Pablo Neruda, poeta del mare

Neruda
di Augusto Benemeglio

1. A cosa servono i versi?

A cosa servono i versi se non a quella notte/ in cui un pugnale amaro ci esplora/ a quel giorno / a quel crepuscolo, a quel cantuccio offeso/ dove il cuore stremato dell’uomo si prepara a morire?”.
Questi sono versi di Neruda, scritti subito dopo l’assassinio del suo grande amico, Federico Garcia Lorca , sono quelli di uno che aveva la forza di un Goya e la vastità d’un Whitman; sono versi di un umile figlio di macchinista delle ferrovie cilene che si nutrì dei grandi spazi , grandi piogge e terremoti , grandi silenzi e solitudini oceaniche , uno che nacque poeta, grande poeta e fu poi tante altre cose, cantore dell’amore disperato , diplomatico giramondo , politico impegnato , simbolo di una nazione e di un popolo. E le parole quando le dice un vero poeta acquistano una forza nuova, un significato diverso , profondo, lancinante, come una spada, o un vomere che entra nelle viscere della terra. Ma per conoscerlo a fondo è necessario conoscere la sua lingua, lo spagnolo, che ha una gamma straordinaria di registri, toni e musicalità. Quindi è necessario leggerlo e ascoltarlo nella sua lingua originaria.

2. Da Beethoven ai negozi di ferramenta

Poi, come ha scritto qualcuno, bisogna anche attraversare pianure desolate di versi talora compiaciuti e retorici , chilometri di reboanti deserti costellati da imbarazzanti apologie staliniane , savane sentenziose e ideologizzanti, per accedere alla grotta prodigiosa dei cembali sonori , alle limpide e sfolgoranti vette immacolate , solcate da ruscelli impetuosi , musiche bachiane o beethoviane , dai timbri alti e solenni, immagini dotate di una potenza magnetica straordinaria e primordiale, com’è la natura nella sua rappresentazione più imponente. E’ il poeta che trasforma ogni oggetto, anche il più vieto e banale , in un miracolo appena realizzato , il poeta dei negozi di ferramenta , dove si trovano tutte le meraviglie possibili, dalla vitarella al trattore, dall’ode alla cipolla all’erotismo più spinto e allo stesso tempo metafisico. Neruda è l’ occhio insaziabile che guarda il futuro e retrocede al caos originario, è la lingua che lecca le pietre una a una per conoscere la loro struttura e il loro sapore, è l’orecchio dove iniziano ad entrare gli uccelli, è l’olfatto ubriaco di sabbia , di salnitro, di fumo di fabbriche e tecnologia , è l’uomo-dio che ci offre l’impressione che prima di lui non esistesse nulla . Ma è anche colui che lotta per il proprio riscatto nell’elogio delle piccole cose della quotidianità ( gli animali, i pesci, gli insetti, i fiori, i capelli rossi di Matilda , le verdure, il mercato, i negozi, insomma la spesa della casalinga) .

