William Shakespeare Ladro gentile, traduzione di Francesco Dalessandro

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di Domenico Ludovici

A metà degli anni Cinquanta del Novecento, un estimatore e critico per niente accademico ma di notevole acume e intelligenza, lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa, in certe sue originali lezioni di letteratura inglese dedica ai Sonetti alcune mirabili pagine e, scegliendone idealmente una quarantina, «fra i massimi che mano umana abbia scritto», li definisce «la più dolorosa tragedia di Shakespeare». E poco altro di nuovo o di originale potremmo aggiungere alla sterminata letteratura che sui Sonetti si è scritta da quando Wordsworth affermò che in essi «Shakespeare ci ha aperto il suo cuore» e Browning gli replicò che «allora di altrettanto ne esce diminuito».
Questo lapidario quanto ingeneroso giudizio, nel tempo è stato spesso ripetuto. E molteplici sono state le ragioni addotte per giustificarlo. Una su tutte: s’è detto che probabilmente i Sonetti non sono opera di Shakespeare, ma di qualcuno che, inviando a Thorpe, il loro primo editore, quei versi a dir poco modesti, voleva screditare il grande drammaturgo. Eppure, da quel 1609, i Sonetti non hanno smesso di affascinare i lettori di poesia di tutto il mondo e non si è smesso di tradurli.
Varie e diverse, integrali o parziali, sono anche state le traduzioni nella nostra lingua, alcune riuscite, altre meno: basti ricordare, qui, quelle di Alberto Rossi, di Giorgio Melchiorri, di Giuseppe Ungaretti; e quella, magistrale, sebbene limitata a tre soli sonetti, di Eugenio Montale. Ultima, per molti aspetti pregevole, la traduzione integrale e ben commentata di Alessandro Serpieri. A quelle si aggiunge ora questa di Francesco Dalessandro. Se anche una traduzione deve offrire un giudizio critico sull’opera, e se la qualità di esso dipende dall’adesione appassionata del traduttore all’originale, qui, il giudizio non potrebbe essere più positivo.
Ladro gentile è il frutto della scelta elettiva dell’autore del Gattopardo”, si legge sulla bandella di questo libro che le Edizioni Il Labirinto hanno avuto il merito di offrire ai lettori italiani di poesia, e il poeta Francesco Dalessandro si è assunto il compito per niente facile di trasferire in italiano le scelte di tanto ammirato lettore. “Fermamente intenzionato”, conclude come meglio non si saprebbe fare l’estensore della bandella, “a restare fedele alla struttura, «rigida ma straordinariamente armoniosa ed efficace», del sonetto scespiriano, però salvaguardando ritmo e armonia della nostra lingua”, Dalessandro “supera le difficoltà poste dal flessibile decasillabo inglese evitando di costringerlo in una struttura fissa, invece forgiando un verso vario e variabile per misura e peso, elastico secondo circostanze e necessità. L’esito è una traduzione di grande spessore e musicalità, degna a suo modo di essere accostata alle tanto ammirate tre versioni di Eugenio Montale”.

***

Da William Shakespeare Ladro gentile, traduzione di Francesco Dalessandro

XXIII

As an unperfect actor on the stage,
Who with his fear is put besides his part,
Or some fierce thing replete with too much rage,
Whose strength’s abundance weakens his own heart;
So I, for fear of trust, forget to say
The perfect ceremony of love’s rite,
And in mine own love’s strength seem to decay,
O’ercharged with burden of mine own love’s might.
O, let my books be then the eloquence
And dumb presagers of my speaking breast,
Who plead for love and look for recompense
More than that tongue that more hath more expressed.
O, learn to read what silent love hath writ;
To hear with eyes belongs to love’s fine wit.

XXIII

Come un attore inesperto che in scena
dimentica la parte per paura,
o un infuriato traboccante d’ira
a cui per troppa rabbia manca il cuore,
così io sfiduciato dimentico i precisi
cerimoniali della corte d’amore,
per eccesso d’amore indebolito
di quest’amore mi schiaccia la forza.
Nunzi muti del mio parlante petto,
questi fogli siano allora l’eloquenza
che amore supplica e spera ricompensa
più della lingua che di più più disse.
Oh, leggi quel che amore silenzioso scrisse:
con gli occhi ascolta chi l’amore intende.

