Vivalascuola. Ciao, Daniela, e grazie!

Questa puntata di vivalascuola è un saluto grato e commosso a Daniela Bertocchi, che ci ha lasciati il 28 novembre 2014. Con Daniela Bertocchi salutiamo una maestra che non ha mai smesso di essere una di noi. Daniela Bertocchi ha dedicato alla scuola gran parte della sua vita. Pensare a lei è pensare a quella che si definisce una persona di scuola, aliena dal “pensiero unico” , sempre vicina agli altri e aperta al dialogo e alla condivisione per inclinazione personale e per scelta umana e professionale. E ricordarla è ricordare una merce oggi molto rara: la centralità della didattica e della formazione. Grande è la gratitudine per Daniela, per le qualità della persona, per i suoi libri e i suoi corsi e, per noi, per la sua preziosa collaborazione a vivalascuola. La rubrica è nata il 15 settembre 2008 come spazio di opposizione alla “riforma” Gelmini e già il 24 novembre 2008 Daniela firmava il primo di una serie di articoli. Per quelli che l’hanno conosciuta, Daniela Bertocchi rimane un esempio di rigore, coerenza e disponibilità alla sperimentazione e alla discussione. Ciao, Daniela, e grazie!

Indice
(Clicca sul titolo per andare subito all’articolo)

.Chiara Lugarini, Se penso a mia madre…
Silvana Citterio, Cara Daniela
Franca Quartapelle, Daniela, studiosa appassionata
Aldo Tropea, Ciao, Daniela
Ricordo di Daniela. Testi di Marilena Salvarezza, Umberto Capra, Gisella Langé, Francesco Cappelli, Rosanna Ducati, Mario Ambel, Rita Bortone
Giorgio Morale, Un saluto grato e commosso da parte di vivalascuola
Materiali. Testi di Daniela Bertocchi per vivalascuola
Le notizie della settimana scolastica
Risorse in rete

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Se penso a mia madre…
di Chiara Lugarini

Ricordo
Ricordo una chiesa antica,
romita,
nell’ora in cui l’aria s’arancia
e si scheggia ogni voce
sotto l’arcata del cielo.
Eri stanca,
e ci sedemmo sopra un gradino
come due mendicanti.
Invece il sangue ferveva
di meraviglia, a vedere
ogni uccello mutarsi in stella
nel cielo.
Giorgio Caproni

Ho imparato ad apprezzare la poesia, osservando mia madre sfogliare e leggere attenta le pagine di poeti diversi. Talvolta cercava i testi giusti da inserire all’interno di uno dei libri per la scuola a cui stava lavorando, oppure per qualche esercitazione da proporre ad uno dei suoi corsi di aggiornamento o anche solo per aprire in modo diverso un incontro, un suo intervento. La poesia per evocare e per scompigliare in qualche modo la mente attenta del lettore o del pubblico che si trovava inevitabilmente, ma anche dolcemente, accompagnato a fare un passo un po’ più in là di quanto era pronto ad ascoltare o a leggere. Ferma nella sua compostezza, minuta, pacata, mia madre riusciva spesso ad “accendere” l’ascolto e lo sguardo, così, inavvertitamente.

Daniela lavorava in genere sola nel suo studio, tranne che negli anni in cui andavo al liceo. Allora condividevamo la lunga scrivania che lei aveva voluto e su cui ognuna disponeva in modo sparso i propri volumi e le proprie carte senza che queste si confondessero o che una di noi prendesse più spazio dell’altra o si allargasse oltre a quanto precedentemente stabilito. A ognuna le sue cose.

Studiavo a qualche metro da lei, rispettandone il silenzio, la concentrazione, l’apparente disordine e lei faceva altrettanto. Qualche volta interrompevamo la lettura o quello che stavamo facendo per scambiare qualche commento: io per chiedere spiegazioni, lei più che altro per “lanciarmi” uno stimolo, leggermi qualche riga di quanto aveva trovato, farmi qualche domanda invitante. Nello studio di mia madre ancora c’è traccia dello scambio di poesie e di brevi citazioni fotocopiate dai libri che ci piacevano e che attaccavamo sulla porta; tracce di questo dialogo tutto nostro in cui un testo era la risposta a quello scelto dall’altra o la riproposizione dello stesso contenuto da un’altra prospettiva. Ci piaceva rilanciare e raccontarci di noi, usando le parole di altri più celebri di noi! Con lei ho sicuramente imparato ad apprezzare le parole, il loro suono e il loro significato, la capacità con cui chi scrive riesce a narrare e a costruire non solo immagini ma mondi interi, in cui si muovono persone diverse, si vivono emozioni differenti, si inventa, si attende, si desidera, si spiegano cose, si incontra e si scopre il mondo visto da angoli diversi.

La poesia prima, la letteratura e la narrativa poi, ma anche il cinema, le scienze, il mondo del sociale e dei diritti, la politica. Mia madre esplorava tutto con estrema curiosità e senza voler cercare ciò che già pensava di sapere quanto piuttosto il contrario: anche là dove già sapeva molto, Daniela cercava di capire e di imparare di più e meglio, di scoprire qualche cosa di inatteso, di nuovo che poi elaborava a modo suo.

Contenuti diversi e atteggiamento libero in reale ricerca, mescolati al piacere per lo studio e per l’apprendimento, meglio se cooperativo, reso possibile dall’incontro e dallo scambio con gli altri. Quegli “altri” con cui si tenevano riunioni anche di sabato e di domenica, che erano i colleghi di scuola o di qualche associazione/ente di docenti (CIDI, LEND, GISCEL, IRRE…) di cui imparai presto a ricordare i nomi e i componenti attraverso l’agenda degli impegni diurni e serali, o ascoltandone le voci al telefono; quegli “altri” che ad un certo punto non erano più solo vicini, ma abitavano in regioni diverse, in paesi stranieri e che arrivavano o chiamavano Daniela affinché li raggiungesse. Questi “altri” si prendevano moltissimo tempo della mia mamma, probabilmente non immaginando che il tempo speso fuori casa, in qualche scuola o in qualche corso di aggiornameno o in qualche riunione editoriale, fosse ad un certo punto tanto da doverci costringere a tenere fissa in cucina una tabella settimanale su cui segnare a quali pasti e in quali giorni ci saremmo potute finalmente incontrare. Tra una lezione e un incontro, tra un progetto e una riunione, un lavoro da preparare, un articolo da sistemare, un impaginato da rivedere…

Sono cresciuta vedendo mia madre leggere, studiare, scrivere, preparare lezioni e partire quasi sempre felice e curiosa, probabilmente in attesa di incontrare quegli “altri” e con loro intavolare discussioni o tessere progetti. L’ho vista dedicare tutte le sue energie e il suo tempo a un lavoro a cui ha sempre creduto e che in ogni caso non si poteva fare se non con grande dedizione perché, questa è l’idea che mi sono fatta, era comunque fonte di gran piacere e occasione per dare ad altri qualcosa di sé. Spesso l’ho chiamata con nomignoli che esaltavano la sua disponibilità a mettersi in gioco o ad aiutare altri (“la fatina azzurra delle laureande”, “voce amica insegnanti disperati”), o che facevano riferimento alle cose di cui si occupava (“Curricolo” “spiega sequenze”, “leggi tu che leggo anch’io”, ecc.) ed era un modo ironico per mostrarle che riuscivo a capire e ad apprezzare questo suo lato pubblico, politico in qualche modo. Ne abbiamo spesso parlato e ora che lei non c’è più apprezzo anche maggiormente il suo essersi spesa per una scuola pubblica di qualità e ne sono sinceramente orgogliosa. Lavorare per e con i mondi che operano nel campo dell’educazione è stato sicuramente uno dei modi in cui mia madre ha scelto di occuparsi di politica e di agire in difesa della democrazia, ribellandosi a forme fisse e inutili, cercando nuove piste perché studenti e docenti si appassionassero nuovamente al sapere e alla scuola.

Desidero però dire anche che quella Daniela che ho condiviso con tanti e che molti hanno apprezzato per i suoi insegnamenti e le sue riflessioni sul fare scuola e sulla didattica raccolte anche in questa rivista, è riuscita ad essere oltre che una figura pubblica di riferimento una madre in grado di trasmettere i valori sottostanti a ciò cui si dedicava. Dalla mia mamma non ho imparato solo ad apprezzare i versi di Montale che tanto amava o i testi di altri classici della letteratura.

Da lei ho appreso ad apprezzare il valore della complessità non fine a se stessa, ma che vale nel momento in cui è densa di significati che ognuno può cogliere e interpretare in modo diverso eppure valido nel momento in cui ha voluto cercarli. Ho imparato il gusto della ricerca, la fatica dell’impegno e della cura che permettono però di sostenere e difendere le proprie scelte; ho imparato a sconfinare libera di pregiudizi e di attese precostituite; ho imparato che è piacevole condividere ciò che si sa perché attraverso i racconti e le opere degli altri anche ognuno di noi può apprendere ciò che non sa o non immagina. Ho imparato che i limiti ci sono e che vederli ci permette di muoverci verso di essi e talvolta di superarli. Ho imparato il valore della gentilezza e dell’integrità, il rispetto di sé e degli altri, a non doversi divertire per forza e a non sfuggire l’intensità delle cose e dei discorsi. Come dicono i versi della poesia di Caproni, mia madre mi ha trasmesso il gusto del meravigliarsi anche davanti a ciò che apparentemente sembra banale o semplice e a muoversi curiosi e determinati, andando avanti.

Una volta discutemmo a lungo di quanto sia triste lasciare che il giorno “scivoli via senza averne colto almeno un particolare, una luce, un dettaglio anche banale da poter raccontare. Per mia madre c’era sempre qualcosa che si potesse trattenere, di bello o di brutto, era strano lasciar andare via tutto senza averlo neppure notato, sentito, colto. Ora che lei non c’è più è l’assenza di questi racconti che mi manca immensamente. [torna su]

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Cara Daniela,
di Silvana Citterio

Stamane ti ho visto per l’ultima volta: il tuo volto composto e gentile era luminoso. Sembravi dormire un sonno sereno.

Entrando nella casa di via Desenzano 6 a, mi sono venute alla mente tutte le domeniche passate a progettare insieme le nostre antologie, a discutere una scelta, un termine, ad assegnarci dei compiti.

In verità le antologie erano soprattutto tue. Quando mi trovai a Roma, a sostenere l’esame orale per il concorso a preside , un collega richiamò l’attenzione degli altri esaminandi dicendo “Ehi, c’è qui una che ha fatto l’antologia della Bertocchi”. Sì, quella ero io.

Non mi dispiaceva essere una fra gli “et alii”. Con le “ali” si può volare. E con te, Daniela, si volava alto. In tutti i sensi. Averti incontrato mi ha cambiato la vita e non solo per il successo editoriale che, quasi inaspettato, coronò la nostra impresa, ma per avermi fatto capire chi ero e che cosa potevo essere in grado di fare.

