Donne infertili che si credono inutili, ma intanto diffondono bellezza

 

di: Guido Tedoldi

Dopo la lettura di «Non chiedermi come sei nata», romanzo di Annarita Briganti – Cairo Editore, 2014, pp. 200, € 13,00

La protagonista di questo romanzo si chiama Gioia Lieve, ma nelle prime pagine della vicenda precipita in uno stato mentale tutt’altro che contento: ha un aborto spontaneo, e da successive visite ginecologiche risulta che la sua capacità di diventare madre potrebbe essere stata compromessa. Inoltre ha già 39 anni, un’età nella quale per molta parte della storia dell’umanità le donne erano troppo vecchie per restare incinte.

Per fortuna siamo nel XXI secolo, e la scienza medica conosce tecniche di inseminazione assistita sempre più efficaci. Il desiderio di Gioia di avere un figlio (o una figlia, come lei preferirebbe) può essere soddisfatto.

Per sfortuna siamo in Italia. La legislazione nazionale ostacola chi vuol avere figli con metodi non certificati da millenni d’uso tradizionale. Gioia dovrà andare all’estero.

In estrema sintesi il romanzo della Briganti potrebbe essere già descritto così. Ma dentro c’è molto di più. Il desiderio di maternità e la paura di non essere adeguata costituiscono le boe emotive alle quali la protagonista si aggrappa – ma intanto la sua vita è in pieno sviluppo, e non è affatto di bassa qualità. Gioia fa la giornalista culturale in un quotidiano nazionale, risiede a Milano ma per molti giorni l’anno è in trasferta dove ci sono scrittori da intervistare, sia in Italia a fiere del libro come quella di Torino e di Mantova sia all’estero, tra Londra, New York e altri posti dove la vita frigge.

Alle spalle ha una lunga gavetta, della quale è orgogliosa perché «partendo da meno di zero, non ho fregato nessuno, non passerò mai sui cadaveri della gente. Merito questo posto al sole» dice a pagina 117. Nel presente ha un contratto da free lance in via di stabilizzazione, nell’immediato futuro ha un libro in uscita con le sue interviste più significative. Insomma ha una carriera, e gratificazioni che vanno al di là del mero contingente. Perché come molti della sua generazione ha scoperto qualcosa che era quasi ignoto fino alle generazioni precedenti: «Tra noi freelance distinguiamo il lavoro di scrittura, l’Unico Autentico, da quello per la sussistenza, che può essere di qualsiasi tipo: traduttore, segretaria, commesso, perfino dj, avvocato, magistrato» dice a pagina 139.

Il lavoro Unico Autentico, cui tutti gli altri lavori fanno da contorno dimenticabile.

Qui la Briganti fa parlare tutti coloro che NON «lavorano per avere un mese all’anno di ferie», come cantava Franco Battiato e come è stato normale per miliardi di persone che non hanno mai scelto cosa fare di sé e della propria vita. Quelli per cui un posto di lavoro c’era facilmente, e a tempo indeterminato, per cui non hanno dovuto mai domandarsi nessun perché e nessun percome. Appena uscivano dalla giovinezza trovavano una strada già spianata (da altri, ma spianata) e nemmeno dopo la vecchiaia avevano il dubbio che ci potesse essere qualcosa di diverso.

I free lance contemporanei, invece, hanno un piano. Nessuno li ha voluti per fare lavori «normali», e quindi loro dopo aver reagito in vari modi, perlopiù dolenti, hanno deciso che i lavori normali non li vogliono più. Vogliono il proprio, l’Unico Autentico. Quello nel quale realizzarsi come persone oltre che come professionisti. E non sono ammessi giudizi contrari, perlomeno non espressi da quei datori di lavoro che il lavoro non lo hanno dato mai, e che quindi hanno perso il diritto di pretendere alcunché.

Poi naturalmente c’è la vita sentimentale. Che per Gioia è complicata come si conviene a una rappresentante della generazione che non vive in rosa bensì in colori più decisi come il viola, o il lilla, o giù di lì.

La bambina (Gioia è sicura che lo fosse) che ha abortito era figlia di Uto, il suo fidanzato storico. Anche lui giornalista, anche lui alle prese con l’evidente lavoro Unico Autentico dal quale trae grandi soddisfazioni sociali ed economiche. Ma Uto la tradisce con una sciacquetta della sua redazione, e quindi Gioia si ritrova tra le braccia di Luca, cervello italiano in fuga a Londra. Dove è sposato con una italiana anche lei cervello in fuga – e incinta.

Gioia potrebbe a questo punto smettere con le cure per la procreazione assistita. Ma c’è Alberto, uno che di cognome fa Solido. Anche lui giornalista, molto famoso, molto pubblicamente fidanzato con una tizia della televisione. Talmente fidanzato che la tizia della televisione se la sposerà qualche mese dopo il termine del romanzo. In altre epoche, dopo incasinamenti così, le eroine dei libri avevano la tendenza a pensare e fare cose drammatiche, senza ritorno. Ma Gioia è innamorata di Alberto, e lui la ricambia; con la tizia della tv non intendono fare figli (sullo sfondo, anche in questo caso, c’è il lavoro Unico Autentico…) ma se lei, Gioia, vuole averne, non sarà Alberto a dire di no.

È una famiglia, quella con Alberto? Ci si fa un figlio con uno così? Più in generale, è una vita sentimentale accettabile quella di Gioia? Le risposte che lei si dà sono tutte positive. E non sono negoziabili. Il mondo là fuori ne ha combinate troppe per avere il diritto di questionare alcunché.

Per scrivere tutto questo, la Briganti ha fatto ricorso al miglior armamentario stilistico reso possibile del mestiere che fa (come la sua protagonista è giornalista culturale – lei per la Repubblica e altre redazioni). Le sue frasi sono perlopiù brevi, e studiate come titoli di giornale. Quando non basta aggiunge il catenaccio, e se serve pure l’occhiello: cioè le tecniche consolidate con cui si costruiscono le pagine dei quotidiani e dei periodici migliori.

Con un linguaggio del genere il risultato non può che essere quello che si prefigge il giornalismo di qualità: raccontare la storia del presente. Ciò che in superficie sembra nient’altro che cronaca, ovvero sensazione immediata di avvenimenti che si succedono di corsa, opportunamente trattata si scopre già pensiero approfondito.

La vita di moltissime persone, soprattutto appartenenti a una certa generazione, è questa. E non è affatto bambocciona. Né negoziabile.

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