Dorinda Di Prossimo, Quaderno millimetrato

E’ un bel libro di poesia, Quaderno millimetrato di Dorinda Di Prossimo, edito da un piccolo editore che è da menzionare per una scelta di qualità e un’ottima cura delle sue pubblicazioni, Incerti Editori. Presentiamo un assaggio dei testi, delle impressioni di lettura di Chandra Livia Candiani, una selezione di recensioni apparse in rete.

Sincere matterie
di Chandra Livia Candiani

I visionari sono esseri (non dico persone, perché molti animali, prima di tutto i gatti, lo sono) molto pudichi. Coltivano un pudore fondamentale nei confronti della realtà, sanno che si dà solo nei riflessi, nei millimetri, nei livelli zero.
Questo pudore nasce spesso da grandi crolli vissuti senza discussione, così, per sopravvivere, come si nuota senza pensiero, tranne lo scampo, quando c’è corrente forte che porta via. E con solitudine. Non in solitudine, necessariamente, ma con solitudine, sempre. Significa con un grande invisibile angelo, che ha la nostra stessa faccia, alle spalle, un angelo che non protegge né tantomeno salva, solo ci bisbiglia all’orecchio: “Sssssst ssssssst”, perché è più vecchio di noi.

Una poesia giapponese del Maestro e poeta Kobayashi Issa dice:

È di rugiada
è un mondo di rugiada
eppure eppure.

Dorinda Di prossimo scrive a pag. 47 di Quaderno millimetrato:

Càpito a sproposito, infestiva, nel calendario dei rossi giorni. Eppure. La parola eppure mi sembra un àncora per mozzi in risalita.

Uguale.

Questa è una solitudine che danza, una condizione, prima capitata, poi diventata diletta e anche un po’ ubriaca, come solo la solitudine della poesia sa ubriacare. Come quando il cielo è troppo. Come quando c’è un eccesso di niente, di non so, di adesione. Cos’è la bellezza, infatti, se non sentire che l’io sta svanendo?

Certe volte, nel libro c’è scritto: “Per.” Oppure: “E.” O ancora: “Eppure.” Sono discorsi così lunghi che una lascia perdere. E questo è dei grandi fumatori. Credo proprio che Dorinda fumi tanto. Perché allora si lasciano i discorsi sospesi, perché si è discepoli del fumo che si libra e svanisce, che unisce, due che lo guardano, che accennano e sorridono. Complici. Del fumo, dello svanire. Svaniscono i discorsi lunghi, le facce, gli amori, le pentole, tutto quanto.

Quando ho letto Quaderno millimetrato ho scritto a Dorinda, senza averla mai sentita né vista: “Voglio venire a trovarti.” Non si sa, ma io non vado quasi mai a trovare qualcuno se sta in un altro posto, perché non dormo. Però era impellente dirglielo e credo che ci andrò proprio. Vale il sonno, la sua perdita.

In questo libro, c’è un amore per le cose molto commovente. Le cose ci orientano, ci fanno mappa, passato, presente e futuro. Ci danno destino. E fanno tutta una specie di vita classica, per quanto si sia un po’ stralunati o sbocconcellati o scassati, le cose ci fanno classici: esseri umani dentro una vita, ogni oggetto ci familiarizza, ci fa famiglia con il mondo. E Dorinda è grata alle cose. “Cosa a veder cosa. In tranquilla lontananza.” “M’aggiusto coserelle senza ambiguità, al mattino. Due righe di luce rubate ai vetri, quattro versi di pensieri (un viaggio, la cura di una fuga), la polpa del caffè.

Sono preghiere. Al mattino notare i nostri conviventi oggetti, secondo me, è preghiera. Tranquilla lontananza. Nessun tentativo di compiacere, né consolare, né niente di niente: gli oggetti sono maestri di tranquilla lontananza e ci riconsegnano alla nostra, ci insegnano senza proferire parola, a stare.

