Vivalascuola. Memoria del male, memoria del bene

Quest’anno la puntata di vivalascuola per la Giornata della Memoria è dedicata ai Giusti. Si tratta di una memoria che ci fa sentire in debito e ci “compromette“, poiché i Giusti ci trasmettono non solo la consapevolezza che “chi salva una vita salva il mondo“, ma anche che non basta indignarsi del male di cui siamo spettatori; e soprattutto ci trasmettono l’impegno di farci carico, noi stessi, della lucidità e del coraggio che hanno ispirato chi ha operato e opera con giustizia e speranza, contro corrente e mettendo a rischio la propria vita, per salvare anche una sola vita umana nel corso dei genocidi che da Auschwitz in poi si sono susseguiti ovunque, ieri come oggi. La puntata comprende una riflessione di Stefano Levi Della Torre sulla figura dei Giusti, un intervento di Salvatore Pennisi sul valore educativo della memoria del bene, il racconto di Maria Bacchi di una bella pagina della nostra storia in quel di Nonantola e la riproposta di un articolo di Gabriele Nissim su Shoah e Giusti. Completano la puntata tre racconti di resistenza e dignità che proponiamo come lettura per le scuole; inoltre materiali e segnalazioni. Altri materiali su vivalascuola qui, qui, qui, qui, qui, qui.

Indice
(Clicca sul titolo per andare subito all’articolo)

.Stefano Levi Della Torre, Una giustizia fuorilegge
Salvatore Pennisi, La figura del giusto fra etica e politica
Maria Bacchi, Nonantola crocevia di salvezza
Gabriele Nissim, I Giusti e la memoria della Shoah
Chi sono i “Giusti tra le nazioni
Proposte di lettura. Tre racconti di resistenza e dignità
Su vivalascuola altri materiali sulla Shoah
Segnalazioni
Le notizie della settimana scolastica
Risorse in rete

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Una giustizia fuorilegge
di Stefano Levi Della Torre

Rimettere in piedi un discorso sul bene

Come molti, pensavo un tempo che parlare del male, delle persecuzioni, degli stermini, dei Lager, recasse in sé, implicito ma chiaro, un discorso sul bene. Lo spettacolo del male avrebbe comportato il suo rifiuto e dunque il bene. Questo è stato spesso il presupposto della “Giornata della memoria”, celebrazione del male estremo. Ma l’informazione potenziata ci sommerge ogni giorno di fatti tremendi in molte parti del mondo, e la nostra relativa impotenza in proposito induce in noi l’antidoto dell’indifferenza. Se non possiamo farci niente, meglio ripararsi da un orrore che è senza riposo. Ci rifugiamo nel fatto che Siamo tutti abbastanza forti per sopportare i mali degli altri (La Rochefoucauld), di altre generazioni, di altre genti. E intanto, le parole del bene, della solidarietà, della libertà, della giustizia, della democrazia, per non parlare dell’amore, hanno subito corruzioni tali da rovesciarsi troppo spesso nel loro contrario. Ora, il parlare dei “giusti, di coloro che si sono opposti alla persecuzione altrui in nome della giustizia, rimette in piedi un discorso sul bene. E non solo come reazione al male, ma anche come argomento in se stesso, come principi dell’agire personale, sociale e politico. E’ un discorso esplicito sulle virtù, tema caro ai classici e agli umanisti, che ora è necessario rimettere al centro per ritrovare un orientamento.

Parlare del male è più facile che parlare del bene

Ma parlare del male è in un certo senso più facile che parlare del bene: il male ci fa sentire in credito nei confronti dei malvagi che devono, a noi e all’umanità, la propria condanna morale e punizione; il bene invece ci fa sentire in debito, perché ci chiede un impegno di coerenza nel pensiero, nel comportamento e nell’agire. Per questo preferiamo spontaneamente parlare del male per sentirci migliori, piuttosto che parlare del bene che ci fa sentire inadempienti.

Nella sua testimonianza, che per noi è un riferimento essenziale, Primo Levi non ha parlato solo del male di Auschwitz, ma anche del bene in Auschwitz, di quei sintomi di relazione umana che hanno aperto spiragli nel muro inesorabile del Lager. Ma occorre anche precisare che l’essere perseguitati non rende automaticamente degni di compassione e di solidarietà, idea che sembra, ad esempio aver ispirato l’atteggiamento equivoco o quanto meno mai chiarito del Vaticano, quando diede salvezza a molti ebrei e poi anche a molti nazisti sulla “via dei topi” dopo la sconfitta tedesca: sotto la “misericordia per ogni essere umano in difficoltà” scorreva in realtà la logica geo-politica della “guerra fredda” contro l’Unione Sovietica.

Nel suo trattato a favore della tolleranza, Voltaire propugnava “l’intolleranza verso gli intolleranti. I persecutori vanno perseguitati. Respingendo ogni tentazione vittimistica, Vittorio Foa, dopo tanti anni di carcere per antifascismo, protestava: Dicono che sono stato perseguitato dal Fascismo, ma la verità più vera è che ero io a perseguitare il Fascismo.

Le difficoltà che i giusti devono affrontare

In un suo racconto, “Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank”, Nathan Englander, scrittore ebreo di New York, narra di una visita (immaginaria?) di una coppia di conoscenti ebrei ortodossi. Alla fine di una lunga conversazione, il discorso cade sulla domanda: se tu non fossi ebreo, nasconderesti un’ebrea sotto persecuzione? La risposta dell’ebreo ortodosso lascia onestamente trasparire che forse non lo farebbe. La scena si chiude nell’imbarazzo, ma da essa traspare anche la comprensione per la difficoltà di fronte a cui potrebbe trovarsi un “giusto.

Le difficoltà che i giusti di cui parliamo devono affrontare sono in primo luogo i rischi per la sicurezza e per la vita stessa loro, dei loro cari, dei loro compagni ed amici. Se io faccio una scelta pericolosa di giustizia – non può fare a meno di pensare un giusto -, con che diritto ne impongo le conseguenze a chi le subirebbe senza avere la possibilità o l’intenzione di condividere con me la grave o mortale responsabilità che la coscienza mi detta? Tuttavia, il giusto incontra anche altre difficoltà magari meno dirette. Il timore di mettere a repentaglio la sicurezza e la vita dei propri cari è questione della massima importanza ma anche intellettualmente semplice se pure praticamente ardua e pericolosa, ma anche il vincere dentro di sé le suggestioni della propaganda, del senso comune e del conformismo che essa crea è questione intellettualmente e psicologicamente complessa. Ad esempio Perlasca, che ha salvato molta gente perseguitata dal nazifascismo essendo lui fascista: ha dovuto combattere dentro di sé la sua fedeltà al regime a cui aderiva…

I giusti proteggono o salvano chi è colpito da persecuzione che ritengono ingiusta, ed ogni persecuzione si ammanta di “valori. I regimi persecutori hanno sempre un seguito, consolidato dalla paura, dagli interessi e dalla propaganda, promuovono un senso comune diffuso, che indica nel perseguitato il nemico. E’ perseguitato perché nemico: è un valore difendersi da un “nemico”, contrapporsi al “male” e alla sua minaccia. Che cosa di più convincente e condivisibile?

La doppia demagogia: vittimismo e narcisismo

Generalmente la formazione demagogica del senso comune si basa su due appelli: quello al vittimismo e quello al narcisismo. Nella storia e nell’attualità, lo vediamo ad esempio nelle persecuzioni religiose: sul registro del vittimismo, il persecutore si sente vittima dell’eresia e della miscredenza che contestano e offendono la sua credenza; sul registro del narcisismo, il persecutore pretende di essere il depositario della verità. E parimenti lo vediamo nel caso limite del nazifascismo. Sul registro del vittimismo il nazifascismo diceva: abbiamo subito una pace ingiusta, umiliante o mutilata e siamo minacciati dal bolscevismo e dalla plutocrazia democratico-giudaica, siamo vittime che hanno diritto al loro riscatto e la nostra aggressività non è che legittima difesa. E sul registro del narcisismo diceva: noi siamo razza superiore, e per nobiltà di sangue l’ultimo di noi vale di più del primo degli altri. E lo stesso abbiamo visto nello stalinismo e nei suoi derivati: vittimista era la denuncia di un perenne “complotto borghese” di cui i dissidenti sarebbero quinta colonna; narcisistica era l’idea para-religiosa di possedere una teoria esauriente e definitiva circa la realtà.

Vittimismo e narcisismo sono pulsioni suggestive e seducenti, perché ciascuno di noi è facilmente attratto dalla tentazione di sentirsi vittima (a torto o a ragione) per incolpare altri delle proprie difficoltà; e ciascuno di noi è attratto dalla lusinga di sentirsi parte di una collettività superiore alle altre. Gli interessi materiali (espropriare ad esempio un “nemico” a vantaggio nostro), si intrecciano così con le suggestioni della propaganda, a formare un senso comune condiviso, che crea un rapporto solidale tra massa e potere.

I giusti sono l’incrinatura che dà inizio allo scavo

Coloro che si schierano a protezione dei perseguitati si trovano a dover vincere, prima di tutto dentro di sé, questo senso comune eccitato dalla propaganda, dall’ideologia e dagli stereotipi che essa promuove. Uscirne e affrontarli non vuol dire solo esporsi al pericolo, vuol dire anche rompere relazioni consolidate, affetti, opportunità sociali e di lavoro. Vuol dire tradire comunque “valori” riconosciuti socialmente come tali, ed essere appunto accusati e colpiti come colludenti col nemico, traditori della patria, della tradizione, della religione, del gruppo, quando non della stirpe o della razza. Il giusto si trova ad essere bollato come criminale, ad essere trasgressore delle leggi e dell’ordine costituito.

I regimi e le ideologie persecutorie esercitano il fascino della delega: rinunciate alla fatica di pensare e di scegliere, affidatevi a chi detiene il sapere, abbandonatevi a chi si prende la responsabilità del potere nell’attuare il grande disegno di eliminare il male e di instaurare il bene; a voi spetta di badare al vostro lavoro, alle vostre funzioni come cellule di un grande organismo che vi protegge e vi lusinga. Badate ai fatti vostri e sarete tranquilli nell’anima e nel corpo. Questa è l’istigazione alla privatizzazione delle coscienze e degli interessi, all’idiotismo (“idiota”, in greco, designa chi si restringe al proprio “particulare”). Non è certo un caso se i regimi totalitari, che in nome della purezza ideologica o razziale istigano i singoli al servilismo e al privatismo, sono sede fatale della più impura ed estesa corruzione. E’ una malattia “professionale” e congenita che logora dall’interno ogni sistema autoritario o totalitario e perciò stesso persecutorio, perché non ammette dissenso e contraddizione. Le ideologie persecutorie mostrano da un lato questo ventre molle (privatismo e corruzione), dall’altro questo guscio rigido. Diceva Hannah Arendt che tale rigidità dogmatica è un’ulteriore debolezza dei sistemi ideologici, religiosi o politici fondamentalisti o totalitari, perché li espone all’incrinatura che li scalfisce e infine li rompe. I giusti sono questa incrinatura che dà inizio allo scavo.

Ora, il giusto è colui o colei che reagisce all’idiotismo privatistico e si appella, al contrario, a principi generali o universali che vedono nel perseguitato un proprio prossimo, prima che un nemico designato e stereotipo; è colui o colei che in nome di questi principi anima la critica al “grande disegno”, critica a cui la massa ha rinunciato per riparare il proprio privato sotto la coltre rassicurante del conformismo, coatto o accettato.

