VINCENZO CELANO, “L’ANIMALE A SEI ZAMPE” – UN ESTRATTO

Vincenzo Celano, L’animale a sei zampe, Edigrafema, 2013, pp. 184

Cap. 1

Copertina-Lanimale-a-sei-zampeQuando fu vicina al punto più alto dell’impietrata sconnessa di Ciaracalle, la giumenta sollevò di scatto la testa e cominciò a orecchiare chiaramente in apprensione rallentando il passo. Alla fine s’impuntò e non volle andare avanti.
Il Capitano, che le era sul basto, la spronò più volte con il tallone. L’animle fece due passi e si piantò di nuovo. Fu in quel momento che una nuvola, mossa da un fiato di vento, si scostò e sotto i riflessi della luna calante i muri del camposanto emersero improvvisi dalla terra a mostrarsi come un’immensa carcassa bianca.
Le orecchie della cavalla si erano fatte più mobili. Ne mandava avanti ora una ora l’altra allargando le froge e sollevando la testa come a sincerarsi di quel che sentiva.
Il Capitano saltò a terra e tirando il capestro la forzò a seguirlo. S’era così spostato in avanti di una decina di passi e la sagoma rettangolare dei muri del camposanto adesso gli appariva assai più vicina, distintamente disegnata sotto la mezza luna appena velata da vapori sanguigni.
“La luna così arrossata non è cosa buona”, aveva sempre sentito dire dai vecchi.
Non era uomo facile alle paure, il Capitano. Per andare alle fiere dei paesi della Valle del Sinni, aveva attraversato spesso, di giorno e di notte, bosco Magnano, una distesa sterminata di faggi e cerri secolari. In tre ore, se menavi le gambe e conoscevi come uscirtene, e non ti spaventavano le voci della notte, ce la facevi a passare dall’altra parte. In sella a quella cavalla sicura, che in famiglia tenevano da puledra e faceva, come si dice, comanda padrone, lui non aveva problema nel buio più buio e nella nebbia più nebbia.
Ida, quella giumenta sempre docile, che adesso s’impuntava caparbia a non voler andare avanti, dopo aver captato l’odore di qualche cosa che la inquietava, continuava ogni tanto a starnutire.
Il Capitano, per quel che gli consentiva quella mezza luna simile a una focaccia da cui si è stracciato un pezzo con le mani, spinse lo sguardo fino al punto in cui il tratto di strada diritta che aveva davanti formava un angolo retto con il viale più stretto che usciva dal cimitero. A mano destra, proprio alle porte del camposanto qualcosa prese a muoversi. Era una sagoma incerta, sfumata, che veniva avanti con studiata lentezza. Al Capitano parve Quaresima la zinzulosa, la bambola stracciona con le sette penne in testa che dal giorno delle Ceneri si esponeva appesa alle ringhiere dei balconi del paese nei quaranta giorni prima della Pasqua e che per ogni venerdì di astinenza andato via veniva privata di una penna.
Gli si rizzarono i capelli. All’altezza di quel che s’indovinava essere una testa appena abbozzata adesso distingueva una fascia bianca, opalescente, posta di traverso, in diagonale. La fascia era l’elemento che muoveva e sorreggeva quella minuta sagoma vaga. Sentiva i capelli che gli sollevavano la coppola. La giumenta, adesso, non gli resisteva più. Si muoveva dietro di lui che non sapeva che fare.
Ma che era, che poteva essere?… Tornare indietro? Dove? Alla masseria? Non era tanto l’ora di cammino da fare a ritroso, ma come avvisare quelli che l’aspettavano a casa: la madre, i bambini, la moglie. Maddalena che si lasciava andare sempre a cattivi pensieri per lui che aveva il maledetto vizio di attardarsi la sera dietro il governo degli animali. Maddalena, sempre così piena di mestizia, che sembrava la madonna Addolorata, ogni sera che lui ritardava faceva morire di ansia e paura anche i due figli, che quando poi sentivano la giumenta sferrare sulle pietre lisce del vicolo saltavano in una muta esultanza di gioia.
Ritornare indietro significava allarmare il mondo. E pensare che trecento metri più avanti c’erano liberatrici le prime luci del paese.
In quegli stessi attimi, nel vicolo di casa si erano sentiti gli zoccoli degli asini scandire il ferrato tip-tap sul selciato. Stavano rientrando in gruppo dalla campagna. I foresi pendolari si davano un tacito appuntamento e si dirigevano insieme dalle masserie all’Infero Paese. Questo comune andare e venire insieme mattina e sera era una bella occasione per alleviare le fatiche della via chiacchierando senza sottrarre tempo alle occupazioni della giornata.
