto, nel 1995. La cita mentre parla dei poeti nati intorno a un nuovo culto della poesia, in “confraternite richiedenti i più strenui ardori e le più cupe omertà”, quando si afferma la importanza rivoluzionaria, che valica il millennio, del pensiero delle libertà femminili, (prima della creazione di una “superfetazione tecnologica “). Generazione di cui Nadia diventa, per tutte, testimone, rappresentandone la “meglio crudeltà “.
Nadia Campana nasce a Cesena nel 1954, ha una formazione umanistica classica, culminata nella laurea a Bologna con Anceschi su “La poetica di Antonio Porta “; raggiunge Milano, dopo molti studi di specializzazione anche all’estero, nel dopo anni di piombo, mai emendati, nel clima culturale italiano. Porta, Zanzotto e Rosselli ne renderanno conto. Lo stesso Sereni, nella poesia Frontiera, inscena l’autoaggressione fra le parti dell’io, “Hai tu fatto la scelta ideologica?” dove l’alter ego * impegnato* chiede conto, aggredendo l‘io del poeta. Tale dissidio trova giovane ed esposta Nadia, quando le avanguardie e la nascente area neo orfica si fronteggiano, e mentre fiorisce la nascente estraneità femminile, in un’anomala condizione di separate, prima che si costituiscano cartelli e correnti, che nel gioco del post moderno apparirà meno grave. Anni di silenzioso golpe, dopo i conflitti estremi, ma l’assestamento degli anni ottanta, entrato nell’ orizzonte del pensiero debole, omologante,
non risanerà le ferite. Nadia Campana, dopo gli studi classici e lo studio appassionato della letteratura, ha incontri cruciali nella sua formazione: il primo è Antonio Porta, poi, la letteratura e le autrici anglosassoni, l’epifania di Niebo, l’incontro determinante con Milo De Angelis, infine il confronto con due maestre immensamente amate, (Dickinson e Cvetaeva). Ma il confronto con quegli assoluti la obbliga a trascendere l’oggetto amato, sia persona sia poesia, ponendole una sfida di approccio che lei segnala in questi saggi; approvando Essa, nel cuore agape ed empatia come ponte amoroso tra i due sessi, in luogo di passioni proiettive o distruttive, del femminile, prive di un’accettazione dell’eros e di un soggetto Altro da sé, simbolizzato. Questa critica alla visione occidentale della metafisica, e di certe forme dell’amore, disincarnato, accresce la sua tensione a raggiungere il rango di poeta (Dickinson insegna), tramite esperienze cruciali che la spingano a un altrove, l’Illocazione dickinsoniana, così battezzata da Amelia Rosselli. Ma lì, è sacrificio: scrive Nadia, “Come un folle mago mi estraggo/ dal petto la sete / bianco, giallo, stracci di ogni colore / spira il vento che assomiglia a pietra / sporge la gamba / accenna un passo di danza / s’incrina il bacino / si perde l’equilibrio / sul volto scende la saliva”. E lì è anche ribellione, come fu pagata da Antonia Pozzi, quando la disappartenenza potrebbe farsi via nel canone, magari via dell’eccesso, ma non viene iscritta dalle donne autrici, del secondo ‘900. Harold Bloom collocherà Dickinson tra i classici, con Dante e Shakespeare un secolo dopo. Perciò è così difficile collocare Rosselli o Vicinelli entro un recinto (delle avanguardie), o Pozzi nella scuola banfiana o sereniana. “Per scorta un unico segugio, l’identità”, dirà la Dickinson. L’incontro tra Nadia ed Emily D. avviene per riconoscimento, per volontà di conquista di un rango attraverso esperienze cruciali, e l’apprendistato poetico sarà per un pubblico futuro, dei non nati. Come Marina C. battezza la sua vocazione di poeta antitetica al mondo.
Nadia scrive, ” Ho amato Emily Dickinson dapprima, diciamo così, per la causa: per la sua incapacità di adeguarsi a una realtà culturale che le è stata ostile”, è l’esordio di Uno sguardo lontano, il saggio tra i suoi, più notevoli ( Atti del convegno di Alessandria, 1984).