Testimoniare che la coscienza del giusto non è sola

Da dove dunque i giusti traggono le loro convinzioni e le loro energie nella solitudine minacciosa in cui si vengono a trovare? Certo dalla loro coscienza, per quel tanto che sia stata capace di autonomia dalle suggestioni del conformismo. c’è un passaggio dallo stereotipo del “nemico” al volto personale di un perseguitato. Non ci commuovono tanto le statistiche (migliaia, milioni di perseguitati, di cui ci indigniamo intellettualmente, eticamente), quanto il volto di una specifica persona perseguitata. Questo passaggio dal numero al volto come oggetto di com-passione è, che io sappia, anche studiato nelle neuroscienze: c’è una reazione spontanea, quasi animale, nel vedere un proprio simile sofferente o nel vedere nel sofferente un proprio simile. Ciò ha a che fare con la coscienza. La reazione del “giusto” si basa proprio sul contrasto tra stereotipo persecutorio e persona; i giusti si occupano di persone rompendo lo stereotipo della propaganda persecutoria, che con vettore inverso omologa la persona allo stereotipo. Ma la coscienza non è un fatto puramente personale: è lo sguardo interiorizzato ma di una comunità virtuale di persone con cui abbiamo via via condiviso valori e idee morali e politiche, uno sguardo e una voce collettiva che, oggettivandoci, ci osserva, ci giudica e ci avverte di ciò che è degno e di ciò che è vergogna. Ma se si è troppo isolati si può vacillare, nel dubbio che la propria coscienza non sia che un’ istanza strettamente individuale, illusoria e solitaria. Che cosa possiamo fare allora per i giusti del nostro tempo? Se non possiamo fare di più, portando un aiuto concreto, sarebbe già qualcosa che la nostra voce si unisse a testimoniare che la coscienza del giusto non è sola e quindi ancora più soggetta a dubitare di sé, ma può confidare nella conferma di una più vasta comunità di valori.

Milano, Gariwo, 9/11/2012 [torna su]

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La figura del giusto fra etica e politica
di Salvatore Pennisi

I giusti ci insegnano a leggere in controluce la storia

La memoria del male assoluto ha come scopo di tenere vivi e presenti davanti agli occhi gli effetti devastanti di una ideologia totalitaria come il nazismo, non solo, ma anche i collaterali effetti devastanti dell’indifferenza se non dell’acquiescenza rispetto all’orrore. La memoria che si concentra sull’orrore è una memoria tragica e di per sé potrebbe indurre a una paralisi emotiva, a un senso di disperazione, come in più casi è accaduto, rispetto alla natura umana o più in generale rispetto al senso dell’esistere.

Un modo per non rimanere paralizzati dalla memoria del male è quello di fare della memoria un uso diverso, positivo, pur nel contesto tragico da cui emerge. È qui che ci vengono in soccorso le azioni dei giusti.

Paradossalmente impostare un discorso sulla memoria partendo dalle azioni dei giusti rappresenta una sorta di tradimento delle loro intenzioni. Questo perché il denominatore comune dell’atteggiamento dei giusti verso le proprie imprese è quello di non renderle di pubblico dominio, di velarle col pudore di chi sa, o crede, di non aver compiuto niente di eccezionale. Di molti giusti si sono scoperti gli atti di salvataggio o di impegno civile solo dopo la loro morte, e spesso quasi per caso, perché un salvato ha chiesto loro notizie o perché è venuto fuori da qualche parte un documento che rivela quanto è successo. Questo vale sia per i giusti fra le nazioni della Shoah sia per i giusti dei genocidi che purtroppo sono succeduti ad essa.

Le motivazioni private che spingono i giusti a non vantarsi di quanto hanno fatto non possono però costituire una remora rispetto alla necessità di valorizzare e proporre come esempio quanto di positivo è avvenuto nei momenti oscuri della storia, quando il male sembra avere preso il sopravvento definitivo e le vie della speranza sembrano chiuse per sempre.

In un certo senso i giusti ci insegnano a leggere in controluce la storia. Ricordare il bene che essi hanno compiuto significa innanzitutto tenere vivi i valori per cui essi hanno rischiato la vita e spesso l’hanno perduta. Ce lo ricorda Marek Edelman in conclusione del suo libro Il ghetto di Varsavia lotta: “noi, i salvati, lasciamo a voi, lettori, il compito di non far morire la loro memoria”, e nomina gli amici del ghetto sacrificatisi per la libertà e la giustizia. I loro nomi fanno tutt’uno con i loro ideali, che sono gli ideali di una umanità degna di questo nome.

Ai combattenti del ghetto di Varsavia, che non erano solo ebrei, possiamo tranquillamente attribuire il titolo di eroi, in quanto, pur consapevoli del destino a cui andavano incontro, essi non hanno esitato a opporsi a un nemico la cui forza sembrava fino a quel momento imbattibile.

Chi sono i giusti

Dal punto di vista di ciò che essi intendevano salvare insieme alle loro vite potremmo anche definirli giusti, ma non in senso letterale. Perché letteralmente giusti, nella definizione datane nel 1962 dalla Commissione del memoriale dello Yad Vashem a Gerusalemme, sono i gentili di tutte le nazioni che hanno salvato ebrei nel corso della Shoah. I genocidi della storia recente, però, hanno costretto ad aggiornare questa definizione ed estendere il titolo di giusto a coloro che hanno rischiato la loro vita per salvare perseguitati della pretesa parte nemica, come nel caso del genocidio del Ruanda, della ex Jugoslavia, della Cambogia o dei Gulag staliniani.

I ribelli del ghetto di Varsavia avevano fatto per necessità una scelta di rivolta collettiva, cosa che li vincolava anche a un modo di agire nei limiti del possibile organizzato sia dal punto di vista militare sia dal punto di vista politico in senso lato. I giusti, al contrario, non hanno sempre bisogno di un’azione collettiva, anche se spesso si coordinano per compiere azioni di salvataggio, come nel caso del nostro Bartali che faceva parte di una rete di salvataggio all’interno della quale trovava supporto per trasportare nella canna della bicicletta documenti falsi destinati a salvare ebrei.

Normalmente i giusti prima decidono di gettarsi nell’impresa e solo dopo si ingegnano sul modo di realizzarla. Si tratta di una scelta individuale, quasi sempre segreta o comunque camuffata, come nel caso di Perlasca, che si finse console spagnolo, o nel caso della polacca Irena Sendler, che salvò migliaia di bambini ebrei facendoli uscire dal ghetto nascosti in sacchi che caricava sul camion che utilizzava per il suo lavoro di assistente sociale. In realtà il suo lavoro era una copertura che le permetteva di entrare ed uscire liberamente dal ghetto e quindi di attuare la sua opera di salvataggio. Era consapevole dei rischi che correva ma pericoli e minacce non la distolsero dal suo compito. Alla fine venne catturata e torturata, ma riuscì a sopravvivere. Irena partecipò anche alla resistenza polacca, traducendo in impegno politico quello che sul piano personale sentiva come un impegno etico.

Il moto di ribellione del giusto deriva da una assunzione di responsabilità che, a sua volta, si spiega come una specie di conversione interiore. L’assunto da cui parte il giusto è di tipo etico prima ancora che politico nel senso nobile della parola. Vedremo che le conseguenze di questo modo di porsi saranno molto importanti.

L’ebrea olandese Etty Hillesum scrive nei suoi diari poco prima di essere deportata ad Auschwitz:

Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso; se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo; se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. E’ l’unica soluzione possibile. È quel pezzettino d’eternità che ci portiamo dentro. Sono una persona felice e lodo questa vita, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra

In queste parole sono condensati tutti i presupposti del modo di agire del giusto.

I presupposti dell’agire del giusto

Il primo, fondamentale, presupposto è dato non tanto e non solo dall’assenza di odio verso un generico nemico collettivo, ma dalla volontà di penetrare nell’indistinta massa dei nemici collettivi per dissolverla in quanto massa per individuare dentro di essa e al di là di essa esseri umani reali, in cui mi rispecchio e che, proprio in quanto esseri umani, meritano il mio amore come io lo merito da loro.

Non ci si può limitare a liberarsi dall’odio genericamente inteso; ci si deve liberare dai pregiudizi che di quell’odio sono la causa. Quelle che per la cultura ufficiale sono categorie antropologiche o giuridiche o addirittura scientifiche, per i giusti sono vuoti stereotipi. Categorie quali razza o classe sociale o altro ancora, sono alla base di ideologie che cancellano l’individuo e la sua concretezza. Esse sono nient’altro che lo strumento attraverso il quale si inducono gruppi sociali o interi popoli ad affermare la propria identità in modo egoistico e conflittuale.

Ed ecco allora un altro presupposto dell’agire dei giusti: la capacità di accogliere, di prendersi cura, di mettersi al posto dell’altro. Questa capacità di immedesimarsi nel proprio simile non è un semplice atto di altruismo. Direi che se la Hillesum ha visto con grande chiarezza e profondità ciò che si cela dietro la capacità di immedesimarsi negli altri, tutti i giusti condividono in modo sottaciuto la stessa prospettiva, che consiste nella convinzione che salvare l’umanità nell’altro significa salvare l’umanità in se stessi. Dietro l’atto generoso sono presenti motivazioni che comportano una fondamentale risposta a ciò che si vuol essere e al senso che si vuole dare alla propria vita. Il giusto si riconosce semplicemente essere umano fra gli esseri umani e non si erge a giudice di nessuno. Non agisce contro ma a favore di qualcuno. Il giusto include e accoglie e non distrugge mai.

Per spezzare la catena perversa del male, per rispondere costruttivamente alla logica del colpo su colpo, non c’è, secondo i giusti, altra strada che valorizzare il bene che si può trovare anche nella più disperante delle situazioni. Dice la Hillesum:

…se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero. Questo non significa essere indulgenti nei confronti di determinate tendenze, si deve ben prendere posizione, sdegnarsi per certe cose in certi momenti, provare a capire, ma quell’odio indifferenziato è la cosa peggiore che ci sia. É una malattia dell’anima”.

Non c’è giusto che non abbia capito che agire giustamente aiuta non solo coloro che da lui sono stati salvati, ma soprattutto se stessi, la propria autostima, il potersi guardare allo specchio senza disgusto, che l’azione giusta salvaguarda l’integrità della propria coscienza, che poi vuol dire del proprio senso di essere umano. Il giusto non vuole soccombere allo stesso processo di disumanizzazione di cui è vittima il persecutore. Per lui questo significherebbe “vendere l’anima”. Agire secondo coscienza e solo secondo coscienza è l’imperativo categorico dei giusti.

Questo non vuol dire che i giusti si sentono degli eroi. Sanno che agire responsabilmente può comportare il rischio della vita, cercano di proteggersi, certo, ma non esitano ad anteporre alla loro vita il bene che rende la vita stessa degna di essere vissuta. Il disinteresse è la cifra del loro comportamento. Disinteresse e autonomia di pensiero. I giusti non si danno compiti universali, non ritengono di dover salvare il mondo intero, a loro basta salvare un perseguitato che ha bisogno del suo aiuto, un individuo in carne ed ossa. I giusti non hanno teorie da dimostrare o ideologie da realizzare, e non ritengono neppure di dover insegnare qualcosa a chicchessia.

