Occhi di ghiaccio

da qui

Detto, fra noi, la maggior parte della gente non sa che la vita ha bisogno di profondità. Ci sono vari fattori che impediscono, in questo, una presa di coscienza. Per esempio, le dinamiche sociali fondate sul presenzialismo: se non ci sono, mi perdo qualcosa; se mi prendo un tempo di silenzio, non produco, non guadagno, non sono nella scia del gruppo, che mi tiene al riparo da sorprese. Gesù ha utilizzato il simbolo del gregge: le sue pecore lo seguono, perché sanno riconoscerne la voce; noi diamo retta, invece, a richiami che intruppano nel branco, promettendo vantaggi e sicurezza: nella Leggenda del grande inquisitore, l’alto prelato rimprovera a Gesù, tornato sulla terra, di offrire agli uomini la libertà, mentre essi – dice – non vogliono che il pane. E’ qui che si gioca la partita: finché non rinuncio ad essere ingrassato dai padroni della fattoria, non potrò nutrirmi di ciò che mi fa crescere e mi permette di diventare uomo. Non a caso Gesù fu deposto in una mangiatoia, si è fatto cibo nella cena pasquale, pende come un frutto maturo sull’albero spoglio della croce. Bisogna fermarsi, riprendere fiato, riscoprire la forza del respiro, quello che in greco chiamano pneuma e in ebraico ruach; scoprire che la vita nuova rinasce da una perdita apparente, si sprigiona dalla tomba dei luoghi comuni, dal sacrificio delle banalità. Quando avrò il coraggio di dire a chi amo: finora non ci siamo conosciuti, ma ora, ora è il momento di guardarci negli occhi, kenegdo, uno di fronte all’altro, sapendo che qualcuno ha pensato da sempre a questo incontro, all’inaudita avventura dell’amore fra te e me; solo allora il sole sorgerà, l’acqua scorrerà, il cervello comincerà a pensare; fino a quel giorno benedetto, ogni cosa corre verso il nulla, sotto gli occhi di ghiaccio dei padroni della fattoria.

11 pensieri su “Occhi di ghiaccio

  1. L’acrobata

    Da trapezio a
    a trapezio, nel silenzio dopo
    dopo un rullo di tamburo di colpo muto, attraverso
    attraverso l’aria stupefatta più veloce del
    del peso del suo corpo che di nuovo
    di nuovo non ha fatto in tempo a cadere.
    Solo. O anche meno che solo,
    meno, perché imperfetto, perché manca di
    manca di ali, gli mancano molto,
    una mancanza che lo costringe
    a voli imbarazzati su una attenzione
    senza piume ormai soltanto nuda.
    Con faticosa leggerezza,
    con paziente agilità,
    con calcolata ispirazione. Vedi
    come si acquatta per il volo? Sai
    come congiura dalla testa ai piedi
    contro quello che è? Lo sai, lo vedi
    con quanta astuzia passa attraverso la sua vecchia forma e
    per agguantare il mondo dondolante
    protende le braccia di nuovo generate?
    Belle più di ogni cosa proprio in questo
    proprio in questo momento, del resto già passato.
    W. Szymborska

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  2. A volte percepiva, nella profondità dell’anima, una voce lieve, spirante, che piano lo ammoniva, piano si lamentava, così piano ch’egli appena se ne accorgeva. Allora si rendeva conto per un momento che viveva una strana vita, che faceva cose ch’erano un mero gioco, che certamente era lieto e talvolta provava gioia, ma che tuttavia la vita vera e propria gli scorreva accanto senza toccarlo. Come un giocoliere con i suoi arnesi, così egli giocava coi propri affari e con gli uomini che lo circondavano, li osservava, si pigliava spasso di loro: ma col cuore, con la fonte dell’essere suo, egli non era presente a queste cose. E qualche volta rabbrividì a simili pensieri, e si augurò che anche a lui fosse dato di partecipare con la passione di tutto il suo cuore a questo puerile travaglio quotidiano, di vivere realmente, di agire realmente e di godere e di esistere realmente, e non solo star lì come uno spettatore.

    dal libro “Siddharta” di Hermann Hesse

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  3. “Signore Gesù Cristo, Te che sei insieme Dio salvatore degli uomini e uomo onnipotente presso Dio, io invoco, lodo, prego..
    Metti nel mio cuore desideri che solo Tu puoi appagare; sulle mie labbra, le preghiere che Tu solo puoi esaudire; nella mia condotta, le azioni che Tu solo puoi benedire”.

    (Preghiera dal Messale mozarabico)

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  4. Quanto tempo mi sono sfamata di ghiande
    quando avrei potuto mangiare Te,
    Pane di Dio!
    “Gesù, deposto in una mangiatoia, fatto cibo nella cena pasquale e maturato come frutto sull’albero spoglio della croce”, “che passi attraverso la mia vecchia forma” per ridarmi vita, io non sostengo, “uno di fronte all’altro”, il tuo sguardo perchè vedo bene la mia morte, ma Tu conosci bene la nostalgia di Te che strugge il mio cuore, “infinità della mia finitudine”.
    Lascia che tocchi solo un lembo della tua umanità, e sarò salva.

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  5. E in quel frastuono nascondiamo noi stessi, paurosi e pavidi di leggere la nostra interiorità, la nostra coscienza, quella coscienza che tante volte avvolgiamo in un cartoccio.

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