XXX

When to the sessions of sweet silent thought
I summon up remembrance of things past,
I sigh the lack of many a thing I sought,
And with old woes new wail my dear time’s waste;
Then can I drown an eye, unused to flow,
For precious friends hid in death’s dateless night,
And weep afresh love’s long since cancelled woe,
And moan th’expense of many a vanished sight;
Then can I grieve at grievances foregone,
And heavily from woe to woe tell o’er
The sad account of fore-bemoanèd moan,
Which I new pay as if not paid before.
But if the while I think on thee, dear friend,
All losses are restored and sorrows end.

XXX

Quando all’appello del dolce, silente pensiero
cito la memoria delle cose passate,
sospiro la mancanza di molte già sospirate
e con vecchie pene di nuovo lamento lo spreco
del tempo prezioso; per gli amici più cari
nascosti nell’interminabile notte della morte
si gonfiano gli occhi, non avvezzi a lacrimare,
ripiango pene d’amore da tempo esaurite
e lamento il dispendio di visioni svanite;
mi affliggono danni passati e dolore su dolore
stancamente ripeto l’infelice resoconto
di dolenti lagnanze già scontate che risconto.
Ma se, caro amico, in quel mentre ti penso
le perdite sono rimesse, la pena più non sento.

XL

Take all my loves, my love, yea, take them all;
What hast thou then more than thou hadst before?
No love, my love, that thou mayst true love call;
All mine was thine, before thou hadst this more.
Then if for my love thou my love receivest,
I cannot blame thee for my love thou usest;
But yet be blamed, if thou thyself deceivest
By wilful taste of what thyself refusest.
I do forgive thy robb’ry, gentle thief,
Although thou steal thee all my poverty;
And yet love knows it is a greater grief
To bear love’s wrong than hate’s known injury.
Lascivious grace, in whom all ill well shows,
Kill me with spites; yet we must not be foes.

XL

Prendi tutti i miei amori, amore, sì prenditeli tutti
e che cosa avrai in più che non avevi prima?
Nessun amore, amor mio, che vero amore
tu possa chiamare, il mio tutto era tuo prima ancora
che in più questo avessi. Così, se per amore
mio ricevi l’amor mio non posso biasimarti
per l’uso che ne fai. Ma se inganni te stesso,
gustando con bramosia ciò che prima rifiutavi,
sarai biasimato. Io, ladro gentile, il tuo furto
perdono anche se d’ogni povero avere mi derubi.
L’amore ben sa com’è più doloroso sopportare
il torto d’amore che non dell’odio l’offesa diretta.
Lasciva grazia, in cui tutto il male sembra bene,
uccidimi col disprezzo, ma non essermi nemico.

LV

Not marble nor the gilded monuments
Of princes shall outlive this powerful rhyme,
But you shall shine more bright in these contents
Than unswept stone, besmeared with sluttish time.
When wasteful war shall statues overturn,
And broils root out the work of masonry,
Nor Mars his sword nor war’s quick fire shall burn
The living record of you memory.
’Gainst death and all oblivious enmity
Shall you pace forth; your praise shall still find room
Even in the eyes of all posterity
That wear this world out to the ending doom.
So, till the judgement that yourself arise,
You live in this, and dwell in lovers’ eyes.

LV

Né marmo né dorati monumenti di prìncipi
a queste rime possenti sopravviveranno;
tu, in esse contenuto, splenderai più luminoso
che su lurida pietra imbrattata dal sudicio tempo.
La guerra che devasta abbatterà statue
e le sommosse scalzeranno muraglie
ma né spada di Marte né incendi furiosi
arderanno vive prove della tua memoria.
Contro morte e inimicizia che il ricordo cancella
avanzerai, e per sempre la tua lode
avrà sede negli occhi d’ogni futura età
che fino all’estrema rovina consumerà il mondo.
E fin quando al Giudizio anche tu risorgerai,
qui e negli occhi degli amanti vivo abiterai.

LXVI

Tired with all these, for restful death I cry:
As to behold desert a beggar born,
And needy nothing trimmed in jollity,
And purest faith unhappily forsworn,
And gilded honour shamefully misplaced,
And maiden virtue rudely strumpeted,
And right perfection wrongfully disgraced,
And strength by limping sway disablèd,
And art made tongue-tied by authority,
And folly, doctor-like, controlling skill,
And simple truth miscalled simplicity,
And captive good attending captain ill.
Tired with all these, from these would I be gone,
Save that, to die, I leave my love alone.