Parlando oggi con Chiara, tua figlia, l’ho rivista ragazzina, autrice di un diario scolastico riprodotto nella nostra antologia, e poi qualche anno fa proprio in questa stanza, mentre insieme a te, a Loredana e a me si preparava un progetto per una scuola interculturale da proporre a Fondazione Cariplo. Non se ne fece nulla, ma come eri felice nel riconoscere in tua figlia: chiarezza di pensiero, disponibilità a mettersi in gioco, capacità di costruire una proposta concreta e fuori dagli schemi. Insomma nel ritrovare in lei lo spirito di un‘insegnante libera e anticonformista, come te.

Stamane sono venuta a salutarti con Franca e con Gisella, con loro avevamo festeggiato i tuoi 50 anni. Era una sorta di pranzo di lavoro, in un ristorante vicino all’IRRSAE. Era un bel momento per te: sembravi lieta e con le amiche avevi preso a confidarti come mai prima, quando eri più giovane, avevi fatto.

Una voglia di intimità e di fisicità che avrebbe segnato anche i tuoi ultimi anni, quelli più dolorosi: la separazione, l’accompagnamento di tua madre fino alla fine, la battaglia contro il tumore.

È stato come se, esaurito il compito verso tua madre, il malessere che avevi dentro fosse esploso e tu non fossi riuscita a dominarlo. Nonostante la tua determinazione e il tuo coraggio, sei arrivata solo a imbrigliarlo per un po’.

Ricordo l’ultima volta che ci siamo parlate: eri molto orgogliosa di aver portato in fondo con Gabriella e Letizia il lavoro sulle Indicazioni Nazionali. Ti brillavano gli occhi: eri davvero contenta di averlo potuto vedere pubblicato.

Cara Daniela, averti conosciuto è stata una gioia, un privilegio collaborare tanto a lungo con te.

Grazie, cara amica, le luci che hai saputo accendere in ciascuno di noi non si spegneranno. Te lo prometto: farò del mio meglio. Ancora per un po’. Spero.

Milano, 30 novembre 2014 [torna su]

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Proponiamo questo testo, che apparirà su Lend 1/2015, per gentile concessione della redazione, che ringraziamo.

Daniela, studiosa appassionata
di Franca Quartapelle

Per me la vita si divide in due: prima della Bertocchi e dopo la Bertocchi.” Questo il commento di una collega, casuale compagna di viaggio, dopo che una comune amica aveva fatto le presentazioni precisando che io lavoravo all’IRRE Lombardia. Non ricordo né il nome né il volto di quella collega, ma ricordo quanto mi aveva colpito il fatto che, sentendo nominare l’IRRE Lombardia, lei avesse fatto un immediato collegamento con Daniela Bertocchi che lì lavorava. Rendeva palese quanto fosse vera la sua affermazione: ogni elemento che richiamasse la sua professione di insegnante era riconducibile a Daniela. Averla conosciuta in un momento di aggiornamento e avere adottato l’antologia elaborata dall’équipe guidata da lei per quella collega era stata una svolta.

Quanti altri docenti hanno fatto la stessa esperienza? Quanti hanno modificato il loro agire professionale stimolati dalle idee di Daniela? Tanti, certamente. L’accoglienza che i libri di testo elaborati da lei e con lei e i suoi articoli hanno avuto presso gli insegnanti lo confermano.

I primi lavori innovativi, l’attività di ricerca per impostare una didattica che costruisca una reale competenza linguistica negli apprendenti, Daniela li fa in Somalia alla fine degli anni Sessanta, dove, fresca di laurea, era andata a insegnare italiano nell’Università di Mogadiscio insieme al marito che lì avrebbe fatto il servizio civile. Con il rientro in Italia il suo impegno si è rivolto a costruire un’educazione linguistica così fortemente sostenuta nelle Dieci Tesi per l’educazione linguistica democratica. Come non ricordare Educazione linguistica e curricolo, che può essere definito il “libro di testo” che ha formato gli insegnanti che volevano impegnarsi a rinnovare la didattica dell’insegnamento linguistico?

Mettere al centro dell’insegnamento la lingua come strumento di comunicazione e imperniare su questo concetto il curricolo dell’italiano era un atto rivoluzionario, per la scuola italiana, il primo di molti che avrebbero prospettato una scuola diversa, democratica, appunto, sia per gli obiettivi educativi e di apprendimento posti che per il modo in cui la si voleva organizzare. Se rileggiamo un articolo di Daniela di 15 anni fa ci possiamo rendere conto di quale fosse la sua forza innovativa, la sua sensibilità per il presente e la lungimiranza che le consentiva di prospettare un’evoluzione che, ad anni di distanza, si sarebbe poi realizzata. Un’evoluzione vissuta in diversi luoghi istituzionali.

Dopo gli anni all’università di Mogadiscio, rientrata in Italia, Daniela ha messo la sua professionalità “al servizio” della scuola media, praticando quanto veniva elaborando e divulgando in gruppi di lavoro legati alle libere associazioni di insegnanti impegnati nel rinnovamento della scuola Italiana, nel nostro lend e nel Giscel (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica).

L’impegno di studio rivolto all’innovazione e le attività di aggiornamento dei colleghi sono diventati esclusivi negli anni Novanta, quando Daniela ha vinto il concorso per andare a lavorare all’Istituto Regionale di Ricerca, Sperimentazione e Aggiornamento Educativi per la Lombardia (l’IRRSAE, come lo si chiamava allora), ove la collaborazione si è estesa anche a enti e istituzioni straniere. Nell’ambito di programmi europei Daniela ha potuto elaborare progetti innovativi non ristretti ai confini nazionali che l’avrebbero posta di fronte a nuove sfide.

La collaborazione con l’InValsi per la produzione di prove finalizzate ad accertare gli apprendimenti degli studenti italiani secondo parametri elaborati dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), che l’ha impegnata fino all’ultimo, è un’ennesima conferma della tenacia e del suo coraggio, della volontà di mettersi al servizio della scuola. Con queste prove Daniela contribuiva a fornire concreti strumenti per il miglioramento del sistema scuola. È stata disposta ad andare incontro a resistenze e ad affrontare critiche anche di tanti che, in passato, avevano accolto su base volontaristica le sue proposte innovative, ma che non accettavano innovazioni “imposte” dal sistema.

Della sconfinata produzione di Daniela mi limito a citare un’antologia per la scuola media il cui nome mi sembra emblematico per tutto il suo operare e per il messaggio con cui ha sostenuto l’attività dei colleghi, Libertà leggere. Per apprendere bisogna poter scegliere, bisogna essere curiosi e liberi di soddisfare le proprie curiosità; l’insegnante propone, ma deve chiedere agli apprendenti di condividere le scelte, magari di farle in autonomia, e di costruire i propri percorsi. Solo chi fa delle scelte può apprendere e diventare un cittadino che si apre al mondo.

Un individuo libero e curioso non può rimanere ristretto nella propria nazione, deve avere padronanza delle lingue straniere. Daniela Bertocchi, docente di italiano, ha sostenuto con grande convinzione la necessità che gli individui diventino plurilingui. E ha esplorato la possibilità che il plurilinguismo si diffonda non solo grazie a efficaci lezioni di lingua straniera, ma si insinui anche nell’insegnamento di discipline non linguistiche. Aveva dato questa indicazione quando, ribadendo la necessità che l’insegnamento linguistico non fosse più improntato a criteri grammaticali né organizzato secondo modalità comportamentiste, aveva sostenuto l’esigenza che l’educazione linguistica fosse “integrata”. Oggi, a 15 anni di distanza, questa proposta la ritroviamo nel CLIL (Content and Language Integrated Learning, apprendimento integrato di lingua e disciplina), che è una delle grosse innovazioni introdotte dalle norme che stanno modificando il nostro sistema scolastico.

Agli amici di lend vorrei ricordare Daniela riproponendo il suo articolo pubblicato nella nostra rivista nel 1999. E vorrei cercare di dare un’idea della personalità dell’amica che tutti conoscono come studiosa appassionata, rigorosa, impegnata nel sociale, capace di attenzione verso le persone, retta, disponibile e generosa, raccontando quanto accaduto qualche mese prima che le fosse diagnosticato il tumore.

Daniela stava preparandosi ad andare a Heidelberg per frequentare un corso di tedesco. L’aveva imparato al liceo e voleva riprenderlo perché con gli anni l’aveva un po’ perso. Ne avevamo parlato insieme, l’avevo aiutata a scegliere un corso adatto a lei. E insieme abbiamo pensato che fosse opportuno che arrivasse al corso un po’ “sciolta”, in modo da non essere messa a frequentare un corso elementare. Le avevo predisposto un programma in autoapprendimento integrato da qualche ora di conversazione con me e dalla correzione di compiti scritti, dal momento che lei avrebbe potuto dedicarsi a uno studio sistematico solo quando io non sarei stata più a Milano.

Avevo impostato il suo lavoro su due serie di brevi filmati, una con video più semplici, non certo motivanti per una persona della sua età e della sua cultura, e la seconda con storie adatte ad adulti, più complesse e intriganti. Il tutto ovviamente accompagnato da compiti specifici. Le avevo raccomandato di guardare tutti i filmati del DVD per alunni prima di affrontare quelli dell’altro DVD. Le avevo anche dato precise indicazioni di lavoro e degli esercizi, che però non consideravo fondamentali. La cosa importante era che arrivasse ai filmati più complessi dopo aver visto quelli facili. Ero stata perentoria.

Dopo un paio di settimane Daniela mi ha detto che aveva trovato i filmati difficili, svelando al contempo che non aveva fatto il passaggio attraverso quelli facili. Era consapevole di aver mancato di rigore. La sua naturale curiosità aveva avuto il sopravvento e l’aveva indotta a superare la mia prescrizione e a provare a impadronirsi con autonomia della conoscenza. Ma si era subito resa conto di dovere, almeno all’inizio, imbrigliare la sua creatività e riprendere il percorso seguendo le mie indicazioni.

Le indagini mediche per venire a capo di certi suoi dolori l’avrebbero distolta da questo proposito.

dicembre 2014 [torna su]

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Ciao, Daniela
di Aldo Tropea

Se ne è andata Daniela Bertocchi. Non stava bene da qualche mese, aggredita da un male inesorabile, ma la sua assenza fisica nelle sedi di lavoro abituale era compensata dalla permanente capacità di intervento nelle discussioni più accese che riguardano la sua e la nostra vita: la didattica, la valutazione, i ragazzi.

Modenese, con la fisionomia tipica della solida donna emiliana, lavoratrice instancabile, si era laureata alla Cattolica e subito dopo si era cimentata insegnando italiano a Mogadiscio, in un’epoca in cui non era neanche possibile immaginare che presto l’alfabetizzazione degli extracomunitari sarebbe diventata un’emergenza nazionale. Quindi, il ritorno in Italia, la cattedra nella scuola media, l’adesione a Lend, lo sviluppo dell’impegno teorico nelle metodologie, allora appena entrate nelle scuole d’avanguardia, della programmazione didattica e della docimologia.