Che cos’è quel di più di non so cosa che fa scrivere oltre che vivere? Mah! Forse gratitudine, forse si sente che ogni pochi secondi riceviamo polvere dall’universo e viene una pienezza e si restituisce, si sborda un po’, ci si travasa nel mondo. Come fanno i fiori. Ma anche gli alberi e le rocce e gli animali. Tutti nati da quel fuoco appassionato di venir fuori e gridare: grazie grazie!

È una scrittura molto appassionata, molto consapevolmente femmina, è nomade, non ha un centro a cui si torna, ma bordi abitati, bordi tutti festaioli, dove si fa una compagnia improvvisata di suoni, versi, discorsi, sigarette, caffè, madre e padre. È una scrittura con dentro un riso, anche quando c’è crollo forte e schianto, c’è un ridere clown, una sospensione del giudizio da funambola, di una che vive senza rete. Ma anche di una che vive con simpatia. Chi vive con simpatia non giudica niente e nessuno. Semmai inveisce, abbraccia, spinge via, urla, bisbiglia. Madre e padre sono molto utili a essere più sole. E allora non ci si prova a ricostruire una storia, si sceglie di danzare, addestrarsi alla danza in tutto. E anche tra-sognarsi. Ci si ricorda dell’aria e delle foglie più che dei parenti e delle case. Si è debuttanti per sempre. Ma si viaggia in nave. Il paese è “di pelle e corde improvvisate”. A improvvisazioni così corrisponde una totale assenza di patria e di lingua materna. Si deve fare tutto da sole. Della madre e del padre si ha tenerezza, forma bambina della compassione. Si è più vecchie di loro, più stanche.

C’è la notte, molta notte. È sfondo giusto, c’è giustizia nella notte che strappa le persone e lascia gli esseri, nudi e ingarbugliati di dilemmi e incompiutezze. Qui ci sono notti sveglie, interrogate di sigarette, sbirciate da lampioni, umili servitori degli insonni.

Man mano che ci si avvicina alla fine del libro, c’è silenzio, pausa. All’insù. Accartocciarsi ma con orecchie dritte di cane, espansione muta, vigile. Rispetto per la morte. Per il suo mutismo: è solo quella che è, non si aggiunge, non si toglie. Umiltà delle sentinelle. Degli alberi. Nella notte. Neanche uno sguardo a dir loro: ci sei, io ti vedo. Nessuna cortese attenzione. Ma un piccolo inchino. In tutto il libro, un piccolo, continuo inchino.

* * *

Da Quaderno millimetrato

I vetri dell’inverno ho spazzato
il bastimento dei rami
i millimetri dei calendari

*

Voglio l’ora silenziosa
la confusione delle persiane
l’erba che succhia il sasso
la tacita, piegata buona notte

*

Al mattino l’occhio, le spalle perfino, sono
una cosa sola. La voce non ha stile,
il gesto non è colmo. Col chiarore, poi,
le mal educate cose. La tazza nel lavandino,
le foto, la rigida maniglia, il conto senza sconto,
i gesti andati a male. Stolti, incompiuti
M’aggiusto coserelle senza ambiguità,
al mattino. Due righe di luce rubate ai vetri,
quattro versi di pensieri (un viaggio, la cura
d’una fuga), la polpa del caffè. Mi faccio chiara,
senza il lusso della speranzella. Pitagorica,
direi. Una moltiplicazione di molliche di buona
educazione (parlati piano, Dorì, lavati gli occhi
di ieri, metti la linda parananza). Rinvio
il sommario del freddo, la tenacia d’una felicità.
Alla poetica sgrammaticatura, m’affido,
alla colletta della nicotina; bionda, sulla ritmica
unghia, andantina.

