Seminterrato, di Fabio Ciriachi

Tunnel
1.
Niente di bello intorno (è normale), niente, a ben vedere, di veramente importante; a voler proseguire sul poco roseo, niente per cui valga la pena (tanta vita, quanta, per tanto poco, e troppo limitato, gioco). Certo, è solo l’impressione, il casuale disegno di cose e persone lungo un asse capitato fra i possibili: scorcio, tralice, vista d’occhio, anche un mostrare e nascondere della prospettiva che è tale solo perché si è acceso un punto di vista (le batterie che alimentano “l’essere visti” prima o poi finiranno, e niente più apparirà ad apertura d’occhi). Quindi, per cominciare, che il punto di vista non sia molesto, non sia nutrito del grigio che giudica e danna con troppo facile propensione, che toglie e guasta più di quanto non sia già di per sé tolto e guasto.
La figura detta personaggio, il personaggio detto protagonista, il protagonista detto suo sacrosanto nome proprio, il nome proprio detto, pronunciato, sussurrato quando nessuna altra ipotesi giustifica la presenza, quando si può anche esserci senza tuttavia apparire a una vita che dica preme, sì, preme e vuole uscire, così che alcuni, guardandosi con la debolezza degli sconosciuti, con quegli sguardi non diretti verso e non attratti da, arrivino anche…
Certo, non si sa bene cosa metterci a questo punto del tragitto, cosa augurarsi per positiva disposizione ad accogliere quanto di buono si mostra; non si sa quali forze contrapposte sorgono insieme in quel piatto spiraglio lineare, nella sagoma che girandosi assume forma umana e fa, lì per lì, le tante cose che agli umani sono proprie: sorridono, alcune; si mostrano assorte, altre; e ancora e ancora ce n’è che si ristanno senza nulla agire e presagire; opere, le vite, in pieno corso di avanzate assunzioni; i linguaggi che parlano solo a pochi, quelli invasivi che parlano a molti e lo fanno senza sosta; la salvezza della frase giusta, del pensiero attivato che poi va da solo e si ferma nel punto giusto a fondare la definizione del suo stato; è su questo filo che pare rotto, per quanto non è più seguibile, che si procede al buio, a tentoni, interpretando al tatto, apprezzando l’arreso, il mite, quello che non oppone resistenza e che si chiama arrivo nel linguaggio del vivo che a questo punto esulta.

2.
Era passato illeso attraverso un mare di zumspackrack tardo-futuristi, un po’ squinternato per il doglio di suoni… di suo-ni… ni… ni… niiii, non cicce facilmente masticabili, beninteso, una sofferta accoglienza, se così si può dire, un’affamatura che si nutre d’aria e pure fatica a masticarla, neanche fosse fatta della spessa polvere che solleva ogni tentativo di fuggirne gli effetti; no, essa non pare né appare, la noterella che fora il mondo dei suoni assenti. È uno ZA_PUMMMM di scrosciante comicità, prova a vendere città rutilanti, folte di folle ch’io non credea che morte tanta n’avesse… e mischia i passage e i traversoni, le coperte e i corpi inermi, le piaghe e le paghe, i lutti, le meringhe. Düra minga Balla, l’è Milàn, in Galleria, che non è come uscire dal tunnel (tonneau «botte»), che non è come tornammo a riveder le stelle TA TA TATATA mi traglia tutto questo suono a percussione, a-peritivo, a privativo, la pace, la pace mi piace e l’indolenza di chi si compiace. È un’indecenza chi tace ZUONA BIU’ BELLA LA GHERRA… BATRATAN!!! elettrica notte in Galleria, col tram che parte schizza via, l’igiene del mondo, ovvero del pulito, aspettate, non ho finito…

3.
I disposti oggetti lasciati dagli umani dicono di gesti interrotti, di giochi rimasti senza interesse d’altro, neanche riposti perché per malumore era lontano da essi che si voleva trovare ristoro, riparo, qualcosa di più caro da assorbire che non fosse delusione. Quindi era pesato l’intreccio chiamato divertimento, e se ancora le statistiche non registravano il calo percentuale della felicità, la casa, nel suo grande alveo sensibile, smagriva di luce tra quei disillusi che neanche sapevano dove guardare per l’imbarazzo del tempo perso. Ma avere un tetto caldo sulla testa (benché per il vuoto si gelasse) rendeva il beneficiario contento; tanto da sentirsi lui la regola del bel dolore e da annoverare l’infelicità nello straordinario.