E poi, perché tutto questo non restasse pura teoria o pratica ristretta di piccoli circoli, l’impegno editoriale con la ricchissima saggistica e con i libri di testo, alcuni dei quali sono divenuti veri e propri “must” per la formazione professionale degli insegnanti, tra i quali impossibile non ricordare Progetto Lettura per le medie di primo grado, punto di riferimento fondamentale per generazioni di insegnanti. E poi tanti altri, che sarebbe lungo anche solo elencare.

Il lavoro alll’Istituto Regionale di Ricerca, Sperimentazione e Aggiornamento Educativo della Lombardia (IRRSAE, allora si chiamava così) fu lo sbocco naturale di questa vita professionale costellata da una quantità incredibile di interventi in tutta Italia, un impegno tanto intenso da occupare ogni angolo della sua vita. Non le pesava, perché era fatta così. In compenso, gli insegnanti la cercavano perché aveva una capacità straordinaria di rendere chiaro anche ciò che non è facile; di semplificare la complessità senza rinunciare a nulla del rigore scientifico; di incoraggiare chi prendeva la strada dell’innovazione.

L’ultimo suo impegno, quello forse più difficile nel rapporto con certe fasce della categoria docente, è stato la collaborazione con l’Invalsi per la produzione delle prove finalizzate alla rilevazione degli apprendimenti. Quale fosse la sua visione di questo impegno, del tutto coerente con l’approccio che ha avuto lungo tutta la sua vita alle problematiche dell’insegnamento inteso come professione da preparare ed aggiornare, non come mistica vocazione o come disimpegnato part-time, è emblematicamente dato dal titolo di una presentazione fatta a Verona giusto tre anni or sono: “Prove INVALSI: dal curricolo alla valutazione al curricolo”. Si fa il mestiere del docente perché i ragazzi apprendano, e la logica della valutazione è la stessa per loro come per i maestri: sapere cosa non funziona per correggere.

Dunque, Daniela era una “tecnica” d’eccellenza. Ma non la incontravamo solo sui libri o nelle occasioni di formazione. C’era sempre, di persona o per via telematica, nei tentativi fatti in questi anni di far capire ai politici, anche della sinistra, che non si può parlare di “centralità” della scuola solo nelle campagne elettorali per poi scordarla nella legislazione corrente e nei provvedimenti amministrativi. Senza dimenticare, però, che a più attenzione e investimenti devono corrispondere innovazioni reali e controllabili, senza difendere l’esistente ad ogni costo con la scusa che non ci sono risorse per fare altro.

In tutto questo, Daniela si comportava non da osservatrice accademica, ma da protagonista in prima persona, assumendosi tutti i rischi di posizioni spesso scomode. Insomma, una donna straordinaria, di cui sarà difficile fare a meno. Chi ha avuto il privilegio di conoscerla e di sapere come ha affrontato anche questi ultimi durissimi mesi la terrà vicina ricorderà come esempio di intelligenza, di moralità e di coraggio. [torna su]

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Ricordo di Daniela
di Marilena Salvarezza

Non conoscevo bene Daniela e in poche occasioni ho lavorato con lei. Tuttavia mi sono bastati pochi incontri per avere la sensazione di una persona integra, di grande dignità, con una sensibilità profonda dietro la discrezione e la timidezza nei rapporti.

Mi dispiace profondamente la scomparsa di una donna che avrei voluto conoscere meglio, ma anche di una professionista in campo disciplinare ed educativo con cui sento le affinità di chi ha vissuto una speciale stagione della scuola pubblica, segnata dal desiderio di innovazione e dal grande slancio sociale. Una scuola che si voleva democratica, egualitaria, capace di affrontare diverse abilità, differenze sociali e culturali con un progetto che fosse contemporaneamente di tutti e per ciascuno. In cui chi era in svantaggio trovava le occasioni e le opportunità di apprendimento che il contesto familiare non aveva favorito, l’accoglienza che fa sentire ciascuno “meritevole” semplicemente perché riconosciuto. Un simile progetto richiedeva di innovare anche i saperi disciplinari per adattarli alla diversità culturale e di livello e Daniela su questo ha molto lavorato, sul riconoscimento e sulla valorizzazione delle differenze.

Questo orizzonte è radicalmente cambiato e ogni scomparsa di un testimone, impoverisce la nostra storia. Per quanto possiamo cerchiamo di tener viva l’eredità che Daniela ci lascia e il suo ricordo unica possibilità di “trascendenza” di chi è agnostico.

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Ricordare, custodire, discutere
di Umberto Capra

Daniela Bertocchi fa parte di quel piccolo prezioso lessico famigliare che racconta le storie di formazione di tante e tanti insegnanti, le vite di impegni, di fatiche ma soprattutto di passioni e amicizie nelle associazioni, in lend, nel GISCEL, nel CIDI. Lemmi preziosi che ci sentiamo strappati, persi, ché purtroppo sempre più spesso dobbiamo commemorare amici/he e colleghe/i che tanto hanno dato per la crescita democratica della scuola (è un’espressione ancora lecita?), perché veniamo privati della loro preziosa vita.

Ci deve consolare che il loro lavoro rimane, che vite come quella di Daniela non sono state spese inutilmente né egoisticamente. E anche se ci sono momenti, come purtroppo mi sembra questo, nei quali tutto sembra inutile, la loro vita e il loro lavoro non sparirà con la loro presenza fisica, se sapremo ricordare, custodire e discutere ciò che ci hanno lasciato, ciò che hanno pensato e comunicato.

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Sempre di incoraggiamento e stimolo
di Gisella Langé

Ho avuto il privilegio di conoscere e lavorare con Daniela per un quarto di secolo e la considero la persona più “disponibile“, “coraggiosa“, “generosa“, “lucida” e “straordinaria che abbia conosciuto.

Daniela aveva al contempo la capacità di essere presente, di dare supporto, di mettere a disposizione la propria intelligenza e competenza, sempre con discrezione ed equità. Fonte di incoraggiamento e di stimolo, punto di riferimento centrale per chi aveva la fortuna di esserle amica e/o di lavorare con lei.

Questo è il ricordo che conservo di lei, la sua scomparsa mi rattrista moltissimo e lascia un terribile vuoto. Ma sarà sempre “dentro” di me.

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Competenza, innovazione, passione educativa
di Francesco Cappelli

Daniela ha rappresentato negli anni del suo impegno di ricercatrice nell’ambito della sua disciplina e della riflessione didattica, il meglio di quanto una persona di scuola possa offrire: competenza, innovazione, passione educativa.

In un mondo dove la cultura o assurge a fenomeno mediatico, o non è, la sua testimonianza restituisce alla ricerca educativa, disciplinare ed interdisciplinare, la dimensione culturale profonda che le è propria.

La grande rilevanza del suo lavoro e della sua qualità umana ci rafforzi nella convinzione che scuola e cultura non sono distanti, ma che l’una è il fondamento ineliminabile dell’altra.

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Ascolto e disponibilità
di Rosanna Ducati

Non avevo contatti da tempo con Daniela e il gruppo milanese, non sapevo quindi della sua malattia e la notizia della sua scomparsa è stato un colpo basso.

Mi è venuta immediatamente alla mente la sua immagine nell’atteggiamento di ascolto che la caratterizzava, come la caratterizzava la disponibilità a dare il suo contributo ai seminari nazionali o alle giornate pedagogiche locali. Mi ha fatto anche ricordare i gruppi di lavoro al Liceo Ariosto in cui, con colleghi di tutte le lingue, si studiava Educazione linguistica e curricolo, il Werlich, la prima stesura del Framework che successivamente, nella sua versione definitiva, Daniela e Franca Quartapelle avrebbero tradotto in italiano.

La lettura di un suo articolo, mandatomi da Maria Teresa Calzetti, mi ha restituito la lucidità del suo pensiero e la chiarezza della sua scrittura, tesa sempre a far capire, perché quello che diceva o scriveva fosse utile, almeno questo ho sempre pensato. L’articolo traccia la storia dell’educazione linguistica in Italia e propone alcune ipotesi di lavoro: mi pare particolarmente utile a chi, per età o altro, non ha vissuto quella storia nel suo farsi, per capire il terreno in cui affondano radici e senso i materiali Poseidon.

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Ciao, Daniela, e grazie!
di Mario Ambel

In un volume miscellaneo del 1979, uscito da Zanichelli, e curato da Adriano Colombo, Daniela Bertocchi aveva scritto un saggio intitolato “Lettura e scrittura nella scuola media”; allo storico convegno lend sulla lettura di Martinafranca, sempre del 1979, aveva tenuto una relazione su “La lettura per l’apprendimento: obiettivi e strategie nella scuola media”, i cui atti furono editi nel 1983 sempre da Zanichelli. E sempre nel 1983 uscì per Milella, Lecce, il volume La lettura. Con quegli interventi, Daniela Bertocchi poneva le basi per una didattica della lettura e della comprensione del testo che hanno segnato a lungo le innovazioni in questo settore strategico dell’educazione linguistica e dell’educazione alla cittadinanza attiva.

Riversava in quegli interventi, nonostante avesse allora poco più di trent’anni, le già solide esperienze di studiosa e di docente, maturate prima come insegnante di lingua straniera presso l’Università Nazionale della Somalia a Mogadiscio e poi a Corsico, Comune dell’interland milanese.

Ma nel frattempo, nel 1981, Daniela Bertocchi – con Luciana Brasca, Fiorella Elviri, Edoardo Lugarini e Maria Cecilia Rizzardi, un team che a lungo l’accompagnò nei suoi lavori – aveva pubblicato per le Ed. Scol. Bruno Mondadori, Educazione linguistica e curricolo, un libro fondamentale per la progettazione curricolare nel campo dell’educazione linguistica, che sarebbe ancora oggi di enorme utilità compulsare, con buona pace delle tante approssimazioni scritte in anni più recenti contro la programmazione tassonomica per obiettivi.

Esponente del Giscel, vicina a Lend, spesso presente a iniziative del Cidi, Daniela Bertocchi ha accompagnato la vita professionale e associazionistica di almeno due generazioni di docenti che si sono rafforzati sui suoi testi di progettazione curricolare e metodologia didattica, hanno usato i suoi libri di testo, hanno seguito le sue attività di formazione. Ne hanno conosciuto il rigore scientifico, la coerenza e la passione professionali, il carattere schivo e al contempo fermo, la fuga ostinata da ogni forma di vanità.

A Daniela Bertocchi molti insegnanti di italiano di questo paese devono molto. Non ultimo un merito non da poco e non a tutti noto. Molto di quello che c’è di buono nelle prove Invalsi di italiano e nell’attuale Quadro di Riferimento lo si deve a lei, a partire dall’inversione di tendenza rispetto all’impostazione della fase iniziale a dir poco disastrosa.

Con Daniela Bertocchi, che incontrai la prima volta nel 1979 mentre affaticata da quel suo fastidio all’anca scendeva accanto a Edoardo le scale di un albergo di Martinafranca, ho condiviso negli anni la passione per la didattica dell’italiano e un dialogo silenzioso, a distanza, fatto di letture comuni e di scelte condivise.