*

Scrivo come tu sai. Portandomi a destra sinistra
del foglio, nella posizione intera della notte.
Indisturbata. Un poco a pungolare per fame.
Solo quell’appena di dispensa sguarnita
che esiste. Sta. Anche in una casa così bella.
Laterale al sole. Con le lettere in fila.
Per fatalità. Appunto da destra al bordo.
Finanche alle righe rimosse. Indestinate.
In tutto buio scrivo. Ti riporto al bianco rumore.
Una gran botta di suono. Rimedio qualche
chiazza di capelli. Stanno qui. Dentro il giornale
quotidiano. Cosa a veder cosa. In tranquilla
lontananza. Certo credo di sapere.
Non delle tue corse. Ma del tuo intorno,
delle affezioni. Zampette in punta. Io zoppico,
compiuta. Convinta che lucidar ringhiere sia
la destra del tuo occhio. La zolla grassa
per fermarsi. Anche così. I libri aprendo.
Le stoviglie in soffitta. Per farci spazio.
Per. Appuntamenti. Quasi per sempre.
Che poi il pavimento si chiude da sé.

*

Ti scrivo come uscita dalla pioggia. Lenta
nell’impiccio delle mani. Mi fracassa sui polsi
una leggerezza di pesi perduti. Di vestiti
accantonati alla rinfusa. Prima del viaggio
ho cucito appena due orli sulle giacche. Fagotto
per tutte le stagioni. Aria da respirare a gambi
sottili, nella piega senza confidenza. Ti lascio
un bacio. A far grano del dì

*

Esco. Dopo questa sigaretta che mi cessa
in gola. A far pezzi di passi. Dal vicolo che porta
alla casa gialla. All’infrangibile aria delle finestre
incartate. Verso il mare. Vado. A far notturna
la sera. A suonarmi le dita nelle tasche. Aiuta
gli occhi una felicità inaddormentabile. Che nei
capelli sta. Come i primi viaggi alleggeriti. A far
spese di gocce per le labbra. Ribes sapore. O
sole speso a grani. Anche s’è buio. E virgola
un treno ripetuto. Da nord a qui. Per tratti.
Esclamativi.

*

Alle cinque e quaranta del mattino cielo ancora
denso blu. Qualche mossa di vento fresco
entra, cova sulle tende a vetro del soggiorno.
Tende bianche con filo di merletto a smagliare
la luce, quando arriverà, sul divano buono,
i tappeti a prezzo minimo, gli attrezzi per il
camino. Neri, quasi lucidi a lato, sotto i poster
blu. Alle sei e zero due pause e rumori. Rumori
e silenzi assestati. Tra il balcone, la strada,
i sacchetti flosci della differenziata. La notte
non si risparmia. È settembre. Tutto s’accuccia,
per conclusione di foglia, per il grasso marrone
che si stria, si sdraia. Si fa il fieno, a settembre,
si sfrondano le viti. Sei e diciassette. Un po’ di
chiarore s’accosta. Ma non stringe i tetti.
È un piccolo colpo di luce confusa. Ché il
lampione ancora punta. I balconi, le scope,
le stelle dell’hotel, qualche sogno combaciante.
Sul cuscino, sul comò. Sui trastulli del ciccì e coccò.

*

È complessa una pausa. È un’onorificenza
alle labbra, all’immaginaria resa d’una tonsilla.
Per gola. Per feconda avarizia che risucchia
l’occorrente. E svillana la fretta. I fiocchi
che altrimenti sgualcirebbero. Non posso, certo,
ancora dire: – Scusate, ho visto
un’amministrevole consapevolezza,
camminarmi accanto, un applauso di passi, un
cesto di fortunate giaculatorie. – Qui c’è solo
un’architettura d’echi. Un imbarazzato orecchio
che si consegna alle mani. Poi, nel poi, le
benedizioni. Il piccolo inchino. Ai giorni
congiunti. Ai sì dei no. Alla cortese attenzione.
Al post scriptum. Forse a inverno. Una sera.

