I LIBRI DEGLI ALTRI n.110

Maria De Lorenzo, Un lungo desiderioChe la terra le sia lieve… Maria De Lorenzo, Un lungo desiderio. Poesie, con una postfazione di Nino Borsellino, Roma, Fermenti, 2014 ; Gliommero, poesie di Maria De Lorenzo e quindici acquarelli di Nino Tricarico, Roma, Edizioni L’Impronta, 1998

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di Giuseppe Panella

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Maria De Lorenzo non ha lasciato un’opera eccessivamente abbondante: si tratta di sei raccolte di versi in vita (tra cui il prezioso Gliommero con tredici, splendidi acquarelli del grande pittore potentino Nino Tricarico) e questo suo bel testo postumo che è, in realtà, il frutto della volontà di suo marito, il critico letterario Nino Borsellino, di impedire che il ricordo della sua scrittura si perda nell’oblio (come troppo spesso frequentemente ormai accade a tanti, troppi poeti).

In Gliommero, esiguo mannello di testi poetici pubblicato nel 1998 in un’edizione riservata a pochi fortunati (e finita recentemente nelle mie mani grazie alle cure affettuose dell’amico Tricarico), il tono era scherzoso e lieve, solo apparentemente oscurato da qualche nuvola di malinconica riflessione sulla caducità del mondo e delle cose, come si addiceva, peraltro, allo stesso titolo della raccolta (gliommero o gliuommero, in dialetto partenopeo, costituisce una forma particolarmente raffinata di agglomerazione e di accumulo di situazioni e di aneddoti in un contesto solo apparentemente disordinato ma in realtà ricomposto e ricostituito al suo interno come in un gomitolo che risulterebbe poi l’esatta “traduzione” italiana del termine).

«Quello che fanno / i grilli e le cicale / nelle sere d’estate / sembra dover spaccare il mondo in due // Tutto vuole concedere l’estate / quando sono di scena / grilli cicale rane / La terra è piena / e a gara vi si gettano ponti / di lusinghe lontane / ed eldoradi / e quando il coro tace / tu non saprai chi ha vinto // Anche noi per cantare a squarciagola / ci siamo arrampicati sulla Luna / certo che tutto ci consentirà / la nostra vecchia Torre di Babele»1.

E’ un esempio significativo di testo poetico di Maria De Lorenzo, questo – momenti diversi e situazioni differenti in un contesto apparentemente banale (i grilli, le cicale, le rane) si rovescia, alla fine, in una sorta di aforisma di tipo universale in cui tutto si mescola e si ritrova in un contesto che permette di cogliere il senso profondo della situazione di partenza. La grande confusione sotto il cielo della Luna (nella stessa situazione, cioè, che aveva accolto Astolfo alla ricerca del “senno” perduto di Orlando impazzito) e la consapevolezza di vivere nel contesto della Torre di Babele della confusione universale delle lingue è espressa a partire dalla forza espressiva che si lega alla cacofonia dei grilli e delle cicale fino a raggiungere il livello della necessaria accettazione di ciò che non si può evitare. Gli uomini – come i grilli le cicale e le rane – cantano e gridano a squarciagola le loro ragioni ma non fanno altro che aggiungere confusione a confusione.

Lo gliuommero si srotola così e gli apologhi e le riflessioni hanno al loro stesso interno inizio e fine da parabola, da ricerca di una saggezza in realtà del tutto introvabile :

«Abbindolati dentro la leggenda / che fa tre di due sessi / sulla buia ribalta della Terra / recitiamo la parte del Creatore / senza saper la trama / delle nostre inconsulte esibizioni // E questo l’horror vacui ? // Quando sbatte e ribatte sullo scoglio / il mare non conosce la sua spuma / il sogno tutto bianco e evanescente / in gara con la Luna»2.

Anche qui l’avvitarsi dell’impossibile si colora del bianco lunare della clownerie e del gioco della ripetizione come metafora dell’esistenza umana: cercare un capo a questo gomitolo che avvolge la vita umana non è certo determinabile nel giro di un sogno di creazione svanito ormai da tempo.

