I LIBRI DEGLI ALTRI n.109

Franco Legni, Io Nichi MorettiSgangherato frenetico stomp. Franco Legni, Io Nichi Moretti, Firenze, Curiosando Edizioni, 2013

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di Giuseppe Panella

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Nichi Moretti non è certo quello che si suole definire un “bravo ragazzo”, non è riuscito nella vita, non è molto amato dalle donne né apprezzato dalle madri che lo vorrebbero come genero (della sua, di mamma, non si sa nemmeno se ci sia o che cosa faccia tranne una fuggevole apparizione sul finale della narrazione della sua storia). In realtà, scivola ogni giorno di più nel fallimento totale.

Abbandonato dalla sua fidanzata molto amata (che poi si è rapidissimamente riaccoppiata con uno psicoterapeuta abbastanza titolato, Luca Ponti, le cui sedute di auto-aiuto lo stesso Nichi prenderà a frequentare), il non più giovane Moretti scende sempre più in basso anche nella posizione professionale precaria che ha finché viene a sapere che è stato ammesso all’esame orale del concorso per diventare avvocato a tutti gli effetti.

Urge, a questo punto, provarsi almeno a studiare e, per farlo con qualche possibilità di riuscirci, Nichi convoca il suo vecchio collega di studi e di baldorie Lorenzo Franceschini, noto per la sua elevata sapienza dottrinale in utroque e per la sua conclamata bizzarria umana che fino ad allora gli ha impedito di diventare a sua volta un avvocato praticante effettivamente la professione.

I rapporti tra i due proseguono tra alti e bassi (soprattutto i bassi caratterizzano la vita personale dell’ancora innamorato Moretti e i suoi errori di comportamento nei confronti della ex).

La situazione, tuttavia, rimarrebbe costante con Moretti che non studia molto (e soprattutto non capisce granché di quello che dovrebbe essere la sostanza più importante del suo lavoro futuro) e Lorenzo che lo sbeffeggia e finge di aiutarlo ma, magari in buona fede, non fa altro che trascinarlo in imprese catastrofiche come quella di andare a provocare il suo psicoterapeuta durante una seduta collettiva facendosi accompagnare proprio dal suo amico e finendo pieno di pugni, calci e legnate tanto da dover ricorrere a medicazioni multiple che lo costringeranno a portare un grosso strato di bende sul volto per parecchi giorni, diventando così una specie di mummia.

Poi accade ciò che sarebbe potuto risultare del tutto imprevedibile (e certamente implausibile) per qualcuno diverso da uno come Moretti: durante una rapina in un ufficio postale dove Nichi si era recato a ritirare la cartolina postale con l’annuncio della data del suo esame orale per diventare avvocato a tutti gli effetti, viene preso come ostaggio da un trio di naziste molto belle ma totalmente folli (Kitty la Gatta, Margarethe von Kampf – che risulterà alla fine il capo carismatico del terzetto – e Barbara Iannettone detta Chitemmuort, di origine rigorosamente partenopea).

Prigioniero del terzetto che sparge morti in ogni angolo di strada (come nel più violento dei film di Quentin Tarantino) ma contento, tutto sommato, di esserlo anche se rischia la vita a ogni momento, Nichi si intrufola in un appartamento dove vive Ofelia, una ragazza dolcissima e un po’ ritardata che ha ucciso i genitori e vive sotto tutela di una vicina di casa molto pettegola.

Al trio di assassine si aggiunge Lorenzo che ha avuto l’incarico da Nichi di portare rifornimenti in vettovaglie e in biancheria intima femminile e portare un televisore funzionante per Chitemmuort, assatanata spettatrice di La ruota della fortuna (una delle più becere trasmissioni mandate in onda con grande successo di pubblico – va detto – sui canali Mediaset). La donna, commossa per il gesto dell’amico di Moretti, se ne innamora e viene immediatamente ricambiata.

Alla fine, le tre naziste folli fuggiranno da casa di Ofelia per compiere un’ennesima missione suicida ma Margarethe sarà catturata per via di un colpo di televisore vibratole alle spalle durante la rapina ad una banca, Kathy si suiciderà per il dolore di aver perso la sua unica amica, Chitemmuort e Lorenzo scapperanno in Svezia dopo che l’uomo avrà sterminato metà degli avvocati del Tribunale di Prato per propiziare l’esame orale dell’amico e Nichi sopravviverà a una micidiale esplosione di gas avvenuta in una casa che appartiene allo stesso blocco di appartamenti dove vive Ofelia. In effetti, Moretti vi si ritroverà ancora in quella sede perché Lorenzo gli ha consegnato impacchettato e a sua disposizione il suo arcinemico Luca Ponti (l’uomo attuale della sua ex-fidanzata) di modo che possa fare di lui ciò che vuole ma, dopo averlo un po’ malmenato e dopo aver pensato a come castrarlo efficacemente, Nichi si rassegnerà a irrorarlo ben bene con il suo liquido naturale. Dopo averlo punito a modo suo e poi attirato in un appartamento al piano precedente dalle grida di un trio di cinesi che stanno torturando un commercialista che si era impadronito dei soldi delle Triadi si troverà anche lui prigioniero dei torturatori che l’hanno catturato e legato ben bene. Il torturato numero uno, tuttavia, appare piuttosto soddisfatto della situazione in cui si trova e aspira ad altre punizioni corporali da parte dei suoi aguzzini.