* * *

Su Quaderno Millimetrato

Alida Airaghi

La carta a millimetri di un quaderno invita chi scrive alla precisione, a non sprecare spazi: ma è anche un richiamo umile e concreto a un’espressione concentrata e pulita, senza le sbavature e gli eccessi a cui può indurre lo spazio bianco di un foglio immacolato. E la dichiarazione di poetica di Dorinda Di Prossimo è già esplicita in una delle prime poesie di questa intensa plaquette: “M’aggiusto coserelle senza ambiguità… Mi faccio chiara… Pitagorica, / direi“. Non c’è approssimazione in questi versi, netti, decisi soprattutto negli incipit. Icastici perché assolutamente visivi, fissati da uno zoom fotografico: anzi, da inquadratura filmica, che può richiamare, ad esempio, i primi piani di Antonioni. Sbalzati imperiosamente dal buio, e lì presenti, immodificabili, severi: “Ti scrivo come uscita dalla pioggia. Lenta / nell’impiccio delle mani“.

*

Giampaolo De Pietro e Francesco Balsamo

Quaderno millimetrato di Dorinda Di Prossimo è un libro a tratto, come un patto chiaro; un quaderno con testo a fronte e mare di fronte: le pagine bianche che fanno la sinistra del volumetto sono quelle in “lingua originale” – la scrittura “di fronte” è invece come la vista sul mare, sta all’intero occhio che riesce a raccoglierlo.

C’è l’immaginario fotografico di una presenza e di un’assenza che però si possono toccare, c’è lo scrivere trasversale del poeta che compila e rifinisce le proprie carte, fosse anche con la fronte sola, forse per il tempo di una passerella di ricordi che fanno lo spazio di sempre.

*

Sebastiano Aglieco

Nel caso di Dorinda Di Prossimo, la parola si avventura nel racconto di se stessa, dei suoi debiti biografici, delle sue stimmate. Sono poesie scritte tra una sigaretta e un’altra, il fruscio di un vecchio vestito, la contemplazione di un gioiello, una foto, o forse della propria immagine allo specchio.

Poesie che ricordano, nello sfondo di un tempo leggermente annebbiato – l’ultima parte del giorno – e in cui emerge la figura di una madre che fa fatica a partorire ma che ha capito che “costa cara la resurrezione”.

Per una simile materia, la forma del diario a bruciapelo, della traccia lasciata nel sottobosco della pelle, è, certo, la più immediata e necessaria perché permette una intimità alla scrittura, un bastare a se stessa, senza che la bestia della letteratura possa tessere i suoi drammi. Questo bastare ha a che fare col delicato equilibrio dello stare entro i confini di un proprio sentire concentrato, senza perdere quella precisione che i millimetri di una pagina ci impongono.

Racconto, per nulla pacificato, di una figlia impertinente che si è ostinata ad abitare il mondo strappando la maschera del suo teatro, fino a riconoscere nel massimo dei peccati – la morte inflitta – il sottotesto di ogni possibile dichiarazione, di ogni possibile domanda. (vedi qui)

*

Giacomo Cerrai

Le suggestioni, in questa opera, hanno le loro ragioni concrete. Proviamo ad individuarne alcune:
parlerei intanto di una poesia per “accostamenti” progressivi, di avvicinamento alle cose (cose anche concrete) e ritorno, che crea una fitta relazione cose/sensazioni e cose/stile. Tipico in questo senso il testo “Alle cinque e quaranta del mattino cielo ancora“, in cui si evidenzia anche un altro elemento fondamentale: una cognizione del tempo (e del dolore che comporta) affatto particolare, un tempo che tende psicologicamente all’immobilità, alla sospensione o a un suo drastico rallentamento, tende in qualche maniera quindi alla fotografia, ad uno struggente “restasse così“. E’ il tempo problematico della poesia, naturalmente.

L’altro elemento interessante è che l’io c’è (ammesso che parlarne significhi ancora qualcosa oggi) ma è totalmente antilirico, poiché è preso in una centralità tutta sua, è al centro di un panopticon da cui osserva a trecentosessanta gradi ogni evento, ogni fenomeno, ogni manifestazione concreta del reale (e dei suoi echi sulla psiche), da cui osserva cioè – e qui si torna a questo termine tanto usato quanto misterioso – ogni “cosa”. Utile esempio è ancora la poesia citata, in cui c’è una profusione di oggetti concreti, tangibili, quasi un elenco.