4.
Scipione è pittore così notevole e poeta così indiscutibile che forse è l’unico essere umano in possesso di doti pittoriche e poetiche di tale alto livello da non poterlo definire pittore che scrive poesie o poeta che dipinge quadri; è in ogni istante entrambi contemporaneamente, una vitalità espressiva biforcuta e sempre eccelsa… che grande uomo in così poca vita (morirà, a ventinove anni, di tubercolosi)! Gino Bonichi, il grande marchigiano nato a Macerata il 25 febbraio 1904 e inurbato a Roma a cinque anni, fondatore con Mario Mafai, Marino Mazzacurati e Antonietta Raphael delle Scuola Romana. Morto nel sanatorio di Arco, in Trentino, il 9 novembre 1933. Numeri, date, paragoni coi propri morti, vite che se fossero proseguite, torti, risorse andate, orti di guerra, beltà (che è molto più di bellezza), intercettazione e resa del sublime, museo, galleria, dolore quotidiano, Roma, fascismo, lotta, disumano cretinismo associativo, prepotenza dei più, e osavano anche chiamarsi eccellenza.

5.
Guardala negli occhi la domenica sera, 19,19 sul display del telefono, 19,19 ripete il pc, il silenzio è più buio dei 4° di temperatura esterna, un silenzio fermo-immagine di rumore di denti, un digrignare costante e collettivo davanti al desco della cena, aperitivo del suicidio perfetto, quello che non ti toglie la vita ma ti lascia a mirarla negletto e informato della sua poca (o nulla) sostanza. Prima pagina di “Le soir” del 4 (oggi è l’8, ma che importa): “L’Europe dénonce nos largesses fiscales”. Ah, dio, fossero davvero nostre le “larghezze fiscali” denunciate, fosse tutto risolvibile in qualche ufficio comunitario, fra i grattacieli di Schuman (lo statista, naturalmente, ché il musicista ha la doppia “n” nel cognome), stessa fermata della metro per la libreria, cantiere da anni, lavori interminabili, lenti come fosse il vecchio stomaco della CEE chiamato a digerire un’impossibile modernizzazione della superficie; ma sotto, nel fondo, si sa bene che ogni sforzo è vano, famiglie di operai a salario pieno, anno dopo anno vanno i figli a scuola, le bombe intorno sono sabbia negli occhi, sono rabbia per pidocchi da schiacciare, la partita o la squadra del cuore, piuttosto, il freddo, la pioggia o il grigio lucore, le bianche strisciate sul cielo sereno, il vento del nord, la forza del sole sulle ampie vetrate, passerà l’estate con la sua calda mano ma non contate su agosto per mangiare all’aperto, per camminare allacciati alla vita lungo i sentieri interrotti nel bosco.

6.
Ammassate le vittorie sui dolori fin quasi a celarli del tutto, in previsione di sforzi capaci di gloria e a corto di passi per un trionfo degno delle loro più illustri iconografie, le tentazioni allegoriche si sono ormai ridotte a puro stimolo automatico, volontà cieca come quella che muove la coda appena staccata della lucertola. Convoglio di antiche rimostranze, senza donne a contorno di scolli e senza sudore che torni nei pori per lustro dei muscoli (quando neanche i più garbati flessori ottengono attenzione), la famiglia s’industria a trarre beneficio dalla sua lunga fedeltà a un’idea di sé non troppo gravata dagli oneri accessori dell’abnegazione, né particolarmente favorita dalle proposte di sostegno a suo favore che non si stancano di sbandierare i partiti di centro-destra.
Arrischiata in puro stile Fidelio, l’arca della mossa giusta riesce a salvare i contendenti grazie al semplice pretesto di offrire a uno di loro una parte duplice: un lui destinato a morte certa da liberare in extremis e, al contempo, una lei tanto determinata da confondersi con lo stesso genere del nemico per le cui malevoli trame sfiora, ora, la possibilità di perdere il marito e se stessa; oltre all’altro di sé che ha finto di essere per arrivare dove, da donna, le sarebbe stato impedito anche il solo tentativo, anche la sola sfiorata intenzione.