LXVI

Stanco di tutto questo, dalla morte imploro riposo:
vedere come il merito nasce già mendicando
e misere nullità vestirsi a festa
e la fede più pura miseramente tradita
e grandi onori indegnamente attribuiti
e la casta virtù brutalmente venduta
e l’integrità ingiustamente calpestata
e il vigore svilito da un potere azzoppato
e l’arte dall’autorità imbavagliata
e la follia presuntuosa frenare l’ingegno
e la schietta verità scambiata per stoltezza
e il bene calpestato dal capitano male.
Stanco di tutto questo, da tutto scapperei,
se il mio amore morendo io non lasciassi solo.

LXXIII

That time of year thou mayst in me behold
When yellow leaves, or none, or few, do hang
Upon those boughs which shake against the cold,
Bare ruined choirs where late the sweet birds sang.
In me thou seest the twilight of such day
As after sunset fadeth in the west,
Which by and by black night doth take away,
Death’s second self, that seals up all in rest.
In me thou seest the glowing of such fire
That on the ashes of his youth doth lie,
As the deathbed whereon it must expire,
Consumed with that which it was nourished by.
This thou perceiv’st, which makes thy love more strong,
To love that well which thou must leave ere long.

LXXIII

Quella stagione in me tu puoi vedere
quando foglie ingiallite, nessuna, o poche, pendono
appese ai rami tremanti contro il freddo,
spogli cori in rovina dove dolci cantavano gli uccelli.
In me vedi il crepuscolo del giorno
che svanisce a occidente dopo sera,
che porta via pian piano notte nera,
simulacro di morte che nel riposo ogni cosa sigilla.
In me vedi quel fuoco che sfavilla
e langue sulle ceneri della sua giovinezza,
letto di morte in cui dovrà spirare
consumato con quel che lo nutriva.
Questo tu percepisci che rafforza il tuo amore,
per meglio amare ciò che presto dovrai abbandonare.

LXXXVI

Was it the proud full sail of his great verse,
Bound for the prize of all-too-precious you,
That did my ripe thoughts in my brain inhearse,
Making their tomb the womb wherein they grew?
Was it his spirit, by spirits taught to write
Above a mortal pitch, that struck me dead?
No, neither he, nor his compeers by night
Giving him aid, my verse astonishèd.
He, nor that affable familiar ghost
Which nightly gulls him with intelligence,
As victors, of my silence cannot boast;
I was not sick of any fear from thence.
But when your countenance filled up his line,
Then lacked I matter; that enfeebled mine.

LXXXVI

Fu la superba vela del suo nobile verso,
spiegata alla conquista di te, il più prezioso,
che nel cervello sigillò pensieri
già maturi: la tomba, il grembo che li crebbe?
Fu il suo genio, da geni istruito a scrivere
a sovrumane altezze, che mi colpì a morte?
No, non fu lui, né furono i compari
che di notte l’aiutano, a stordire il mio verso.
Né lui né il suo propizio, familiare
fantasma che l’inganna con notturne illazioni,
possono, vincitori, vantare il mio silenzio:
no, e non era di questo ch’io avevo paura.
Ma quando il tuo favore riempì la sua poesia
a me mancò materia e s’infiacchì la mia.

XCIX

The forward violet thus did I chide:
“Sweet thief, whence didst thou steal thy sweet that smells,
If not from my love’s breath? The purple pride
Which on thy soft cheek for complexion dwells
In my love’s veins thou hast too grossly dyed.”
The lily I condemnèd for thy hand,
And buds of marjoram had stol’n thy hair;
The roses fearfully on thorns did stand,
One blushing shame, another white despair;
A third, nor red nor white, had stol’n of both,
And to his robb’ry had annexed thy breath;
But for his theft, in pride of all his growth
A vengeful canker eat him up to death.
More flowers I noted, yet I none could see
But sweet or colour it had stol’n from thee.