Un corollario di questo approccio è che si tratta di una poesia potenzialmente infinita (poiché infiniti sono gli “oggetti” e le loro armoniche vibrazioni sulla vita e sulla scrittura) e quindi totalmente biografica, anzi biologica, finché c’è fiato. E tuttavia tante volte il ricordo prende il sopravvento sulla fenomenologia esistenzialista, disponendola in una storia che ha un suo pieno senso oggi. Giacché, come mi ricordava appena ieri uno scrittore che conosco, la memoria è il presente di un passato. E’ quindi corretto parlare qui di storie, anzi di belle storie (lo spazio in questo libro, per quanto millimetrato, è anche spazio narrativo) con rarissimi tratti gozzaniani (“Non si dorme la domenica, su su, andate / in cucina. Anna vi prepara l’uovo sbattuto – / E si lasciava il piccolo tepore delle lenzuola, / tripli calzettoni per correre in corridoio…“), ma sempre marcate da bei finali.

Infine: che questa sia poesia femminile (ancora?) è lapalissiano. Come non essere d’accordo con Alida Airaghi nella nota conclusiva: “E’ una scrittura assolutamente femminile, intrisa di una femminilità addirittura sensuale, sebbene di sesso non parli mai, e poco anche di amore“? D’accordo, femminile, ma nel senso – anche almeno – di una attenzione “inventariale” che le donne hanno verso il concreto e la buona prassi, anche quotidiana. E forse aggiusterei “sensuale” con sensista, che è una forma forse non “postbellica” ma certo più radicale di quell’esistenzialismo di cui si parlava prima. (vedi qui)

*

Fernanda Ferraresso

Scrive, lei dice, da destra a sinistra e nel farlo si porta, o meglio la porta la apre e ci entra, dentro ogni stanza in cui tutto sta in attesa, di mostrare ciò che (si ) è, ciò che “ci riguarda”. E’ un appuntamento con la vita e le cose, meglio, con la vita delle cose, tutte, dalla soffitta a ciò che sta chiuso in una cassa, cose del sottosuolo o di un altro mondo, quello che è caduto sul pavimento o sta a portata di sguardo, appena accanto al nostro occhio a cui non diamo mai ascolto che basti.

E ad ogni pagina qualcosa cattura, millimetrato misura per misura l’essere, il sentirlo, percepirlo e anche guarnirlo di quei connotati che servono a rendercelo meno acerbo dentro il nostro sguardo, ad avvicinarcelo, un rigo alla volta, dentro il millesimo del codominio di ogni parola.

Un libro da leggere senza metterci premure, senza voler sapere quale è l’impianto, prima di aver percorso tutto il perimetro ed aver praticato tutte le planimetrie dei verbi e le sezioni della sintassi, prima di aver controllato l’assonometria e il planivolumetrico, l’ingombro nelle nostre vie, già piene di traffico. Affascina ogni quadretto, carta per carta, fino all’ultima segnatura. (vedi qui)

*

Elio Grasso

Da Porto Recanati, in una regione che tanto ha dato alla poesia italiana, giunge questo libretto la cui cura editoriale va sottolineata, così come la scrittura in esso contenuta. Che si mobilita per il cammino umano senza aggirare nulla, anzi utilizzando una vitalità di punteggiatura che sorprende. “I vetri dell’inverno ho spazzato / il bastimento dei rami / i millimetri dei calendari”. Torna in queste poesie la questione generativa della realtà, se viene guardata frontalmente da chi decide di legarla al proprio linguaggio. Creando e duellando anche a costo di far prevalere la fatica, e di pagarla cara. Ma le “stanze” di Quaderno millimetrato si susseguono determinate e ribelli. Come se Baudelaire avesse fatto colazione a casa della famiglia Di Prossimo. Un passaggio che non salverà l’autrice dalla sostanza grezza della poesia, ma la porrà al riparo da dolori inconcludenti. O dall’orgoglio che nega l’unica lingua possibile. Questa lingua, per ora, è l’unica cosa che vogliamo da Dorinda Di Prossimo. (da Gradiva, 45/2014)