Penso che sarà impegno comune di molti continuare a lavorare per le cose in cui Daniela ha sempre creduto, a partire dai prossimi mesi, in questo 2015 che segna il quarantennale delle Dieci Tesi per un’Educazione linguistica democratrica, un fine a cui lei ha dato molto e una ricorrenza che avremmo voluto celebrare insieme. Ma non sarà possibile. Daniela Bertocchi si è spenta ieri notte.

Ciao, Daniela. E grazie! (vedi qui)

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Ricordando Daniela Bertocchi. Per un insegnamento competente dell’italiano
di Rita Bortone

Negli scaffali e nelle teste

Non tutti li ho trovati, nei miei scaffali, i libri di Daniela Bertocchi: li avrò prestati e non avranno fatto ritorno, come molti altri. Speravo di trovare anche il primo, mi pare si chiamasse Lettura, solo suo, non di autori vari, edito da Milella, Bari o Lecce non ricordo, di che anno non ricordo. Ma non c’è più. E non solo quello.

Ho trovato questi due che ora ho davanti a me, Educazione linguistica e curricolo, di Bertocchi, Brasca, Elviri, Lugarini, Rizzardi, Ed. Bruno Mondadori 1984, e L’Italiano a scuola, di Bertocchi, Brasca, Lugarini, Ravizza, La Nuova Italia, 1988.

Li sfoglio e ovviamente emergono i ricordi, evocati dalle formule quasi imparate a memoria per il troppo leggerle, e dalle sottolineature, e dalle orecchie fatte alle pagine più importanti, e dai punti interrogativi o dalle parole chiave segnate al margine.

Emergono anche altri pensieri, però, amari, di rabbia, per la scuola di oggi che, sommersa da fiumi di parole e sorretta solo da ipertrofici manuali in cerca di grosse fette di mercato, vive convulsamente un presente privo di Storia, annaspa senza ancore in un mare di incertezze, e insegna cose che non sa insegnare e che talvolta neanche conosce. Gli insegnanti oggi corrono, corrono e progettano, corrono e organizzano, corrono e valutano: non hanno tempo per studiare, e nessuno glielo chiede, del resto! Leggono Indicazioni, gli insegnanti, e tutti si gioca a fingere che leggendo indicazioni innovative si possa poi innovare davvero, e a nessuno viene in mente che per interpretare bene qualsiasi indicazione occorrerebbe conoscere bene la propria disciplina, e la funzione formativa della disciplina, e la didattica della disciplina, altrimenti a nulla servono i corsi su profili e competenze, su progettazione e valutazione.

Negli anni ‘70 e ‘80 studiavamo Raffaele Simone, Luisa Altieri Biagi, Maria Corti, Tullio De Mauro, Daniela Bertocchi…

E l’insegnamento dell’Italiano e della grammatica, che in quegli anni cambiava veste e diventava educazione linguistica, con la nuova linguistica testuale offriva, a noi giovani insegnanti di lettere, un mondo nuovo del quale scoprire parole e significati, nel quale cercare i nuovi sensi e le nuove direzioni dell’insegnare. Un mondo nuovo da studiare.

E con Daniela Bertocchi cominciammo ad analizzare la competenza linguistica e le sue componenti: sui suoi libri maturammo le prime riflessioni sulle quattro abilità (ascolto, parlato, lettura, scrittura) e sperimentammo i primi approcci alle articolazioni della competenza linguistica stessa (competenza tecnica, semantica, pragmatica, testuale); attraverso i suoi libri cominciammo ad analizzare gli obiettivi dell’educazione linguistica, a parlare di prestazioni, a ragionare su attività didattiche operative centrate sull’uso della lingua e non più solo sulla grammatica. E la grammatica diventò riflessione sulla lingua essa stessa. Con Daniela Bertocchi cominciammo a ragionare sul curricolo e scoprimmo il senso della progressività e della funzionalità degli apprendimenti.

Ricordo, un anno, le discussioni accese e le difficoltà di scelta nell’adozione dell’Antologia per la scuola media: i due libri su cui discutevamo, noi insegnanti democratici e appassionati della nuova linguistica, erano Leggere per, di Mario Ambel, della SEI, e Progetto Lettura, di Daniela Bertocchi, della Nuova Italia. Li valutavamo sulla base di criteri didattici e linguistici insieme, ne analizzavamo rigorosamente contenuti e impianti. Erano bellissimi tutti e due, e sfondarono tutti e due. Nelle scuole ci si riconosceva attraverso i riferimenti a quei libri, a quegli autori, a quegli indirizzi. Alla fine io avevo scelto Leggere per, perché era meno strutturato e mi piaceva (allora come ora) sentirmi didatticamente più libera, ma Progetto Lettura, che pure mi piaceva molto, fu l’Antologia più adottata, per tanti anni, e costituì una efficacissima guida didattica per un’intera generazione di insegnanti.

Oggi gli insegnanti di lettere si muovono senza riferimenti teorici, non hanno tempo per studiare, si affidano a manuali articolatissimi e pesantissimi, che li attraggono perché hanno le unità d’apprendimento bell’e fatte e le prove di verifica bell’e fatte e con le risposte corrette già fornite. Non litigano molto, oggi, per i criteri di adozione dei libri di testo: scelgono concordemente quelli che meglio degli altri li sostituiscono nell’adempiere alla funzione docente, quelli che offrono i più allettanti manualetti per l’addestramento alle prove Invalsi!

Nel tempo Daniela Bertocchi è diventata lei stessa consulente di Invalsi per le prove di italiano, ma il suo nome e i suoi studi e i suoi libri non esistono nella cultura degli attuali insegnanti di lettere: è più facile addestrare i ragazzi che studiare, noi stessi, quanto occorrerebbe per formarli. I libri della Bertocchi, e non solo i suoi, non so se li stampano ancora, ma non so neanche quanti avrebbero il tempo e la voglia di leggerli. (vedi qui) [torna su]

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Un saluto grato e commosso da parte di vivalascuola
di Giorgio Morale

Questa puntata di vivalascuola è un saluto grato e commosso a Daniela Bertocchi, che ci ha lasciati il 28 novembre 2014. Con Daniela Bertocchi salutiamo una maestra che non ha mai smesso di essere una di noi. Daniela Bertocchi ha dedicato alla scuola gran parte della sua vita e pensare a lei è pensare a quella che si definisce una persona di scuola, sempre vicina agli altri e aperta al dialogo e alla condivisione per inclinazione personale e per scelta umana e professionale. Grande è la gratitudine per Daniela, per le qualità della persona, per i suoi libri e i suoi corsi di formazione e, per quanto riguarda noi, anche per la collaborazione a vivalascuola. La rubrica è nata il 15 settembre 2008 come spazio di opposizione alla “riforma” Gelmini e già il 24 novembre 2008 Daniela firmava il primo di una serie di articoli.

Come è successo a tanti, il mio primo incontro non è stato con la persona, ma con i suoi libri. Sono anch’io uno di quegli insegnanti italiani di Lettere che si sono formati sui suoi libri e devono molto a lei, al suo Educazione linguistica e curricolo e al suo L’Italiano a scuola, letti e riletti quando si preparavano i concorsi e nei primi anni di insegnamento; così come poi abbiamo dovuto tanto ai suoi corsi di formazione e alle sue antologie. A me è toccato di utilizzare a scuola I fili del discorso. Non erano antologie come quelle su cui avevamo studiato noi, per lo più una semplice collezione di brani disposti in sequenze più o meno organizzate. Erano antologie che recepivano quanto di più aggiornato veniva prodotto nel campo della didattica e della critica, che porgevano a insegnanti e studenti trasformato in indicazioni operative ed esercitazioni chiare ma mai banali, che contribuivano a strutturare l’attività di insegnamento / apprendimento e ad ampliare le competenze sia di studenti che di docenti. Usarle o anche solo consultarle equivaleva a frequentare un corso di formazione. Ricordarlo è anche un gesto politico, poiché significa ribadire che la necessità che la didattica sia al primo posto e riconoscere la ricchezza di esperienze e ricerche della scuola italiana negli anni ’70 e ’80, che anni luce separano dalla povertà della scuola di oggi.

A Daniela deve molto anche vivalascuola, di cui è stata una delle prime collaboratrici. Il suo primo articolo fu un intervento contro la mozione Cota, che avrebbe voluto istituire classi-ponte esclusivamente per gli studenti di origine straniera finalizzate all’apprendimento della lingua italiana. Ricordiamo in modo particolare la sua collaborazione a una puntata sulla dislessia, una delle puntate più seguite di vivalascuola, con un intervento che unisce la cura per la didattica e l’attenzione alle diversità. Erano i tempi della lotta contro la “riforma” Gelmini, nella opposizione alla quale il mondo della scuola si trovò unito; anche Daniela intervenne più volte su vivalascuola a denunciare i tagli di Gelmini e Tremonti (vedi qui), così come, sul piano più strettamente didattico, a denunciare l’assurdità della sostituzione alla scuola primaria dei giudizi con i voti. (vedi qui)

Poi vennero governi di discontinuità soltanto apparente con i governi Berlusconi, in realtà di continuità nella politica di tagli alla scuola pubblica e di impoverimento della condizione degli insegnanti. Tagli non giustificabili nemmeno in termini di ragion di stato, perché irragionevoli anche in tempi di crisi, come dimostra il loro essere in controtendenza rispetto alle scelte più lungimiranti degli altri Paesi che proprio come antidoto alla crisi continuano a investire nell’istruzione. Anche nel caso dell’intenzione del governo Monti di elevare l’orario di lezione frontale degli insegnanti da 18 a 24 ore, Daniela intervenne su vivalascuola definendo l’art. 3, comma 42 del DDL Stabilità “il segno della sottovalutazione, anzi del disprezzo, nei confronti degli insegnanti, della loro funzione e della loro professionalità” (vedi qui).

Su alcuni temi con Daniela c’erano diversità di vedute, ad esempio sulle prove Invalsi, alla cui definizione Daniela ha contribuito. Per Daniela le prove avrebbero dovuto essere intese esclusivamente come un’occasione di conoscenza ai fini del miglioramento della singola istituzione scolastica; il loro fine: “sapere cosa non funziona per correggere“, come scrive più sopra Aldo Tropea; senza che ciò dovesse avere alcuna ricaduta sulla carriera e sulle retribuzioni degli insegnanti e sui finanziamenti alle scuole. Semmai, dagli esiti delle prove avrebbero dovuto discendere azioni di sostegno ove necessario, in primis investimenti per la formazione degli insegnanti. Tanti insegnanti, e io ero tra quelli, leggevano invece nelle dichiarazioni che in modo sempre più incalzante si lasciavano sfuggire ministri, tecnici e intellettuali vicini al Miur delle chiare enunciazioni d’intenti che avrebbero portato alla situazione attuale: in cui, non sapendo che pesci pigliare, si vuol fare in maniera rozza dei test Invalsi il perno sulla cui base premiare e punire scuole e insegnanti, effettuare valutazioni e destinare risorse, secondo una logica capovolta: dare a chi già ha, togliere a chi ha poco.

