Anime Baltiche

anime baltiche
di Giorgio Gizzi

Durante queste feste sono inciampato in un libro, Anime baltiche, che pochi mesi fa, alla sua uscita avevo colpevolmente ignorato. Un libro potente, di quelli che chiamano altri libri e letture, in una rincorsa infinita ed inesausta; sono ormai questi i miei preferiti: Danubio di Claudio Magris e Buddha sorride di Cesare Brandi per intenderci.
Lo pubblica l’Iperborea, da tempo specializzata nella letteratura dei “paesi del grande freddo”, nel suo solito formato particolare, che ricalca le dimensioni del classico mattone di terracotta, a cui sempre è rimasta fedele ed è tutto un riandare alla Arendt, a Gidon Kremer, a Mark Rothko, ad Arvo Part, agli Eisenstein e poi, continuando con la vertigine della lista, a Tomasi di Lampedusa che col freddo baltico avresti detto entrarci mai.
Lo ha scritto tal Jan Brokken, un olandese che sa scrivere e di cui ho recuperato in fretta il primo romanzo uscito nel nostro paese, che se vale anche solo la metà del libro fratello sarà tempo ben speso, giocato sulla vita del pianista Youri Egorov.
Anime baltiche contiene dei mondi. Interi. Non solo storie di luoghi e persone. E fra quei mondi la mia storia di Natale perfetta: una storia che ha a che fare col Natale, solo perché io l’ho letta questo Natale ed ha finito un po’ col pervaderlo ed ora che i Magi sono arrivati resta la storia di questo Natale, al netto degli Scrooge di turno.
Vado a raccontarvela : certo conoscete tutti Romain Gary. Uno degli scrittori culto del ‘900 che rischiano di finire sepolti sotto il peso e il numero degli aggettivi che si portano dietro : ebreo, irregolare, provocatorio, sensibile, suicida. Brokken ne rintraccia le origini scoprendo che non erano russe, ma lituane, di Vilnius per l’esattezza, la capitale di quello che senza equivoco fu un grande paese, un Granducato che si estendeva dal Baltico al mar Nero, costruita su colli, con molte chiese alcune delle quali sopravvissute, a differenza di uno dei quartieri ebraici più estesi d’Europa con la sinagoga che era la più grande del mondo.
Brokken racconta di quando Gary partecipò sotto pseudonimo al Goncourt, perché già l’aveva vinto una volta e per regolamento non sarebbe stato possibile concorrere una seconda e lo vince di nuovo. Del suo matrimonio con l’attrice Jean Seberg, taglio di capelli alla maschietta, ed un talento che il cinema colse solo in parte. E fin qui sappiamo, più o meno. Fin qui ci sono anche leggende, ma poi come cambiasse marcia, come solo un grande saprebbe fare, Brokken ci racconta di un altro Gary, meno spalvaldo e più terreno.
Al 16 della della Wielka Pohulanka, ancora oggi una via ampia ed elegante di Vilnius, abitava un certo signor Piekielny che in lingua polacca significa ‘infernale, diabolico’. Questo signore che Gary descrive come un piccolo topo triste prese in simpatia il bambino che sarebbe diventato lo scrittore che sappiamo e che viveva due piani più sotto, insieme alla sola madre. A dispetto del nome, era solito regalargli soldatini di piombo ed offrirgli caramelle e lokum, quei dolcetti ottomani deliziosi al palato e promettenti al tatto.
E qui debbo far proseguire Brokken perché questa carola è tutta sua, sua la magia e nessuno potrebbe renderla meglio: “un giorno Piekielny gli domandò cosa avrebbe voluto fare da grande, e Roman diede la risposta che gli aveva inculcato la madre: Sarò ambasciatore di Francia. Tutt’altro che sorpreso, il signor Piekelny replicò: ‘Ebbene! Quando incontrerai dei grandi personaggi, uomini importanti, promettimi di dire loro: al numero 16 della Grande-Pohulanka, a Wilno, abitava il signor Piekielny'”.
Vent’anni dopo, verso la fine della Seconda guerra mondiale, la regina d’Inghilterra visitò il quartier generale della squadriglia Lorraine a Hartford Bridge. Ritto davanti al suo aereo da combattimento, il tenente Gary scattò sull’attenti. La regina Elisabetta, madre dell’attuale sovrana, gli domandò da quale regione della Francia provenisse. ‘Da Nizza’, rispose lui, per farla breve. La regina annuì e, prima che Gary se ne rendesse conto, gli uscirono dalla bocca queste parole: ‘Al numero 16 della strada Grande-Pohulanka, a Wilno, abitava un certo signor Piekielny’.
E le ripeté ancora: al generale Charles de Gaulle, agli alti funzionari delle Nazioni Unite, a decine di milioni di telespettatori americani. Per ricordare, scrive, quel “gentile topolino di Vilnius che ha da tempo messo fine alla sua minuscola esistenza, nei forni crematori nazisti, insieme a diversi milioni di altri ebrei d’Europa”.
Non escludo che questa storia la conoscesse Art Spiegelmann e che si sia ispirato a quel piccolo topo triste per il suo formidabile Maus; io ve l’avevo detto che questo libro rimanda a tanti altri libri.
Certo è che a rileggerla per la centesima volta questa piccola storia di Natale ancora tiene.

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