Sorso di notte potabile, di Flaminia Cruciani

Cruciani
di Claudio Damiani

Quand’ero ragazzo non si faceva altro che parlare di poesia “orfica”. Se penso a quanto questo orfismo fosse nell’aria e nelle bocche di tutti, perseguito e ricercato da tanti, mi stupisco di come di tutto quel gran polverone non sia rimasto niente. Se provo a pensare ai decenni passati e mi metto a cercare anche una sola poesia che si possa dire veramente orfica, non me ne viene in mente nessuna. E più ci penso e più niente, il deserto. Forse, in poesia, è così, quando una cosa la si cerca, non la si trova.
Mi è capitato di leggere recentemente un piccolo libro uscito nel 2008, da Lietocolle, dal titolo Sorso di notte potabile. L’autrice è Flaminia Cruciani, archeologa (è membro della missione italiana a Ebla) nonché esperta di glittica, iconografia, percezione visiva, ipnosi, discipline analogiche e non so quant’altro.
E’ quello che si dice un pozzo di scienza, una che ricerca in tanti campi perché va oltre i campi, o va verso un campo che sta dietro i campi.
Ebbene, questa è la poesia orfica tanto cercata e agognata, e nessuno se ne è accorto.
Intendiamoci, è un’opera di poesia anzitutto, e poesia nuova, del nuovo secolo, ma è poi anche proprio quella poesia orfica nuova che tanto si cercava (il Rilke delle Duinesi e il Novalis degli Inni alla notte erano i riferimenti, ma si voleva fare una cosa nuova). C’è da dire che il titolo, un po’, la nasconde, non la rappresenta veramente, la confonde con qualcosa di novecentesco, di già sentito.
Dicevo insomma che questo è un poema orfico, una discesa agli inferi per recuperare la vita, uno sguardo sull’aldilà, come un flash, un rivedere l’aldiquà e sentire quanto di eterno c’è in lui, un abbeverarsi della notte per ritornare nel giorno, un dormire accanto a un lago nero e essere abbracciati da lui, un ritrovare i nostri morti per sempre, un non morire più, con questo sorso nel cuore.
E’ una scrittura che sembra non essere né prosa né verso, quanto invece un verso lungo indefinito, molto serrato e necessario, non tanto battuto come Campana e la Rosselli, meno novecentesco, più delicato, più vicino agli antichi, e rinnovato da loro. E’ come se avvenisse un’immersione nell’antico, come un bagno lustrale da cui uscire purificati, nuovi. E’ che Flaminia, prima di intraprendere il viaggio orfico ai confini del mondo, ha attraversato il mondo, strato per strato, e il tempo, con umiltà di pellegrina e studiosa, ha raccolto simboli, impronte, figure, reliquie, ha veramente interrogato gli avelli, sul campo, come l’Omero del Foscolo, e non tanto ha accolto, abbracciato, ma è stata accolta, abbracciata. Così gli antichi parlano a lei, rivivono, sono i personaggi del suo viaggio orfico.
Scelgo per presentarvi il libro una breve antologia di quattro testi. Nel primo è la morte del padre, come la morte di Euridice, e l’inizio del viaggio. Appaiono poi due città, trasfigurate di eterno: Roma che dialoga con il tempo e lo manda in frantumi, dove una folla di uomini antichi “discende al fiume con i piccoli che si fanno promesse, sollevano coi secchi le acque e giocano felici tra i mulini”, e Aleppo, bianca come latte “dove il presente è assente”, con “la forma naturale della notte” che si adagia su di lei. Città dove ancora viviamo, stratificate all’infinito, dove la superficie non copre superbamente gli altri strati e si dimentica di loro, ma rima e consuona con loro in una sola voce.
Nell’ultimo appare l’arte, la musica, e la personificazione della bellezza: come se alla fine Orfeo raggiungesse la sua stessa cetra, o riportasse la cetra, che aveva toccato tanti lidi, al suo luogo di origine.

***

Da Sorso di notte potabile, Lietocolle, 2008

Ora ti racconto che cosa mi è successo, quando i tuoi occhi hanno smesso di guardarmi.