Al rientro, accadeva anche che i giovani campagnoli si scontrassero con gli scansafatiche che li aspettavano alle prime case dell’abitato per sfotterli. Come quella volta in cui, nelle vicinanze della villa dell’Americano col pino secolare, avvenne una battaglia memorabile tra le due parti. Quelli di paese ebbero la peggio perché gli altri, lesti a fornirsi di un gran numero di pigne, bombardarono gli avversari mandandone diversi a farsi medicare.
L’ora del rientro quella era. Quando suonava la campana dell’avemaria “o a casa o per la via”. Dal giorno successivo alla semina del grano fino a Pasqua. Poi anche le donne e il resto della famiglia se ne salivano alle masserie della Mascolina, del Provenzano, della Cerasia, della Serra.
Maddalena in casa aspettava di sentire la giumenta fermarsi di sotto, davanti alla porta della stalla, quando all’improvviso udì, invece, il fracasso di qualcuno che era scivolato sulle pietre dello strettolo. Biase, il vicino, per aiutare l’asino che se ne era andato a terra sotto il carico di legna, era finito anche lui lungo come una traversa sul selciato. Maddalena si affacciò che già Biase si alzava inzaccherato, e per fortuna non s’era fatto niente. Col maltempo, il sangue e il pelo dei maiali uccisi, il liquame che usciva dalle stalle e quello che arrivava dai pitali svuotati dalle finestre trasformavano lo strettolo in una fogna.
D’inverno era sempre intasato, lo strettolo. Quando le donne che avevano raccolto le foglie nelle zone della Difesa o alla Mancosa, nei castagneti di Liccardo o della Foresta, e le avevano trasportate in testa nei lenzuoli di canapa legati a croce per le quattro cocche, ne scaricavano una parte spargendole sulla via, per un paio di giorni si camminava su un tappeto soffice e pulito. Era un poco come quando faceva la neve, che tutto copriva e tutto sembrava migliore. Poi, specie se si metteva a piovere, diventava tutto una poltiglia nera e puzzolente.
Quel letame che si era fatto veniva portato nei campi con i cesti a schiena d’asino o con i corbelli in testa dalle donne. Qualche volta erano proprio le donne a litigare e a passare a vie di fatto per rivendicare, ciascuna per sé, la proprietà di quel concime.
Biase, intanto, per tranquillizzare Maddalena, le aveva detto che il marito doveva essere sicuramente poco dietro di lui. La donna da parte sua aveva commentato, un poco perché convinta e un poco per allontanare i cattivi pensieri, che il marito arrivava sempre per ultimo perché, prima di lasciare la masseria intanava, se la pigliava comoda palpando di qua e di là per assicurarsi che il bestiame fosse a posto e le porte ben chiuse. “Il lupo non porta campana, non ti avvisa quando è intenzionato a venire”, obiettava lui alle lagne della moglie. E sottolineava che i più pericolosi, e peggiori di quelli dei boschi, erano i lupi che camminavano eretti a due piedi.
Ebbene, mentre Biase e la vicina di casa avevano scambiato quattro parole, il Capitano si trovava impietrito di fronte a quella forma sconosciuta che avanzava dal camposanto verso la strada. Se continuava a camminare si sarebbero incrociati proprio alla confluenza del viale del cimitero con la strada che portava al paese.
La giumenta neanche sbruffava più e le sue orecchie non andavano avanti e indietro con moto alternato, come la lampadina che fa accendi e smorza se il contatto è difettoso, ora quella era addirittura impaziente di proseguire perché sollecitava il padrone poggiandogli ripetutamente il muso sulla spalla. Il Capitano aveva accorciato la presa sulla cavezza quasi volesse trovare rifugio sotto la testa dell’animale, ma una tensione mai provata, paura o afflizione che fosse, continuava a convivere con quella sensazione di protezione che gli infondeva la giumenta col fiato caldo che dalle froge gli soffiava sul collo.
