I LIBRI DEGLI ALTRI n.107

Bernardini, Chen contro ChenLa Cina è vicina. Giorgio Bernardini, Chen contro Chen, La guerra che cambierà Prato, Roma, Round Robin Edizioni, 2014

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di Giuseppe Panella

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Ogni generazione conosce le sue guerre private, la sue scaramucce familiari, le sue lotte intestine, l’eterna querelle tra vecchi e giovani, tra i sostenitori del modello tradizionale di vita cui si sono attenute i precedenti modelli di vita e gli animosi e volenterosi propugnatori di nuovi e più avanzati equilibri. Tutto ciò accade continuamente e non solo nel mondo occidentale dove lo scontro generazionale ha contrassegnato in maniera forte e spesso dolorosa i passaggi epocali e i mutamenti di mentalità. Ma quello che sta accadendo qui e ora a Prato nella vastissima comunità cinese che la contraddistingue ha caratteri di eccezionalità, di straordinaria unicità rispetto agli scontri interni tra le etnie che pure sono spesso avvenute nell’ambito di paesi europei in cui il lascito coloniale ha spesso lasciato strascichi sanguinosi (e non soltanto dal punto di vista culturale).

Giorgio Bernardini riassume molto bene la situazione e descrive assai icasticamente il bivio in cui non solo la città (e lo Stato italiano) si trova ma anche la stessa comunità cinese si trova a dover imboccare praticando scelte radicali e spesso inquietanti.

I “vecchi” immigrati, trapiantati nella città toscana dopo uno strappo doloroso (ma volontario ! – su questo punto Bernardini è esplicito) e legati a un modello di vita che prevede un periodo intensissimo di duro lavoro ma anche il ritorno in patria in tempi non eccessivamente lunghi impongono solitamente ai loro numerosi figli di ambo i sessi di aderire a questo loro progetto di vita. Non inspiegabilmente molti di essi rifiutano di considerarsi quali “cinesi” e soltanto tali e rivendicano, invece, la loro italianità se non la loro fondamentale “pratesità”.

Il problema fondamentale che emerge da questa analisi è la necessità dell’”integrazione” (un termine che è certo ambiguo ma, in mancanza di altro, bisognerà continuare a usarlo…) e l’importanza di un processo che esalti il dialogo tra le culture piuttosto che esasperarne le contraddizioni e le differenze. Si tratta di capire che cosa attende non tanto la prima generazione di emigranti (condannati – ma per loro libera scelta – a un destino di fatica e di durissimo lavoro come forma di scalata sociale e di emancipazione dalla miseria in cui vivevano nella loro regione di appartenenza) quanto la seconda ondata che, se pure risulta indenne dalla necessità di sopravvivere in un modo purchessia, deve scegliere da che parte stare e se ritenersi “italiana” a tutti gli effetti oppure accettare gli ideali dei padri e aderire alla tradizione culturale cui sempre destinata per nascita. In sostanza, i giovani cinesi di Prato debbono continuare a sentirsi “esiliati” nella città che pure li ospita oppure diventare, con decisione, una parte integrante di essa?

La risposta immediata, in effetti, non c’è – ma bisogna incominciare a costruirla fin da subito per evitare quelle “guerre di civiltà” che forse qualcuno ancora auspica come soluzione del problema dell’”integrazione” ma che, alla luce di una pur cauta ragionevolezza, non appaiono sensatamente proponibili. Certo, se i propositi di lungo periodo di quelli che Bernardini chiama “i grandi Chen” (contrapponendoli ai “piccoli Chen” loro figli o nipoti) venissero attuati, l’emigrazione cinese si tramuterebbe nei prossimi anni a venire in un esodo di massa verso le regioni cinesi di provenienza ma è anche vero che questa soluzione non appare possibile o proponibile di fronte al desiderio, finora espresso soltanto da piccoli numeri di emigrati, di diventare italiani a tutti gli effetti prendendo la cittadinanza e accettando di partecipare alla vita pubblica e privata del paese ospitante.

Che fare, allora? Innanzitutto, cercare di “integrare” nel tessuto connettivo della città i cinesi che non parlano italiano insegnando loro la lingua e la cultura del territorio in cui essi vivono (Bernardini cita ed elogia i tre “corsi di conversazione in italiano” e il progetto “Impariamo ancora. La trasparenza dell’integrazione” condotti con successo e vasta partecipazione gli scorsi anni dall’associazione culturale “Assemblea libertà è partecipazione”) e poi evitare le secche della ghettizzazione incombenti su una comunità come quella cinese che ha di solito difficili rapporti con le altre e tende ad avere un forte isolamento protettivo all’interno di se stessa.