Domenica mia madre è diventata vedova. È morto davanti a me, con me, l’ho accompagnato alla soglia dell’aldilà. Ero io a rassicurarlo che stavamo andando in ospedale, ma ha sbarrato gli occhi aveva l’occhio vitreo fisso e poi aveva emesso schiuma bianca dalla bocca e dal naso. E io voglio vomitare, rinnegare, vorrei sognare, salutare, ma che sta succedendo? Non lo so più. Non circola più il suo sangue, il suo cuore è rotto in due ed è inconsolabile. Ho una voglia di immaginare la sua cura al bene che avrei potuto fargli – le parole setificate che potrei dirgli, sublimate, ma articolando le emozioni non le parole. Vorrei scardinare l’anima nera che mi tortura, che sibila all’eco nera che devasta il sole, che riconosce la morte che illumina d’ombra i miei giorni, come colmare un baratro che sembrerebbe assistere il vento. Il vento richiama il tono delle sue suppliche; è la luce che mi restituisce il colore di quegli occhi, opachi e vitrei, scolpiti dall’eternità. E io che davanti a lui mi affidavo alla ragione e disperdevo l’immagine emotiva della verità. Mi ingannavo, dovevo ingannarmi.
Se tu stavi restituendo la vita al Padre, se lo stavi invocando, se gli angeli del cielo che hai chiamato ti hanno fatto dono, io ero spettatrice. E solo l’onda a volte s’inabissa e restituisce un’illusione della vita, ma è ancora utile illudersi? O è necessario vedere per semplificare, per annunciare, per salutarti, per rivederti, ma dove le piogge non sono più bagnate e se il sole sorge puoi fermarti a guardarlo e dondolarti su un suo raggio; e lì risplende la tua luce interiore fertile, immobile.
Perché attraverso lo specchio dei tuoi occhi non mi hai rivelato quell’attimo? Non hai fatto sbirciare anche a me l’eterno? L’hai goduto da solo. A me è rimasto un occhio vuoto, un occhio che aveva rinunciato all’anima, che, attraverso, manifestava l’abisso della materialità – l’inutilità di essa – il suo non senso. In una scaglia del colore del tuo occhio avrei voluto riconoscere il volto di chi continuamente invochiamo, il suo sguardo, che io ho sempre immaginato dolce e tu severo – Com’era Papà? E poi è vero che i cattolici hanno un marchio? E che gli induisti non lo possono abbracciare? Papà, forse non ho saputo accompagnarti bene – avrei dovuto stringerti – stringere la tua anima che volava via e trattenerla, tenerla stretta a me e non farti morire.

Ti prego Padre ora posa la tua scure.

***

Oggi tutto è sospeso in una dimensione senza tempo. Sembra che la città superiore a ogni cosa abbia costretto il nostro tempo spirituale a inginocchiarsi e ad addormentarsi.
Colonne, fontane, ogni cosa qui oggi gira su se stessa e si dissolve in un vortice lento ma necessario che incanta.
Tutto è sospeso ogni regola, ogni ingranaggio, ogni forma prende direzioni segrete.
Dal cielo discendono invisibili falci di gioia che rendono la città lontana, trasfigurata, bellissima.
Ogni vita che ha lasciato la terra oggi sfugge dal cielo e si abbandona a ripercorrere i cari vecchi luoghi e a rincorrere il piacere di un momento al Tevere.
Ecco una folla di uomini antichi, dimentichi del cielo, discendere al fiume con i figli piccoli che si fanno promesse, sollevano coi secchi le acque e giocano felici tra i mulini. Rivivono per un giorno la memoria madri coi figli attaccati al seno, che lavano i panni sporchi coi piedi immersi nel fiume cantando. È tutto un vociare che ha il ritmo convulso del rivivere quell’unico giorno in cui l’anno finisce.
Ogni cosa è ormai trasformata, tranne lei, l’essenza stessa della città, adultera e senza regole, che ha al collo sempre lo stesso eliotropio e si specchia nei nostri sensi. Ed è la stessa donna che da millenni intrattiene il dialogo ironico con il tempo, ora lo inganna, ora lo ama, e quando si annoia di lui con uno sguardo lo manda in frantumi e lo dissolve in un tramonto che con le mani sporche di rosso ogni giorno è intento a ridisegnare i contorni dei pini dell’Aventino, mentre lei compiaciuta sorride e continua a interpretare l’eternità.

***

In Oriente c’è una città tutta bianca, imperlata di polvere, con un’indole nobile e allegra, perennemente innamorata.
È una direzione del mondo in cui non mi fermo mai a lungo, ma che mi sta particolarmente a cuore perché bersaglia la mia anima con l’allegoria dei miei desideri.
Potessi afferrarla, indebolire la sua imprendibilità, la farei mia, ma essa rimane lì riparata dagli anni come una tentazione che non scompare mai.
Qui come simboli onirici procedono superbe donne nerovestite con pacchi in testa, uomini dai turbanti bianchi sgranano il rosario invocando i novantanove nomi di Allah. Un uomo che non ha né fratelli né sorelle ha trovato rifugio nella deformazione del suo corpo, da terra raccolgo il suo sguardo celeste, interrogativo, avvolto in un panno bianco.
C’è un gruppo di vecchi accanto alla moschea, a loro la città ha giurato il silenzio e vivono vestiti di immaginazione sepolti nelle loro giornate occulte.
Poi d’un tratto l’urlo dissonante dei muezzin invita alla contemplazione e prende al laccio i miei sentimenti.
Nell’ex manicomio simile a un talismano, che spunta tra fiori appassiti e saponi all’olio d’oliva, appesa alle grate albergava la follia che rideva a denti stretti e farneticando senza pietà gettava in tempesta la ragione.
Nelle gallerie del suq tra carni pendule grondanti sangue e intestini che galleggiano nelle fontane ho imparato a fare attenzione agli asini e alle loro prodezze. In questa terra si discute molto e animatamente ma la gentilezza è una logica antica che anticipa ogni desiderio.
Questa è Aleppo che meglio di chiunque conosce i tornei del mio cuore. Nella città del latte dove il presente è assente sono stata felice per me stessa di una gioia senza condivisione.
Quando la forma naturale della notte poi si adagia sulla cittadella, ad assolvere la rota del principio creatore, la materia riposa e riordina le sue contraddizioni.
Allora come presa in un incantamento mi addormento su quella città e libero la mia fantasia.
A volte penso che non esista affatto, poi guardo il palmo della mia mano e sono sicura della sua esistenza perché, tu non ci crederai, ma nel ripetere il gesto interiore di afferrarla, lei rarefatta e veloce si dileguava, ma per un moto di gratitudine che le è proprio, mi ha lasciato la sua suggestione impressa qui, nell’ordito della mano.