Dopo un fitto scambio di mail, Daniela propose di dedicare alcune puntate di vivalascuola ad analizzare i pro e i contro delle prove Invalsi. Ne nacquero, per due anni di seguito, due puntate molto seguite della rubrica: Prove Invalsi pro e contro (una doppia intervista a Roberto Ricci e Marina Boscaino) e Dossier valutazione. Anche qui si rivela la persona di scuola. Daniela non aveva la logica del “pensiero unico, era aperta alla discussione e pronta a trasformare in confronto serio e rigoroso una diversità di vedute: apertura al dialogo alimentata evidentemente dalla sua pratica di insegnante e dalla sua attività di formatrice e che oggi è merce così rara e pertanto ha anch’essa una valenza politica. E comunque va ribadito che la difesa della scuola pubblica era per lei prioritaria anche rispetto agli schieramenti precostituiti.

E’ stato sottolineato da altri il suo carattere schivo: unito al rigore e alla passione che metteva nel suo lavoro, otteneva l’effetto di suscitare uno spontaneo moto di affetto. Rafforzato, per me, negli ultimi tempi, dall’esempio di coraggio e dignità con cui ha vissuto la malattia. “Adesso mi posso dedicare a leggere libri che desideravo leggere da tempo e a vedere film che non ho mai visto” diceva, senza nulla nascondere del male. Anche per questo, per quelli che l’hanno conosciuta, Daniela Bertocchi rimane un esempio di passione professionale, rigore e disponibilità alla sperimentazione, coerenza e apertura al dialogo; nonché di una buona tempra umana.

Ciao, Daniela, e grazie! [torna su]

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MATERIALI

La collaborazione di Daniela Bertocchi a vivalascuola si è espressa in vario modo: con interventi scritti, proposte, suggerimenti, confronti. In questa sezione presentiamo degli estratti degli articoli scritti da Daniela per la nostra rubrica, chi vuole cliccando in fondo agli articoli può leggere i testi completi.

Aumentare l’orario di lavoro: il segno del disprezzo nei confronti degli insegnanti

Qui voglio vedere la questione solo da un punto di vista didattico (anche se ovviamente sono ben consapevole di che cosa significhi tagliare circa 30.000 posti di lavoro)… Un insegnante che ha 2 ore alla settimana per classe (come quello di Inglese!), invece di avere 9 classi, ne avrebbe 12, cioè circa 330 – 360 studenti, senza la possibilità non si dice di conoscerli, ma almeno di riconoscerli. Vuol dire che un insegnante di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di 2° grado potrebbe avere fino a 6 classi, cioè fino a 240 studenti. Voi credete davvero che si possa far scrivere spesso (non le rituali 6 volte l’anno, che servono a pochissimo) questi studenti e correggere i loro elaborati in maniera precisa ed efficace? Fate un po’ il conto delle ore che un insegnante impiegherebbe a correggere “decentemente“, non a dare un voto e basta, i testi scritti da più di 200 studenti.

Senza contare che oggi molti insegnanti usano, e io so che è vero perché ne vedo in classe i prodotti, un’ora di preparazione a casa per un’ora di lezione, in un rapporto 1/1. Con 24 ore di insegnamento come farebbero?Diventerebbero necessariamente monotoni ripetitori di contenuti sempre uguali e presentati sempre nella stessa maniera, nel cambiare dei ragazzi e delle generazioni. Altro che innovazione! Questo porterebbe a una gravissima dequalificazione della scuola pubblica.

L’Italia, per quanto riguarda l’orario di insegnamento, è in linea con la media dei paesi europei: perfettamente in linea per quanto riguarda la secondaria di 2° grado; 20 ore di meno (cioè mezz’ora alla settimana) nella secondaria di 1° grado.

La differenza apparente è nell’orario di servizio: mediamente in Europa, oltre all’orario di insegnamento, si fanno circa 400 ore all’anno in cui rientrano tutte quelle attività necessarie per lavorare bene in classe: programmazione in comune, riunioni formali e informali, colloqui con i genitori e con gli studenti, preparazione delle lezioni, correzione dei compiti, recupero individuale per studenti con problemi; formazione in servizio.

Queste attività non si fanno in Italia? Certo che si fanno: molte di esse sono anche previste dalle norme vigenti. Solo che, per lo più, si fanno in nero. Dove e quando gli insegnanti preparano le lezioni, correggono i compiti, scaricano dal web materiali utili per le attività in classe? A casa loro, nel loro tempo cosiddetto libero, servendosi della propria biblioteca, del propriocomputer, della propria connessione: cioè non solo gratuitamente, ma anche con costi propri. E spesso ci sono anche costi propri da affrontare se ci si vuole aggiornare, come sarebbe necessario per tutti e come molti insegnanti fanno. (vedi qui)

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Altro che tagli di ore e insegnamenti: sarebbe necessario un investimento davvero epocale sulla scuola

Ma… è chiaro a tutti che per promuovere un Istituto Tecnico di qualità sarebbe necessario un investimento davvero epocale sulla scuola (pensiamo alle scelte fatte in questo senso negli USA da Obama!), sia per quanto riguarda le strutture sia per quanto riguarda le risorse umane, da valorizzare, formare, aggiornare tanto sui contenuti quanto sulle metodologie.

E invece che cosa troviamo? Un drastico taglio di orario, dalle attuali 36 ore settimanali alle future 32 ore, taglio tra l’altro operato non solo sulle future prime e seconde classi, ma addirittura nelle terze e nelle quarte, in cui pure gli ordinamenti (e quindi le discipline e i programmi) restano invariati: elemento in base al quale si può ben affermare che i tagli sono arbitrari e privi di criterio.

Sempre per restare nell’ambito dell’esemplificazione, come faranno gli studenti dell’indirizzo “Turismo”, settore economico, a utilizzare “le categorie di sintesi fornite dall’economia e dal diritto” se le discipline  previste in quest’ambito sono solo “Economia aziendale” nel primo biennio e “Diritto e legislazione turistica” negli ultimi tre anni? In modo analogo, nel settore tecnologico, lo studio di “Diritto ed economia” è previsto esclusivamente nel primo biennio (con 2 sole ore settimanali): dopo, niente di questo tipo.

Dobbiamo pensare che i “risultati di apprendimento previsti” siano solo belle parole enunciate, senza nessuna reale volontà di creare le condizioni perché essi possano essere conseguiti: tanto la colpa sarà poi degli studenti che non si impegnano, degli insegnanti assenteisti e fannulloni, dei DS che non sanno né dirigere né amministrare, come ha recentemente affermato il nostro Ministro.

Ci sono altri punti che lasciano perplessi: si fa un gran parlare di buone pratiche, ma le sperimentazioni, anche quelle che sono state realmente efficaci, sono state chiuse senza una valutazione analitica che ne recuperasse gli aspetti positivi.

Vorrei concludere con una considerazione solo apparentemente estranea al discorso fatto finora: nell’ambito di OCSE PISA, nelle ricerche cosiddette di secondo livello (in pratica “studio di casi”), si è dimostrato che le scuole i cui studenti ottengono migliori risultati, a parità di condizioni socioculturali ed economiche, sono quelle in cui è migliore il “clima di classe”: in cui c’è maggiore interazione, possibilità di dialogo tra pari e tra studenti e insegnanti, progettualità condivisa. Quale clima ci sarà in classi fino a 35 studenti, che si affolleranno in aule pensate, al meglio, per 25, con insegnanti spesso frustrati sia dalla precarietà della situazione lavorativa sia dalla sensazione di non contare niente nella scuola sia dalla mancanza di risorse? (vedi qui)

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Tremonti dà i numeri, la scuola i giudizi

La certificazione delle competenze non consiste nell’indicare “quantitativamente” il possesso di una competenza, ma nello stilare un profilo finale composito che descriva che cosa sa fare realmente e autonomamente lo studente in una determinata situazione. Ad esempio, secondo il modello di certificazione indicato sopra, in lingua inglese lo studente ha una competenza eccellente se: ”in contesti che gli sono familiari, comunica con uno più interlocutori, si confronta per iscritto nel racconto di avvenimenti ed esperienze personali e familiari, espone opinioni e ne spiega le ragioni mantenendo la coerenza del discorso. Comprende i punti essenziali di semplici messaggi in lingua standard. Nella conversazione espone le proprie idee in modo semplice e chiaro” e in matematica se: “conosce, riporta e rielabora caratteristiche, proprietà,definizioni, leggi, usando in modo appropriato e autonomo la simbologia e il linguaggio specifico. Individua ed applica con sicurezza regole, relazioni, procedimenti logici e modalità operative anche in contesti diversi. Matematizza situazioni complesse e le risolve”.

Solo una domanda: un profilo di competenza di questo tipo come potrebbe essere descritto con un voto? Dire che lo studente ha 10 in inglese e 10 in matematica dà un’idea altrettanto chiara e precisa di che cosa lo studente sa fare? (vedi qui)

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Classi-ponte per studenti stranieri? Razziste e pedagogicamente sbagliate

Certo, la mozione Cota coglie un problema reale: quello del necessario apprendimento, da parte degli immigrati, dell’Italiano a fini sia personali, sia scolastici, sia sociali e di cittadinanza. Ma l’approccio a questo problema reale è, prima ancora e forse più che “razzista”, pedagogicamente e tecnicamente sbagliato. Infatti, come ogni linguista sa bene, una lingua seconda, una lingua che cioè si apprende nell’ambiente stesso in cui è parlata (insomma, in questo caso la lingua italiana in Italia) si impara essenzialmente e primariamente dal contatto con l’ambiente e con i parlanti nativi. I bambini, fino all’adolescenza, hanno una grande facilità nell’imparare la lingua attraverso il contatto con i loro coetanei: un contatto di gioco, di esperienze, di studio e lavoro in comune. E questo contatto, che risulta fondamentale anche per l’integrazione, gli stranieri dove dovrebbero trovarlo? In classi dove si parlano, come lingue native, l’arabo piuttosto che il cinese piuttosto che l’albanese e il rumeno, e la sola fonte linguistica italiana disponibile è quella dell’insegnante di italiano?

Nella Mozione Cota si prevedono risorse finanziarie particolari per un “maggiore fabbisogno di personale docente”. E allora questo personale docente, di cui annualmente la legge finanziaria deve prevedere la copertura dei costi di assunzione, naturalmente ben venga: ma non per delle fantomatiche “classi di inserimento (per le quali si è peraltro previsto spazi specifici nelle scuole, strumentazione, ecc.?), ma nelle classi ordinarie, sia come insegnanti di italiano L2 sia come tutor per gli studenti stranieri: insegnanti specializzati, perché hanno preso una laurea ad hoc o perché hanno seguito i master che ormai moltissime Università hanno attivato. Insegnanti che costituiranno una formidabile risorsa nella scuola di tutti e per tutti, che si pone come finalità costituzionali e inscindibili l’apprendimento cognitivo e lo sviluppo autonomo della persona e del cittadino, attraverso un’educazione che garantisce l’uguaglianza e insieme tutela le diversità individuali e culturali. (vedi qui)

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La dislessia non finisce mai, si può solo combattere

“Non pensare di dover faticosamente utilizzare due didattiche separate: una per la classe e una per i dislessici. NO.
CAMBIA DIDATTICA PER TUTTA LA CLASSE.
IL VANTAGGIO SARÀ DI TUTTI I TUOI ALUNNI.”