3. Un bambino viziato con la faccia da bovino.

La sua poesia è insieme estatica e visionaria , fatta di materialismo e misticismo . Neruda è un poeta totale che riesce a recuperare il lontano fraterno legame che esiste tra la poesia e il lettore; la poesia è spoglia , è nuda, cammina nell’oscurità per incontrarsi con il cuore dell’uomo. E’ questo il suo scopo. Ed è per questo che Neruda rimane uno dei poeti più letti e amati al mondo , “perché la sua è una poesia magica e sensuale , che si può mangiare, bere, si può toccare , accarezzare, prendere a schiaffi, respingere , odiare e amare come fosse persona in carne e ossa”.
Ma com’era, questo poeta giramondo dalla vita intensa e disordinata, che ebbe tre mogli e molte altre donne , che fece innamorare fanciulle di tutto il mondo con i suoi versi che celebrano l’amore in tutti i modi? “Era alto e quasi grasso , con faccia da ubriaco spaurito, con una conversazione lenta e monotona, disseminata d’inflessioni cilene – scrive Luis Cardoza y Argon , che fece sodalizio con lui. Assomigliava a un pelotaro fuori allenamento. Era vestito negligentemente, come se per molte notti avesse dormito senza spogliarsi . Una testona da sedano o da cipolla: un sorriso spesso illuminava il suo viso da ruminante ; i suoi occhi erano di bimbo o di pesce. A me parve un vegetale , una ceiba, cucurbitacea , un bambino viziato con faccia da mammifero bovino e lirico, astuto e vanitoso come un vecchio soprano d’opera. C’era in lui un tale orgoglio che credeva che la gratitudine fosse un sentimento superfluo . Leggeva le poesie con voce strangolante di boa, quasi senza modulazioni e senza gesti. La sua poesia, con i suoi molluschi, i suoi caudillos e suoi sindacati , s’impadroniva di chi lo ascoltava e lui se ne accorgeva e cominciava a sfumare la sua voce , come se vedesse quei versi per la prima volta, sorpreso da ciò che stava leggendo. Dimenticavamo la sua farragine populista e la sua voce ostinata continuava a martellare convulsamente , in noi più che nella sua gola, finchè invadeva tutto lo spazio. All’improvviso nel bagno degli elefanti della memoria , emerge dalla superficie del mare la proboscide di Neruda attaccata alla sua testa di tapiro che lancia zampilli d’acqua gioiosa”.
Io credo che, al di là della singolare descrizione ricca di poetica immaginazione ,ci possiamo fare benissimo un’idea di Neruda ricordando il Philippe Noiret del Postino , ultimo grande film di Massimo Troisi , tratto dal romanzo di Skarmeta. Per chi crede nella poesia e nel riscatto dell’uomo nonostante tutte le sue immonde atrocità, c’è sempre un motivo per ricordare e celebrare Pablo Neruda ( pseudonimo di Ricardo Neftalì Reyes Basoalto ), nato il 12 luglio 1904, a Parral, nell’estremo sud del Cile , da una famiglia di pionieri, perché significa celebrare la bellezza dell’esistenza, quel poema che è in ciascuno di noi, poeti inconsapevoli , basta andare a cercarlo. In Pablo c’è , fin dagli inizi , quel paesaggio meraviglioso , il fascino della frontiera , che domina subito tutta la sua poesia :la pioggia, i grandi boschi, i terremoti , un mondo primitivo destinato a scavare in profondità nella spiritualità nerudiana. Da quel fango e da quel silenzio egli iniziò il cammino del suo canto.

4. Venti poesie d’amore

Fu precoce in tutto: brillante studente liceale a Temuco , vince numerosi concorsi di poesia , nascondendosi sempre dietro qualche pseudonimo, finchè nel 1921 ( ha solo diciassette anni ) assume quello definitivo di Neruda , dopo aver letto i Racconti di Màla Strana dello scrittore ceco Jan Neruda , la cui opera è pervasa di ardente spirito patriottico . A 20 anni è già famosissimo , grazie a Venti poesie d’amore e una canzone disperata , autentico campionario della passione e dell’erotismo che ha alimentato le fantasie di milioni di lettori ed è diventato – caso più unico che raro – un vero best seller della poesia . “In virtù di un miracolo che non comprendo , questo tormentato libro di poesia ha indicato a molti uomini la strada della felicità.”
E’ precoce anche come diplomatico e giramondo : a soli 23 anni è già console ; a 28 non ha più nulla da vedere: è stato sulla muraglia cinese, ha visto le geishe e i samurai , i fachiri e i santoni indiani , i monaci del Tibet , gli sciamani dell’Africa nera , la statua della libertà e le montagne rocciose ; in Europa conosce come le sue tasche la Spagna , la Francia e il Portogallo; ha visto il Big Ben , il Colosseo e il Cremlino ; a quarant’anni è reduce dalla guerra civile spagnola, in cui ha visto morire molti suoi amici , tra cui Garcia Lorca . Quando diventa comunista e senatore della repubblica cilena ha solo quarantacinque anni , ma è come se avesse vissuto un paio di vite.