***

A Calle Mayor c’era un vecchio che sembrava un viandante con un violoncello rotto come una valigia vecchia.
Il violoncello aveva diversi buchi e cantava le suite di Bach.
Le note si muovevano nel vento della via e si arrotolavano intorno ai ricci dei ferri battuti dei balconi, si riflettevano nelle piastrelle di smalto colorate.
Io curiosa sono accorsa a vedere dove fosse rimasta impigliata questa volta la mia emozione.
Ed eccolo apparire come un monaco in confessione che con gratitudine elargisce sacro rifugio in note inamidate di fascino e ingenuità.
Aggrappato al leggio, con due mollette da bucato rotte, lo spartito era inseguito dagli occhi dell’uomo che cercavano risposte emotive.
Ma né mollette né altro avrebbero potuto trattenerci lì.
Infatti, follemente, come un’apparizione questa architettura misteriosa e ortodossa di suoni puri in un istante amministrava tutto il tempo del mondo. Arpeggi ideali, invisibili, erano incisi a punta secca sulle incertezze umane come ricamo fiorentino.
Ed ecco che la realtà inizia a scivolare sulla musica, inciampa nel suono, si ferisce nel vibrato, cade e si spezza, e con un colpo d’arco finalmente si converte in forme liquide di inaspettata bellezza.
Niente più Calle Mayor né Madrid. Anche l’orso dello stemma si è seduto ad ascoltare.
Tutto questo era già più di quanto potessi sopportare e in questa epifania di sonorità fluttuanti come pollini impazziti dolcemente gli spigoli dei miei sentimenti si sono dissolti in lacrime di gioia.
Tutto questo con un cuore di marionettista in un violoncello rotto come una valigia vecchia.

***

Flaminia Cruciani, romana, si ė laureata in “Archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico”, presso “Sapienza Università di Roma” sotto la guida del Prof. Matthiae, e ha poi conseguito il Dottorato di Ricerca in “Archeologia Orientale” nella stessa Università, con una tesi su “L’iconografia degli dei nella glittica paloesiriana”. Ha poi conseguito un Master di II livello in “Architettura per l’Archeologia – Archeologia per l’Architettura” per la valorizzazione del patrimonio culturale. Per lunghi anni ha partecipato alle annuali campagne di scavo a Ebla in Siria, in qualità di membro della “Missione archeologica italiana a Ebla”. È attualmente iscritta presso “Sapienza Università di Roma” per il conseguimento di una seconda laurea specialistica in “Storia della Critica d’arte”. È esperta di glittica, di iconografia e di Visual Studies. Presso “Sapienza Università di Roma”, tiene annualmente corsi sul rapporto tra l’iconografia e il testo nella tradizione mesopotamica. È autrice di pubblicazioni a carattere scientifico e consulente nell’ambito di diversi progetti archeologici dell’Università e del Comune di Roma. Si è specializzata, inoltre, in Discipline Analogiche, attraverso lo studio dell’Ipnosi Dinamica, della Comunicazione Analogica non Verbale e della Filosofia Analogica, conseguendo il titolo di Analogista. Pratica quindi una professione di aiuto per la lettura e la decodifica delle dinamiche emozionali profonde, in grado di promuovere un efficace livello di comunicazione tra l’istanza logico-razionale e quella analogico-emotiva, che consente all’individuo di sbloccare disagi, uscire da difficoltà relazionali, schemi ripetitivi e di orientare la vita a un rivoluzionario benessere. Da diversi anni è operatore certificato di Psych-K. Ha, inoltre, inventato il “Noli me tangere®”, uno strumento di aiuto fondato sulla metafora e sul potere evocativo delle immagini, in grado di favorire il processo di individuazione della persona. Nel 2008 ha pubblicato Sorso di Notte Potabile, ed. LietoColle. Suoi testi letterari sono presenti in numerose antologie. Collabora con la rivista Qui Libri.

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