Ida, mansueta e generosa, un’esistenza in simbiosi con la sua, costituiva un’istituzione per la famiglia e per tanti altri. Tutti potevano maneggiarla. Tutti potevano andarci davanti e di dietro, di sotto e di sopra. Mai un calcio o una bizza, spedita e accorta nel passo, anche sui sentieri più malagevoli. Maria, la madre del Capitano, non ancora vecchia ma bruciata di cucina e figli (tra vivi e morti ne aveva messi al mondo tredici), le volte che doveva salirsene alla masseria o scendersene al paese, per tutto l’accidentato percorso sedeva alla femminile sicura in groppa alla giumenta.
In un baule di legno foderato di pelle equina, che il ramaio Nicola, suo padre, aveva portato da Rio de Janeiro, si custodisce ancora una scrittura privata, datata 31 gennaio 1940, XVIII dell’Era Fascista, per mezzo della quale cinque dei figli di Maria rinunziavano a tutti i loro diritti ereditari sulla cavalla in favore della mamma.
Un colpo di muso della giumenta più forte sulla spalla, riscosse il Capitano da quella forma di annichilimento e gli fece ricuperare buona parte dell’animo di sempre. Non era lui che del camminare di giorno e di notte, sotto la canicola e dentro la bufera, se n’era fatto un vessillo, tanto che quando la mamma o la moglie gli dicevano di riguardarsi da certe viaggiate nottetempo e da strapazzi e pericoli vari lui rispondeva che sono pelle conciata?
Sì, pelle conciata, perché si era avvezzato da piccolo, per boschi e per pascoli con ogni tempo dietro gli animali. E amava raccontare spesso ai figli di quando, ancora moccioso, un forte temporale lo aveva colto alla guardia del gregge col compare Lenticchie.
Il giorno che si erano aperte le cateratte del cielo, l’uomo rosso e di malo pelo, al quale, per via della faccia tutta ramata di lentiggini, lui aveva appioppato il nomignolo di compare Lenticchie (ma guai a farsi sentire dai grandi), anziché dargli riparo sotto l’ombrello, si era limitato a sottrarlo al torrente che si era creato nella depressione del prato semplicemente spostandolo su un rilievo, come fa la massaia quando mette all’asciutto un pulcino caduto accidentalmente in acqua.
O di quando mungevano la mattina, all’alba, e lui non si reggeva in piedi dal sonno e doveva spingere le pecore al guado perché si presentassero una dopo l’altra alla secchia di compare Lenticchie. Una volta, assonnato, com’era per le levatacce di tutti i santi giorni, mentre stava poggiato alla sbarra dello stazzo all’aperto e il capo pastore, curvo sulla secchia del latte, come mandava via la pecora munta aspettava che l’altra di turno gli si presentasse subito di fianco, compare Lenticchie si era voltato e, accortosi che la pecora non si trovava ancora al guado perché non era stata spronata, aveva fatto arrivare sulle gambe nude del Capitano una frustata con tutti i sensi.
E raccontava ancora, ma questa volta senza velo di malinconia, anzi con una punta di orgoglio, di quando l’epidemia di spagnola, arrivata in Lucania nel settembre 1918, aveva allettato tutta la famiglia. Lui e la sorella Domenica, gli unici che la febbre maligna aveva lasciato in piedi, erano stati in grado, sebbene bambini, di accudire e governare il numeroso armento della masseria.
O di quando con la sorella Ros andava a pascere le vaccine al Cannataro. Pioveva molto di quei tempi, specie nel tardo autunno. Quando calava la piena a Canale Torto, il fosso era largo e lui non ce l’avrebbe fatta a zompare dall’altra parte per guadagnare la via di casa. E neanche la sorella, che era più grande e più alta di lui.
Quella volta aveva pensato di mansuefare la vacca Rossanella, allettandola con spighe di granone che strappava di nascosto dalle piante e si portava nelle tasche o insaccate insieme al pane nelle maniche della giacca. Aveva poi provato a cavalcarla dapprima poggiandosi col petto sulla schiena dell’animale e sospendendo le gambe. All’inizio la vacca con un testa coda lo aveva sbalzato a terra. Ma lui non si era scoraggiato e aveva insistito fino a che quella bovina dal pelo aranciato aveva cominciato a tollerarlo e anche a portarlo, posto di traverso bocconi sulla schiena.
Alla fine aveva provato a montarla come si cavalca a pelo un asino. Era fatta: Rossanella portava e non c’era più il problema di guadare i corsi d’acqua in piena e di fare a piedi la strada in salita, né per lui né per la sorella, che tempo prima, in un giorno di nebbia, aveva perso la strada di casa e dal Cannataro era finita lontano, in una frazione di Bianello.

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