Insomma, una didattica più di cose e meno di parole, più attiva, costruttiva e cooperativa, più attenta al reale apprendimento che alla ripetizione di contenuti “non ha controindicazioni”.

Senza scendere in dettagli che non sono appropriati in questa sede, anche senza pensare ad una “rivoluzione della didattica”, avere ragazzi dislessici nella scuola secondaria superiore è per l’insegnante un’occasione per ripensare al proprio modo di fare lezione, in particolare di “spiegare”. Anche in una lezione di tipo più o meno “tradizionale”, l’insegnante dovrebbe compiere almeno alcune delle seguenti azioni, che, lo ripetiamo, sono utili a tutti gli studenti:

  • contestualizzare il tema, eventualmente fornendo qualche organizzatore anticipato
  • renderlo “significativo”, ad esempio ponendo una domanda iniziale e raccogliendo ipotesi formulate dagli studenti
  • dopo la domanda iniziale, presentare la “scaletta” della propria lezione (per parole chiave, alla lavagna tradizionale o con la LIM); la scaletta, trascritta o ancor meglio fornita in fotocopia, può costituire l’ossatura degli appunti
  • indicare gli snodi del proprio discorso con gli opportuni segnali discorsivi, così da favorire un ascolto non solo attento, ma attivo
  • utilizzare codici diversi (con la LIM è naturalmente possibile mostrare mappe, fotografie, videoclip; ma far ascoltare una canzone “di lavoro”legata a un determinato evento storico, far girare immagini fotografiche, utilizzare una linea del tempo o una carta geografica è possibile anche senza particolari risorse tecnologiche)
  • ricapitolare i diversi punti spiegati (questo è molto importante, perché lo studente con DSA può registrare specificamente questa parte della lezione, e servirsene come base per il proprio studio).

E’ poi fondamentale che l’insegnante aiuti gli studenti ad organizzare e/o usare “modelli schematici” per lo studio, come:

  • schemi di diverso tipo, anche differenziati a seconda dell’ambito disciplinare
  • mappe concettuali (preferibilmente generate con uno dei molti software dedicati proprio a questo scopo: qui citiamo Cmap Tools, che è gratuito, ma esistono molti altri programmi)
  • carte, mappe, linea del tempo
  • glossario disciplinare (anche con illustrazioni ed esempi).

Naturalmente allo studente dislessico deve essere permesso di utilizzare questi “aiuti all’apprendimento” durante le interrogazioni o altre forme di verifica: si tratta, come previsto anche dalla normativa, di strumenti compensativi.

Apro una parentesi: ho sentito di recente un insegnante in un Liceo classico che, in una pausa di un convegno, discuteva con un altro per convincerlo che usare questo tipo di strumenti compensativi non era un ingiusto privilegio concesso agli studenti con DSA, ma un loro preciso diritto. L’argomentazione che alla fine sembrava aver convinto anche l’interlocutore era quella che, come agli ipovedenti e ai non udenti si permette di utilizzare particolari “protesi”, così questi strumenti sono una sorta di “protesi” per supportare la parte meccanica e automatica dello studio, che nei dislessici meccanica e automatica non è.

Alla fine, come con qualunque altro studente lo scopo della scuola, e quindi degli insegnanti, è quello di aiutare lo studente dislessico a progettare e realizzare un “percorso di vita” che gli permetta di sviluppare al meglio le proprie potenzialità e la propria autonomia.

La presenza, nella nostra società, di architetti, designer, medici, insegnanti dislessici dimostra che questo è perfettamente possibile. (vedi qui)

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La circolare Gelmini sulle “quote” di studenti stranieri: integrazione al 30%?

Va subito detto che la CM è per molti aspetti ambigua, come spesso avviene nei provvedimenti Gelmini: infatti, se da una parte, nel suo stesso titolo, il fine precipuo dichiarato è quello di una migliore integrazione e inclusione degli studenti stranieri, d’altra parte risulta evidente che la prima finalità è quella di mettere precisi paletti, di segnare precisi confini per l’inserimento di questi studenti.

In effetti il “pericolo” più grave della CM sta nel “non detto”: non si dice mai che il plurilinguismo e la pluri/interculturalità in una classe sono aspetti positivi, che addirittura migliorano l’andamento complessivo della classe stessa (o meglio, vi si accenna in una nota di una riga e mezzo in corpo microscopico), ma gli studenti “stranieri” sono sempre associati a termini come “problematicità”, “criticità”, “incidenza negativa”, “insuccesso scolastico”, ecc. ecc. Non si tratta quindi di descrivere e anche “normare” una situazione che ha luci e ombre, ma di risolvere un problema: quello degli studenti stranieri, che finisce inevitabilmente “per riverberarsi sul complessivo processo di apprendimento della intera classe in cui essi si trovano inseriti”.

Peraltro, anche il livello di “normatività” della CM (e quindi del rispetto dell’autonomia delle scuole) è ambiguo: se nel titolo si parla di “indicazioni e raccomandazioni” e se nel primo paragrafo si parla di “orientamento dei flussi delle iscrizioni”, nel terzo paragrafo si afferma che “è necessario programmare il flusso delle iscrizioni” e “fissare dei limiti massimi di presenza nelle singole classi di studenti stranieri”, il che è diverso da orientare. E la deroga a questi limiti è affidata non alla scuola autonoma, ma solo al Direttore generale dell’USR.

Perfino gli elementi più positivi della CM, come l’affermazione che in classi eterogenee è necessario adottare una metodologia innovativa, sono lasciate cadere, senza nessuna ripresa. Eppure la professionalità del docente, lo sappiamo anche dalle ricerche internazionali, è il singolo fattore maggiormente incidente sul successo formativo.

E veniamo all’ultimo punto, forse il più importante: tutto il discorso della “parità di opportunità” offerte agli studenti stranieri cade, se non si realizzano concretamente le “iniziative di alfabetizzazione linguistica” specificamente previste al paragrafo 3d. Le indicazioni date in questo paragrafo in molti punti riprendono peraltro, correttamente, buone pratiche già esercitate e diffuse proprio nei territori a più alto tasso di immigrazione, come ad esempio la Lombardia. Il problema, come immediatamente notano le “persone di scuola” è che i laboratori linguistici e i percorsi personalizzati richiedono risorse, sia finanziarie sia umane. La CM formula proposte oggettivamente contraddittorie con i tagli di personale, la scomparsa delle compresenze (che permettevano davvero percorsi personalizzati) e la diminuzione di mediatori culturali e di facilitatori. Anche la citata legge 440 è definita da Tecnica della Scuolaun pozzo di san Patrizio puramente virtuale (per il 2009 una scuola di medie dimensioni riceverà meno di 5mila euro, mentre per il 2010 è prevista una decurtazione del 15-20%)”.

Verrebbe da dire, anche se la frase non è certo elegante, che ancora una volta il Ministro Gelmini ci propone di “fare le nozze con i fichi secchi. (vedi qui) [torna su]
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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Bilanci, ritardi, progetti per il futuro

La scuola avrà il suo sindaco. Il passaggio tra 2014 e 2015 è accompagnato dai consueti bilanci: segnaliamo quello cronologico che su La Tecnica della Scuola a firma di Pasquale Almirante e quello alfabetico di Tutto ScuolaOrizzonte Scuola invece guarda avanti e scruta il futuro: cosa dovrebbe accadere nel 2015. Giuseppe Bagni invece scrive buoni propositi: 10 regole per la scuola.

Guarda al futuro anche il Comitato per la ripresentazione della LIP, che lancia una campagna per l’aggiornamento della Legge di iniziativa Popolare per una Buona scuola per la Repubblica: frutto di una elaborazione collettiva e sottoscritta da 100.000 cittadini, essa è ora depositata come ddl sia alla Camera che al Senato.

Fra i ritardi, particolarmente grave per la scuola questo: il governo fa saltare i tempi per l’elezione del Consiglio superiore della pubblica istruzione (Cspi), il che rischia di compromettere la validità dei provvedimenti governativi in fatto di istruzione non approvati da tale organismo.

E’ in ritardo ormai endemico la messa in sicurezza degli edifici scolastici, che alla ripresa ha registrato nuovi crolli da Sesto san Giovanni (6 bambini feriti) a Bologna: gli ultimi di una serie anche drammatica, nonostante gli allarme di Cittadinanzattiva e di Legambiente. Il progetto di ristrutturazione e messa in sicurezza delle scuole, annunciato dal Presidente del Consiglio al momento dell’insediamento, è stato al centro di polemiche negli ultimi mesi.

Tra le novità dell’Epifania, c’è l’annuncio che gli ex presidi ovvero gli attuali ds (dirigenti scolastici) diventeranno i “sindaci degli istituti scolastici“.

Sotto l’albero: primi in ignioranza. Particolarmente efficace il bilancio di fine 2014 da parte di Roars, intitolato significativamente: W l’ignioranza!

L’Italia è scesa all’ultimo posto in Europa per percentuale di laureati, è penultima per spesa per l’università in rapporto al PIL ed anche ultima nell’OCSE per spesa pubblica destinata all’istruzione. Sono traguardi che non si raggiungono in un giorno, ma che sono il frutto di politiche mirate e perseveranti. In questi ultimi anni, la via ci è stata indicata, giorno dopo giorno, da una piccola schiera di editorialisti, giornalisti, economisti, opinionisti, politici e manager. Sono i maître à penser de noantri, di cui offriamo una breve antologia. A loro si addice la frase di Churchill:«Mai così tanto fu dovuto da tanti a così pochi».

Ultimi per spesa in istruzione. Alcuni dati a cui fa riferimento Roars sono ripresi dall’Annuario statistico italiano pubblicato dall’Istat: l’Italia è ultima nell’Unione europea per spesa pubblica nell’istruzione. Da noi si investe per la formazione di giovani solo il 4,6% del Pil. Guida la classifica la Danimarca, ma fanno meglio anche Regno Unito (6,4%), Paesi Bassi (6,2%), Francia (6,1%), Portogallo (5,5%) e Germania (5,1%).

Dal confronto risultiamo indietro pure rispetto a Stati Uniti (6,9% del Pil), Australia (5,8%) e Giappone (5,1%). Con il risultato che questo basso investimento che si traduce in un deludente tasso di scolarità dei giovani di 15-19 anni e in un modesto conseguimento di numeri di diplomi di maturità (79% ) e di laurea (32%).

E’ possibile una buona scuola senza risorse?

Promesse non mantenute. Efficace anche il bilancio di Marina Boscaino:

Se dovessimo tentare un breve resoconto di quanto è toccato alla scuola nell’anno che si è appena concluso, potremmo cavarcela con poche parole: promesse non mantenute. (e qui ce ne è un elenco)

Il velleitarismo dell’attuale esecutivo si è concretizzato in ben due riforme epocali, annunciate, illustrate, fallite in pochi mesi: la riforma Reggi, che tentava di riproporre surrettiziamente l’aumento dell’orario di lavoro a salario immutato. E La Buona Scuola: valutazione, carriera, preside sceriffo, sponsor e incentivo all’investimento privato, requiem per la libertà d’insegnamento, diritto allo studio questo sconosciuto.

