La ‘poesia’ del jazz italiano Max De Aloe, Marcella Carboni, Filomena Campus, Massimo Barbiero

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di Guido Michelone

“Il mondo del jazz in Italia è un mondo piccolo, lontano dal music-business e dai clamori, ma questo suo limitato potere commerciale ha il vantaggio di preservare la purezza e l’autenticità del processo creativo. Tradotto vuol dire che possiamo scrivere, suonare e registrare la musica che più ci aggrada. E non è poco”. Così si esprime l’armonicista Max De Aloe e non si può che condividere tale assunto, aggiungendo che molto jazz italiano sfiora la Poesia con la P maiuscola, nel senso di un afflato, una sensibilità, una visione del mondo che riguarda tutti i grandi momenti di storia dell’arte. E, in tal senso, sono da poco usciti quattro nuovi dischi che sembrano davvero suggerire l’esistenza di una ‘poesia’ del jazz italiano.
Non a caso, le parole sulla purezza e sull’autenticità del processo creativo sono contentute nel booklet che accompagna il suo nuovo lavoro – Borderline, Max De Aloe Quartet, per Abeat Records – sorto, come egli stesso racconta, dopo la visita alla mostra ‘Borderline’ a Ravenna: un’esposizione di quadri in bilico tra follia e normalità, dipinti perlopiù da gente rinchiusa in carcere o nei manicomi. E proprio per questo l’armonicista – tra l’altro eccellente virtuoso dello strumento cromatico – inserisce in scaletta oltre sette composizioni originali (di cui due dedicate all’opera del pittore Carlo Zinelli, per dieci anni in isolamento) le cover di musicisti per così dire ‘disturbati’, ma a cui non manca il talento geniale ed estroso, dal jazz al rock, dal pop alla classica, come Thelonius Monk (Ruby My Dear e In Walked Bud), Kurt Cobain (Smells Like Teen Spirit e All Apologies), Syd Barrett (See Emily Play), Robert Schumann (Andante cantabile). L’esito non è però drammatico, perché De Aloe recupra anche il lato gioioso di ciascun pezzo, trasformandolo in passionale romanticismo, ben sorretto dal vivace equilibrio della ritmica con Roberto Olzer (pianoforte), Marco Mistrangelo (contrabbasso), Nicola Stranieri (batteria).
De Aloe compare anche in tre brani su nove dell’album dell’arpista sarda Marcella CarboniStillchime. Sempre per Abeat Records – la quale, invece, non offre un manifesto programmatico, bensì propone indirettamente un gustoso poetico omaggio al senso della melodia, che trapela da un repertorio variegato, composto per due terzi da standard individuati in vari momenti della storia jazzistica, dalla bossa nova di Baden Powell (Samba em preludiuo) a una densa ballad di Duke Ellington (African Flowers). De Aloe suona nel song del classicismo The Nearness Of You di Hoagy Carmichael e nel celebre soul-funk It’s Magic di Stevie Wonder, riservandosi anche, in Babel, un bel duetto con la voce di Francesca Corrias, cantante e autrice del pezzo. A completare un bell’album, dai suoni eterei, arcani, trasognanti dell’arpa della poetica Carboni, la ritmica con Yuri Golousev e Francesco D’Auria, che propongono la ‘musica che più ci aggrada’ nel piccolo mondo di cui sopra parlavamo.
La Sardegna è terra di grandi talenti jazzisti: uno su tutti il trombettista Paolo Fresu. Ma non mancano le donne: oltre Marcella, c’è la bravissima Filomena Campus cantante ‘in esilio’ tra Londra e Berlino, dove si è già conquistata una fama durevole cantando, su disco o ai concerti, anche con i maggiori jazzmen britannici: non a caso per il nuovo cd – Scaramouche di Filomena Campus e Giorgio Serici per l’etichetta Incipit Records distribuita dalla Egea Music – oltre il chitarrista italianissimo, la vocalist ha scelto ospiti di prestigio soprattutto inglesi come Kenny Wheeler, Adrian Adewale, Rowalnd Sutherland, Keld Ensembe: e il lavoro è notevole, grazie alla capacità della leader di trasformare la forma-canzone in qualcosa di più arduo, complesso, stimolante dal punto di vista tecnico-espressivo, dove fondamentale è l’apporto della libera improvvisazione (non senza omettere un lirismo di fondo nelle liriche dei testi, naturalmente molto ‘poetici’).
Infine Massimo Barbiero, il percussionista eporediese – che è il titolare di due formazioni di livello internazionale come il quartetto jazz Enten Eller e l’ensemble percussionistico multietnico Odwalla – registra un disco in completa solitudine, per una ragione privata che lo ha molto addolorato: la morte della propria gatta Simone. “Ai gatti riesce senza fatica ciò che resta negato all’uomo: attraversare la vita senza fare rumore”, scrive il romanziere Ernest Hemingway oltre mezzo secolo fa. E la frase è riportata da Massimo Barbiero in quarta di copertina di questo suo nuovo disco autoprodotto, intitolato semplicemente Simone de Beauvoir (in onore anche, indirettamente, alla scrittrice/filosofa esistenzialista). Nell’album egli suona solo la marimba in quattordici brani con un approccio anti-virtuosismo, abbandonando il tecnicismo a favore di una espressività anche razionale, ma che non rinuncia mai alla ‘poesia’ sottesa.
Naturalmente ci sono in circolazione numerosi altri dischi dal ritmo sincopato tricolore, che denotano livelli artistici notevoli, ma la scelta è oggi ricaduta su questi quattro, poiché rappresentano, forse al meglio, la ‘poesia’ del jazz italiano.

Cfr.:
Max De Aloe Quartet, Borderline, Abeat
Marcella Carboni, Stillchime, Abeat
Filomena Campus e Giorgio Serici, Scaramouche, Incipit
Massimo Barbiero, Simone de Beauvoir, autoprodotto.

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