7.
Se ai fazzoletti di carta fosse precluso ogni altro uso oltre le grondanti secrezioni nasali, a quanti segreti doveri potrebbero applicarsi laddove, superati i mali di stagione, non dovessero mostrarsi, all’orizzonte degli eventi, nuove emergenze di umori compatibili con le loro capacità assorbenti?

8.
Risuona come andava un tempo la musica sullo spiazzo all’aperto delle fest-noz bretoni, ma qui, nel grande spazio interno della scuola comunale, aule di solfeggio, ritmico sfondo di temi da qualche parte, ignote note da strumenti lontani, e sembra pianoforte a un certo punto, qui nel potente grigio delle 16,51 ora locale, finestre di echi assordanti, grida dei giovani allievi negli andirivieni delle corse sgraziate, poi un suono come di corno impone il silenzio, ci si guarda intorno, se si guarda davanti si vedono le scure tegole bagnate di rosso piovano, il pareggio del grigio sul profilo dei camini, i piccoli mattoni a vista, gli abbaini. E tutto il lavoro si perde nella nuca dei suoni scordati, nello sconosciuto che prevale, nel niente più riunirà queste straniere persone, i gesti familiari fra padre e figlia, il corrugarsi delle sopracciglia dietro gli occhiali, lezioni, devoir, l’estintore rosso appeso proprio al di sotto del simbolo bianco dell’estintore su riquadro rosso che lo contiene, l’oggetto presente rafforzato dal suo annuncio, il pensiero rifiuta la troppo facile associazione e piuttosto che farsi banale sospende l’itinerario e si nasconde nella stasi dello sguardo interiore, lì dove a nessuno è consentito obiettare che senza un finale coerente tutto il progetto di catturare l’ora dal vivo rischia di ridursi a niente.

9.
Peccato interrompere così la presa diretta, la resa degli umori tra fisiologia del malessere e gabbia verbale per porvi rimedio… (ah, la parola rimedio, composta di “rime” e “dio”, scritto minuscolo, però, perché è quello vero delle preghiere spontanee, dello sprofondamento in sé senz’altro profitto che finirsi dentro)… resta il costo del tempo, moneta priva di peso dove pagare ha levità quasi confortanti, perché tanto che vuoi, guarda quanta miseria fra il gratuito e lo scontato, mentre la grazia di un grazie capace di riconoscere la qualità della mano che donando prende (ma anche “prende” che senza la “p” diventa “rende”, non sarebbe da adottare come secondo nome, come prima possibilità di lallazione rivoluzionaria, prendere, che se lo dici svelto confina così tanto con rendere da stordire, stor-dire, ma che sto a dire?), ecco, sì, quella grazia, dicevo, non ha uguali, e che prenda o renda la mano è contatto, e questo va bene ché proprio suo è l’esercizio del tatto, quel decifrare l’altro per impronte digitali, canali dove trasmettere le curve parallele del sentire, già, sen-ti-re, e ti senti re (da res, non da rex), ed è perciò che ti fai serio, velata la sera oltre le forme della sua limpidezza mentre al mattino una luce dall’incarnato rosa posa il tocco sul gelo dei vetri e dice la notte l’ho cancellata ma il suo clima mi opprime e non te lo so risparmiare, prova tu a soffiarle qualcosa che la convinca del contrario, dalle occasione di sciogliersi in altro da scegliere, offrile occasi che l’annuncino a dovere, e per non peggiorare le cose, evita di dirle il solito ma tu dov’eri quando ti cerchiavo, nome sconosciuto sulle carte della salvezza, e ne ripetevo il suono senza riuscire a spiegarmi perché da solo facesse così male…

[l’immagine è tratta da qui]

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