Linea di fondo, di Edoardo Ferri

Ferri
Fabio Ciriachi su Linea di fondo di Edoardo Ferri (Edizioni Il Labirinto 2014)

La misura dell’addio

Quel misterioso incrocio di molecole / che racchiude il senso del gol” si può leggere al termine della prima strofa di Bomber. Conviene muovere da qui le nostre considerazioni su Linea di fondo, giacché la natura quasi fisica della raccolta, solo ipotizzata fino a quel punto (Bomber è la ventunesima poesia di un corpus che ne contiene cinquantuno), grazie ai due versi sopra citati inizia a trovare una certa conferma d’autore. Se per Edo Ferri “il senso del gol” – ovvero della qualità attraverso la quale il fine ultimo del gioco in questione (vincere) può essere raggiunto – è racchiuso da un “misterioso incrocio di molecole”, quasi fosse geneticamente rintracciabile e mappabile, pare chiara la sua intenzione di costruire, partendo dalle allusive forme delle regole del calcio, un organismo poetante complesso e autonomo, capace di interrogare il mondo da una prospettiva insolita, meno difesa e armata della riflessione filosofica, quand’anche svolta nel modo più eterodosso. Sappiamo bene, dalla memoria dei miti, che sottrarsi allo sguardo diretto di Medusa è condizione necessaria per non rimanerne pietrificati, ed è nel rispetto di questo principio non eludibile che l’analisi di Ferri, fattasi doviziosamente “laterale”, dall’alto di una non facile sicurezza raggiunta c’invita nel suo osservatorio per prendere visione, assieme, degli scorci di panorama su cui affaccia.
Sorretto dall’artificio di un organismo autonomo paradigmatico del modo complesso con cui interpretare la realtà, Linea di fondo sperimenta vari registri espressivi, tutti legati al minimo comun denominatore della prospettiva eroica; o, almeno, di quella quota non tragica di eroismo mutuabile dall’universo del calcio inteso, qui, in un’accezione puramente semiologica.