L’azione dei giusti ha una duplice valenza etica e politica

Eppure, in un contesto politico sociale in profonda crisi come il nostro, qualcosa i giusti avrebbero da insegnarci, o meglio, da proporci. Ma, quel più conta, potrebbero ispirare comportamenti ed essere da esempio alle giovani generazioni, perché le loro vite sono la dimostrazione che nei momenti drammatici della storia dell’umanità si può sempre agire responsabilmente, si può decidere da quale parte stare senza farsi condizionare da convenienze o calcoli egoistici. Si può quindi affermare che l’azione dei giusti ha una duplice valenza etica e politica allo stesso tempo, se per politica intendiamo l’arte di indirizzare le relazioni fra gli esseri umani verso una convivenza soddisfacente per tutti.

Le parole chiave che hanno caratterizzato il clima genocidario erano: odio indifferenziato, disinteresse per il destino dei perseguitati, nazionalismo esasperato, chiusura identitaria. Se ci riflettiamo bene, queste stesse parole chiave possono essere usate per definire il contesto sociopolitico attuale non solo in Europa, sia pure in un mutato contesto internazionale. Odio e indifferenza si tengono la mano reciprocamente, costituiscono il brodo di coltura del fanatismo e del conformismo, che a ben guardare, sono due facce della stessa medaglia. Contrastare questi fenomeni è un’impresa titanica, al limite dell’impossibile. Oggi come oggi, ma forse era così anche nel passato per coloro che vi vivevano, in apparenza non c’è un male a cui opporsi, almeno qui in Europa, non ci sono perseguitati e non ci sono vittime di persecuzioni. I genocidi sembrano eventi definitivamente consegnati alla storia. Però periodicamente abbiamo dei bruschi risvegli e ci accorgiamo che i meccanismi dell’odio etnico si risvegliano e producono tragedie e che quel “mai più” dopo Auschwitz non è stato che un grido inascoltato. Sembrano profetiche le parole della Hillesum: se rispondiamo all’odio con l’odio il mondo non uscirà di un solo passo nella melma.

L’esempio dei giusti può indicare un cammino

Ben lungi dallo spezzarsi la catena dei rivendicazionismi e delle vendette fra stati etnie e culture si è ulteriormente rafforzata e le giovani generazioni nel mondo si barcamenano fra l’indifferenza l’acquiescenza e il fanatismo. Sembrerà poca cosa, ma in uno scenario così sconfortante l’esempio dei giusti può indicare un cammino, lungo e difficile, ma che ha scarse alternative, verso un nuovo modo di guardare al mondo e a se stessi.

Mettere al centro dell’azione educativa i principi su cui si è basata l’azione dei giusti significa ridare pienezza di significato a parole come: responsabilità, dignità, generosità, accoglienza, apertura, disinteresse, autostima, libertà. Questo riassume il termine “giusto”, a partire dalla sua antica accezione ebraica.

È a questo che serve la memoria collettiva, per indicarci un senso a partire da un’origine. Paradossalmente più che nel passato la memoria trova il suo compimento e il suo scopo nel futuro, se no funge esclusivamente da “storia antiquaria”, per usare l’espressione di Nietzsche, cioè di un sapere relegato nel confini di un sapere erudito e in ultima istanza sterile.

I giusti ci insegnano, al di là della loro volontà di insegnarci alcunché, che il futuro si disegna nel presente, che quello che si decide di fare (o non fare) oggi determina ciò che saremo domani. Ciò è difficile da comprendere in una società che tende a banalizzare e omologare qualsiasi decisione, ma non per questo la scuola deve rinunciare a insistere sull’importanza della responsabilità individuale e del coraggio delle scelte che obbediscono solo ai dettami della coscienza.

Questo insegnamento ci viene offerto inconsapevolmente dai giusti, e noi dobbiamo saperlo cogliere trasferendolo alle nuove generazioni attraverso la narrazione che genera empatia. Il racconto dell’azione dei giusti fa cadere qualunque schermo. Vedere” il giusto in azione significa di per sé capirne le motivazioni, entrare nel suo mondo interiore, condividere le sue emozioni. Senza la necessità della mediazione di concetti astratti – freddi direbbe uno psicologo – i giovani, attraverso l’esempio dei giusti, fanno un’esperienza coinvolgente dalla quale usciranno in qualche modo cambiati.

Lasciamo l’ultima parola a Etty Hillesum.

Vorrei poter raggiungere le paure di quell’uomo e scoprirne la causa, vorrei ricacciarlo nei suoi territori interiori, Klaas, è l’unica cosa che possiamo fare di questi tempi.

Allora Klaas ha fatto un gesto stanco e scoraggiato e ha detto: Ma quel che vuoi tu richiede tanto tempo, e ce l’abbiamo forse? Ho risposto: Ma a quel che vuoi tu si lavora da duemila anni della nostra èra cristiana, senza contare le molte migliaia di anni in cui esisteva già un’umanità – e che cosa pensi del risultato, se la domanda è lecita? E con la solita passione, anche se cominciavo a trovarmi noiosa perché finisco sempre per ripetere le stesse cose, ho detto: E’ proprio l’unica possibilità che abbiamo, Klaas, non vedo altre alternative, ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale”.

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Nonantola, crocevia di salvezza
di Maria Bacchi

Nei giorni terribili che seguono l’8 settembre 1943 una settantina di giovani profughi ebrei nascosti a Nonantola, piccolo paese della provincia di Modena, riesce a fuggire in Svizzera grazie all’aiuto dell’intero paese che per più di un anno li aveva protetti, nascosti, dotati di documenti falsi, inseriti, per quanto possibile, nel tessuto sociale, lavorativo, ricreativo della comunità. Le ragazze e i ragazzi erano giunti in due riprese  tra il giugno del ’42 e l’aprile del ’43  dalla Germania, dalla Polonia, dall’Austria e dalla Jugoslavia, molti erano orfani di ebrei sterminati dai nazisti. Con i ragazzi si salvano anche tredici adulti, in buona parte sono gli educatori che avevano contribuito a fare della convivenza a Villa Emma, un grande e accogliente edificio alle porte della cittadina, una straordinaria esperienza pedagogica. Alcuni dei settantatré ragazzi di Villa Emma, i più grandi, si erano staccati dal gruppo e avevano passato la Linea Gotica per tentare di raggiungere i partigiani e gli Alleati. Uno, Salomon Papo, ricoverato in un sanatorio della provincia modenese, viene deportato ad Auschwitz: fu l’unico a non trovare la salvezza.

Nonantola ha caratteristiche particolari: una lunga storia di cooperazione legata anche alla Partecipanza agraria, istituzione nata nel 1058 che, pur nei mutamenti, è ancora viva e operante. Quest’antica eredità di condivisione, la diffusa sensibilità antifascista, la presenza e il prestigio di alcuni individui di eccezionale tempra morale  come il parroco di una frazione vicina, don Arrigo Beccari, e il medico, Giuseppe Moreali , la capacità di scelta dei singoli cittadini nonantolani, l’intraprendenza del gruppo dei giovani profughi: tutto questo e altro ancora determina un clima di solidarietà e accoglienza attorno ai ragazzi ebrei in fuga dal nazismo e dal fascismo. Un felice contagio coinvolge l’intera popolazione, al di là degli orientamenti politici e delle condizioni economiche. Grazie a una rete di solidarietà che da Nonantola arriva fino alla Svizzera, tra il 27 settembre e il 14 ottobre, i ragazzi e i loro accompagnatori  tranne Goffredo Pacifici, il coraggioso funzionario della Delasem, l’organizzazione di assistenza agli emigrati ebrei, catturato proprio al confine con la Svizzera e deportato ad Auschwitz  possono mettersi in salvo in territorio elvetico. Da lì molti raggiungono più tardi la Palestina, alcuni rimangono in Svizzera, altri ancora emigrano negli Stati Uniti.

Il 18 febbraio 1964 la Commissione dello Yad Vashem di Gerusalemme conferisce la medaglia dei Giusti a don Arrigo Beccari e a Giuseppe Monreali. Il rapporto fra Nonantola e gli ex ragazzi di Villa Emma non si è mai interrotto: lettere, scambi di incontri, raccolte di testimonianze, la costituzione della Fondazione Villa Emma che tiene viva la memoria di quella vicenda e la riattualizza in iniziative di dialogo interculturale concordate col Comune di Nonantola, il primo in Italia, guarda caso, a istituire già nel ‘94 la figura del consigliere comunale aggiunto eletto tra gli immigrati. La vicenda di Villa Emma può essere letta come la storia di una rete di persone diverse per età, provenienza, religione e orientamento politico (ed è tutto dire, durante una guerra e una dittatura) che hanno pensato che la cosa più naturale fosse correre rischi anche molto gravi per salvare i ragazzi ebrei in fuga dai campi di sterminio dell’est europeo.

Un giovane educatore innamorato della libertà

L’anima di questa operazione di salvezza è Iozef Indig Ithai, un giovane nato nel 1917 al confine tra Ungheria e Jugoslavia. Con la famiglia si era stabilito a Osijek in Croazia dove il padre era cantore della sinagoga. Ancora adolescente, in contrasto con la visione paterna dell’ebraismo, aderisce all’associazione ebraica Hashomer Hatzair, socialista, sionista, laica. Sempre impegnato in gruppi giovanili, si forma come educatore innamorato della libertà in un’Europa che è già avvelenata dal fascismo e dal nazismo. Conosce così Recha Frejer, intellettuale ebrea tedesca che organizza l’espatrio verso la Palestina del maggior numero possibile di giovani ebrei tedeschi e austriaci. Nelle sue memorie, Anni in fuga (Giunti, 2001) scrive: “Il caso ha voluto che fossi io a guidare questa comunità di ragazzi. Fu da Recha Frejer che mi fu affidata la guida di questi ragazzi da lei salvati in Germania e in Austria. Da lei imparai la dedizione incondizionata con cui mi misi al loro servizio.

Ognuno dei ragazzi di cui decide di assumersi la cura è presente a tutto tondo nel suo racconto; Indig ne ricorda la storia, le sofferenze, il carattere, i sogni, il rapporto con la religione, descrive la specificità della relazione umana che stabilisce con lui. Sono un gruppo, riuscirà a farli diventare una comunità, ma per lui sono in primo luogo individui, singolarità irripetibili e irriducibili l’una all’altra. Nel racconto che Indig fa di questa esperienza risuonano, e non è un caso, le parole di Rilke: “Le donne, i bambini, i ragazzi, da lungo tempo queste parole non hanno più alcun plurale, ma solo innumerevoli singolari”. Indig aiuta ragazze e ragazzi a diventare una comunità di individui. Difende i principi di rispetto della libertà e della singolarità dei suoi ragazzi e le pratiche di autodeterminazione del loro collettivo anche scontrandosi duramente con alcuni dirigenti della Delasem italiana, che, prodigatasi per la salvezza dei ragazzi di Villa Emma, pretenderebbe di imporre una visione del rapporto pedagogico e dell’organizzazione quotidiana meno laica e decisamente più autoritaria.

Cosa significa nell’anno 1942 un’educazione all’italiana?”, si chiede Indig riflettendo sulle richieste della Delasem, “E’ una farsa, se si considera che questo gruppo di ragazzi è capitato per caso nell’Italia fascista e dovrebbe invece essere preparato alla futura vita in Palestina”.

Nonantola, piccola località della pianura emiliana, si fece crocevia di una rete internazionale di salvezza, tra la Germania e l’Austria, la Croazia e la Slovenia, la Svizzera e la Palestina. Traiettorie di storie tra il locale e il globale: allora come oggi, in un mondo globalizzato in cui sempre più spesso incontriamo ragazze e ragazzi che cercano approdo tra guerre e dopoguerra, migrazioni ed esili.