5. I versi del capitano nell’esilio di Capri

Nel 1950 è costretto a fuggire dal proprio paese, che lo fa ricercare dalla polizia di tutto il mondo. Perseguitato, guardato a vista dalle polizie occidentali, arriva in Italia. dopo aver fatto sosta a Parigi, ospite di Pablo Picasso . In Italia è accolto a braccia aperte dagli intellettuali italiani, ma , tranne loro, nessuno conosce il poeta Neruda. Nessuna poesia è stata pubblicata in italiano. Va a Milano, Firenze, Siena, Genova, Venezia, ospite di scrittori, pittori, artisti che organizzano delle letture pubbliche dei suoi versi; alcune città lo nominano cittadino onorario, ma per il governo italiano è un cittadino senza documenti, espulso dal suo paese che ne reclama l’arresto, ed è guardato a vista. Finché , siamo nel gennaio del 1952, un giorno, il Ministro dell’Interno decide di liberarsi di questo ingombrante cileno e firma un decreto di espulsione. Il poeta viene condotto alla Stazione Termini , ma non si riesce a farlo partire, con gli agenti incaricati dalla scorta che vengono sopraffatti da una folla – udite , udite! – di scrittori, intellettuali e artisti, tra cui Guttuso, Carlo Levi, Ricci, Moravia, Trombadori, Napolitano ed Elsa Morante che non esita a colpire con l’ombrellino di seta la testa di un poliziotto. Finirà all’italiana, col ritiro del provvedimento. E Neruda viene ospitato a Capri, “sei mesi memorabili” in cui potrà vivere a pieno l’amore con la nuova compagna, Matilde Urrutia, e portare a termine un altro libro d’amore appassionato e doloroso ( Los versos del capitàn ) che verrà pubblicato , grazie alla colletta degli amici intellettuali , in 50 esemplari che oggi costituiscono una vera e propria rarità.

6. La poesia è salvifica

In quasi settanta anni di vita ( è morto a 69 anni e tre mesi) , Neruda è stato un mucchio di cose, per il Cile, per il Sudamerica e il mondo intero : cantore , ora lucido , ora appannato , delle antiche civiltà ; ora pessimista, ermetico , cantore della solitudine , della morte e delle rovine , che – come disse Lorca – intingeva la penna nel sangue piuttosto che nell’inchiostro. Ora creatore di una nuova poesia epica , ( ma c’è qualcosa che sa di antico che lo avvicina a grandi visionari estatici come Withman e Hugo ), fatta di speranze e utopie che scardina il vecchio e stantio gioco formale e incarna speranze di riscatto, libertà e giustizia del popolo cileno , ora poeta dell’ideologia marxista e della politica che presta voce agli umili ferrovieri come suo padre , ai pescatori, ai contadini, ai minatori , ai perseguitati , ma anche – senza volerlo – ai demagoghi e ai populisti . Lui nega tutto e dice: la mia poesia non è politica né amorosa né metafisica; essa rappresenta una logica fusione di tutti questi temi, queste sollecitazioni, come del resto avviene nella vita. E attribuisce alla poesia quella funzione salvifica e di speranza che non può andare perduta.
Dice , infatti, che “ in quest’età della cenere , degli innocenti distrutti e divorati da mandibole delle macchine , soltanto con un’ardente pazienza conquisteremo la splendida città che darà luce e giustizia , dignità a tutti gli uomini .“