In un suo saggio molto fortunato del 19731, il sociologo Mark Granovetter, padre della cosiddetta Nuova Sociologia Economica, coniò l’espressione gatekeeper ad indicare i portatori di quei processi di integrazione che sfondano i legami tradizionali esistente e ne costruiscono di nuovi (un esempio classico è costituito dalle “coppie miste” ma anche dallo sviluppo consentaneo di interessi economici comuni che permettono il progresso sociale comune sulla base di una ricerca di un maggiore guadagno possibile. Ma, secondo Bernardini, un simile processo non si è avuto a Prato e i possibili gatekeeper non hanno funzionato. Chi ci ha provato o si è rivelato corrotto e condannato dalla giustizia penale o ha urtato contro un muro di gomma fatto di larvata ostilità e di chiusura mentale. I “piccoli Chen” si sono, quindi, sempre trovati soli in un ambiente che guardava con indifferenza alla volontà di considerare Prato come una sorta di “vera” patria e non soltanto di un luogo in cui lavorare molto, arricchirsi per poi andare via, tornando in Cina a morire.

Eppure è questo il vero “problema culturale” del rapporto tra cinesi e cittadini pratesi : per i cinesi, la volontà di restare e di cambiare insieme le regole della convivenza e del lavoro comuni oppure di andare via quanto prima possibile, dopo essersi arricchiti moltissimo anche attraverso forme paralegali se non esplicitamente illegali di attività industriale mentre per i pratesi la via da scegliere può essere quella dell’intensificazione del rifiuto (già forte in alcune fasce della popolazione) invece che una ricerca di incontro e di collaborazione pacifica.

La partita si gioca a livello della nuova generazione cinese : se quest’ultima sceglierà la strada dell’integrazione e della cittadinanza ci sarà la possibilità di costruire un nuovo orizzonte condiviso, se, invece, seguirà il cammino tracciato dal sapere dei padri, il solco già ampio del momento attuale si approfondirà. Ma si tratta, come prima cosa, di sbarazzarsi di una serie di stereotipi fortemente radicati soprattutto nell’immaginario collettivo italiano (e pratese):

«La riflessione mette in fila una serie di dati di fatto che hanno il grande merito di “aiutare a capire” che cosa è accaduto veramente in questa città. Sconfiggere la mitologia culturale della schiavitù cinese è il grimaldello per comprendere fino in fondo la differenza di visioni che arriva a mettere Chen contro Chen. I ragazzi cinesi nati o cresciuti qui sanno molto bene che i propri genitori fanno tutto questo – il lavoro in condizioni spesso disumane – esclusivamente per scelta. E’ il loro progetto. Ed è proprio questa la condanna morale che i figli muovono verso chi li ha generati. I giovani non rifiutano il ritorno in Cina per un capriccio adolescenziale, né esclusivamente per preservare la sicurezza del nido dove sono cresciuti. Si contrappongono soprattutto al progetto di vita e di sacrificio (anche dell’affetto) che i genitori, in nome dell’avanzamento sociale e della ricerca di un riscatto economico, hanno messo in atto. Paradossalmente i piccoli Chen condannano persino la migrazione che li ha condotti a nascere e crescere a Prato, dove per converso vogliono rimanere. Spezzare la catena sognata dai grandi Chen è considerata l’unica via per acquisire un’emancipazione»2.

Anche in questo caso si può dire, con un adagio molto antico ma sempre attuale : Hic Rhodus, hic salta. Per una città il cui simbolo culturale è rappresentato da un ibrido assai significativo (l’italo-tedesco Kurt Erich Suckert che si fece poi chiamare per tutta la sua vita adulta Curzio Malaparte) è una sfida imponente e difficile ma che va sicuramente raccolta.


NOTE

1 Cfr. M. GRANOVETTER, “The Strength of Weak Ties”, in “American Journal of Sociology”, vol. 78, no. 6., May 1973, pp 1360-1380. Questo saggio pioneristico di Granovetter si trova tradotto in Id. La forza dei legami deboli e altri saggi, a cura di M. Follis, Napoli, Liguori, 1998.

2 Giorgio Bernardini, Chen contro Chen, La guerra che cambierà Prato, Roma, Round Robin Edizioni, 2014, p. 39.

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 

 

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