Coloro che la guerra, la violenza, la miseria, il misconoscimento dei diritti hanno scacciato dalla propria terra sono altri con i quali è necessario in primo luogo creare dialogo. Spesso sono interlocutori difficili. Indig spesso tenta di farci capire alcune caratteristiche dei ‘suoi’ giovani profughi. Definisce, ad esempio, “uno schiaffo” la loro mancanza di emozioni, l’apatia che a volte li coglie di fronte a situazioni di salvezza conquistate a prezzi altissimi. Si chiede da dove nasca questo atteggiamento psicologico, ed è con profonda compassione, con straordinaria capacità di condivisione del sentire, che ci spiega la durezza della vita di questi ragazzi, la certezza interiorizzata che a ogni gioia seguirà un dolore, una catena di sconfitte e quindi il timore della bellezza: “Erano quasi svuotati di ogni emozione, provavano soltanto una grande stanchezza e una spossatezza interiore”, scrive in uno dei numerosi passaggi in cui affronta questo problema.

Inevitabile ricordare un passaggio del Diario dal ghetto, di Janusz Korzak:

I bambini ciondolano. Normalità puramente epidermica. Sotto, infatti sta in agguato la stanchezza, la svogliatezza, l’ira, la rivolta, la diffidenza, il rammarico, la nostalgia. La dolorosa serietà dei loro diari. Rispondendo alle loro confidenze li faccio partecipi dei miei pensieri come tra pari. Abbiamo esperienze in comune, le loro e le mie.

Parole di intima reciprocità fra un educatore e i suoi ragazzi, la sola condizione in cui il racconto di sé può emergere. Il grande educatore di Varsavia, morto ad Auschwitz con i ragazzi della Casa degli orfani, ci fa capire che può esistere una pedagogia vitale anche di fronte alla morte e che l’educatore può aiutare i ragazzi a rappresentare e a interpretare ciò che gli adulti non osano dire ai bambini perché loro stessi sono ammutoliti.

Salomon, il testimone assente

E’ solo, invece, di fronte alla morte Salomon Papo, il sedicenne ebreo bosniaco arrivato a Villa Emma con il secondo gruppo di ragazzi, quelli partiti da Spalato e giunti a Nonantola il 14 aprile 1943. E’ ammalato di tubercolosi e in maggio viene ricoverato nel sanatorio di Gaiato, presso Pavullo. E’ arrestato lì, in sanatorio, nel marzo del ’44, internato a Fossoli, deportato ad Auschwitz un mese dopo, il 5 aprile. Con la sua assenza Salomon testimonia quanto di più essenziale si deve dire sulla natura umana e sui violenti chiaroscuri della storia del Novecento in Europa.

La storia di Villa Emma è storia della Shoah, storia di giusti, ma è anche una pagina importante di storia dell’infanzia e dei suoi educatori.

I bambini e gli adolescenti vengono troppo spesso rappresentati nella storiografia come vittime silenti; ma quando entriamo nelle fonti scopriamo la strenua capacità di resistenza che, anche nelle situazioni più estreme, sanno manifestare. Resistono alla paura, ai disagi, a una struggente nostalgia di quanto hanno lasciato alle loro spalle i settantadue ragazzi di Villa Emma che si sono salvati. Resiste da solo Salomon, che, a fasi alterne, recupera salute in sanatorio: legge e studia; lo racconta nelle bellissime lettere che scambia con Gino Friedman, sindaco di Nonantola prima dell’avvento del fascismo e, al tempo, presidente della Comunità ebraica di Modena.

Salomon stabilisce rapporti d’amicizia, esercita delicate pressioni su chi si prende cura di lui perché i rapporti non si affievoliscano, ringrazia, rassicura, si preoccupa del suo mantenimento, ma lascia anche trapelare chiaramente la sua ansia per il futuro, parla col direttore del sanatorio di suoi possibili trasferimenti in un convalescenziario o di nuovo a Villa Emma; riceve posta e libri da Matilde Cassin della Delasem di Firenze, si fa fotografare e spedisce la sua fotografia, nell’immagine il ragazzo sembra splendere di salute, a Friedman. Con un lapsus significativo indirizza la lettera con la foto non a Modena ma a Spalato, dove vive uno zio di cui ancora non conosciamo il nome e che contribuisce al pagamento della retta del sanatorio, l’unico parente che gli è rimasto. Di lui, a nome della comunità ebraica di Spalato, si occupa a distanza anche Jakob Altaras, il giovane medico croato che aveva accompagnato i 35 ragazzi fino a Modena. Dopo l’8 settembre la corrispondenza con Friedman continua, Salomon chiede notizie dei suoi compagni che sono partiti, riceve rassicurazioni. Si preoccupa per lo zio: le lettere che gli ha spedito sono tornate indietro. Dall’inizio di novembre la corrispondenza pare interrompersi.

Friedman è stato costretto a cercare rifugio in Svizzera. Da lì però continua a preoccuparsi di Salomon. In una lettera a Vittorio Valobra, responsabile della Delasem riparato come lui in Svizzera, scritta il 21 gennaio 1944 gli raccomanda di preoccuparsi del pagamento delle rette del sanatorio, già anticipate fino a tutto marzo dalla Delasem modenese: alla fine di marzo cosa potrebbe accadere? chiede Friedman. Donati lo rassicura. (La corrispondenza fra Friedman e Valobra è conservata nell’archivio del Cedec di Milano). Ma il tempo per Salomon è già scaduto: il 16 gennaio era partita una lettera del Questore di Modena, Paolo Magrini, al comandante dei carabinieri di Pavullo: “Papo Salomone fu Giuseppe, nato a Sarajevo l’8 agosto 1927, ebreo, è in condizione di essere dimesso dal sanatorio di Gaiato, e deve essere arrestato e tradotto al campo di Fossoli.” Il comandante il 13 marzo dà conferma dell’arresto. Il 5 aprile 1944 Salomon viene deportato ad Auschwitz, dove il convoglio arriva cinque giorni dopo. Di Salomon non sappiamo più nulla.

Chi si era preso la premura di segnalare, con grottesca insensatezza, a Magrini che il ragazzo stava abbastanza bene da poter essere mandato a morire?

Il processo al questore Paolo Magrini fa scalpore perché l’uomo viene assolto dalla Corte d’Assise Straordinaria di Milano per aver collaborato segretamente con le forze di liberazione e con gli alleati. Ma i libri di storia di lui parlano poco o nulla Amnesie, amnistie e assoluzioni contribuiscono a lasciare Salomon ancora più solo.

Tocca alla storia prendersi cura di lui. Serge Klarsfeld, nell’introduzione all’edizione del 1991 del Libro della Memoria di Liliana Picciotto, scrive:

Ogni nome ha la sua personalità: già con l’età, il luogo di nascita si delinea per il ricercatore la figura di un uomo, di una donna, di un bambino, di un vecchio: risiedeva a Parma e la si immagina nelle strade della sua città, la si segue nelle diverse situazioni del suo calvario.

Salomon era nato e cresciuto in una povera strada di Sarajevo, i suoi genitori e sua sorella morirono nei lager ustasa croati, abitò a Spalato, forse amò questa città. Per ritrovare altre tracce dovremo attraversare l’Adriatico e, in una terra dove le guerre degli anni Novanta hanno distrutto le tracce d’ infanzia dei giovani che oggi hanno circa trent’anni, possiamo sperare di trovare qualche immagine della sua infanzia, l’infanzia preziosa di Salomon Papo, nato a Sarajevo l’8 agosto del 1927. [torna su]

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I Giusti e la memoria della Shoah
di Gabriele Nissim

Come ha sottolineato Yehuda Bauer, per anni responsabile del centro studi sull’Olocausto di Yad Vashem, che ha dedicato un libro a Ripensare l’Olocausto, la posta in gioco fondamentale nella memoria della Shoah è quella di un impegno attivo nella prevenzione di tutti i genocidi. Ciò che è capitato ieri può ripresentarsi in nuove forme e la comunità internazionale, dopo il 1945, è rimasta troppe volte in silenzio di fronte ai nuovi stermini di massa. La memoria dei Giusti ha la funzione di richiamare le coscienze dei singoli e degli Stati perché non si ripeta l’impotenza del mondo di fronte ad Auschwitz, per attuare le misure politiche e culturali che evitino ciò che già era accaduto con il genocidio armeno, e che si è replicato ovunque, dalla Cambogia al Rwanda.

Gariwo, proponendo al parlamento europeo la commemorazione del 6 marzo, si è ispirata al grande lavoro innovativo del compianto Moshe Bejski e della Commissione dei Giusti di Yad Vashem da lui guidata per trent’anni, per sottolineare, proprio nel giorno della sua scomparsa, il valore educativo della memoria del bene. La divulgazione delle storie di soccorso e di sacrificio per la difesa della vita altrui richiama, infatti, i cittadini europei al valore della responsabilità personale: ogni essere umano ha sempre davanti una scelta, la possibilità di ergersi a barriera nei confronti del male.

Yehuda Bauer a questo proposito rimette in discussione la definizione di “unicità (“uniquiness”), dell’Olocausto e preferisce usare – non senza un certo disagio, comunque – il termine “unprecedentedness” (senza precedenti).

Due sono i motivi. Se si definisce un fenomeno unico si può ritenere paradossalmente che non si possa ripresentare, mentre “il genocidio degli ebrei fu progettato per mano degli umani per ragioni umane, ed ogni cosa fatta dagli umani si può ripetere – non certamente nello stesso modo, ma in un modo per certi versi simile”.

In secondo luogo il termine unico può far credere che il genocidio si sia attuato per “un decreto di qualche Dio, di Satana o di qualche forza trascendentale e in questo caso Hitler e i carnefici sarebbero soltanto delle pedine” e non degli esseri responsabili delle loro azioni. Invece “l’orrore dell’Olocausto non è nel fatto che esso deviò dalle norme umane; l’orrore è che esso non lo fece affatto”.

La conclusione di Yehuda Bauer è che esiste sempre una volontà libera e che ogni uomo può scegliere tra il bene e il male. I Giusti “ci dimostrano che era possibile salvare delle vite. Le azioni di queste persone provano la colpa degli altri, ma anche che si può ancora sperare”.

La prevenzione dei genocidi si gioca sia sul piano dell’educazione alla responsabilità individuale, che ci viene dagli esempi di queste figure esemplari e che tanto può fare per la maturazione morale delle società in cui viviamo; sia sul piano della creazione di istituzioni internazionali che si assumano finalmente una responsabilità politica di fronte ad ogni forma di sterminio.

Yehuda Bauer suggerisce che in ogni Paese – come è avvenuto recentemente negli Usa con l’amministrazione Obama – si crei un organismo composto da intellettuali e politici che non solo renda viva la memoria dei genocidi passati, ma che monitori in continuazione lo stato del pianeta per denunciare i massacri in corso e studiare misure praticabili ed efficaci.

Una memoria duratura della Shoah potrà consolidarsi solo quando l’intuizione di Lemkin troverà una vera applicazione a livello internazionale. Altrimenti essa rischia di evaporare, ripiegata su se stessa anziché finalizzata al miglioramento del mondo in cui viviamo.