7. L’anima appiccicata al mare

Ma poi, alla fine della storia , negli ultimi anni di vita, stanco, malato, disilluso, nella sua casa di Isla Negra a picco sul Pacifico comincia a perdere fiducia in questo suo ottimismo pragmatico, riaffiora la visione angosciosa della sua stagione giovanile, quella feroce profondità , quella reiterazione sonnambula che attraversa un linguaggio sordo e compatto, la visione di un mondo in disfacimento , di un corpo a corpo con la morte . Viene assalito da tormenti paure, delusioni, timori per il futuro dell’umanità e della poesia (vedi Fine del mondo ), ma l’anima gli rimase appiccicata al mare, al grande oceano che vedeva ai suoi piedi. Fu , infatti, un grande cantore del mare , forse uno dei maggiori poeti del mare di tutti i tempi ( vedi la sezione El gran océano del Canto General e tutte le raccolte dedicate alla costa e alle isole del Cile ) . Neruda cantò il mare nella sua dimora selvaggia battuta dalle onde frementi dell’oceano. Era simile a un nido di gabbiani, edificata su una spiaggia rocciosa del Pacifico e come trattenuta a terra da una gigantesca àncora pronta metaforicamente a salpare non appena il vento fosse riuscito a far suonare tutti insieme i sei batacchi del suo insolito campanile . Qui compose la maggior parte delle sue liriche, coriandoli di parole blu mentalis che precipitavano dalle incontaminate alture di Macchu Picchu e s’accendevano come un manifesto amore.
Era lì, davanti al mare , negli ultimissimi giorni della sua vita, sofferente , malato di cancro, non in grado neppure di alzarsi dal letto ( si ipotizzò che qualcuno lo avesse avvelenato) , con Matilde che lo curava come un bambino ( gli nascose il golpe di Pinochet dell’11 settembre 1973), quando disse,- guardandosi allo specchio- “Ho tanto amato e camminato, ora posso solo guardarmi morire”.

17 pensieri su “Pablo Neruda, poeta del mare

  1. Cara Ema e cari tutti del Gruppo Recital, Neruda è stato il nostro primo personaggio ( ricordo il tremar di ginocchia dei partecipanti) che portammo sulla scena nell’aprile del 2010. Quindi vi invito a partecipare, attivamente al blog , magari rammemorando ( e trascrivendola) la poesia che a suo tempo avete recitato, o quella che maggiormente vi è rimasta impressa nella memoria.
    Questa fu la prima in lista, ma non ricordo chi la recitò (forse Piero?:

    Amor…

    Donna, avrei voluto essere tuo figlio, per berti
    il latte dai seni come da una sorgente,
    per guardarti e sentirti al mio fianco e averti
    nel riso d’oro e nella voce di cristallo.

    Per sentirti nelle mie vene come Dio nei fiumi
    e adorarti nelle tristi ossa di polvere e di calce,
    perché il tuo essere passasse senza pena al mio fianco
    e uscisse nella strofa-puro male di ogni male-.

    Come saprei amarti, donna, come saprei
    Amarti, amarti come nessuno seppe mai!
    Morire e amarti
    ancor più.

    E ancor più

    amarti,

    di più.

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  2. grazie Augusto, come sempre mi insegni…
    La poesia salva! prima, però bisognerebbe essere” portatori di salvezza” a chi la poesia non può leggerla ma la vorrebbe vivere…. per esempio sulle strade al freddo nella notte buia e piena di solitudine e di disprezzo.

    ernestina.

