Il Grande Etrusco, di Anna Belardinelli

Belardinelli
di Ombretta Ciurnelli

È frequente che la pittura e la scultura illustrino parole e storie, ma può accadere anche che attraverso la poesia e la prosa si raccontino dipinti o manufatti architettonici. Si parla in questo caso di èkphrasis, una figura che i dizionari definiscono con l’espressione “descrivere con eleganza”, quasi a voler mettere in evidenza il fatto che la parola scritta gareggia con la cosa descritta.
Si sviluppa in tale direzione la narrativa più recente della scrittrice perugina Anna Belardinelli che, dopo tre raccolte dedicate alla pittura di Pinturicchio, Signorelli e Caravaggio (Lo spettatore beffardo del 2008, Signorelli a occhi chiusi e Caravaggio a occhi chiusi del 2012, tutti per i tipi della Casa Editrice Era Nuova, Perugia), nel 2013 ha pubblicato il volume Burri a occhi chiusi (Perugia, Era Nuova) in cui ad essere protagonisti dei racconti non sono personaggi o animali di grandi opere pittoriche, ma elementi non figurativi, come i sacchi di iuta lavorati e immersi nel colore o nel catrame tipici dell’opera del pittore tifernate.
Nel suo ultimo libro, Il Grande Etrusco (Perugia, Fabrizio Fabbri Editore, 2014), Anna Belardinelli ha spostato la sua attenzione dalla pittura all’architettura, ponendo l’Arco, che rappresenta un simbolo storico e culturale della città di Perugia, al centro di dodici racconti in cui sono narrati segreti e storie dell’imponente manufatto, in una dimensione immaginifica e insieme realistica.
L’io narrante è diverso in ogni racconto: può essere la loggetta rinascimentale posta sulla sommità del contrafforte di destra, che l’Autrice immagina essere sposa giovane e leziosa del vecchio Arco, o una pietra che narra il suo percorso dalla cava sino alla destinazione finale, sulla sommità della volta. In alcuni racconti il punto di vista è interno a “personaggi” che non fanno parte dell’Arco, come nel caso de Il sonno del Drago in cui a raccontarsi è il terremoto che sonnecchia nelle viscere della terra o come in Atterraggio, in cui l’io narrante è un alieno che, avvistando l’imponente mole architettonica, si lascia andare a un intricato labirinto di ipotesi, in una scrittura che ricorda quella dell’ultimo Calvino; altrove può essere un visitatore del Museo archeologico che intesse un immaginario dialogo con Vel Rafi, l’Architetto della grande porta etrusca, raffigurato in una urnetta.
Nelle opere della Berardinelli si evidenzia l’ambizione della letteratura di appropriarsi dell’arte pittorica e di riscriverla in una particolarissima forma di traduzione. C’è, infatti, il passaggio da un codice a un altro e si può suppore che, come accade nelle migliori traduzioni, ci sia anche in questo caso una necessaria e imprescindibile infedeltà, sia per ragioni intrinseche alla differenza dei due codici, sia perché il racconto di elementi o dettagli di un’opera d’arte va ben oltre le apparenze iconografiche. In tale dinamica il destinatario del racconto diviene al tempo stesso lettore di storie e fruitore di immagini, ampliando in tal modo la propria esperienza estetica e cognitiva.
Non mancano esempi letterari in cui l’arte figurativa irrompe tra le parole entrando da protagonista in un testo narrativo in uno scambio tra le “arti sorelle” che ricorda la ben nota la formula oraziana ut pictura poesis. Partendo da molto lontano si può pensare alla descrizione dello scudo di Achille nel XVIII libro dell’Iliade, capace di dare vita nella poesia alle scene rappresentate. In tempi più recenti si può pensare alle dettagliate descrizioni del portale e dello scriptorium dell’Abbazia ne Il nome della rosa di Umberto Eco. Ma in entrambi i casi si tratta di descrizioni di particolari che sono frutto della fantasia, non di elementi iconografici o architettonici che esistono e che per uno strano prodigio si raccontano.
La pittura è entrata anche nella narrativa più recente in due romanzi di grande successo: La ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier e più recente Il cardellino di Donna Tartt. Il titolo dei romanzi è lo stesso di due dipinti, il primo di Vermeer e il secondo di Fabritius, due opere realizzate nella stessa area geografica, a pochi anni di distanza l’una dall’altra, che divengono pretesto per raccontare storie tra loro molto diverse.
Ma nella narrativa di Anna Belardinelli, e in particolare ne Il Grande Etrusco, l’ekphrasis assume aspetti particolarmente originali per la tecnica narrativa utilizzata. Tutti i racconti si basano, infatti, sulla personificazione (o prosopopea), una figura che consente di attribuire qualità, azioni o sentimenti umani ad animali, oggetti, a concetti astratti che agiscono come se fossero persone. Sono nella mente di tutti le Aurore, i carri del Sole o la Fama che si incontrano frequentemente nell’epica classica. Vengono alla mente anche i versi di Dante nel canto di Ulisse (Lo maggior corno del fiamma antica / cominciò a crollarsi) o in quello di Pier delle Vigne (Perché mi schiante? […] / Perché mi scerpi?) e, nella poesia tra ’800 e ’900, come non ricordare i cipressi di Carducci o la fontana malata di Aldo Palazzeschi?
Le scienze cognitive dicono che in ognuno di noi c’è una naturale inclinazione alla personificazione per cui possiamo vedere un universo virtualmente animato e umanizzato, ben oltre gli incantesimi propri delle mitologiche metamorfosi. Ma un conto è lasciarsi andare più o meno consapevolmente a tale inclinazione e un conto è che un testo letterario muova da questa propensione della nostra mente e “umanizzi” dipinti e monumenti.
Nella maggior parte dei lavori di Anna Belardinelli la personificazione occupa per intero il racconto, costruito con focalizzazione interna. A volte l’Autrice si muove anche oltre gli schemi classici della narrativa e in alcuni testi sono presenti le caratteristiche proprie del monologo, come nel caso del racconto Tabù, in cui l’io narrante è un graffitaro che considera con venerazione e rispetto la maestosa mole dell’Arco. L’Autrice ha avuto esperienze in ambito teatrale che sicuramente hanno lasciato tracce nella sua scrittura tanto che in un racconto – Una notte alla Reception – la rappresentazione è teatrale, in una prospettiva del tutto mimetica: i personaggi della breve pièce sono due piccole teste femminili di cui oggi si scorgono soltanto le tracce in alto, ai lati dell’Arco.
Nei dodici racconti de Il Grande Etrusco si sciolgono, senza mai appesantire la narrazione, le sicure e profonde conoscenze della scrittrice sul mondo e sull’arte degli Etruschi: dalla perizia tecnica, al culto dei morti. Nel tutto si fondono anche citazioni pittoriche, letterarie e musicali, senza alcuna ostentazione culturale, filtrate dalla sensibilità e dalla profonda conoscenza dell’animo umano, reso nel suo mutevole essere attraverso gesti studiati e vivaci dialoghi in cui affiora spesso una sfumata ironia.
L’Autrice fa ri-vivere l’antica porta a Nord della città etrusca che nel tempo è divenuta un Arco evocato con epiteti che ne esaltano la maestosità: gigante di pietra, cavaliere possente, pachiderma pietroso, inafferrabile… blindato… incrollabile. Ma il maschile dell’arco, il suo essere baluardo ferrigno della città, si fonde con il suo originario femminile e, in quanto antica porta, l’Arco è anche Porta Pulchra, la Bellissima, la Valchiria prediletta o la Porta dei Misteri.
Animando e umanizzando particolari o dettagli di famosi dipinti o elementi di opere architettoniche, attraverso impensate avventure in cui arte, storia e immaginario si fondono, Anna Belardinelli sa condurre sapientemente il lettore-spettatore oltre le pure apparenze iconografiche di un’opera d’arte.