Yehuda Bauer ci invita a cogliere la continuità tra la memoria della Shoah e il ricordo dei Giusti, e afferma che occorrerebbe aggiungere altri tre Comandamenti ai dieci contenuti nella Bibbia, tra cui questo: “Tu, i tuoi figli e i figli dei tuoi figli non sarete mai, mai, osservatori passivi di un omicidio di massa, di un genocidio, o di un orrore come l’Olocausto”. (vedi qui) [torna su]

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MATERIALI

Chi sono i “Giusti tra le nazioni

Il termine “Giusti tra le nazioni” (Righteous Among the Nations, in ebraico: Chasidei Umot Ha Olam) indica i non-ebrei che hanno rischiato la propria vita per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista, dalla Shoah. Sono oltre 20.000 i Giusti nel mondo e circa 500 gli italiani che hanno ricevuto sinora tale riconoscimento. Il titolo è conferito da una commissione della Suprema corte Israeliana dal 1963.

Chi viene riconosciuto Giusto tra le nazioni viene insignito di una speciale medaglia con inciso il suo nome, riceve un certificato d’onore ed il privilegio di vedere il proprio nome aggiunto agli altri presenti nel Giardino dei giusti presso il museo Yad Vashem di Gerusalemme. Ad ogni Giusto tra le nazioni viene dedicata la piantumazione di un albero, poiché tale pratica nella tradizione ebraica indica il desiderio di ricordo eterno per una persona cara. La cerimonia di conferimento dell’onorificenza si svolge solitamente presso il museo Yad Vashem alla presenza delle massime cariche istituzionali israeliane, ma si può tenere anche nel paese di residenza del Giusto se questi non è in grado di muoversi. Ai Giusti tra le nazioni, inoltre, viene conferita la cittadinanza onoraria dello Stato di Israele. (vedi qui) [torna su]

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Proposte di lettura. Tre racconti di resistenza e dignità

Il capitolo Il canto di Ulisse di Se questo è un uomo di Primo Levi è noto come esempio di resistenza della dignità e dei valori dello spirito anche nel lager. Meno noti sono alcuni episodi del romanzo Le radici del cielo di Romain Gary: ne riportiamo di seguito tre, come proposta di lettura in classe.

La battaglia dei maggiolini
di Romain Gary

Era stata la più dura battaglia ella sua vita.

La faccenda del maggiolino si svolse nel mese di maggio, il secondo anno di prigionia. Morel fu l’animatore, il primo che venne in aiuto a quegli insetti scatenando così il movimento.

Lavoravano allora alla diga di Eupen sul Baltico, trasportando sacchi di cemento per l’opera gigantesca dei nuovi faraoni, che costruivano per i prossimi mille anni. Procedevano lentamente, in fila indiana, attenti a non compiere passi falsi per non crollare sotto il peso. C’erano prigionieri  politici e condannati per delitti comuni, tutti sottoposti allo stesso trattamento, la rieducazione a mezzo dei lavori forzati, secondo l’uso del ventesimo secolo, mentre le SS, con le facce già brunite dal primo sole, se ne stavano sparpagliate sui prati con un fiore fra i denti.

Avanzavano curvi sotto il peso, mentre le guardie nell’erba si godevano il primo sole di primavera con i calzoni sbottonati.

Improvvisamente Morel sentì qualcosa battergli sulla guancia e cadere ai suoi piedi. Abbassò gli occhi, badando a non perdere l’equilibrio: un maggiolino.

Era caduto sulla schiena e agitava le zampette, tentando invano di rivoltarsi. Morel si fermò e guardò fisso l’insetto. Era in quel campo da un anno, e da tre settimane portava per otto ore al giorno, a pancia vuota, dei sacchi di cemento.

Ma non poteva lasciar perdere. Piegò un ginocchio, tenendo il sacco in equilibrio sulla spalla, e con un movimento dell’indice rimise in piedi l’insetto.

Ripeté quel gesto altre due volte durante il percorso. Revel, che camminava davanti a lui, fu il primo a capire di che si trattava. Emise un grugnito d’approvazione e si mise subito ad aiutare il primo maggiolino caduto ai suoi piedi. Poi toccò a Rotstein, il pianista, che pure era talmente magro da sembrare che il suo corpo cercasse di uguagliare la sottigliezza delle dita. Da quel momento, quasi tutti i politici presero ad aiutare i maggiolini, mentre i “comuni” gli passavano accanto bestemmiando.

Nei venti minuti di pausa, nessuno dei politici cedette alla stanchezza. Eppure, di solito, si gettavano a terra e restavano immobili fino al trillare del fischietto. Però stavolta era come se avessero acquistato nuove forze. Andavano in giro con gli occhi rivolti a terra, in cerca di maggiolini da aiutare.

La cosa del resto non durò molto: bastò che arrivasse il sergente Gruber. Non era un bruto, aveva studiato, e prima della guerra era maestro nello Schleswig-Holstein. In un attimo, si rese conto di quello che stava succedendo e subito riconobbe il nemico. Si trattava di una scandalosa provocazione, di una professione di fede, di un’affermazione di dignità, inammissibile in uomini ridotti a zero. Sì, gli bastò un attimo per capire la gravità della sfida lanciata ai costruttori di un mondo nuovo. E subito corse ai ripari. Dapprima si scagliò contro i prigionieri, seguito dalle guardie che non capivano bene di cosa si trattasse, ma erano sempre pronte a picchiare. Distribuirono una buona dose di calci e di randellate, ma ben presto il sergente Gruber si rese conto che non bastavano a colpire i ribelli come era necessario.

Allora fece una cosa che era un po’ ripugnante: cominciò a correre nell’erba con gli occhi rivolti al suolo e, ogni volta che vedeva un maggiolino, lo schiacciava con gli stivali. Correva in tutte le direzioni, girava intorno, saltava con un piede sollevato e batteva il terreno  con il tacco, in una sorta di grottesca danza, quasi commovente nella sua inanità. Infatti poteva accoppare tutti i detenuti e schiacciare tutti i maggiolini, ma il suo bersaglio era fuori portata ed era impossibile colpirlo.

Alla fine capì. Aveva iniziato un’impresa che nessun esercito, nessuna polizia, nessuna milizia, nessun partito, nessuna organizzazione erano in grado di portare a termine. Per riuscire, si sarebbero dovuti uccidere tutti gli uomini nel mondo intero, e anche allora probabilmente quella traccia sarebbe rimasta dietro di loro come un sorriso della natura.

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La donna inesistente
di Romain Gary

Nel campo, in Germania, c’era con noi un tale che aveva partecipato alla Resistenza con il nome di Robert ed era l’individuo più in gamba che io abbia mai conosciuto. Rosso di capelli, ben piantato, certi pugni e uno sguardo… ci si poteva fidare. Era l’anima della nostra baracca, l’uomo intorno al quale si stringevano istintivamente tutti i “politici”. Sempre allegro, però, dell’allegria di chi è andato al fondo delle cose ed è tornato indietro rassicurato.

Quando il morale era basso e si vedevano in giro solo musi lunghi e spalle curve, ci rivolgevamo a lui e Robert trovava sempre qualche cosa per tirarci su. Un giorno, per esempio, entrò nella baracca nell’atteggiamento di chi dà il braccio a una donna. Noi eravamo lì, accasciati, ai nostri posti, sporchi, nauseati, disperati, e chi non era proprio esausto gemeva, si lamentava e bestemmiava ad alta voce. Robert attraversò la baracca sotto i nostri occhi esterrefatti, continuando a dare il braccio alla donna immaginaria, poi fece il gesto di invitarla a sedersi sul suo letto. Nel marasma generale, cominciarono ad apparire alcuni segni di interesse. I compagni si sollevavano sul gomito e fissavano sbalorditi Robert che continuava a corteggiare la donna invisibile. Le accarezzava il mento, le baciava la mano, le mormorava delle frasi all’orecchio, e ogni tanto s’inchinava con la leggerezza di un orso. Poi, vedendo che Janin si era tolto le mutande per grattarsi, corse a scaraventargli una coperta sul culo.
Be’?” strillo Janin. “Che ti piglia? Non ho più il diritto di grattarmi?
Un po’ di contegno, perdio” urlò Robert. “Qui c’è una signora”.
Eh? Cosa? Sei diventato matto? Che signora?!
Certo”, ringhiò Robert, “Non mi stupisce… C’è qualcuno che finge di non vederla, vero? Così può continuare a sbragarsi…

Nessuno disse nulla. Forse era impazzito davvero, ma aveva ancora certi pugni che incutevano rispetto anche ai prigionieri “comuni”. A quel punto tornò dalla sua immaginaria signora e le baciò teneramente la mano. Poi si volse verso i compagni che lo guardavano a bocca aperta, sbalorditi.

Be’, vi avverto: da oggi si cambia musica. Per prima cosa, dovete smetterla di piagnucolare davanti a lei. Cercherete di comportarvi come se foste uomini. Insisto sul ‘come se‘, è l’unica cosa che importi. Mi farete il sacrosanto piacere di essere un po’ più puliti e dignitosi, se non volete fare i conti con me. La signora non resisterebbe un giorno in questa baracca puzzolente. E poi, siamo francesi e dobbiamo dimostrarci galanti ed educati. Il primo che le mancherà di rispetto, per esempio tirando un peto in sua presenza, lo accomodo io…

Lo guardavamo a bocca aperta, in silenzio. Poi qualcuno incominciò a capire. Si udirono delle risate rauche, ma tutti sentivamo confusamente che, senza una convenzione qualsiasi, senza un’immagine, un mito cui aggrapparci, avremmo finito col cedere e sottometterci a chiunque, perfino con il collaborare. Da quel momento, accadde una cosa straordinaria: il morale del blocco K si risollevò. Si fecero inauditi sforzi di pulizia. Un giorno Chatel, che probabilmente non ne poteva più ed era forse davvero sul punto di cedere, si avventò su un “comune” con il pretesto che “aveva mancato di rispetto alla signorina”. La spiegazione che seguì davanti al kapò sbalordito ci tenne allegri per parecchi giorni. Ogni mattina uno di noi teneva una coperta spiegata “per permettere alla signorina di vestirsi” al riparo dagli sguardi indiscreti. Rotstein, il pianista, che pure era il più malconcio di tutti, passava i venti minuti di riposo di mezzogiorno a raccogliere fiori per lei. Gli intellettuali del gruppo facevano sfoggio di battute spiritose e di discorsi brillanti per piacerle e tutti usavano quel tanto di virilità che gli era rimasta per mostrarsi ancora poeti.