Ma torniamo alla sua vocazione di poeta, quando scrive: “Ho fatto un grande sogno ma non ne ricordo / niente babbo amiamo le teste bruciate / dell’amore ma non la misericordia e / i chiodi come coltelli di gelosia / tra poco cadrà la strada su di te / spergiuro sulla mia infanzia scrivo / lettere, s e non mi dai da mangiare / i capelli mi diventeranno come crine / e come un fucile”. Notte di lupi /sprangare l’angelo del vento / qui è la piega / dove non sarà nuovo morire “. Scrive Antonella Anedda, all’uscita di “Verso la mente”: “Queste cinquanta poesie… non hanno nulla del testamento, nel senso che sono, nella loro spesso intensa bellezza, colme di “ancora”: ancora ingenue, ancora aspre, commoventi… In questo prima, la poesia di N.C. è tuttavia intera e forte, obliqua ma non incerta: l’apertura di certi versi è pluralità di direzioni… fascio di molte frecce. Il titolo del resto, Verso la mente, dice che ci troviamo di fronte ad un libro di cammino… Ecco allora i continui spalancamenti: il deserto, la cima dei monti, la trasformazione del volto amato in geografia… “Dalla tua bocca soffi il vento /spirito dei frutti “. E ancora, a differenza che in Emily, lo “strappo è di carne e non di testa”, l’Altro non è inesorabilmente sprofondato nella sua “privatezza polare”, ma esiste, respira… è dunque qualcosa che si sente ancora “con il dito “ un dolore ….raccontato nel divenire della ferita” (non astrattizzato in assoluti). “Questa ferita ( che) è moto, spesso violento: “gli uccelli strappano il deserto /per vedere se stessi / scrivono nel cielo”.
Rilanciava, Nadia, parlando della Dickinson, e lo si cita per intero, in quanto splendida dichiarazione di poetica e di progetto di vita quasi … esemplare: “Ciò che mi ha spinto è stato l’intuizione del mutamento del linguaggio poetico. Mi sono sentita obbligata a guardare questa modernità: la poesia come voglia di esperire T U T T O nel linguaggio… Occorre fare della propria mente l’unico oggetto di osservazione.” Ma aggiunge, “ho sognato, nelle mie poesie che il fantasma, l’assente che vive sotto il segno del desiderio e della distanza fosse invaso da una presenza dell’oggetto amato in cui la contraddizione fra… seduttori e sedotti si conciliasse, e frantumasse la solitudine e la sublimazione, instaurando la PERFEZIONE AMOROSA FEMMINILE – la contrapposizione tra uomo politico e donna lunare faceva parte di un dogma che vorrei tradire -. Occorre rimettere in causa quei modelli e spingersi verso l’invenzione del nuovo. Ma altre volte la mia inquietudine mi ha riafferrato… ho dovuto riconoscere, come per la Dickinson,che i tempi della distanza con le mie diffuse sensazioni di morte fossero i soli possibili, pena la mancanza di riconoscimento della trascendenza mia e dell’amato. Anche se sentivo che era così assurdamente superfluo doversi ferire per saziare gli dei della paura… della coazione a ripetere, mi era impossibile attraverso la poesia dire il mondo come è, e non come dovrebbe essere! Posso però solo dire, con un po’ di disperazione, che fare le parole era un’imperfezione del cuore, e che restavano le mie uniche armi. Ecco desiderato un posto e capire che dovrò essere io a edificarlo, con massicce parole e fatica…è il progetto che dalla Dickinson ho ereditato”.
Con queste parole di enorme, e solitario carico, e di alta profezia sui tempi nuovi contro il disordine simbolico, avuto dal mondo in eredità, che Nadia C. si erige alla ricerca della poesia come di una costruzione di significati nuovi, in un viaggio di irta solitudine, lei stessa testimone: “Attimo di rapido cielo / appostato in tutta la foce/ come tanti baleni e chi è ?/ a volte il mattino spira dalle tendine/ – per tre giorni nessuno – / guardarsi inversi non congiunti / la mente non spera più / nei grammi nelle vie / quale … cent’anni cieco “.

