Un omaggio a Pino Daniele

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di Guido Michelone

La morte di Pino Daniele ha sorpreso un po’ tutti noi che, la notte di San Silvestro appena trascorsa, l’avevamo visto e sentito in televisione a festeggiare il Capodanno in ottima forma artistica; si augurava, serenamente, nell’intervista poco prima dell’esibizione, un buon 2015 che per lui avrebbe anche significato un nuovo album, dopo la trionfale tournée dell’estate 2014 a riproporre Nero a metà, un long playing di trentacinque anni fa, ma che da tempo è da annoverare tra i ‘classici moderni’ della musica popolare italiana. Tra i primi a accorrere all’ospedale romano, dove è spirato, il fraterno amico James Senese, che ebbe anche il compito non facile di lanciarlo come solista quattro decenni or sono, dichiarava, in lacrime, che probabilmente non nascerà un altro Pino Daniele, nel senso che la figura artistico-musicale dell’eterno ragazzone napoletano che, quest’anno avrebbe compiuto sessant’anni, resta unica e inimitabile. Era insomma il prosecutore delle grandi tradizioni canore partenopee e al contempo un profondo innovatore di una scena che da regionale, con lui, diventa internazionale. Inglesi e americani inserirebbero giustamente Pino Daniele nell’alveo della world music, perché lo stile da lui inventato è sicuramente una mirabilissima sintesi tra vecchie e giovani sonorità, nell’ambito di due diversi importanti patrimoni, mediterraneo e afroamericano, ovvero la melodia e il ritmo, la canzone d’autore e la black music. Pino Daniele fin dagli esordi all’interno del gruppo fusion Napoli Centrale (di cui appunto Senese era il leader ai sassofoni) ha mostrato notevoli risorse creative sul piano della voce, della chitarra, della scrittura e dell’improvvisazione; nonostante la figura corporea massiccia, il timbro era morbido, sottile, delicato quasi in falsetto, mentre alla sei corde (sia classica sia elettrica) esprimeva un’originale cultura jazz, rock e blues; a livello compositivo, tanto in dialetto quanto nella lingua italiana, era in grado di firmare e di eseguire decine e decine di pop song raffinate, da cui traspariva sempre – trattando argomenti poetici anche molto diversi tra loro, dall’amore alla politica – una vena malinconica, con un fondo di tristezza, forse derivato dalla malattia cardiaca che poi gli è stata fatale. A livello professionale, Pino Daniele era una figura disponibilissima alle collaborazioni più svariate: lo abbiamo sentito su disco e dal vivo, ad esempio, duettare con quasi tutti i massimi esponenti della musica leggera italiana, acquisendo via via una fama anche internazionale che del resto lo ha condotto a partnership favolose, da Wayne Shorter a Eric Clapton. Lascia al momento – ma gli inediti saranno di certo moltissimi – ben 31 album ufficiali, di cui 23 in studio, 6 dal vivo, 2 raccolte e 1 colonna sonora; e fra di essi è difficile scegliere il migliore perché tutti i dischi LP o CD – registrati dal 1977 al 2012 – sono di ottimo livello: Terra mia (1977), Nero a metà (1980), Non calpestare i fiori nel deserto (1995), Dimmi cosa succede sulla terra (1997) e il recente Vai mo’ – Live in Napoli (2013) pensiamo che resteranno per sempre scolpiti nella memoria dei fans e dei cultori della buona musica senza frontiere e senza etichette.

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