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  3. Cara Ernestina, come diceva un poeta tarantino, Raffaele Carrieri, la poesia non si fa, la poesia siamo noi , quello che avremmo voluto essere e non siamo . “ Alla malora le carte / cartigli e scartoffie/ che potevano darmi la gloria…E’ follia, follia, restare chiuso in un calamaio/ come la seppia nel mare / che fa macchie d’angoscia e le sparpaglia”. Certo, se hai problemi primari di sopravvivenza, appartieni alla classe degli “ultimi” , dei miseri, dei diseredati, dei reietti , come dici tu, non è facile…trovarla. Ma la poesia c’è ugualmente…perché sta dentro di noi, siamo noi! Del resto dov’è possibile trovare una poesia vivente più alta e splendente della “Natività”?…Ma se ci pensi bene, Giuseppe Maria e Gesù erano delle povere creature perseguitate che hanno vissuto per lunghi anni , da stranieri, in Egitto, probabilmente nelle medesime condizioni degli immigrati di oggi e di gran parte dei nostri nonni.
    Ciascuno di noi è comunque responsabile , soprattutto se è cristiano – questo sì – del mancato gesto di solidarietà, di accoglienza, di fraternità, nei confronti di tutti i più deboli, che soffrono – come dici – tu il freddo, la fame, la solitudine, e il disprezzo. Ma questo è un caso di coscienza individuale, in cui la poesia c’entra ben poco.

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  4. Caro Augusto , forse, di tutti i Recital che abbiamo fatto quello che mi ha colpito di più é stato proprio quello su Neruda e la prima poesia della lista “Amor” l’ho recitata io e nel rileggerla ancora vengo pervaso da un intensa emozione, per non parlare poi de…” Il tuo sorriso ” che resterà per sempre una pietra miliare del mio primo approccio all’arte della recitazione.

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  5. Siamo nel 2010, Augusto propone ad un piccolo gruppo di persone interessate alla poesia e alla cultura, di portare a conoscenza di un pubblico attento ed entusiasta, la vita e le poesie di un grande poeta. E’ il 15 aprile, il nascente “Gruppo recital 2010” diretto da Augusto Benemeglio porta in scena “ Pablo Neruda – Poeta del mare”. Questa, una delle poesie lette da me con l’emozione che ancora oggi mi accompagna e che con immenso piacere e vi propongo.
    Melisanda
    Il suo corpo è un’ostia fine, minuscola e lieve.
    Ha gli occhi azzurri e le mani di neve.
    Nel parco gli alberi sembran congelati,
    gli uccelli si ferman su di essi stanchi.
    Le sue trecce bionde toccano l’acqua dolcemente
    come due braccia d’oro sbocciate dalla fonte.
    Ronza il volo perduto delle civette cieche.
    Melisanda s’inginocchia e prega.
    Gli alberi s’inclinano fino a toccar la sua fronte.
    Gli uccelli s’allontanano nella sera dolente.
    Melisanda, la dolce, piange presso la fonte.

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  6. La seconda poesia recitata, in quella circostanza, in lingua originale da Brigida Tobon, una colombiana tutta “fuego” , fu “En ti la tierra”, l’accompagnarono le chitarre di Marco Arrivas e Fabio Rosi:

    En ti la tierra…

    Pequeña rosa, rosa pequeña,
    a veces,
    diminuta y desnuda,
    parece que en una mano mía cabes,
    que así voy a cercarte y a llevarte a mi boca,
    pero de pronto
    mis pies tocan tus pies y mi boca tus labios,
    has crecido
    suben tus hombros como dos colinas,
    tus pechos se pasean por mi pecho,
    mi brazo alcanza apenas a rodear la delgada
    línea de luna nueva que tiene tu cintura:
    en el amor como agua de mar te has desatado:
    mido apenas los ojos más extensos del cielo
    y me inclino a tu boca para besar la tierra.

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  7. Caro Augusto, scusa ma mi sono lasciata prendere dalla bellezza di quello che leggevo e il mio primo pensiero è stato: come siamo fortunati noi che possiamo volare leggendo una poesia!
    Come sempre mi hai fatto capire… con la tua solita saggezza!
    Un abbraccio grande a tutti voi e bravi!
    Grazie.