Ma non tutto è fermo. La Legge di Stabilità è passata, portando con sé lo stanziamento di 1 milardo (di cui 500 ml disponibili) di euro per un piano di 150.000 assunzioni: atto dovuto, considerata anche la sentenza di novembre della Corte Europea di Giustizia.

Assunzioni che comunque costeranno molto care alla scuola nel suo complesso. Nella Legge di Stabilità vengono infatti confermati i tagli.

Anche la Corte dei Conti avverte: “Così si compromettono i servizi“. Persino la Corte dei Conti ha espresso un giudizio durissimo sui tagli indiscriminati nella Pubblica Amministrazione e sulla “riduzione degli assetti organizzativi e delle dotazioni organiche delle amministrazioni dello stato“. La Corte ricorda le continue modifiche alla normativa, anche per decreto legge, “le conseguenti incertezze e i ritardi attuativi“, gli interventi eseguiti senza “adeguata valutazione del rapporto tra attribuzioni intestate, risorse impiegate e servizi da rendere“. Serve “stabilità“, scrivono i magistrati contabili, per ridefinire l’assetto della Pubblica amministrazione “in linea con i principi costituzionali“.

Inoltre, si avverte che “ulteriori interventi” “potrebbero non consentire una adeguata cura dei servizi, circostanza, peraltro, già segnalata da alcune strutture amministrative“.

La Buona Scuola di Renzi non piace a docenti e studenti

Fallimento de La Buona Scuola di Renzi: le scuse. Nonostante le prime esultazioni del PD (Francesca Puglisi) e della ministra Stefania Giannini (ma tra gente di scuola meglio evitare rozza pubblicità), non ha dubbi in merito al fallimento del piano governativo denominato La Buona Scuola (qui se ne può ripercorrere la cronaca attraverso una serie di link raccolti da Vincenzo Pascuzzi) uno dei suoi più convinti sostenitori, Stefano Stefanel:

Anche quella annunciata di una kermesse a febbraio di mille persone per ragionare sulla scuola mi sembra solo una scappatoia per non aver coraggio di ammettere che La Buona scuola come proposta di mobilitazione nazionale per arrivare ad una nuova normativa condivisa è proprio fallita.

Responsabili secondo Stefanel sono:

l’aggressività di coloro che in nome del diritto allo studio e della difesa della Costituzione bocciano sempre tutto e l’oggettiva debolezza del fronte renziano messo a difesa della proposta.

Si è poi assistito allo sconcertante spettacolo del Partito Democratico da cui si sono levate le voci più critiche sulla proposta.

Ci si domanda cosa sarebbe servito al fronte renziano per non essere debole, visto che ha avuto a disposizione tutte le scuole d’Italia, la struttura del Ministero e degli Uffici scolastici regionali, l’apparato nazionale del Partito Democratico, spot radiotelevisivi e una massiccia campagna sulla carta stampata.

Fallimento de La Buona Scuola di Renzi: le cause. I punti più deboli de La Buona Scuola sono state le sue proposte, a partire proprio da quello più urlato: il merito. Come osserva Anna Maria Bellesia

La carriera prospettata era solo un portfolio di crediti didattici, formativi e professionali. Dal punto di vista stipendiale, era una semplice progressione economica saltuaria, addirittura inferiore agli scatti di anzianità. La ridicola misura del compenso era tale da inficiare alla base qualsiasi serio discorso sul merito. Essendo poi la quota di “bravi” fissata al 66%, nella scuola si sarebbero scatenati controproducenti meccanismi competitivi e un peggioramento delle relazioni. Niente di tutto questo avrebbe dato “dignità” alla professione docente, già troppo avvilita.

I risultati della consultazione on line presentati il 15 dicembre indicano una strada diversa da quella delineata dal Miur. E il Governo dovrà tenerne conto.

Bocciato il merito a punti. Nonostante la scarsa partecipazione alla consultazione on line, le risposte sono comunque significative. Alla domanda: “A cosa serve la valutazione del docente?”, ben il 90% ha risposto “Costruire percorsi di miglioramento”.

Alla domanda: “La valutazione deve modificare la retribuzione?”, l’81% ha risposto che il merito deve contribuire alla crescita stipendiale dei docenti. Però il 46% dà la preferenza ad un sistema misto fra anzianità e merito. Percentuale che sale al 56% fra i docenti. Con la precisazione che “il merito non deve intaccare la collegialità di lavoro”. Nella scuola, i meccanismi competitivi sono da evitare. La scuola offre un servizio di istruzione, formazione, educazione, si ispira ai valori enunciati nella Costituzione, non è una azienda.

Da dove ripartire allora per trovare condivisione su quale sia il merito del docente? L’indicazione giusta la troviamo, guarda caso, nelle risposte date alla domanda: Cosa definisce un buon docente?”. La quasi totalità ha risposto: “La qualità del lavoro in classe”. In subordine troviamo: “La capacità di collaborare con i colleghi” e “La capacità di migliorare la qualità della scuola”. L’impegno in altre attività funzionali o progettuali viene di gran lunga dopo. È evidente dunque che il sistema dei crediti “a punti”, come inizialmente proposto, dovrà essere profondamente rivisto.

A fine consultazione, anche Andrea Gavosto della Fondazione Agnelli critica il piano del Governo sul merito: meccanismo inattuabile, nessuna reale progressione di carriere, compensi irrisori. Anche Paolo Sestito, ex presidente dell’Invalsi. E Francesca Puglisi rivaluta l’anzianità:

La consultazione sulla Buona scuola conferma che va riconosciuto il merito dei docenti. Questo va coniugato però con l`anzianità di servizio. Del resto, in tutti i paesi europei l`esperienza è un valore, il problema è che in Italia ad oggi è l`unico elemento di progressione.

Renzi l’aveva capito. C’è da dire che Renzi l’aveva capito subito, che le cose non andavano bene. Non aveva mancato di notarlo Valentina Santarpia sul Corriere della Sera del 13 dicembre:

Se non è un’ammissione di colpevolezza, poco ci manca. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi interviene alla giornata dedicata dal Pd alle buone pratiche della scuola, e la prima cosa che fa è scusarsi: «Non sono riuscito a raccontare come questa riforma sia la ragione di speranza del nostro Paese, come si giochi qui la scommessa sul futuro dell’Italia, quanto la qualità degli studenti e degli insegnanti italiano regga il confronto con l’Europa e con il mondo».

E nonostante il fallimento: avanti tutta! Un mese dopo invece la musica è un’altra. Dopo il consueto giro di annunci e rimandi, il Presidente del Consiglio ha riassunto i toni trionfalistici:

Da qui al 28 febbraio scriveremo i testi: il decreto e il disegno di legge… Se riparte la scuola, riparte l’Italia. Ci stiamo credendo e investendo… Sarà entusiasmante che diventi la più grande riforma dal basso mai fatta in un Paese europeo.

Ci saremmo aspettati altro, come commenta Marina Boscaino:

Il risultato risibile del sondaggio, il pronunciamento contrario di tanti collegi dei docenti, ci avevano fatto immaginare una maggiore cautela e – illusi – una tensione democratica che evidentemente non è proprio nelle corde del premier.

La questione degli stipendi

Nella scuola diminuiscono anziché crescere. Secondo il Conto Annuale, relativo al 2013, realizzato dal Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato, chi lavora nella scuola percepisce uno stipendio medio di 29.468 euro, che è l’importo annuo lordo più basso tra i comparti pubblici italiani (vedi qui le tabelle).

La media delle buste paga dei dipendenti pubblici si attesta infatti a 34.505 euro, ma per insegnati e personale Ata si ferma a 29.468: le professioni “in divisa” percepiscono circa 10.000 euro annui in più; i lavoratori della presidenza del Consiglio del ministri quasi 30.000 euro in più; i magistrati addirittura 110.000.

E c’è di più: anche a causa del confermato blocco contrattuale, che congela lo stipendio ai valori del 2009, e la mancata assegnazione dell’indennità di vacanza contrattuale, sospesa almeno fino al 2018, nel 2013 insegnanti a Ata hanno percepito ancora meno rispetto al 2012, quando la media si è attestava a 29.548 euro annui, quindi 80 euro in più.

In Europa, invece, crescono. Qui un dossier predisposto da Vincenzo Pascuzzi.

E dire che la ministra Giannini aveva promesso:

Arrivare almeno alla soglia dei 2000 euro mensili”.

Ci riuscirà il professor Manni? Anche il professor Daniele Manni, in corsa per il Premio Nobel per l’insegnamento scrive a Renzi: “Date dignità al nostro lavoro“, ma in modo concreto:

Oltre ad ascoltare e ad apprezzare i suoi nobili intenti, mi piacerebbe che in questo nuovo anno vedessimo azioni concrete, un po’ come facciamo noi “bravi” insegnanti “da Nobel” con i nostri alunni, agendo e creando risultati e non solo annunciando cambiamento e innovazione.

La prima, a rischio di sembrare banale, è quella di rendere semplicemente dignitoso lo stipendio che ci viene riconosciuto, perché oggi, dignitoso, non lo è affatto. Se, pur essendo i peggio pagati e ricevendo poca o nulla stima dalla società civile, riceviamo lode e attenzione internazionale e la nostra opera quotidiana rende la scuola italiana una delle istituzioni più apprezzate dalla cittadinanza (al terzo posto, dopo Papa Francesco e le forze dell’ordine), chiedo a lei e al governo che rappresenta cosa potrebbe essere la scuola italiana se il corpo docente ricevesse più credito e dignità? Come pensa che la società possa apprezzare una figura così importante per la vita e il presente (non solo il futuro) dei nostri figli se lo Stato è il primo a ridicolizzarne il lavoro con un riconoscimento inadeguato?

Se si sta chiedendo se questo mio è un tentativo per ottenere ciò che in tanti non sono riusciti a ottenere negli ultimi vent’anni, la risposta è sì.

Ma la rotta cambia o non cambia? I cambiamenti di rotta annunciati dal Governo dopo la consultazione su La Buona Scuola saneranno la situazione? Sembra di no, visto che l’intenzione pare essere solo quella di rigirare in modo diverso le stesse risorse, senza investire un euro in più. Una voce che gira è questa:

Con la riforma della Buona Scuola, stanno pensando ad una riduzione del numero delle fasce, in modo che si scatti soltanto quattro volte in una intera carriera. Quindi allo studio del Miur ci sarebbero 4 scatti, uno ogni 10 anni circa, ed ogni scatto prevede un aumento lordo e massimo di circa 150 euro. Una riduzione dell’anzianità economica del docente di quasi il 50%, il risparmio ricavato da questa operazione dovrebbe finire, ai pochi fortunati docenti meritevoli. Ma chi deciderà sul merito degli insegnanti? A decidere dovrebbero essere i comitati di valutazione della scuola, che oltre a valutare l’anno di prova dei docenti neo immessi in ruolo, dovranno valutare anche il merito dei propri colleghi.