XCIX

La violetta precoce così rimproverai:
«Ladra dolce, la fragrante dolcezza hai rubato
al fiato del mio amore e la superba porpora
che sulla tua tenera guancia vive e la colora
hai rozzamente attinto alle sue vene».
Per la tua mano condannai il giglio;
capelli tuoi rubati, gemme di maggiorana;
rose spaurite erano sulle spine,
rossa una di vergogna, pallida l’altra di disperazione;
né rossa né bianca una terza aveva rubato
a entrambe e aggiunto al furto il tuo respiro,
ma in pieno rigoglio a causa di quel furto
un cancro vendicatore la divorava a morte.
Vidi tanti altri fiori, ma non uno
che non t’ha preso colore o profumo.

CXVI

Let me not to the marriage of true minds
Admit impediments; love is not love
Which alters when it alteration finds,
Or bends with the remover to remove.
O no, it is an ever-fixèd mark
That looks on tempests and is never shaken;
It is the star to every wandering bark,
Whose worth’s unknown, although his height be taken.
Love’s not Time’s fool, though rosy lips and cheeks
Within his bending sickle’s compass come;
Love alters not with his brief hours and weeks,
But bears it out even to the edge of doom.
If this be error and upon me proved,
I never writ, nor no man ever loved.

CXVI

Non sarà che all’unione d’animi devoti
io metta impedimenti. Non è amore
l’amore che cambia scoprendo cambiamenti
o si ritrae quando l’altro indietreggia.
Oh no, è invece un faro sempre fisso
che alle tempeste guarda e non ne è scosso;
d’ogni dispersa navicella è l’astro,
misurato in altezza ma di valore ignoto.
Non è, l’amore, zimbello del tempo,
anche se guance e labbra cadranno a giro della curva falce;
neanche muta in brevi ore e settimane,
ma impavido resiste sul ciglio del giudizio.
Se questo è errore e mi sarà provato,
io non ho scritto mai e nessuno ha amato.

CXXIX

Th’expense of spirit in a waste of shame
Is lust in action, and, till action, lust
Is perjured, murd’rous, bloody, full of blame,
Savage, extreme, rude, cruel, not to trust,
Enjoyed no sooner but despisèd straight,
Past reason hunted, and no sooner had,
Past reason hated as a swallowed bait
On purpose laid to make the taker mad;
Mad in pursuit, and in possession so,
Had, having, and in quest to have, extreme,
A bliss in proof, and proved, a very woe,
Before, a joy proposed, behind, a dream.
All this the world well knows, yet none knows well
To shun the heaven that leads men to this hell.

CXXIX

Dispersione di spirito in turpitudine e vergogna
è l’atto di lussuria e la lussuria, in atto,
è spergiura, assassina, infame, sanguinaria,
selvaggia, estrema, bruta, crudele, non leale;
non appena appagata, subito disprezzata;
senza senno inseguita e appena avuta
odiata senza senno, esca inghiottita, tesa
per portare chi abbocca alla follia;
folle nel perseguire e così nel possesso;
dopo l’atto, durante, e nel volerlo, estrema;
un’estasi alla prova e provata una pena;
prima offerta di gioia, dopo un sogno.
Questo sa bene il mondo, ma nessuno sa bene
sottrarsi al paradiso che spinge in tale inferno.

Un pensiero su “William Shakespeare Ladro gentile, traduzione di Francesco Dalessandro

  1. XXIII…Oh, leggi quel che amore silenzioso scrisse : con gli occhi ascolta chi l’amore intende./ XXX…ma se, caro amico, in quel mentre ti penso tutte le pene sono rimosse ,la pena piu non sento./ XL… L’amore ben sa’ come è piu ‘doloroso sopportare il torto d’amore che non dell’odio l’offesa diretta. Il mio tutto era tuo prima ancora che in piu ‘questo avessi. /LV…Contro morte e inimicizia che il ricordo cancella avanzerai, e per sempre la tua lode avrà sede negli occhi d’ogni futura eta’che fino all’estrema rovina consumerà ‘ il mondo.E fin quando anche tu al Giudizio risorgerai qui e negli occhi degli amanti vivo abiterai./LXVI…Stanco di tutto questo, da tutto scapperei se il mio amore morendo io non lasciassi solo. /CXVI…è invece un faro sempre fisso che alle tempeste guarda e non ne è scosso;/CXXIX…Questo sa’ bene il mondo, ma nessuno sa’ bene sottrarsi al paradiso che spinge in tale inferno.

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