Per evitare pregiudizi tematici sull’ambientazione calcistica ricordiamo, per cenni, qualche nobile ascendente poetico-letterario: dal canto di Leopardi, “A un vincitore nel pallone” dove, anche se il gioco, allora, era altro dal presente, resta analoga la celebrazione simbolica del competere come affermazione virtuosa dell’energia vitale: “Te l’echeggiante / Arena e il circo, e te fremendo appella / Ai fatti illustri il popolar favore”, al Saba di Goal, una poesia nel cui nucleo è custodito, come una perla, l’entusiasmo del poeta: “Pochi momenti come questo belli, / a quanti l’odio consuma e l’amore, / è dato, sotto il cielo, di vedere”; dal Sereni di “Inter-Juve”, che sottolinea a sua volta l’aspetto emotivo suscitato dal gioco: “La passione fiorisce fazzoletti / di colore sui petti delle donne”, all’Acitelli de La solitudine dell’ala destra dove sono ritratti, in versi, i più grandi rappresentanti del calcio di tutti i tempi. Per non dire del romanzo di Peter Handke Prima del calcio di rigore, del capitolo de La peste di Camus (che da giovane era portiere in una squadra di terza divisione) in cui parlando di calcio si dice: “…distribuer le jeu, c’est ça le football”; e come dimenticare, poi, Pasolini, fotografato mentre calcia la palla, che intervistato da Biagi ammette: “dopo la letteratura e l’eros il calcio è uno dei più grandi piaceri”; oltre a riconoscergli, vedi Saggi sulla letteratura e sull’arte nel II vol. dei Meridiani Mondadori, lo statuto di vero e proprio linguaggio.
È proprio nel senso di quest’ultima accezione che il lavoro di Ferri ha preso corpo; e poiché non c’è linguaggio (ovvero, civiltà) che possa fare a meno dei suoi miti – fondativi o celebrativi che siano – andiamo a vedere quali sono quelli prospettati da Il primo pallone. Senza dubbio ne troviamo tracce nella poesia che apre la raccolta, composta com’è di tre strofe che alludono a tre diverse età del mondo: la prima, la Genesi, i versi “Il primo pallone non era / né grande né piccolo / era sfera e basta / non cresceva sugli alberi” evocano (al negativo) l’immagine della mela e del paradiso terrestre (oltre a far giocare “era” verbo con “era” sostantivo, termine presente, in entrambi i sensi, in “sfera”); la seconda strofe, L’Evoluzione, i cui versi: “C’è chi dice che l’uomo / ha guadagnato la stazione eretta / tentando di calciare / una palla di rettili”, assieme alla “prima parola” del verso successivo, rimandano al crescere, sia individuale che della specie (il calcio alla “palla di rettili” è la presa di distanza dalla condanna biblica del paradiso perduto, oltre ad alludere alla conformazione dei primi palloni con la chiusura a lacci); nella terza strofe, l’Apocalisse, che mettendo come clausola: “nemmeno le donne / la cui difesa ermetica / può ricalciarci indietro / oltre le forme del primo pallone” evoca un precipitare al di là del civile che, oltre a porsi come termine (di vita, di specie e di mondo), è al tempo stesso una perfetta chiusura del cerchio, giacché le parole “primo pallone”, con cui ci si congeda dalla poesia, sono le stesse che la aprono.
Nessun atto fondativo, però, riesce a essere durevole se le sue forme non vengono rafforzate dalla celebrazione (che è memoria finalizzata all’accrescimento); e cosa meglio dell’epica raggiunge questo risultato? L’eroe di turno lo troviamo in “Laszlo”, il cui nome dà il titolo alla poesia forse più complessa dell’intera raccolta, per quanti temi tratta, e per la ricchezza della lingua, disponibile e determinata a svolgerli al meglio. Aperta alla nostalgia (“Non ricordo più il tuo volto Laszlo / ma rivedo i tuoi palloni tesi / il tuo passo magiaro”), rivoluzionaria quanto lo fu, a suo tempo, la pietas virgiliana (“come la tua negazione del gol / il fermo desiderio di non aggiungere / altra tristezza negli occhi dei portieri”), fortemente evocativa della stretta connessione fra gioco e vita (“il gol era fine di un racconto / definizione di una regola / per un atto anarchico”), capace di coniugare la perdita dell’innocenza (“Oggi segni come gli altri Laszlo”) con la rassegnazione per ciò che il tempo sottrae, minacciando il miracolo della bellezza (“malgrado tutto sia abitudine / e nessuno sappia più dare valore / all’inutilità di un cross”), “Laszlo” svetta sul panorama frastagliato e mutevole di Linea di fondo, e dalla sua altezza così dettagliatamente connotata si relaziona con le altre poesie cogliendone di volta in volta le ragioni più nascoste.
Significativo il rapporto con quella senza titolo il cui incipit recita: “Ho calciato verso la porta buia / colpendo il tuo sguardo di donna”, perché allude alle molte altre poesie portatrici di un discorso amoroso, tutte disseminate lungo l’intera raccolta più che per ritrovare la via del ritorno (come in Pollicino), perché sia sempre chiara, durante la lettura, la rilevanza del tema. Le fanno eco testi in cui, in modo più o meno diretto (il tu poetico di Ferri gioca sapientemente nel confondere il lettore sull’identità che gli sta dietro) l’interlocuzione con la donna amata – o con la sua assenza, che è perdita – trova un asilo così ampio da assumere i tratti di un elemento portante. Pensiamo alla clausola di Sette giorni, alla seconda, e ultima, strofe di Senza rete (titolo che allude sia alla mancanza di gol che di protezione nel compiere un pericoloso esercizio), alla clausola di Distrazione, a Ombre ed erba (la più ambigua nell’esercizio del tu poetico) di cui citiamo il solo incipit: “È tardi per rimuovere quell’ombra / scolpita nell’erba dai tuoi passi / sogno di grandezza della fuga / verso la meta del desiderio”; alla clausola di “Terzino sinistro”: “negligenza del tuo esser guercio / sui calci piazzati come per le donne / che più volte ti hanno trafitto / con rasoterra affilati e lievi”. Ed infine pensiamo all’intera Zona Cesarini; la quale, oltre a ciò, è la prova, se serve, di come nessun particolare, quand’anche prestabilito, riesca a evitare il generale, e di come nessuna singola esistenza sia esentata, oltre lo specifico della persona, dal rappresentarle tutte, per la profonda contiguità che lega le une alle altre. Con l’autorevolezza dei suoi diciotto intoccabili versi, Zona Cesarini scioglie anche la più capillare obiezione di chi, ostinato, creda che Linea di fondo possa risultare oscuro anche ai non esperti di calcio.
