Fu chiaro appena oltre lo zenith. Il romanzo “filosofale” di Paolo Fiore

fioreNon sorprende un romanzo storico. Sorprende un romanzo dedicato a Giordano Bruno. Viviamo infatti in un’epoca che attende ancora la propria Rivoluzione Copernicana, che continua a credere nella centralità dei sensi umani e s’illude che tutto ruoti intorno a ciò che l’uomo percepisce. E viviamo in un’epoca in cui la massima libertà materiale ha accettato il dominio di questo pensiero unico umanista e allo stesso tempo disumano. Forse non è un caso che Paolo Fiore, l’autore di questo insolito romanzo “filosofale” sia un medico. Nella società del “corpo”, nella quale il medico più che uno scienziato è un sacerdote che dispensa cure con la stessa elezione di un oracolo, egli propone la propria rivoluzione culturale, affidandosi ad un filosofo, al filosofo più misterioso e irriducibile.


Il vero protagonista di Fu chiaro appena oltre lo zenith è un altro libro. Il “De umbris idearum” di Giordano Bruno. Siamo nel 21623 e i due monaci che lo custodiscono nel loro avventuroso viaggio verso la Nuova Spagna, fino all’arrivo nel convento di San Antonio ad Azmal, hanno solo il compito di aprire al lettore le verità nascoste nelle pagine di questo libro stupefacente. Pubblicato nel 1582 e dedicato al re di Francia Enrico III, intende svelare tutti i misteri dell’ “arte della memoria”. E la memoria è lo strumento per comprendere la natura cangiante e doppia dell’universo, che nasconde in sé il senso di ogni cosa. Attraverso una complessa architettura sincretica, Giordano Bruno si propone di creare uno straordinario strumento di conoscenza della realtà, in cui forme ed idee, simbolicamente contengano in sé tutto il reale. Il paradigma di questa realtà ambigua è l’ombra, la porta che unisce buio e luce, verità e apparenza, immagini e sostanze.
Ma la memoria non è anche la materia di cui è fatta ogni narrazione? Ecco l’alchimia che trasforma un magma informe e perenne di fatti ed eventi in una storia determinata. Questa è l’alchimia della letteratura, la forma di espressione umana più vicina alla creazione primigenia. “Fossi nato in mare avrei issato la vela, fosse nato in chiesa avrebbe ornato l’altare. Avessimo parlato due diverse lingue, avrei tradotto nave in chiesa, avrebbe chiamato chiesa la nave. E cominciai a capire come quanti mondi della stessa valenza e del medesimo splendore può frequentare l’uomo e quanti segni diversi per dire lo stesso verbo usare e quante case abitare e fossero esse di pietra, di legno, di fango o, persino, di ghiaccio, avere tutte, ognuna per ciascuno, l’odore del ricordo, il sapore del riposo”. Ed allora forse oltre lo zenith c’è lo zero, il punto da cui tutto ha avuto inizio. La Parola.
La figura millenaristica di Giordano Bruno si ricollega alla civiltà profetica dei Maya. I due monaci infatti dall’incendio inquisitorio voluto da Fra Diego De Landa mettono in salvo anche i codici maya. Bruno stesso aveva preconizzato la fine del mondo, con l’arrivo del “Sole Nero” che inghiottirà tutti i pianeti. Oltre ogni mistero, ciò che accomuna il filosofo nolano a questo popolo è la persecuzione da parte di un potere oscurantista, un “sole nero”, appunto. La libertà di pensiero è il lascito più importante di queste pagine. Semplicemente questo. Eppure c’è altro. In realtà, esiste un mistero da rivelare. Solo che è un mistero semplice. E’ il mistero della Grazia. Il tempo della Grazia il kairos, il tempo propizio che non va verso la morte, la fine, ma parte da essa. E dunque la fine del mondo altro non è che la perdita di questa Grazia, raggiunta attraverso la conoscenza. L’arrivo del “Sole Nero”, il ritorno di Kronos, del tempo assassino che mangia i propri figli.
Anche l’attesa apocalittica, come la realtà stessa, è ambigua. Può presagire la perdita di tutto. Ovvero anticipare un cataclisma di profondo rinnovamento. “Il terremoto che ci avrebbe travolti fragorosamente con rumore grande e alte grida all’appuntamento con le nostre vite, in quel luogo del destino, era già avvenuto, più sommessamente, giorno dopo giorno, in quella traversata, trasformando dall’interno delle viscere i lineamenti del nostro volto, l’atteggiamento dei nostri corpi. (…) Capì finalmente che non bisogna mai credere di aver compreso una volta sola tutte le cose, lasciando alla vita sempre un altro spazio, una seconda possibilità”.
Tutte queste possibilità, questi mondi, queste esistenze si intravedono tra le pagine di questo complesso romanzo di Paolo Fiore. Appena oltre lo zenith.

Pasquale Vitagliano

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