*

Lorenzo Mari

La terza prova dell’autrice teramana di stanza a Porto Recanati è una splendida raccolta dove si millimetra il tempo (“i millimetri dei calendari”) e la scrittura, facendo ricorso a un armamentario retorico-stilistico che è ampio e comunque semplice, mai sfacciatamente barocco, immancabilmente usato con cognizione di causa. Non è una prova d’autore scritta a tavolino, ci si intenda su questo, è un libro dove una soggettività tutto sommato forte tiene a bada le “mal educate cose” e le sistema in una poesia che spesso ha un solido andamento narrativo, solo apparentemente scomposto e sfilacciato (dall’uso reiterato, quasi ossessivo-compulsivo, dei punti fermi, per esempio) e in realtà compattissimo. Prova ne sia il fatto che talvolta la lunga versificazione si condensa in brevi testi epigrammatici, egualmente sintomatici della complessa poetica dell’autrice.

Altre conferme provengono dai versi stessi della Di Prossimo, dove, tra l’altro, si può leggere questa dichiarazione di poetica in miniatura: “Mi faccio chiara, / senza il lusso della speranzella. Pitagorica, / direi”. E poco importa che in chiusura di questo testo, si ribadisca l’importanza della “poetica sgrammaticatura”; Di Prossimo scrive sapendo molto bene di affidarsi a un movimento preciso, altrimenti non sarebbero questi i versi finali, nello stesso testo: “m’affido, / alla colletta della nicotina: bionda, sulla ritmica unghia, andantina”. Consapevole della propria ritmica “andantina”, Di Prossimo la lega alla materialità, seppur volatile, della “colletta della nicotina”: è difficile, dunque, non concordare con Alida Airaghi, che, nella nota al testo, osserva come “in ogni verso di Dorinda di Prossimo, anche l’aria ha una sua fisicità”.

La solidità, a un certo punto, sembra essere finanche eccessiva, presupponendo forse un ritorno del soggetto, se non all’io lirico. Una certa figura femminile stereotipica, che mescola dolcezza e follia, sembra profilarsi in alcuni passaggi, dove, ad esempio, si legge di “una figlia dispara / d’occhi, nel fuori quadro, pungolante / e disarmonica”. Emerge anche un certo rapporto con l’antropologia profonda della propria terra, quando, fra i tanti esempi, si va “con i santi a dormire”. (vedi qui)

*

Martina Campi

Un’architettura d’echi”: mi è nato quest’accostamento tra l’opera di Jung e un verso di Dorinda di Prossimo che, così uniti, è come se mi aprissero direttamente le pagine del “testo a fronte, quelle in lingua originale”. Così definiscono gli editori le pagine a sinistra del libro, che sono bianche. E mi riportassero là dove ciascuno, a occhio aperto e cuore verso, può farsi portare (vorrei specificare l’uso di questi termini senza l’ombra di sentimentalismi, così come senza ombra di sentimentalismi è ogni pagina di questo libro, bianca o scritta). A me per esempio arriva ancora questo Fare anima, che per Jung è “prendere gli oggetti, le persone, gli eventi e riportarli alla loro natura di ombre, di immagini, cioè alla loro natura psichica e animica, liberarli dal giogo del tempo, risvegliarli dall’ipnotismo dell’Io”.