Da segnalare, sparse qua e là nelle maglie strette del lessico calcistico, perle sintattico-stilistiche, e riferimenti ad altra poesia. L’incipit di Tempo scaduto, ad esempio: “Polvere di giocate confuse / nei passaggi alla rinfusa”, dove “confuse” oscilla di continuo, con sommesse diversità di senso, dal ruolo di “aggettivo/participio passato” a quello di “verbo/passato remoto”. In Ultima giornata, lì dove si dice: “ricerca della luce ideale / perché tornino / una volta ancora / le efelidi dei venti / ora che i trenta attendono / all’ingresso dell’area di rigore” pare evidente l’allusione all’incipit del montaliano Falsetto: “Esterina, i vent’anni ti minacciano”, anche se qui, quell’età della vita, viene usata in funzione più di dolente ironia che non di elegiaco ammonimento. E a proposito di ironia, come non citare la clausola di Area affollata: “sollievo alla prigionia della lingua / regione astratta del calciar pensando / ad una Costituzione scritta coi piedi”.
Se è vero, come sostiene Antonio Prete in Trattato della lontananza che: “per la poesia, dei cinque sensi, è il senso del vedere il più attivo”, allora non possiamo non accennare in queste considerazioni agli elementi che il “vedere” di Ferri, acuto come l’angolo del suo punto di vista, ha predisposto per collocare in un paesaggio tangibile la creatura cui ha dato vita; capace, anche in assenza di risposte che nessuno si è mai davvero aspettato, di superare l’abisso fra il transitorio e l’eterno, come se il lungo bilanciere orizzontale dell’acrobata sul filo, che manovriamo alla meglio per l’equilibrio quotidiano, qui ruotasse di novanta gradi per coincidere con la protettiva verticalità della poesia che punta decisa verso l’alto senza mai distogliere lo sguardo dal basso. Ed ecco, allora, i mattoni a vista più impiegati nell’edificare quest’opera che ci sollecita, coi suoi tanti piccoli memento, a considerare la sua non scontata particolarità: erba, tacchetti, rete, pallone, area, porta, gradinate, fango, panchina, gol, salvezza, barriere, piedi. Ma poi, e non poteva essere altrimenti, anche, occhi, luce, tramonto, corpo, vita, mani, lingua, rivolta, anarchia, abbraccio, nuvole, altezze, destino.
Di dorica linearità, per quanto si mostra restia ai giochi di rime e assonanze la versificazione di Ferri si converte con spontaneo mimetismo alla geometria del quadrilatero regolare (soprattutto rettangolo), capace di una precisione cui si può imputare di tutto tranne di non essere accogliente, per quanto spontaneamente ospita al suo interno, oltre lo scandalo di un cerchio di centro campo, l’illimitata fantasia delle più ardite e imprevedibili triangolazioni.
Gli attori di questo teatro diurno e notturno fanno il loro ingresso in palcoscenico (in fondo, dimensioni a parte, un campo di calcio non è dissimile dalla forma di un libro) senza temere che le regole cui dovranno sottostare possano spegnere l’innata anarchia dei gesti da compiere (il calcio, come la vita, è un gioco collettivo che non salva dalla solitudine). Sanno che è dal circoscritto che si estrae la migliore libertà, e anche se i versi, qui, agiscono al di fuori di una gabbia rigida che ne calmieri lunghezza e peso (la misura prevalente oscilla fra settenari e decasillabi), il rigore temperato di cui sono capaci conferisce loro la solennità implicita in ogni gioco che si rispetti; sempre aperti a quella sorta di ideali metamorfosi che sono le antropomorfizzazioni, come in Fuorigioco: “il tuo essere in fuorigioco / sul campo come nella vita / dove la linea non è più immaginaria / e traccia un solco sulla tua fronte”.
Metafore a parte (in Minuti di recupero: “Pallone non più vivo/salma raccolta dall’arbitro” o anche in Arbitro: “Nemmeno una preghiera medievale/a proteggere il tuo volo di corvo/ […] /”arresto del gioco senza preavviso/sanzione allo spettacolo/che vorrebbe esser eterno/oltre l’effimero dei tuoi passi scuri”), pur essendo descritto come un nero uccello votato alla tristezza, è l’arbitro che decreta la fine dell’incontro. Scaduto il tempo concesso, esperito l’arco delle prodezze e dei fallimenti, i giocatori lasciano il campo e tornano ad abitare nell’attesa di un’altra occasione. Anche chi ha vinto, lo fa. Perché non ignora che ogni volta si ricomincia da capo, e l’esito non è mai scontato. Più esperti ma anche più stanchi, i giocatori ai quali Ferri chiede di fare la loro parte ne Il primo pallone hanno ogni volta qualcosa da capire, da imparare, da sbagliare di nuovo; malgrado tutti, per dirla con l’Eliot de La terra desolata, tutti potrebbero a buon diritto affermare, come Tiresia: “ho presofferto tutto / quanto si compie su questo stesso divano o letto”. Ma non hanno il dono della preveggenza, loro, né mai lo avranno, perciò considerano inutile darsi la pena di soffrire prima. La sofferenza vera, lo sanno bene, è quella irreversibile che viene dopo l’atto. Sempre.