Naturalmente, la faccenda arrivò presto all’orecchio del comandante in campo. E il giorno stesso, durante il riposo, venne a trovare Robert; aveva sulle labbra quel suo caratteristico sorriso glabro e livido…
Robert, mi hanno detto che avete portato una donna al blocco K”.
Perché non fate perquisire la baracca?”.
Il comandante scosse il capo, sospirando.
Capisco queste cose, Robert” riprese con dolcezza. “Le capisco benissimo. Sono nato per capirle. E’ il mio mestiere. Ed è per questo che ho fatto carriera nel partito. Le capisco, ma non mi piacciono. Dirò anzi che le detesto. Per questo sono diventato nazionalsocialista. Perchè non credo, Robert, all’onnipotenza dello spirito. Non credo alle nobili convenzioni, né al mito della dignità. Non credo all’indistruttibilità dello spirito umano. Non credo alla preminenza dello spirituale. Questo idealismo ebraico non lo posso sopportare. Vi do tempo fino a domani per far uscire quella donna dal blocco K. O meglio…”. Sorrise dietro il monocolo. “Li conosco bene, Robert, gli idealisti e gli umanisti. Da quando siamo al potere mi sono specializzato in idealisti e umanisti. Me ne intendo di ‘valori spirituali’. Non dimenticate che la nostra è una rivoluzione fondamentalmente materialista. E così… Domani mattina, verrò al blocco K con due soldati: voi mi consegnerete la donna invisibile che tanto giova al vostro morale, e io spiegherò ai vostri camerati che verrà condotta al più vicino bordello militare per soddisfare i bisogni materiali dei nostri soldati…

Quella sera nel blocco K regnava la costernazione. Parecchi erano pronti a cedere, a consegnare la donna – i realisti, i ragionevoli, i furbi, i prudenti – quelli che sapevano arrangiarsi, che avevano i piedi sulla terra… Ma sapevano che nessuno avrebbe chiesto il loro parere e che la decisione sarebbe stata presa soltanto da Robert. E che lui non avrebbe ceduto. Bastava guardarlo: era felice. Se ne stava seduto tutto contento, con gli occhi che gli brillavano, ed era inutile cercare di convincerlo: non avrebbe mollato. Perché, se noi non avevamo più la forza o la fede sufficienti per credere alle nostre convenzioni e ai nostri miti, a tutto quello che ci eravamo raccontati sul nostro conto nei libri e nei licei, lui non accettava di rinunciare, e ci guardava con i suoi occhietti beffardi, prigioniero di una potenza ben più formidabile della Germania nazista. E rideva, rideva al pensiero che le SS non erano in grado di strappargli con la forza quell’invisibile creatura del suo spirito, che dipendeva da lui consegnarla o comunque ammettere che non esisteva. Lo guardavamo silenziosi e supplichevoli. In un certo senso, se accettava di cedere, se dava un esempio di sottomissione, le cose sarebbero state più facili, molto più facili, perché, sbarazzati da quella convenzione di dignità, tutto sarebbe diventato possibile… persino aderire al partito… Ma bastava vedere la sua faccia per essere sicuri che non avrebbe mollato.

Quella sera i “comuni” del blocco K dovettero crederci impazziti. Quelli che avevano capito ridacchiavano cinicamente, lanciando verso di noi sguardi divertiti, indulgenti, da uomini saggi e pieni di esperienza, da realisti che sapevano adattarsi alla loro condizione, alla vita.
Cosa facciamo?
Sentite, ho un’idea. Se la lasciassimo andare via domani e poi la facessimo tornare la sera?
Non tornerebbe più” disse Rotstein con dolcezza. “O, se tornasse, non sarebbe più la stessa…
Robert non diceva niente, si limitava ad ascoltare con attenzione.
Quello che mi secca di più è che vogliono mandarla in un bordello…
Émile, il piccolo ferroviere comunista che aveva seguito quei discorsi con aria di profonda disapprovazione, ne approfittò per sfogarsi.
Ma, Robert, sei matto, sei proprio suonato! Mica ti aggrapperai a una finzione, a una fesseria, a uno scherzo a un mito. Non ti farai mettere in cella di rigore per questa scemenza! Qui, per noi, quello che conta è sopravvivere, uscirne vivi, e raccontare tutto agli altri perchè queste porcherie non siano più possibili in avvenire: rifare un mondo nuovo, non aggrapparsi a dei miti, a delle convenzioni idiote, ai bei gesti!”.
Ma Robert continuava a ridere piano ed Émile si rifugiò nel suo posto, voltandoci le spalle come per indicare che non si considerava più dei nostri.

L’indomani mattina Robert ci fece mettere tutti sull’attenti. Il comandante arrivò con due SS e ci esaminò attraverso il monocolo. Aveva un sorriso ancora più livido e contorto del solito e anche il monocolo pareva partecipare alle sua allegria.
E allora, signor Robert” disse “Questa irreprensibile fanciulla?
Resterà qui” rispose Robert.
Il comandante impallidì e il monocolo cominciò a tremargli. Sapeva di essersi cacciato in un vicolo cieco e le due SS sarebbero servite solo a testimoniare la sua impotenza. Si era messo alla mercé di Robert e ora dipendeva completamente dalla sua volontà. Non c’era forza al mondo, né armi, né soldati, capaci di far uscire la figura immaginaria dal blocco K. Nulla poteva succederle senza il nostro assenso. Il comandante si rompeva il muso contro la nostra fedeltà a quella convenzione, non importava se vera o falsa, ma che comunque ci illuminava di dignità. Attese un istante, un istante solo per non accentuare e prolungare la sconfitta.
D’accordo” disse. “Ho capito. In questo caso, seguitemi”.
Prima di uscire, Robert ci strizzò l’occhio.
L’affido a voi, ragazzi” gridò.

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Branchi di elefanti in libertà che percorrono l’Africa
di Romain Gary

Tornò un mese dopo, piuttosto malconcio, con il naso un po’ appiattito e qualche unghia di meno, ma negli occhi la stessa luce di quando era partito. Una mattina entrò nella baracca: aveva perduto una ventina di chili in cella d’isolamento, la sua faccia era color terra, ma per il resto non era cambiato.

Salve, ragazzi. Un mese di cella, per servirvi: uno e dieci, per uno e cinquanta, impossibile sdraiarsi, ma ho trovato qualcosa di formidabile. Ve lo svelo subito, perché vedo gente che ha brutte facce, non voglio sapere il perché. C’erano dei momenti in cui mi sentivo così anch’io e avevo voglia di precipitarmi a testa bassa contro i muri per vedere di uscire all’aria aperta. Proprio un caso di claustrofobia!… Be’, alla fine mi è venuta un’idea. Quando non ne potete più, fate come me: pensate ai branchi di elefanti in libertà che percorrono l’Africa, centinaia e centinaia di magnifiche bestie alle quali nulla resiste, né muri, né reticolati. Irrompono nei grandi spazi liberi e travolgono tutti sul loro cammino e, finché sono vivi, nulla può fermarli… la libertà, insomma! E forse anche quando non vivono più, continuano altrove la loro corsa libera e sfrenata. Quando cominciate a soffrire di claustrofobia, per i reticolati, per il cemento armato, per il materialismo integrale, provate a pensarci a questi branchi di elefanti assolutamente liberi, cercate di seguirli con lo sguardo, aggrappatevi a loro, e vedrete che subito vi sentirete meglio…

E ci sentivamo meglio davvero. Provavamo una sorta di esaltazione segreta a vivere con quell’immagine di libertà viva e onnipotente davanti agli occhi. E si finiva col guardare sorridendo le SS al pensiero che da un momento all’altro gli elefanti avrebbero anche potuto passare loro addosso e non ne sarebbe rimasto più nulla. Ci pareva di sentire la terra tremare all’avvicinarsi di quella potenza scaturita dal cuore stesso della natura e che avanzava irresistibile… [torna su]

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Su vivalascuola altri materiali sulla Shoah

Un viaggio della memoria
Racconti del “viaggio della memoria” a Mauthausen, Gusen e Hartheim di una classe di studenti milanesi. L’impegno di tanti studenti e docenti nell’affrontare la tragedia dei campi di concentramento e di sterminio nel cuore dell’Europa è quasi eroico, non solo per l’argomento ma anche per la condizione in cui è stata ridotta la scuola italiana, la cui qualità si affida sempre più alla buona volontà di chi vi partecipa. Con un commento sui testi degli studenti di Stefano Levi Della Torre.(vedi qui)

Come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?

Una selezione di poesie di autori contemporanei sulla Shoah. «Come si fa a scrivere una poesia dopo Auschwitz?” chiese Adorno […] “e come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?” obiettò una volta Mark Strand. Comunque sia, la generazione a cui appartengo ha dimostrato di riuscire a scrivere quella poesia» (Iosif Brodskij, Discorso per il Nobel, 1987). Con una riflessione di Donato Salzarulo. (vedi qui).

Auschwitz, la memoria e il presente
Se la solidarietà con le vittime dei Lager soddisfa la nostra buona coscienza, la domanda che qui intendo invece affrontare è questa: che cosa ci può accomunare se non con i carnefici, almeno con il conformismo consenziente, o con l’indifferenza al destino altrui, o con il non voler sapere per evitare responsabilità, con tutti quegli atteggiamenti, insomma, che hanno permesso che Auschwitz avvenisse? (Stefano Levi Della Torre, qui).

Come insegnare Auschwitz, con “Piccoli consigli al ventenne che in Italia studia la Shoah” di Alberto Cavaglion
Diffida delle mode. Oggi la Shoah è una moda… La Shoah non può essere imposta dall’alto, per circolare ministeriale… Non sono cose che si possano imporre per decreto. Attento a chi vuole imporre dall’alto il Dovere di ricordare. Quando s’impongono cose dall’alto, il ribellarsi è giusto… Adesso bisogna trovare il coraggio di dire che il fascismo non è solo Salò e l’Italiano, ebreo e non, è stato Fascista. (vedi qui).

Noi e le leggi razziali
A qualsiasi ufficio od impiego nelle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche e private, frequentate da alunni italiani, non possono essere ammesse persone di razza ebraica… Alle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche o private, frequentate da alunni italiani, non possono essere iscritti alunni di razza ebraica… Nelle scuole d’istruzione media frequentate da alunni italiani è vietata l’adozione di libri di testo di autori di razza ebraica. (vedi qui) [torna su]

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SEGNALAZIONI

Proposte didattiche

Adotta un giusto.

I giardini dei Giusti.

Alla ricerca della verità.

Percorsi didattici.

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Un libro

L’ultimo viaggio, di Irène Cohen-Janca

Simone, poco più che adolescente, tiene per mano il piccolo Mietek. Insieme ai loro compagni dell’orfanotrofio -mesti, ma la testa alta e una canzone sulle labbra- stanno attraversando le strade di Varsavia per raggiungere l’altra parte, il ghetto. Così hanno ordinato gli occupanti tedeschi. A guidare quella comunità, come sempre, Pan Doktor, il dottor Korczak. Non la fame, né le malattie, e neppure le sadiche angherie naziste riescono a intaccare i principii e le pratiche della loro convivenza. Nel prendersi cura di Mietek, Simone gli racconta della Repubblica dei bambini, con tanto di Parlamento, Codici, Tribunale. E poi del giornale murale, delle sedute di lettura, delle rappresentazioni teatrali, delle vacanze alla colonia estiva… Quel treno che li preleva nell’estate del 1942, però, non in campagna li avrebbe portati ma nel lager di Treblinka.

Per un’anteprima, vedi qui.

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Un libro on line

Sui banchi del regime
a cura di Cesp Bologna

In occasione della Giornata della Memoria 2015 il Cesp – Centro Studi per la Scuola Pubblica ha prodotto la breve pubblicazione Sui banchi del Regime, focalizzata sulla scuola fascista: cultura materiale, propaganda, personale, leggi razziali. Le firme dei testi sono di storici esperti nonché profondi conoscitori della scuola dall’interno. La pubblicazione è copyleft qui.

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In rete

Il sito di Gariwo. La foresta dei Giusti qui.

Iniziative in Italia per la Giornata della memoria qui.

Un’iniziativa per la Giornata della memoria a Milano qui.

Com’è sentita la Giornata della memoria in Europa: in Belgio, in Germania, in Gran Bretagna, in Grecia, in Italia, in Spagna. [torna su]

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Una LIP che cresce, la scuola di Renzi in affanno

Un appello per una buona scuola per la Repubblica (la LIP)Cominciamo col dare notizia di un appello a firma di Marina Boscaino al mondo della scuola:

Il 30 gennaio del 2005 – giusto 10 anni fa – nacque, durante un’assemblea nazionale dei Coordinamenti in Difesa della Scuola pubblica a Venezia, l’idea di scrivere una Legge d’iniziativa popolare sulla scuola. Il 31 gennaio di quest’anno – in occasione del “compleanno” – il Comitato a sostegno della Lip scuola, organizza un’assemblea nazionale a Roma con l’intento di interloquire con docenti, studenti, associazioni, sindacati al fine di individuare strategie comuni per ostacolare la folle corsa del Governo. Che, come è noto, ha già annunciato provvedimenti per la fine di febbraio.