Anche Un lungo desiderio, uscito postumo nel maggio del 2014, dopo una lunga “elaborazione del lutto” da parte del suo curatore Borsellino è leggibile utilizzando queste stesse coordinate di poetica. Scrive, infatti, il critico letterario nella sua breve ma densa postfazione :

«La poesia di Maria rispondeva ad accensioni del sentimento, a volte rapide e chiuse da note di spleen musicale, come nei quattro Improvvisi, i soli qui inseriti. Molti altri analoghi se ne rintracciano in tutta la sua produzione, ma convivono per contiguità con differenti modalità espressive e perfino di poetica. Questi andavano lasciati isolati anche rispetto alle Penultime, la sezione che apre il volume con un titolo che non deve trarre in inganno perché non indica una priorità temporale, comunque supposta, ma l’attribuzione di un’ultima volontà al libro siglato da lei in extremis che allude alla tenuità di un filo infine spezzato: La tenue vita. Il titolo generale che include tutti i testi di questa postuma raccolta è tolto dall’ultima poesia (Amore non sei più / un lungo desiderio) e ha per riscontro il long désir della Prose di Mallarmé evocato in L’ultimo sogno. Ma desiderio è parola fortemente caratterizzata nella poesia di Maria»3.

Il desiderio appare come la poesia in forma evocativa della propria verità in questi testi finali.

Senza di esso la capacità della scrittura di farsi avallo a se stessa non avrebbe senso e non proporrebbe una sensibilità alternativa a quella della vita quotidiana.

«Scioglierò le parole / imbavagliate / dai lacci del tiranno / quelle sole che si confanno / alle mie inespiantabili illusioni. / Con me hanno balbettato / e le vecchie menzogne contestato. / Ma tante e tante sono volate via / coi miei pensieri in fuga»4.

E’ una dichiarazione di poetica che scandisce bene la ricerca (tutta la quest linguistico-poetica) di Maria De Lorenzo: la scrittura ha il compito di liberare le parole dalla tirannia del senso quotidiano e dargli la necessaria carica di trasformazione della loro potenza espressiva. Togliere alle frasi più usuali, più banali, la patina della menzogna che conservano fino in fondo per dargli la consistenza che meritano. L’illusione della verità abita la speranza che la poesia della scrittrice invoca e definisce come la sostanza unica della sua opera. Le parole “imbavagliate” si liberano solo utilizzando lo strumento più affilato a disposizione del desiderio: l’eterna illusione di durare.

E’ quello che costituisce “una stretta simmetria”, l’unica possibile tra parole e vita, tra scrittura e suo destino, tra ricordi e dolore di vivere :

«Non sarai come gli altri / e chi lo sarà mai ? / Una donna sola sarai / Ma non dissero come / e io lo immaginai / anzi lo ricordai / e lo ricordo ora // “Mille ciocche impicciate di capelli / mille pezzi scuciti di gonnelle / e una lunga sequela di attributi / a dilatarsi in stretta simmetria / braccia aperte a raccogliere / pulviscoli di stelle / lungo tutta la via”. / Questa – mi domandai – l’identità mia ?»5.

La complessità della vita e i frammenti del passato che essa si lascia dietro affondano le proprie radici in una richiesta perentoria di identità umana. La soggettività che scrive è composta dei brandelli di epopee già redatte un tempo e ancora rilanciate ogni volta alla ricerca di “una stretta simmetria” che non si riesce mai a ricomporre lungo tutta la vita e lungo tutto il proprio percorso di destino trascorso. In questa volontà di scandire la propria lunga fedeltà alla poesia come forma privilegiata della parola (ogni volta definitiva, ogni volta transitoria) risiede l’interesse della ricerca lirica di Maria De Lorenzo : poetessa scabra, essenziale, pudica ma interiormente e intensamente prorompente.


NOTE

1 M. DE LORENZO, Gliommero, con quindici acquarelli di Nino Tricarico, Roma, Edizioni L’Impronta, 1998, p. 5.

2 M. DE LORENZO, Gliommero cit. , p. 11.

3 M. DE LORENZO, Un lungo desiderio. Poesie, postfazione di N. Borsellino, Roma, Fermenti, 2014, p. 85.

4 M. DE LORENZO, Un lungo desiderio. Poesie cit. , p. 7.

5 M. DE LORENZO, Un lungo desiderio. Poesie cit. , p. 43.

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

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