L’Effetto città, di Vincenzo Trione

trione vincenzo FOTO
La seducente archeologia del ‘futuro contemporaneo’

di Guido Michelone

Effetto città, di Vincenzo Trione (edito Bompiani), racconta anzitutto la città come arte, ma è anche molto di più: non si tratta soltanto di un libro recentissimo che potrebbe diventare, in materia, in Italia e all’estero (se prontamente tradotto), un punto di riferimento essenziale per la cultura del XXI secolo; sono soprattutto ottocento pagine fitte in cui l’Autore teorizza che le maggiori innovazioni riguardano la città moderna: fenomeno che, in perenne metamorfosi e ormai privo di centro, inventa un nuovo modo di vedere, come già intuisce Baudelaire (a cui Trione dedica molte pagine, eleggendolo quasi a guida spirituale).
Nell’illustrare come pittori, registi, scrittori e filosofi lavorino su una realtà che mette in crisi i modi di rappresentazione tradizionali, lo studioso, con perfette competenze interdisciplinari, ripercorre una storia complessa, facendo interagire teorie e opere sulla città: dall’architettura al cinema, dalla pittura all’urbanistica, con esempi concreti proposti attraverso un eccellente apparato iconografico (ben consultabile, grazie alla grafica innovativa).
Partendo da alcuni luoghi-simbolo (Parigi, Vienna, New York, Roma, Napoli, Las Vegas) Trione individua il ruolo della città nel riconfigurare lo sguardo degli artisti, confrontando, per esempio, i futuristi e i videoclip, i concettuali e i writers, rintracciando analogie impensate e vedute illuminanti. L’autore di Effetto città va anche oltre, evidenziando metafore, invenzioni e scommesse dell’arte indispensabili per trovare una strada nel caos della “città che sale” (per usare il titolo di un celebre quadro di Umberto Boccioni), quasi a delineare l’archeologia di un futuro possibile, mediante una cartografia che porta attraverso spazi tanto concreti, effettivi, riconoscibili, quanto immaginari, fantastici, allegorizzanti.
Non mancano i precedenti di questa avvolgente fantarcheologia futurista e futuribile; non a caso è lo stesso Trione a citare anzitutto lo statunitense Lewis Mumford, sociologo e urbanista, autore nel 1961 del fondamentale Le città nella storia (non a caso edito, ancora, da Bompiani). Egli dice che “la città è il miglior organo di memoria che l’uomo abbia sinora creato. Una complessa orchestrazione di tempo e di spazio”, e che “il pensiero prende forma nelle città, e a loro volta le forme urbane condizionano il pensiero. Perché lo spazio, non meno del tempo, è riorganizzato ingegnosamente nelle città; nelle linee e contorni di cinte, nello stabilire piani orizzontali e sommità verticali, nell’utilizzare o contrastare la conformazione naturale, la città registra l’atteggiamento di una cultura e di un’epoca di fronte agli eventi fondamentali della sua esistenza”, concludendo che “la polis rimane forse la maggior opera d’arte dell’uomo”.
Si può essere d’accordo con Emanuele Trevi, che in una recensione al libro sul ‘Corriere dela Sera’ dello scorso 30 ottobre, termina l’articolo sostenendo come certe storie importanti siano sempre, in qualche modo, storie contemporanee. Tanto che, chiuso questo libro importante, potremmo azzardarci a definire la scienza praticata da Trione come una paradossale e seducente archeologia del futuro.

Cfr. Vincenzo Trione, Effetto città, Bompiani, Milano.

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