Il tempo stringe. Noi ce l’abbiamo messa e continueremo a mettercela tutta. Sta ora ad ognuno di voi aiutarci (cioè, aiutare tutti noi, voi compresi) a rendere più solida l’alternativa.

La LIP è una Legge di iniziativa popolare Per una Buona Scuola per la Repubblica (qui una storia, qui il sito) sottoscritta da più di 100.000 persone che da luglio è stata presentata come disegno di legge in Senato e a settembre alla Camera. Finalmente una vera e propria proposta formalizzata dal mondo della scuola, sostenuta da organizzazioni di insegnanti e dall’Unione degli Studenti, e non il solito “no” che tutti hanno sempre rimproverato a chi si opponeva a una politica di tagli chiamata “riforma“.

In occasione dei 10 anni dell’inizio del percorso, il Comitato nazionale di sostegno alla LIP propone di fare di fare del 30 gennaio una giornata per fare conoscere e discutere la LIP nelle scuole (qui il volantino).

La scuola in attesa, Renzi in affanno. Nel frattempo il mondo della scuola è in attesa delle prossime mosse della “Buona Scuola” di Renzi-Giannini-Faraone. Matteo Renzi infatti con un video che ha annunciato che entro il 28 febbraio “scriveremo il decreto e il disegno di legge” estrapolati al documento “La Buona Scuola“.

Tutto Scuola rileva che il piano governativo è in affanno. Era stato annunciato che entro la fine del 2014 sarebbero stati approntati diversi provvedimenti o atti amministrativi preparatori della svolta innovativa della riforma. E la testata commenta:

La fine dell’anno è già passata: come stanno quelle scadenze? Ne avevamo contate sei. Non ne è stata rispettata nemmeno una… Si tratta di impegni cancellati o di fisiologici rinvii?

Scriviamo a Davide che non risponde. Anche Davide Faraone ha inaugurato il 2015 scrivendo familiarmente agli insegnanti una lettera con un’assicurazione di ascolto e un invito al dialogo, perché

Le riforme non possono essere calate dall’alto. Non si può non tenere conto di chi opera ogni giorno per il futuro degli studenti e del Paese.

Il sottosegretario perciò invita a scrivergli a questo indirizzo: segreteria.faraone@istruzione.it. Peccato che tanti che gli hanno scritto chiedendogli di prendere in considerazione la LIP non abbiano ricevuto risposta.

Sui lavoratori pubblici: Renzi come Brunetta?

I lavoratori italiani i meno assenti d’Europa. Si è prolungata oltre le festività natalizie la discussione sulle assenze dal lavoro dei dipendenti pubblici. Vincenzo Pascuzzi fornisce una raccolta di link sul tema. Da parte sindacale sono forniti dati secondo cui i lavoratori italiani (tutti) nelle rilevazioni internazionali sono agli ultimi posti per il numero di assenze sia per malattia che in generale.

In Europa la media delle giornate di lavoro perse per ciascun dipendente è pari a 36, causa principale la depressione. Al primo posto tra i Paesi nei quali questo fenomeno si manifesta maggiormente compare il Regno Unito, mentre l’Italia occupa l’ultima posizione della classifica. Germania, Danimarca e Regno Unito sono anche gli Stati dove i lavoratori si assentano di più a causa della depressione.

I lavoratori pubblici meno assenti dei lavoratori nel privato. In quanto alle differenze tra lavoratori pubblici e privati, i dipendenti pubblici si assentano per un numero medio complessivo di giorni inferiori (18 giorni di assenza complessivi l’anno per dipendente nel privato e 16.5 giorni l’anno per dipendente nel pubblico, secondo uno studio fatto dalla CGA di Mestre).

Dalle rilevazioni dell’INPS fatte nel 2013 (le ultime disponibili) risulta che i lavoratori pubblici si assentano “per malattia” in media per 10 giorni l’anno. Le altre fattispecie di assenze possibili, e tra questa anche quelle per fruire dei permessi per l’assistenza di cui alla Legge 104/92, risultano pari a una media complessiva di poco superiore ai 6 giorni l’anno.

Una campagna denigratoria. La Flc Cgil parla di campagna denigratoria contro i lavoratori pubblici che i Governi di turno fanno partire quando vogliono tagliare le risorse del settore statale e per questa via diminuire i servizi ai cittadini scaricandone la responsabilità sui lavoratori.

Lo stesso sindacato contesta anche il fatto che il MIUR, con nota del 13 gennaio 2015, chieda alle Direzioni Scolastiche Regionali e, tramite loro, alle scuole di inserire i dati sulla tipologia di personale che fruisce di questi permessi, poiché si tratta di dati tutti già in possesso dell’Amministrazione. La conclusione del sindacato è:

Perché il MIUR non lascia in pace le scuole?

Amelia De Angelis ricorda come non sia semplice avere la certificazione medica per poter avere diritto ai permessi secondo la Legge 104/92 e chiama in causa la responsabilità delle Asl. Anselmo Penna su Orizzonte Scuola definisce la campagna contro malattia e legge 104 come un preludio a nuovi tagli. “La realtà“, afferma, “è che i risparmi che dovevano giungere dalla riforma Brunetta non ci sono stati, quindi è necessario cambiare direzione“. E suggerisce l’equazione: Renzi come Brunetta.

Anzianità, burn out, bullismo, denigrazione

+ anziani + malati: cosa c’è di strano? Se consideriamo la questione più da vicino, non stupisce che siano i lavoratori anziani più a rischio dei giovani. Dalla rilevazione emerge infatti che le assenze aumentano in misura corrispondente al crescere dell’ età. Se fino a 29 anni il numero medio di giorni di malattia per lavoratore è pari a 13,2, nella classe di età tra i 30 e i 39 anni sale a 14,9, per toccare il valore massimo sopra i 60 anni, con 27,4 giorni medi di assenza all’anno. E che, da punto di vista della salute, gran parte dei lavoratori della scuola sia a rischio lo si deduce dal fatto che l’Italia ha gli insegnanti più vecchi d’Europa. Dietro l’Italia, nessuno!

Assenze e burn out: c’è un nesso? Collegare le assenze per malattia a patologie correlate alla professione docente è cosa che nessun Governo finora ha fatto e che il dott. Vittorio Lodolo Doria continua a ripetere inascoltato, nonostante l’evidenza dica che la salute dei docenti non interessi proprio a nessuno (istituzioni, sindacati, politici). Mentre in altri Paesi c’è coscienza del problema, da noi il Miur continua a non far nulla. I sindacati idem. Eppure le norme preventive oggi esistono. Il dottore ha reso noto di recente un caso esemplare di ignoranza delle gravi patologie correlate al lavoro docente.

Un bambino “distrugge” la classe… Sempre il dott. Vittorio Lodolo Doria riflette sul caso di un bimbo di terza elementare, già noto per episodi simili occorsi in precedenza, che dà in escandescenze per l’ennesima volta e distrugge” la classe. Il dottore così commenta:

Riabilitare il ruolo dell’insegnante nella società passa necessariamente, in questa fase d’emergenza, attraverso il riconoscimento delle malattie psichiatriche dell’insegnante come malattie professionali. I dati parlano chiaro (sono cinque volte le disfonie croniche), ma le istituzioni, insieme ai sindacati e ai politici, fanno orecchie da mercanti. La legge (D.L. 81/08) sulla prevenzione dello stress lavoro correlato parla chiaro, ma finché non ci sono gli stanziamenti, rimarrà lettera morta.

… Cosa può fare l’insegnante? Che mezzi ha l’insegnante per intervenire in classe? Gabriele Guabello, 35 anni, di Ivrea, una laurea in Scienze dell’educazione, insegnante di italiano, rischia di perdere il posto di lavoro per una frase urlata all’indirizzo dei suoi alunni: «Non facciamo gli scemi, piantiamola di fare i cretini». I genitori sono corsi dalla dirigente scolastica a protestare contro il docente ed è scattato il provvedimento disciplinare: una settimana di sospensione per il maestro. E’ il caso di riportare la riflessione di Massimo Recalcati:

«La nuova alleanza tra genitori e figli disattiva ogni funzione educativa da parte dei genitori che si sentono più impegnati ad abbattere gli ostacoli che mettono alla prova i loro figli per garantire loro un successo nella vita senza traumi, che non a incarnare il senso simbolico della legge…

Il patto generazionale tra insegnanti e genitori… si è rotto a causa della collusione tra il narcisismo dei figli e quello dei genitori. I genitori si alleano con i figli e lasciano gli insegnanti nella più totale solitudine, a rappresentare quel che resta della differenza generazionale e del compito educativo, a supplire alla funzione latitante del genitore, cioè a fare il genitore degli allievi» (Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi, p. 25).

17.000 in fuga dalla scuola. Al peggioramento della condizione docente è da collegare la “fuga dalla scuola” di cui scrive La Repubblica. Se nel 2013/2014, sono stati 10.000 gli insegnanti di scuola materna, elementare, media e superiore che hanno lascito la scuola, quest’anno i numeri sono assai diversi. Sarebbero 17.000 i docenti che hanno presentato domanda di pensionamento, con un balzo in avanti rispetto all’anno scorso del 70%. L’Anief cerca di analizzare il perché.

Contenzioso nella scuola, incompetenza dei politici

MIUR sempre più illegale. Tra i bilanci annuali c’è questo: nella scuola è aumentato il contenzioso. Le notificazioni per pubblici proclami, mentre nel 2013 erano state in tutto 130 (poco più di 10 al mese), nel 2014 sono state ben 566 (in media 47 al mese), pari cioè a 436 notificazioni in più. Si tratta di un balzo vertiginoso superiore al 335%.

Se si considera che soltanto negli ultimi due mesi del 2014 le notificazioni sono state 241 (oltre il 42% dell’intero anno) e che nel medesimo periodo del 2013 erano state invece solamente 9 (il 7% del totale annuo), si può ritenere fin d’ora che il livello di contenzioso nel 2015 sia destinato a salire ulteriormente.

Sfiducia, mancanza di relazioni, troppe leggi. Quali le cause? Giorgio Rembado ne indica qualcuna:

In primo luogo non si può sottacere la sfiducia crescente nelle amministrazioni

Altro motivo… la soppressione o il congelamento delle sedi di strutturazione del conflitto… la caduta delle relazioni sindacali, ridotte ai minimi termini. In un contesto di tal fatta, altro non resta se non il ricorso al giudice.

Un’ulteriore spinta viene dalla produzione normativa: sempre più abbondante, sempre più ispirata dalle emergenze contingenti (non si fanno più leggi ordinarie, si convertono solo, in affanno, decreti-legge) e quindi fonte essa stessa di ambiguità interpretative, sovrapposizioni e incoerenze.

Due condanne fresche: trattenuta del 2,5% e abuso di precariato. In tema di ricorsi, ricordiamo qualche pronunciamento reso noto in settimana. Il tribunale di Roma condanna il MEF alla restituzione ai docenti ricorrenti della trattenuta del 2,5% sul TFR, considerata illegittima.

