LA PRIGIONE METAFISICA DI BEPPE MARIANO

foto monviso

di Elio Gioanola

La raccolta poetica Il passo della salita, Interlinea, 2007, è una parziale antologia dell’opera di Beppe Mariano che va dalle composizioni degli anni sessanta a quelle più vicine alla fine del secolo.
Si tratta di una delle raccolte poetiche più intense che siano apparse negli ultimi tempi, la più lontana immaginabile dalle squisitezze del poetese come dai virtuosismi e dalle acrobazie sperimentali. Questa è dura poesia esistenziale, scavata nella carne viva di una dura esperienza di vita, affidata alle cadenze stilistiche di un realismo che non teme di ricorrere agli appoggi espressionistici più forti e persino alla visionarietà.

C’è all’origine un ribellismo che testimonia dell’insopportabilità del contesto della vita, prima ancora che di quello storico-ambientale: “Siamo a nostro modo / violenti: amiamo la sera infittire di voci, / di versi scagliati, urto della ragione / istintiva contro compassate misure”. Il poeta giovane così giustifica il proprio esercizio espressivo, costituendo un a priori che solo accidentalmente troverà un illuso e riluttante inveramento, o falsa incarnazione, nella ribellione politica, quasi forzatamente indotta dai tempi: “Ci viene ingiunto / di tornare nei cerchi concentrici. / Ma noi abbiamo astuzie d’emergenza / per ogni giorno dell’anno. / Molti sono contro di noi. / Molti ci rendono più forti.”
L’originario ribellismo viene dal senso di una prigionia trascendentale, che ha inizio con la vita stessa e va in cerca di prove nella realtà vissuta: come gli zingari che “ vengono per la Madonnina / e l’indomani ripartono”, il poeta avverte “la vita / come il cane la catena”. Quando si mette alla prova tentando le vie della ribellione politica, il suo ruolo è subito quello di un “paziente Drogo” in sedicesimo che “viene compatito” dai compagni d’avventura, “gli dicono che / ogni giorno s’inventa il nemico./ viene parodiato al caffè, / nella sezione d’un partito”. Questo patetico ribelle conosce soltanto le “astuzie d’emergenza” del suo lavoro espressivo, che rimane bensì la testimonianza della sua prigionia ma anche l’unica via di scampo: la possibile salvezza sta solo “nel farsi della poesia”, perché essa, contro le “compassate misure” della ragione misurante e delimitante, “va nella terra e nell’acqua, / finalmente interminabile” (cioè appunto libera da ogni terminus, pietra di confine, recinto, muro d’orto rovente o freddo).
Le composizioni di Notizie della Castiglia (siamo nel 1973) che ben a ragione occupano lo spazio maggiore della prima parte del volumetto, sono il resoconto di un incarceramento vero, patito brevemente. Ebbene, proprio queste poesie, che pure testimoniano con scabro realismo di un’esperienza reale, danno la misura della trascendentalità e originarietà del sentirsi prigioniero: “Dopo un silenzio notturno / venato di biascicata disperazione / al controllo mattutino / le grate percosse sadicamente / s’affondano nel cuore. La conta / è scandita come bestemmiante / preghiera abituale”. Il più trito e urtante rituale carcerario diventa, in questa luce, controfigura deformata di un rito religioso, proprio perché la situazione contingente è avvertita e vissuta come un destino che ha altrove le sue ragioni e non-ragioni. La poesia che ha per titolo Notturno VI presenta in maniera esemplare, nella metafora automobilistica, il senso di una costrizione che va oltre la condizione vissuta pro tempore in carcere: “Appena sterzo ambigua presenza / concentricamente mi costringe / indicandomi la dirittura a linea continua / con la benzina calcolata // inutile anche accelerare: / non mi permetteranno di giungere oltre / l’orizzonte del programma”. E allora ecco, entro questo orizzonte metafisico, affacciarsi la figura per eccellenza del prigioniero e