Bibliografia utilizzata:
Nadia Campana, Verso la mente, Crocetti editore 1990
Nadia Campana, Visione postuma, Raffaelli editore 2014
Andrea Zanzotto, Cantari dolorosi, ( Sulla poesia di Maria Pia Quintavalla ) Nuovi Argomenti n. 2, gennaio – marzo 1995
Antonella Anedda, Taccuino tragico di un itinerario verso la mente, La talpa libri, Il Manifesto, ottobre 1990.

4 pensieri su “Sulla poesia di Nadia Campana

  1. Ho scelto di ri postare questo pezzo, non reperibile via internet, dopo che pubblicato a luglio, su Leggendaria, e infatti ne è la copia, salvo brevi correzioni, poiché erano tante le persone che non avendo avuto la possibilità di leggerlo in cartaceo, me lo chiedevano. Ho mantenuto ispirazione e fonti, lasciando in particolare il primo testo su cui lavorai, di Uno sguardo lontano, essendo più d’uno i rifacimenti del saggio su Emily Dickinson. Importante è che quella portata, di autentico pensiero-passione, oggi, passi, per una tra le sue migliori eredità di pensiero. Nella edizione Raffaelli di Verso la mente e di Visione postuma, compare in altra versione il saggio, oltre a molte novità saggistiche su Marina Cvetaeva. Anche uno studio di variante è contributo alla conoscenza della sua opera.
    Buona lettura, e scrittura critica, per i volenterosi, che sulla sua poesia si cimenteranno. Maria Pia Quintavalla.

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  2. Post scriptum:”Visione postuma”, secondo volumetto di scritti saggistici, e “Verso la mente”,libro di poesie (ristampato da Crocetti,1990), di Nadia Campana, sono curati da Milo de Angelis, Emi Rabuffetti, Giovanni Turci edizioni Raffaelli, 2014.

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  3. Sì, purtroppo chi scrive poesie non è in linea con le correnti o i gruppi dominanti, nel momento in cui opera, conosce la vera Solitudine del Poeta. Nadia, non si identificava in alcun gruppo, in alcuna scuola poetica del suo tempo. Tra l’altro ,da donna, provò il dolore dell’emarginazione da ambienti che non avrebbero potuto capirla, accoglierla, comprendendone appieno il valore artistico ed umano. Grazie, Maria Pia.

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  4. Non so se è questo il senso del suo destino, sennò sarebbe di ogni scrittrice. la Wolf dice che l’essere indipendenti entro una comunità rende prima o poi disappartenenti,i soggetti donne che ne esprimono la volontà. La disappartenenza, è diversa, è sottrazione di sé, ed è spesso un bene. Anche Patrizia Vicinelli o Amelia Rosselli furono identificate nel gruppo ’63, ma non erano avanguardiste o non espansero la loro scrittura e poetica in TAL SENSO Di conseguenza patirono una solitudine, di tipo poetico, esegetico e umano..Pasolini che non era a lei affine, ma era onesto e lucido lettore,di poesia contemporanea, poté riconoscerla. Credo che le parole nuove che vengono pronunciate meritino la messa a fuoco del gioioso sogno di simmetria e perfezione femminile cui si parla: sono parole molto avanti per i tempi ancora lo sono, Il tipo di libertà e sorellanza richiesti trovano i tempi del tutto non maturi. ad accoglierle. ma Nadia non vorrebbe il ruolo di vittima, bensì di profetico ponte , tra umani, ponte anche necessario tra la stretta di mano della poesia e dell’ esistenza. Quando ho ricevuto in anticipata lettura quei testi prima di Book City compresi che l’illuminazione già l’accompagnava,e la sua bellezza se ne accresceva ( da Rabuffetti e Turci). Nella prefazione a Visione postuma,di De Angelis, il tratto tra poetica e poesia è marcatissimo, ma le sue parole vibrano di questa energia e autorizzazione cercata e poi trovata da un ‘Altra più grande di sé, e venuta prima, come un fuoco.
    Maria Pia Quintavalla.

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