Anna Belardinelli, Il Grande Etrusco, Perugia, Fabrizio Fabbri Editore, 2014

4 pensieri su “Il Grande Etrusco, di Anna Belardinelli

  1. Interessantissima lettura di Ombretta Ciurnelli, di un fenomeno, l’èkphrasis, che ancora affascina e coinvolge autori e lettori. Come anche per mia personale esperienza in poesia, Il dialogo tra l’autore e il pittore o scultore diviene davvero un territorio di prodigi, fertilissimo per l’immaginario, che qui si spinge fino alla personificazione fantastica delle architetture, come personaggi “altri”, che moltiplicano lo stupore della narrazione. Una recensione che davvero invoglia alla lettura del libro.
    Annamaria Ferramosca

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  2. Ombretta,
    ricca di entusiasmo la tua lettura di Il grande etrusco, davvero vien voglia di leggere il libro! Ma con me sfondi una porta aperta (un po’ violento questo modo di dire, ma efficace): nei miei libri sempre più spesso fanno la loro apparizione quadri, monumenti, statue…così come è capitato e capita ad Annamaria Ferramosca. Quasi un piccolo cenacolo, il nostro!
    anna elisa de gregorio

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  3. Cara Anna Elisa,
    la tua prima raccolta ha per titolo “Le rondini di Manet” e questo è già un programma di scrittura “ecfrastico”.

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