Un’altra voce è questa:

E’ notizia di ieri la volontà da parte del Governo di ridurre dell’80% il valore degli scatti stipendiali. A darne notizia lo stesso Sottosegretario Faraone che ha rilasciato a la Repubblica una dichiarazione legata alla revisione del progetto proposto dalle linee guida della riforma “La Buona scuola“.

L’intenzione è di instaurare un sistema misto di progressione carriera, mantenendo solo il 20% del valore degli scatti stipendiali e facendo dipendere il restante 80% dall’accumulo di crediti. In pratica, gli scatti di anzianità sarebbero ridotti a circa 30/35 euro ogni 3 anni.

Si tratta di un sistema che non muta di tanto l’iniziale proposta di cancellazione degli statti di anzianità e che, abbiamo avuto più volte modo di ribadire, causerà una perdita effettiva, anche consistente, delle retribuzioni.

Inoltre viene mantenuta la distinzione arbitraria di 66% di “meritevoli” e 34% di “non meritevoli“, nonostante sia stato bocciato dalla “consultazione“. A tutto ciò si aggiunge che nelle intenzioni del Governo c’è il mantenimento del blocco contrattuale per i docenti fino al 2018.

Misteri tra Natale ed Epifania

Prima di concludere questa cronaca post-natalizia, diamo conto di alcuni misteri italiani tra Natale ed Epifania.

+ anziani al lavoro – giovani occupati. Durante le festività tornano alla ribalta numeri che costituiscono uno dei misteri italiani. Durante la crisi – caratterizzata anche dalla revisione del sistema pensionistico – la popolazione italiana tra i 55 e i 64 anni ancora al lavoro è aumentata di 1,1 milioni, contro il calo dell’occupazione per 1,6 milioni di giovani tra i 25 e i 34 anni.

La rilevazione arriva dal Centro studi Confindustria, secondo il quale per gli over 55 il tasso di occupazione è salito al 46,9% nel terzo trimestre del 2014, dal 34,2% nel terzo trimestre del 2007. Di contro, per i giovani il tasso di occupazione è sceso di 11,2 punti, arrivando al 59,1%.

Nella classifica tra i più significativi paesi della Ue, l’Italia è quarta per incremento nel 2007-2013 del tasso di occupazione tra i lavoratori “anziani, dietro a Germania, Polonia e Paesi Bassi. Ed è quarta anche per dimensione della caduta del tasso di occupazione tra i “giovani, preceduta da Grecia, Spagna e Irlanda. (vedi qui)

Sono i giovani che vengono sacrificati dall’evoluzione del mercato del lavoro durante la crisi: solo il 26% di loro (nel 2008 erano il doppio) riesce a transitare in un anno dai banchi di scuola a una professione. Per di più, quando ciò accade, il carattere di precariato è sempre più stringente e il salto ulteriore verso la stabilità diventa merce rara.

Secondo dati dell’Isfol nel 2013 ogni dieci under 30 occupati nell’anno, poco meno di sette avevano un lavoro temporaneo, con una crescita di oltre 19 punti percentuali rispetto al 2004, e di quasi 13 rispetto al 2007.

Con la crisi, si assiste anche ad un processo di ricollocazione della forza lavoro verso profili professionali più bassi,  “con conseguente aumento della quota di occupati che svolgono lavori per i quali, generalmente, è richiesto un titolo di studio inferiore. Nel 2012 la percentuale di ‘overeducated‘ tra i laureati e i diplomati sfiorava il 20%, mentre solo 6 anni prima superava di poco il 14%“.

Inutile dire che c’è connessione diretta tra gli abbandoni scolastici e la disoccupazione giovanile secondo gli esperti Eurydice-Cedefop, che hanno elaborato il rapporto congiunto “Tackling Early Leaving from Education and Training in Europe”; così come che l’Italia non ha una strategia globale contro l’abbandono scolastico precoce.

Crociate, impunità, inefficienze

Innanzitutto: correttezza d’informazione, prego! A Capodanno l’83,5% dei vigili urbani di Roma si è dichiarato malato. Così titolano i giornali. Innanzitutto, bisognerebbe dare una corretta informazione: da una lettera di un vigile romano a un blog apprendiamo che la realtà è diversa e più complessa: è stato malato non l’83% dei vigili di Roma, ma l’83% dei vigili in servizio. Inoltre, bisogna tenere presente il contesto: il fatto si inserisce in una situazione di conflittualità tra Comune di Milano e corpo dei vigili urbani, di cui si può prendere conoscenza qui.

Meno assenti, gli statali. Il dato comunque fa il paio con altri: i politici italiani toccano punte record di assenteismo sia al parlamento europeo sia al parlamento italiano, dove solo 122 deputati e 94 senatori hanno una presenza oltre il 90%, ma fra chi è stato presente oltre il 90% delle volte, solo il 22% dei deputati e il 40% dei senatori supera la media di produttività.

Fa il paio con i lavoratori italiani del settore privato, assenti dal lavoro per 18 giorni l’anno.

Infine possiamo parlare anche lei lavoratori del pubblico impiego: i dipendenti statali italiani si sono assentati per 16,7 giorni di media all’anno, anche se i dati più recenti ci dicono che

Le assenze per malattia hanno raggiunto un livello complessivamente basso, nel pubblico impiego. I più cagionevoli sono i poliziotti con 15 giorni l’anno per gli uomini e 18 per le donne. I più sani, i magistrati, il cui giorno di assenza per gli uomini e i due scarsi per le donne, da un lato non riesce ad accelerare il ritmo dei processi, d’altra parte fa venire in mente che i giudici a casa ci stanno già molto, a studiare dossier e preparare sentenze. Nella scuola 10 giorni di assenza per gli uomini e 9,7 per le donne, nei ministeri 10 e 11,8, negli ospedali 2,2 e 4,6 (dato davvero encomiabile, visti i disagi del mestiere), nelle Regioni 7,7 e 11,1. (vedi qui).

“Le assenze per malattia hanno raggiunto un livello complessivamente basso, nel pubblico impiego”. Questa sì è una notizia!

La calunnia è un venticello. Che considerazioni si possono fare allora? Che gli italiani sono un popolo portato all’assenteismo? Che in Italia si dà una strana antropologia per cui, nell’ordine, stanno peggio di salute i politici, poi i lavoratori del settore privato, poi i poliziotti; mentre gli insegnanti, insieme a ospedalieri e magistrati, sono tra quelli che godono di migliore salute?

Niente di tutto ciò: ancora una volta risentiamo la vulgata secondo cui i lavoratori pubblici sono fannulloni, e tra costoro vengono messi in prima fila gli insegnanti. E anche questa occasione è buona per dire che è necessario inasprire i controlli e bisogna rivedere in senso restrittivo mobilità, congedi parentali, ferie, festività, permessi, assenze per malattie, aspettative, diritti sindacali, orario di servizio, divieto di cumulo incarichi ecc., mentre al contempo occorre rendere più facile la loro licenziabilità.

Le leggi ci sono già: perché un’altra “grida“? Inoltre, come commenta Alberto Statera, questa evoca una vicenda di manzoniana memoria:

Con buona pace di Renzi e di Marianna Madia, le norme per colpire davvero i reprobi ci sarebbero già in un Paese che l’arte in cui riesce meglio è quella dell’iperfetazione normativa. Già ora è punibile la falsa attestazione di presenza, l’ingiustificato rifiuto al trasferimento, l’assenza ingiustificata per più di tre giorni, l’esibizione di documenti falsi per assunzioni o promozioni, le condotte gravi come le molestie, la valutazione di insufficiente rendimento, la condanna penale definitiva. Ma le norme non vengono applicate. Perché?

Più opere di bene, prego, e meno crociate. Come era prevedibile, il tema è stato comunque riversato sugli insegnanti, con Tutto Scuola e il sottosegretario Davide Faraone partiti alla crociata contro i lavoratori della scuola assenteisti; e nell’opera di denigrazione casca anche un insegnante altre volte attento a distinguere realtà e mistificazione, Alex Cornazzoli. Al sottosegretario Faraone ha risposto una dirigente del suo stesso partito, Caterina Altamore:

Da un sottosegretario siciliano mi aspetto anche altro. Mi aspetto che ci si accorga del grande numero di scuole fatiscenti e che si sappia che ci sono scuole in centro a Palermo, come al Capo, che chiudono. Giusto controllare buttare fuori i i furbi, ma attenzione a non commettere lo stesso errore di chi parlando di fannulloni e grembiulini ha distrutto la scuola. Vorrei che il Pd valorizzasse chi invece, nonostante tutto, cerca di lavorare per una scuola migliore a tutti i livelli.

L’unico modo per combattere la corruzione è creare lavoro e garantire a tutti istruzione. Vorrei che fossero rottamati termini “vecchi” che sminuiscono il valore di chi conosce l’importanza del lavoro. Sono certa che il Pd sarà sempre sensibile a questa battaglia di civiltà, l’unica capace di garantire futuro e legalità.

Struttura, organizzazione, burocrazia che devono essere rese efficienti. Vale la pena ricordare anche l’osservazione di Vincenzo Pascuzzi:

Non è possibile giustificare che situazioni critiche, o presunte tali, come quella di cui stiamo parlando, debbano essere affrontate, gestite e risolte (almeno si spera) dal centro, a livello di vice-ministro, con interventi eccezionali, sporadici, precipitosi, scavalcando tutta la struttura, l’organizzazione e le procedure ministeriali e governative. Struttura, organizzazione, burocrazia che devono essere rese efficienti (anche in termini di costi/benefici), punto. Ministero e Governo devono provvedere a ciò e non precipitarsi a soccorrerle, supplirle, umiliarle!

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* * *

SEGNALAZIONE

Una serie interessante su vibrisse: La formazione dell’insegnante di Lettere.

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RISORSE IN RETE

La “Buona Scuola” di Renzi qui.

Questo è il sito della LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP. In questo video ne parla Anna Angelucci.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e  la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Appello e “Domande-Risposte” dall’assemblea del “Manifesto dei 500 qui.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su vivalascuola: da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione: ScuolaOggi, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, école, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Foruminsegnanti, Like@Rolling Stone, Associazione Nonunodimeno, Gli Asini

Siti di informazione scolastica: OrizzonteScuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola.

Spazi in rete sulla scuola qui. [torna su]

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

2 pensieri su “Vivalascuola. Ciao, Daniela, e grazie!

  1. Un sentimento di riconoscenza mi lega al ricordo di Daniela Bertocchi e a quanto ha contribuito, con chiarezza, sapere, ascolto, disponibilità, alla mia formazione di insegnante; un sentimento di riconoscenza mi lega a tutti coloro che la ricordano qui e a Giorgio Morale che ha dato impulso a questa iniziativa.

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  2. Grazie a te, Anna Maria, e a tutti quelli che hanno reso possibile la realizzazione di questa puntata di vivalascuola: un ricordo sentito da parte di tanti che devono molto a Daniela.

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