Il ‘numero zero’ di Umberto Eco

Eco
di Guido Michelone

Il nuovo romanzo dell’ottantatreenne studioso alessandrino viene ambientato nei primi anni Novanta, all’indomani dell’operazione Mani Pulite sulla ‘Milano da bere’, quando, proprio nel capoluogo lombardo, viene riunita la fantomatica redazione del nuovo quotidiano “Domani” che dovrà essere stampato, in prova, per dodici numeri all’anno, fin tanto che il finanziatore (classico bauscia meneghino) deciderà se pubblicarlo regolarmente ogni mattina. In realtà, il direttore e il ‘fedele’ braccio destro, preparandosi al ‘numero zero’, in aprile – ma il racconto si svolge in flashback da giugno – sanno fin da principio che la testata non uscirà mai e che il secondo viene incaricato di scrivere il diario di un anno del primo ‘dietro le quinte’, onde farne poi un libro di successo, narrando vezzi e curiosità di una redazione al lavoro. E proprio attorno ai protagonisti di quest’ultima, ruota ogni vicenda del nuovo libro di Umberto Eco, in una rosa ristretta di personaggi – di cui solo quattro/cinque paiono abbastanza ben delineati -, tingendosi sia di giallo sia di rosa, con un paio di colpi di scena finali, che è giusto omettere per non mortificare il sapore della sorpresa nei lettori.
Dopo il Medio Evo, l’Ottocento, l’era fascista, l’Autore usa, come location storica, il passato prossimo, con qualche riferimento più o meno esplicito al dilagare della corruzione politica e dei conflitti d’interesse; ma il decennio Novanta gli serve di fatto per spiegare i successivi vent’anni (ossia l’oggi), non senza storicissime digressioni, ad esempio sugli ultimi giorni di Benito Mussolini, dalla Curia arcivescovile a Piazzale Loreto, via Dongo e lago di Como. Giunto al settimo romanzo in 35 anni e a una quarantina di libri – tra studi di filosofia, linguistica, semiologia, estetica e una saggistica di costume che forse resta il tratto più originale dell’immenso corpus letterario – in oltre mezzo secolo, l’intellettuale per eccellenza del contesto italiano continua a sfornare romanzi in calando – forse per motivi anagrafici -, privi dell’originalità che caratterizza gli esordi, ritenuti ‘classici’, della narrativa postmoderna.
Anche in Numero zero, come nei due precedenti La misteriosa fiamma della regina Loana e Il cimitero di Praga, Eco continua a semplificare la propria narrativa, nei contenuti e nella forma, per usare un’espressione dei vecchi maestri elementari (molto cari all’Autore). Con Numero zero, in conclusione, non si è più di fronte alla complessità storico-critica del Nome della rosa o del Pendolo di Foucault, e nemmeno davanti all’erudizione de L’isola del giorno prima o di Baudolino; ciò non esclude che il libro abbia anche evidenti qualità: ironia, citazionismo, intelligenza, coinvolgimento, come in un buon testo di consumo, su cui però – e qui sta la differenza con il romanzetto – interrogarsi sulla realtà che ci circonda. Sembra che con Numero zero Eco si tolga, oltretutto, alcuni sassolini dalle scarpe: in fondo, è una grande metafora su pregi (quasi nulli) e difetti (innumerevoli) del recente giornalismo italiano.

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