    Ernestina

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  8. Doris cara, ti aspetto a Roma per il dovuto caffè…Chissà che non possa capitare per una riedizione di Neruda, e magari per l’occasione potremo leggere qualcuna delle tue belle poesie. A Ernestina dico che saggio non sono. Disse un poeta, credo Sinisgalli, per me scrivere versi è stato il disprezzo della mia saggezza. Forse ha esagerato, ma è certo che chi si occupa o fa poesia si avventura in un terreno dove non ci sono regole valide in ogni caso ( prima si andava sul certo, la metrica, la rima, ma osservate queste regole, i versi potevano essere ugualmente brutti). Nessuno di noi può prevedere il risultato di una sua composizione, proprio perché la poesia – per sua natura – sfugge ad ogni gerarchia prestabilita. Le fabbrica al momento. “I versi hanno una loro concatenazione che non si rivela in superficie, convergono in un punto che le stratificazioni possono nascondere a qualunque scandaglio, cercano un cuore introvabile.” Spesso il critico anche più avveduto non riesce a giungere al centro, al nocciolo della poesia, proprio perché non ne conosce la formula, misteriosa, in parte, allo stesso poeta.
    Ma quando andiamo sul grande Neruda non abbiamo problemi, ed eccovi quindi la terza poesia di quella memorabile serata:

    Se tu mi dimentichi

    Voglio che tu sappia
    una cosa.

    Tu sai com’è questa cosa:
    se guardo
    la luna di cristallo, il ramo rosso
    del lento autunno alla mia finestra,
    se tocco
    vicino al fuoco
    l’impalpabile cenere
    o il rugoso corpo della legna,
    tutto mi conduce a te,
    come se ciò che esiste,
    aromi, luce, metalli,
    fossero piccole navi che vanno
    verso le tue isole che m’attendono.

    Orbene,
    se a poco a poco cessi di amarmi
    cesserò d’amarti a poco a poco.
    Se d’improvviso
    mi dimentichi,
    non cercarmi,
    ché già ti avrò dimenticata.

    Se consideri lungo e pazzo
    il vento di bandiere
    che passa per la mia vita
    e ti decidi
    a lasciarmi alla riva
    del cuore in cui ho le radici,
    pensa
    che in quel giorno,
    in quell’ora,
    leverò in alto le braccia
    e le mie radici usciranno
    a cercare altra terra.

    Ma
    se ogni giorno,
    ogni ora
    senti che a me sei destinata
    con dolcezza implacabile.
    Se ogni giorno sale
    alle tue labbra un fiore a cercarmi,
    ahi, amor mio, ahi mia,
    in me tutto quel fuoco si ripete,
    in me nulla si spegne né si dimentica,
    il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
    e finché tu vivrai starà tra le tue braccia
    senza uscire dalle mie.

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  9. Cara Pam, ti rispondo con la quarta delle poesie di quel recital di tanti anni fa, un’ode alla donna, che è un po’ un omaggio anticipato della festa del prossimo 8 marzo.
    Ciao

    Nella sua fiamma mortale

    Nella sua fiamma mortale la luce ti avvolge.
    Assorta , pallida , dolente, eretta davanti
    alle vecchie spire del crepuscolo
    che ti girano attorno.
    Muta, amica mia,
    sola in questa solitaria ora di morte
    e colma di tutte le vite del fuoco,
    pura erede del giorno distrutto.

    Un grappolo di sole cade sulla tua veste scura.
    Grandi radici notturne
    improvvise ti salgono dall’anima
    e quant’era in te occulto riaffiora
    sì che un popolo pallido e azzurro
    si nutre di te, appena nato.
    O grandiosa e feconda e magnetica schiava
    del cerchio che avvicenda il nero all’oro:
    in piedi , rappresenta una creazione così viva
    che muoiono i suoi fiori e colma è di tristezza.