***

Sedici metri

Sedici metri
distanza lontana dal sonno
recinto che racchiude
la materia viva del gol
questa pietra immutabile
da raccontare ai posteri
percorso obbligato delle sfere
verso l’armonia della segnatura
esattezza nell’unità
che coglie l’essenza dell’area
quella breve rincorsa per calciare
e far viaggiare il cuoio
come la mente
in un mondo intero di sedici metri.

***

Laszlo

Non ricordo più il tuo volto Laszlo
ma rivedo i tuoi palloni tesi
il tuo passo magiaro
le gambe in guerra con il terreno
lo sguardo verso la linea di fondo
confine al tuo fremere
su chilometri di fasce
strade d’erba verso il sole
unico amico dei cieli romani
con il pensiero a Budapest
ai palloni di stracci in cui già cercavi
il giro perfetto del cross
l’inclinatura magica della caviglia
enigma impenetrabile
come la tua negazione del gol
il fermo desiderio di non aggiungere
altra tristezza negli occhi dei portieri.

Non esultavi mai Laszlo
il gol era fine di un racconto
definizione di una regola
per un atto anarchico
come il correre
il calciare con estro
mentre il corso degli anni
iscriveva il senso del dovere
nelle parole e le dita dei tuoi piedi.

Oggi segni come gli altri Laszlo
canti i tuoi gol ad una curva immaginaria
ma sai ancora tornare col pensiero
a quegli attimi luminosi interminabili
come ad un verso mai dimenticato
che attraversa il tempo incide i giorni
malgrado tutto sia abitudine
e nessuno sappia più dare valore
all’inutilità di un cross.

***

Distrazione

Il pallone era lontano ormai
per la tua corsa svogliata
desiderio improvviso di un solo istante
in cui cogliere tutto
il senso di una vita
ora che è quasi tardi
risorgono versi mai scritti
rinvii sotto gli occhi di margherite
stanchezza primaverile
forse definitiva
dei tuoi piedi distratti
che calzano la misura dell’addio.

***

Palloni rubati

Hai il pallone fra i piedi
e sei pronto al rilancio
banale calcio verso le nuvole
tu non abituato alle altezze
quelle vere che danno il brivido
di sfera colpita nello spazio
un giorno ricadrà sulla terra
groviglio di cuoio lunare
che nessuno potrà rubare
né concepire di girarlo in gol
nemmeno tu
astuto ladro di palloni
il tuo rinvio riposa
nell’abbraccio dei portieri.

***

Linea di fondo

Non linea immaginaria
ma limite reale
confine e regola
la linea è disegno d’ordine
controllo del peso
presa di posizione
in campo e fuori
se sono in linea con te
ti sto parlando forse
o andiamo solo d’accordo?

C’è sempre una linea di fondo
dove devi fermarti
per non perdere il respiro
quel limite estremo
che vorremmo prolungare
disegnare un campo profondo
le porte lontane anni luce
e il manto verde
dove la corsa non ha fine
viaggio fino al termine
della notte dei tempi.

2 pensieri su “Linea di fondo, di Edoardo Ferri

  1. Rimanere “dentro quella linea ” vedere la realtà, fare quel che possiamo, nella migliore delle ipotesi “parliamo” cerchiamo almeno, balbettiamo oppure stiamo in silenzio , senza ipocrisie. Uscire “da quella linea” perdere il controllo, uno sguardo ,una parola, un’azione che “offende” l’altro. Il rispetto è fondamento per costruire il dialogo.

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  2. Come si fa “gol” in ogni momento della giornata( ” non facendo esultare i portieri” ), nelle piccole e grandi controversie… cercando a tutti i costi il dialogo , con qualsiasi mezzo , lasciando “un segno” di bene, (incidere sulla coscienza ) un gol dopo l’altro e la partita si vince.

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