Mentre da Napoli arriva la prima applicazione della storica sentenza della Corte di Giustizia europea del 26 novembre scorso: il giudice del lavoro Paolo Coppola, prendendo atto della pronuncia emessa dai giudici di Lussemburgo, ha accolto il ricorso di alcune docenti precarie: Alba Forni, Immacolata Racca e Raffaella Mascolo, disponendone d’ufficio l’assunzione in ruolo.

Un’altra mossa che brilla per correttezza: cancellare i debiti! Non brilla per correttezza la decisione del Miur di annullare d’imperio i debiti maturati verso le scuole. Si tratta di scuole che negli anni 2007/2009 avevano pagato le supplenze utilizzando risorse proprie in attesa che arrivassero i fondi del Miur. In realtà non sempre il Miur ha onorato gli impegni, anzi in molti a casi ha fatto un discorso molto semplice alle scuole interessate: “Se avete pagato le supplenze con i vostri soldi è perché li avevate, quindi non vi dobbiamo restituire proprio nulla”.

Adesso il Miur è arrivato addirittura a mettere nero su bianco e ha inviato alle scuole una lettera in cui sta chiaramente scritto:

Si auspica che con progressiva e ragionata programmazione i residui attivi possano essere radiati nell’ambito della autonoma gestione amministrativo contabile e nel rispetto di quanto previsto dalla normativa vigente, tramite mirate delibere dei consigli di istituto.

Ciò al fine di rendere i bilanci delle scuole più coerenti con la effettiva situazione finanziaria e anche per consentire all’Amministrazione una analisi più dettagliata e orientata a soddisfare le esigenze effettive, predisponendo gli interventi finanziari più idonei”.

Dubbi sulla costituzionalità. Anche la vicenda dell’insegnamento in inglese obbligatorio per le lauree specialistiche al Politecnico di Milano approda alla Corte costituzionale, dopo che il Tar ha sollevato dubbi di costituzionalità sulla disposizione dell’università.

E l’edilizia? Altro che cavallo di battaglia, è il tallone d’Achille. Anche il tema della sicurezza degli edifici scolastici vede i Governi perennemente in difetto. Il 70% degli edifici è esposto a rischio sismico e per metterle a norma servirebbero 25 anni e 50 miliardi. Gli sconfortanti dati sono stati forniti il 17 gennaio a Campobasso dal Consiglio nazionale dei Geologi, che ha organizzato un convention assieme all’Associazione delle vittime universitarie de L’Aquila: il problema riguarda anche ospedali, caserme, edifici pubblici in generale. Per Piero De Pari, segretario del Consiglio nazionale dei Geologi, “un Paese civile non può attendere così tanto tempo, servono soluzioni immediate“.

Causa di tanto contenzioso non sarà l’incompetenza dei politici? Se lo domandano in tanti, e la Gilda stila un elenco che dà corpo al sospetto di incompetenza dei politici:

Mentre siamo subissati da tweet e dichiarazioni fantasiose dei soliti politici che spesso si contraddicono tra loro, la scuola vive una situazione paradossale:

  • alla fine di gennaio 2015 non sappiamo ancora come saranno organizzati gli esami di maturità (commissioni miste e interne?, seconda prova predisposta dal MIUR con altre modalità? oppure tutto resterà uguale?);
  • alla fine di gennaio non sappiamo ancora nulla sulle modalità di applicazione del contratto nazionale integrativo sulla mobilità (tempistica, su quale organico saranno definiti i posti oggetto di trasferimento, ecc.);
  • alla fine di gennaio nulla sappiamo sulle modalità di riorganizzazione degli organici che dovrebbe portare al mitico organico funzionale;
  • alla fine di gennaio nulla sappiamo sul promesso regolamento che dovrebbe riorganizzare le classi di concorso e che sembra in mano ai soliti misteriosi “esperti”;
  • alla fine di gennaio non sappiamo ancora l’entità dei fondi disponibili e certi per la contrattazione di istituto e per l’autonomia scolastici costringendo la contrattazione decentrata a “immaginare” presumibili scenari a venire;
  • alla fine di gennaio sembra che finalmente partiranno in alcune regioni i TFA con il solito scandaloso ritardo che determinerà una compressione in pochi mesi dell’attività di tirocinio attivo in classe. Una vergogna, ancor di più eclatante visto che i TFA sono profumatamente pagati dai corsisti.

Questa è solo una parte nelle numerose inadempienze che il MIUR sta evidenziando.

Chiediamo che si riapra subito un tavolo al Ministero per consentire alle OO.SS. (e non solo ai giornalisti e alle televisioni) di discutere finalmente dei tanti aspetti oscuri che stanno contrassegnando la strada della “buona scuola” e può rischiare di trasformarsi nel solito tsunami di norme illeggibili, confuse e inapplicabili.

Se chiedono ai docenti la didattica per competenze, i docenti chiedono certezze e competenza nell’affrontare i tanti problemi della scuola italiana, competenza che sembra in questa fase inesistente.

Ed sono questo tipo di politici i sostenitori della licenziabilità del personale della scuola, addirittura per iniziativa del Dirigente scolastico. Se questo è il trend, è prevedibile che i decreti della Buona Scuola, e in generale le nuove norme sulla scuola, indipendentemente dal loro contenuto, contribuiranno all’aumento dei ricorsi.

La Buona Scuola di Faraone è un campo di zizzania

Interrotte le relazioni con i sindacati. Difatti. “Se non è una rivoluzione poco ci manca”. Così inizia l’articolo dedicato ieri da Il Sole-24 Ore alle novità sulla carriera dei docenti preannunciate dal sottosegretario Davide Faraone nell’intervista rilasciata al quotidiano economico.

Le novità non stanno tanto nei contenuti, che sono quelli già delineati nel documento “La Buona Scuola“: gli scatti per “merito” al posto di quelli di anzianità riservati a due terzi dei docenti, l’introduzione di due nuove figure professionali: l’insegnante «mentor», specializzato nella didattica, e il «quadro-intermedio», più finalizzato al supporto organizzativo. La novità sta nel metodo con il quale tali novità dovrebbero essere tradotte in pratica: un decreto legge da approvare entro la fine di febbraio, in modo da renderle esecutive (per “un 20-30% dei docenti”), già con l’anno scolastico 2015-2016. Con l’aggravante che il Governo dell'”ascolto” non tiene conto del fatto che gli scatti per “merito” al 66% dei docenti sono stati bocciati sia da vari sondaggi (vedi qui) sia dalla stessa consultazione on line del Governo.

Domenico Pantaleo, segretario Flc Cgil, in un comunicato afferma che

La valorizzazione del personale della scuola, docente e ATA, si realizza per contratto e, per quanto riguarda la docenza, deve contenere l’esperienza maturata per anzianità, l’impegno nel lavoro d’aula, nell’organizzazione scolastica e nei territori a rischio.”

Stesso giudizio da parte di Rino Di Meglio della Gilda:

Questo Governo ha praticamente interrotto le relazioni con i sindacati e tenta di modificare alcune materie, come l’orario di lavoro, la retribuzione, la carriera degli insegnanti, senza un confronto con i rappresentanti del mondo della scuola“.

Quello che le occupazioni “sono più formative delle ore passate in classe. D’altra parte ogni volta che parla Davide Faraone, attivissimo nel suo ruolo (7 visite nello stesso giorno tra scuole e convegni) semina zizzania. Su La Stampa aveva lodato le occupazioni definendole “in alcuni casi più formative delle ore passate in classe”. Risultato: imbarazzo del governo, una petizione per chiederne le dimissioni, contestazioni accanite da parte di dirigenti scolastici.

Quello che gli studenti valuteranno i docenti. Durante un Forum con i rappresentanti degli studenti, prometteva che anche loro avrebbero potuto esprimere un parere sui docenti.

E così dicendo riesce a dividere anche gli studenti: gli studenti medi si dichiarano favorevoli, mentre il giudizio di Daniele Lampis dell’Udu (Unione degli Studenti) è fortemente negativo:

Non accettiamo che la rivendicazione storica del movimento studentesco di una valutazione dei docenti da parte degli studenti, pensata per consentire a questi ultimi di potersi esprimere sulla didattica e sull’effettiva qualità del processo formativo e per poter quindi contribuire attivamente al miglioramento complessivo della realtà scolastica, venga utilizzata strumentalmente dal Governo per alimentare una guerra tra poveri all’interno delle nostre scuole e continuare a produrre classifiche degli istituti e del personale.

Dei dirigenti scolastici, si esprime il Gruppo di Firenze, un’associazione di Dirigenti scolastici fiorentini.

Il sottosegretario Faraone si muove da tempo come ministro de facto, e purtroppo lo fa doppiando in demagogia i predecessori, che pure si erano distinti per ricerca della popolarità a buon mercato.

E sentiamo anche Enrico Maranzana, che coglie la differenza sostanziale tra “controllo” e “valutazione”, iscrivendo l’azione e le politiche del governo più nel primo che nella seconda, e propone che a essere valutato sia il sottosegretario Davide Faraone:

La proposta di Davide Faraone è una tipica tecnica della customer satisfaction, appagamento rilevato per mezzo di questionari compilati dai soggetti destinatari degli output aziendali.

Una scelta che rende manifesta una visione annebbiata delle dinamiche di governo del “Sistema educativo di istruzione e di formazione”.

Categorico anche il giudizio di Cosimo De Nitto, secondo cui tali proposte

Sono da considerare pericolose armi improprie, non convenzionali, capaci di fare danni e ingiustizie non solo nei confronti dei docenti, ma degli stessi studenti che, secondo me, dovrebbero rifiutarle anche se vengono loro imposte.

Critica la Flc Cgil:

No all”utilizzo di questionari elaborati in forma anonima, no all”utilizzo delle opinioni degli studenti per la premialità o per lo sviluppo della carriera dei singoli docenti“.

Mentre Marcello Pacifico dell’Anief parla del rischio di un “voto di scambio“:

Non si può pensare di coinvolgere gli studenti in un processo delicato come quello della valutazione dell’operato delle scuole o dei docenti in prova. Viene da chiedersi come potranno non ripercuotersi i riflessi di valutazioni negative sulle competenze studentesche, sui giudizi che gli stessi studenti saranno chiamati a formulare nei confronti dei docenti. Non nascondiamo il rischio del “voto di scambio.

Infine Lucio Ficara argomenta da un punto di vista didattico una proposta alternativa:

Per capire il vero valore professionale di un docente, bisognerebbe ascoltare gli ex alunni di tale insegnante. Solo chi ha ricevuto degli insegnamenti, potrà veramente dire se gli sono serviti nella vita e nel percorso scolastico e lavorativo successivo.

[torna su]

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RISORSE IN RETE

La “Buona Scuola” di Renzi qui.

Questo è il sito della LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP. In questo video ne parla Anna Angelucci.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e  la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su vivalascuola: da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione: ScuolaOggi, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, école, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Foruminsegnanti, Like@Rolling Stone, Associazione Nonunodimeno, Gli Asini

Siti di informazione scolastica: OrizzonteScuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola.

Spazi in rete sulla scuola qui. [torna su]

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

2 pensieri su “Vivalascuola. Memoria del male, memoria del bene

  1. Un bellissimo numero, con contributi importanti su cui ritornare e da divulgare. Ma la cosa che apprezzo di più è nelle intenzioni, nel parlare dei giusti che provano o hanno provato a fare il proprio dovere (etico e umano). Grazie.

    Francesco t.

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  2. Pingback: VIVA LA SCUOLA: Giornata della memoria | COMPITU RE VIVI

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