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  10. Vivo nella terra di Neruda, a pochi chilometri dal luogo in cui nacque… y respiro su poesía…. Grazie per questa stupenda pubblicazione… “Il poeta del mare” ….. “Y fue a esa edad… Llegó la poesía a buscarme. No sé, no sé de dónde salió, de invierno o río”…

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  11. Grazie a te, carissimo Luigi Maria, per me èun vero onore che una persona che vive nella terra di Neruda, a pochi passi dal luogo in cui nacque, si sia interessato al mio articolo, che è di uno che ama molto la poesia di Neruda, ma non ha mai visto la sua terra, e la legge male nella lingua originale, in cui ci sono altre sonorità, altri registri, altri anfratti, insomma un’altra musica. Se avrai occasione di venire a Roma, sarei felicissimo di poterti offrire almeno un caffè e scambiare qualche impressione sul tuo grandissimo compatriota.
    Un abbraccio
    Augusto

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  12. Grazie a te Augusto per rispondere al mio commento. Sono un “compatriota onorario” del grande Poeta… sono italiano e vivo in Chile da sette anni con mi esposa chilena. Sono in contatto con la Fundación Pablo Neruda de Santiago e spesso mi trovo a combattere la mia piccola battaglia contro le false attribuzioni che ahimé circolano nel web, segnalando e informando l’utenza dell’errore, anche se appare una lotta impari…Ti ringrazio per il caffè, che per il momento resta virtuale, ma comunque graditissimo. Ricambio l’ospitalità se deciderai un giorno di venire quaggiù! Un abbraccio
    ¡Saludos!
    Luigi Maria.

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  13. Caro Luigi Maria, credo che sia più facile che
    tu venga a Roma che io in Cile, però mai dire
    mai. Non avevo aperto il filmato, dove ho scoperto
    che ci sono tante bellissime poesie di Neruda e
    di Garcia Lorca, che ribadiscono e amplificano
    i concetti che avevo già espresso: si trovano quelle
    tonalità, quelle onde, quei gorghi, quelle risonanze,
    quei flauti e violoncelli che la lingua originale mette
    in risalto. Nei miei recital ( ho fatto anche Federico
    Garcia Lorca), ho sempre cercato (e trovato) una
    lettrice di lingua spagnola, proprio per far godere
    allo spettatore questa diversa musicalità ,
    questi interstizi , questi segreti che stanno dietro
    una poesia e la rendono intraducibile, anche se
    il nostro pubblico ha recepito solo in parte ( ma
    la consonanza fra le due lingue aiuta molto) certe
    sfumature, ma meglio che niente. Mi ricordo di averci
    aggiunto anche una danzatrice di Flamenco.
    Infine ho visto che hai aperto degli scorci,
    dei panorami dell’anima sulla poesia di Lorca, molto
    amata anche da Fabrizio, e mi affretto a percorrere
    questo viaggio.
    Abrazos.
    Augusto

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  14. Caro Augusto,
    sono particolarmente felice di questo inatteso incontro.
    Leggo di te una intensa produzione poetica, letteraria, saggistica e molto, molto altro ancora… una vita ricca di esperienze e incontri. Davvero consolante ritrovarsi, anche se fisicamente molto distanti, così vicini nel sentire e nel godere della Bellezza, che, come nel titolo di questo bellissimo blog, forse potrà rovesciare il mondo, ricondurlo verso l’amore, estirpando l’odio. Per questo ringrazio Fabrizio, che mi ha fatto partecipare, esortandomi ogni settimana a recitare García Lorca.
    Io, quaggiú posso solo osservare e tentare, attraverso la voce, le immagini e la musica, di partecipare a coloro che hanno la benevolenza di ascoltarmi un poco dei miei sentimenti, con le parole dei Poeti, delle donne e degli uomini che ci aiutano a sperare, anche solo nel sogno, nella irriducibile tensione alla Bellezza. Spero di poter continuare con te un confronto, una condivisione e chissà altro ancora, la vita non smette mai di stupirci, grazie a Dio! Per ora ti saluto con grande stima e ti auguro una serena settimana.
    ¡Abrazos!
    Luigi Maria.

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