C’è questo, in Quaderno millimetrato? Non credo ad una risposta univoca: questo è il “mioQuaderno millimetrato, tutto sottolineato, scritto, viaggiatore in treni e zaini, presente pure nella vita onirica di un sogno. Di certo ci sono gli oggetti, gli eventi e le persone, ci sono ombre e immagini e c’è il tempo. Ma soprattutto c’è qualcosa di ineluttabilmente silenzioso in uno spazio che tuttavia comunica, una memoria che apre il pavimento, un pavimento che sa da sé quando richiudersi, un passato presente che non perde mai collocazione, nonostante l’andare e venire senza farsi beffe del tempo, che passa e raccoglie, talvolta interrompe, corrode, allontana, porta via, così come lascia (i segni sul corpo). “C’è la dispensa sguarnita. Che esiste” e tutto un percorso per ritrovare e far ricorso al ricostruire.

C’è qualcosa di profondamente intimo e misterioso, per cui le cose, quelle antiche e solo ricordate, quelle ancora presenti e quelle più quotidiane, custodiscono segreti e affezioni, una delicatezza inviolabile, un amore vivo e gesti inusuali e orgogliosi: di vita, d’amore, di passione. Il riappropriarsi e rivestirsi di una leggerezza che richiede uno sforzo apparentemente trasparente alle parole, invece della consistente ferocia presente in ciascuna di esse, per precisione condensatissima, mai incerta, mai sopra le righe, e addolcita anche quando è amara, o ironica. (vedi qui)

*

Alessandro Motta

Il quaderno è millimetrato perché il nostro corpo che s’avanza nello spazio del tempo è così prezioso da necessitare esattezza, quella di ogni nostro rifugio che per essere tale deve essere assolutamente definito, delimitato, come le tasche per le mani che sanno dove cominciano, dove finiscono, fin quanto in fondo è consentito immergersi.

Appare, immediata, la vita totale di una donna che vive da sola [o così a me è parso, come un discorso a uno], nella casa dei piccoli gesti quotidiani, la polpa del caffè, la colletta della nicotina, gli orecchini e qualche gioiello della madre, scorci da cui allo sguardo degli occhi rimbalza in eco il ricordo. E di ricordi – ricordi dell’ora, del prima e del prima adesso e qui – dove una donna si specchia e si riflette una bambina avvolta dalla grande vestaglia della madre – ché il freddo dei rifugi è sempre stato il caro prezzo delle minute libertà. E i timori in sospensione nell’atmosfera lattiginosa di un’ora tarda o presta, purché sia l’immobile momento del giorno in cui tutti ancora dormono e lei sussurra e ti racconta senza fronzoli [ma circondata di qualche fronzolo tintinnante] cosa è quell’istante, cosa è il suo corpo adulto, contratto, sensuale di seta del fruscio così flebile che esiste immaginato. E il fastidio per un vicinato omologante e legislatore. E il dialogo franco col padre poeta di presepi e la madre dagli appunti come punture d’ago. E un amore sconfinato, che s’arresta un millimetro prima di finire. (vedi qui)

* * *

Dorinda Di Prossimo

Nasce a Teramo per destino materno e ha paterne radici siciliane. Vive a Porto Recanati dove raccoglie il tempo di “quel che resta” coltivando versi, respirando sale, cercando la clemenza di un’età inclemente. Nel 2006 ha pubblicato la raccolta di poesie Nel sottocuore (Ed. Akkuaria), nel 2011 Leggere sull’unghia (Ed. Tempo al libro).

9 pensieri su “Dorinda Di Prossimo, Quaderno millimetrato

  1. L’ha ribloggato su inni in vanie ha commentato:
    E stamattina ancora liete uscite in rete – Grazie agli amici Giorgio Morale e Chandra Livia Candiani, ma anche agli altri – tutti coloro che hanno, ciascuno a proprio modo, amato Quaderno millimetrato di Dorinda Di Prossimo (Incerti editori).

    Mi piace

  2. Grazie a chi è intervenuto e a chi ha letto, e grazie agli Incerti editori, che come è stato detto incerti proprio non sono, vista la qualità dei loro titoli, per questa pubblicazione. E grazie soprattutto a Dorinda Di Prossimo. “Le poesie sono anche doni…”

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