martire, il Crocifisso. E quasi inevitabilmente, in una situazione del genere, compaiono le immagini dell’evasione, che sono l’altra faccia di quelle della prigionia: “Oh, venir diffusi nell’azzurro / incolore d’un cielo senza cielo”; “è il desiderio che sciaguatta nel vortice / che s’interra dopo / rastremandosi / ma ancora ricomposto fuoriesce / in delirio magmatico / a valle sboccando / al risveglio imposto dalle percussioni sulla grata” (l’evasione che prende le vie dell’onirico); “Ci si attacca anche al verde selvatico/ che compare dalla breccia nel muro /…/ perfino un chiodo esprime una possibilità”. Come quella del compagno appena incarcerato, l’esclusione del poeta, cioè il suo confinamento ai margini della vita, “è cominciata molto prima” di ogni verifica.
Ma con Novella (1975) viene messa in scena per figuras la poetica dell’evasione, o meglio, dei suoi tentativi. Non a caso Mariano sceglie come epigrafe di questa composizione, come di tutta la parte che segue, un celebre verso montaliano di Arsenio, “E’ il segno d’un’altra orbita: tu seguilo”. La mente, temporaneamente illusa di poter trovare una via d’uscita in una qualche teoria libertaria, perché “innescata dall’ideologia”, avverte che anche l’ideologia è una costrizione e si dà all’invenzione di metafore della possibile ascesa all’altra orbita.
Al centro di questa rete metaforica allora ecco stagliarsi prepotente e imminente l’immagine della grande montagna, il Monviso. Il monte di Saluzzo e Savigliano è veramente, in questa poesia, un “monte analogo”, generatore di un immaginario tanto progressivo verso l’alto quanto regressivo verso le origini (“Rientrare nella placenta dimenticata”, magari approfittando dell’“incavo lasciato dal cuore, favo ghiacciato” della grande frana che un giorno di luglio del 1989 travolse un’intera costa di roccia e ghiaccio: “ Ricerco l’antico incavo placentare”).
Comincia il Passo della salita annunciato dal titolo, con tutta la fatica che l’ascensione alla “montagna incantatrice” comporta, perché “ Ad ogni cima conquistata, altra si propone, e si deve “giungere / oltre l’ansa che ha trattenuto le nevi, / oltre il primo cielo disertato, oltre…” Giustamente il poeta, a commento del bellissimo poemetto Pothos e del suo titolo specifica in nota: “Una delle tre componenti di Eros. Significa desiderio per l’irraggiungibile, l’inafferrabile, l’incomprensibile. Secondo Platone (Cratilo) è desiderio struggente per un oggetto distante, che diventa, secondo Jung, ciò che non può essere raggiunto, per cui l’andare errando è simbolo di anelito”.
Siamo al cuore della ricerca poetica espressa dai poemetti conclusivi della raccolta: il Monviso simboleggia la ricerca dell’altro e dell’oltre, ciò di cui nulla si può dire perché sfugge alla conoscenza come alla parola, ma rappresenta l’unica modalità possibile di sfuggire alla prigionia del reale-razionale, come tutta la grande poesia moderna insegna, a partire da quell’autentico fondamento della modernità che è L’infinito di Leopardi.
Non per nulla un’altra immagine ricorrente di queste poesie è il vento, che predica libertà perché il suo soffio (spiritus) soffia dove vuole: “solo / l’immateriale fai passare, / in soffio l’anima leggera”; “alle domande degli adulti rispondevi / che da grande avresti fatto il vento, / il più ardito dei mestieri”.
E infatti da grande Mariano ha fatto il poeta, che è certo il più ardito dei mestieri, il più rischioso, perché cercare l’oltre salendo al monte analogo significa non sapere dove mai si possa finire, si può arrivare all’“ossimoro della vita”, “all’origine d’un termine”. Per chi si avventura nell’esercizio poetico “Non vi è certezza di andare / in qualche direzione. Sei dentro / un itinerario che va rispetto alla ragione / in senso contrario”.

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