L’appartamento in cui avvengono questi segmenti di evento, tuttavia, appartiene a uno scalcinato dj di fama locale che si fa chiamare Disco Inferno che si trova nei pasticci per colpa di un suo falso amico e collaboratore che viene soprannominato Limone per la sua tinta da malato di itterizia e che si serve della casa del suo datore di lavoro per cercare di recuperare il denaro che deve alla mafia cinese e che il commercialista che li custodiva aveva sottratti ai legittimi proprietari.

Il gatto persiano Rui Costa di Inferno stacca, però, il tubo del gas della cucina di quest’ultimo e provoca indirettamente un disastro epocale cui Moretti, lo stesso dj, Ofelia, Luca Ponti ancora gocciolante di orina e un cinese sopravvivono a stento, coperti di calcinacci e di ferite lacero-contuse. Alla fine, tutto tornerà (più o meno) come era prima e Moretti supererà l’esame da avvocato anche per mancanza di avversari di una qual certa qualità studiosa. Nel tentativo di rifarsi un fisico decente correndo su e giù per la Calvana, concluderà il racconto delle sue avventure con un omaggio a chi a Spavento è stato sepolto : il maestro di tutti i pratesi e cioè Curzio Malaparte.

Romanzo forsennato e devastante questo di Franco Legni : action movie con momenti parossistici, con scene d’azione alla Tarantino e con largo spargimento di sangue, non è però mai credibile dal punto di vista degli effetti visivi in senso realistico.

Legni sa che la parodia è la molla che spinge il romanzo postmoderno fino all’estremo della sua follia narrativa e descrittiva e non esita a calcare la mano con una violenza esageratamente gratuita e priva di quel pathos che la rende credibile e, quindi, imitativa.

I suoi personaggi scivolano facilmente nella macchietta (il caso di Disco Inferno, buffo esempio di dj presuntuoso e pavido) o nella auto-caricatura ma si salvano a livello di stile.

Anche le tre nazistone sono palesemente sopra le righe e soprattutto Chitemmuort rasenta l’assoluta inverosimiglianza con il suo napoletano da Gomorra e la sua esagerata propensione al massacro.

E Moretti? Classico essere inutile, sfaticato, eterno Peter Pan di provincia (in ciò simile a certe patacche narrative che si ritrovano nei romanzi “pratesi” di Edoardo Nesi), incapace di trovare una propria dignità in una vita da perdigiorno ignorante e spesso insulso, ha però una sua fosca grandezza: capisce che deve riscattarsi in qualche modo e, alla fine, lo farà a modo suo, rinunciando alla vendetta nei confronti del viscido psicoterapeuta che gli ha soffiato la ragazza e punendolo, tuttavia, in modo simbolicamente esemplare.

Legni sa che scrivere non è più possibile oggi nei modi tradizionali in cui era scandito il romanzo tradizionale sulla provincia pratese (modulo semantico cui appartengono anche gli stessi datati autori più noti Sandro Veronesi ed Edoardo Nesi) e non cede alla trappola un po’ vetusta e sgangherata della nostalgia. La sua malizia un po’ reboante, la sua funambolica e pirotecnica contorsione narrativa, i suoi inseguimenti e i suoi miti massacri si ricongiungono semmai proprio alla scrittura di quel Malaparte che troppo presto è stato accantonato in nome di una sprovincializzazione di scrittura che, invece, poi ha avuto troppo presto il sapore di una provincia rivisitata e poco corriva. In Legni c’è una certa carica da bravaccio arrembante : la sua scrittura è spesso volutamente poco curata, quasi a indicare che contano i fatti raccontati e non le parole per dirli tutti in una volta. In questa storia, così facendo, coglie il segno narrativo della sua vena più feconda: storie di luoghi di provincia (discoteche, luoghi di spaccio, case popolate di fantasmi e di violenza prolungata), vicende di ordinaria follia, personaggi biechi e un po’ insulsi che però sono simili a tanti vicini di casa e a tanti individui incontrati per caso per la strada di cui si può intuire alla fine le potenzialità e gli aspetti meno appariscenti nel momento in cui ci si accorge che appartengono a un altro pianeta.

Figlio di una vita insensata, Legni cerca di darvi un po’ d’ordine attraverso la scrittura e l’ordine narrativo e, ogni tanto, ci riesce : il suo personaggio principale brilla di una luce propria anche se spesso è offuscata e ricoperta della fanghiglia ordinaria della negazione quotidiana della bellezza.

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 

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