Provocazione in forma d’apologo 284

Nella mia trafelata routine oggi c’è un motivo d’affanno in più: devo correre a casa perché aspetto Marco, mio amico e vecchio compagno di scuola, bricoleur esperto e attrezzatissimo, che deve farmi una riparazione delicata. Ricorro sempre a lui quando non si tratta di ordinaria amministrazione, anche se il suo intervento mi costerà una cena in un ristorante di grido ben più cara della parcella dell’artigiano o del tecnico più esosi; ma in certi casi non lesino, perché solo con lui ho la certezza di lavori fatti a regola d’arte.

Tuttavia, pur andando di fretta, non posso non fermarmi di botto davanti alla vetrina di un rigattiere, in cui vedo un diorama di fine Ottocento, dove, con fattura ingenua ma tutto sommato precisa, in due spanne per due viene rappresentata la vita di un intero borgo in tutte le sue sfaccettature. Entro, pago senza contrattare i trenta euro (trenta euro!) richiesti, me lo faccio incartare e mi rimetto in strada allungando ulteriormente il passo.
Giunto a casa ho appena il tempo per collocare l’oggetto, previa sommaria spolverata, su di un tavolino del salotto giusto di misura, che il campanello squilla: è Marco, puntuale come al solito. Lui entra, invade l’ingresso con i suoi marchingegni, e mi segue in salotto per le due parole di rito prima di mettersi ad operare.
Una volta in salotto scorge il diorama e si avvicina, gli gira intorno e tratti via via da vari taschini dei minuti utensili comincia a studiarlo; poi, non soddisfatto, ci pensa su un momento guardando il soffitto, infine mi dice: “Vado a prendere una cosa in macchina, torno subito”.
Pochi minuti dopo ritorna con un oggetto composto da un fascio di fili collegati a un piccolo monitor. ‘Una sonda tecnologica’, mi dico; e infatti Marco srotola i fili, insinua il più sottile fra i battenti socchiusi della porta di una casetta del diorama, e accende lo schermo. Ed ecco apparire l’interno: incredibilmente arredato di tutto punto, su di uno scrittoio è appoggiato un foglio dove addirittura aumentando l’ingrandimento sembra di poter indovinare qualche parola; poi Marco dirige la sonda verso un’altra porta socchiusa, e la varca.
“Ecco, guarda, una scala che scende, probabilmente in cantina” mi dice.
“Una scala che scende? Ma sei già sulla base del diorama, non puoi scendere ancora!”
“E invece si scende, guarda com’è lunga la scala, e che corridoio interminabile, scommetto che tutte le cantine del borgo sono collegate fra loro. Aspetta che inserisco una prolunga, altrimenti dovremmo fermarci qui e sarebbe un peccato. Fatto. To’, un’altra porta, meno male che anche questa è aperta. Eccoci nel sancta sanctorum, vedi che file di belle bottiglie sugli scaffali! E quel tizio deve già averne approfittato, guardalo come dorme con la bocca aperta! Ubriacone abituale, si riconosce alla prima occhiata. È proprio sdraiato nella posizione giusta, aspetta che quasi quasi gli facciamo una bella gastroscopia. Tanto… mica mi chiuderà la bocca sul più bello! Oppure sì, che dici?” e si gira a guardarmi sogghignando. Non gli rispondo, non ci riesco, quello che sto vedendo sul monitor tiene impegnati tutti i miei spiriti; ma nello sbigottimento dell’inaudito caso non posso fare a meno di pensare che Marco è medico, quella che all’inizio ho scambiato per una sonda da edilizia dev’essere un ecografo portatile, e che in fondo questa storia dell’ecografia non è di certo più pazzesca di tutto quanto l’ha preceduta.
“Allora procediamo. Che ti dicevo? Varici esofagee, e più giù un Barrett con una bruttissima cera. Se si potesse fare una biopsia (ma magari si può, che ne dici?) penso che si scoprirebbe che questo poveraccio non ne aveva, o non ne ha, più per molto. Lasciamolo dormire in pace, sei d’accordo?” e così dicendo destramente richiama la sonda e svelto svelto la riavvolge e mette via.
“Quanto mi hai detto di aver pagato questa roba?”
“Non te l’ho detto. L’ho pagata trenta euro e a questo punto credo che volessero disfarsi di questa mostruosità.”
“Non fingo hypotheses” risponde Marco, citatore impenitente. Poi prosegue: “E adesso passiamo alle cose serie, fammi vedere la questione per la quale hai chiesto il mio intervento. Ma questo fuori programma mi ha fatto venir sete, ti avverto fin d’ora che questa sera ti costerà una buona bottiglia extra.”
“Non c’è problema” lo rassicuro, riuscendo perfino a sorridergli. E intanto penso che anch’io stasera mi concederò qualche bicchiere in più: così domattina, quando lo distruggerò a martellate, se sentirò provenire da quell’orrore in salotto imprecazioni e lamenti, potrò darne la colpa alla leggera sbornia.

6 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 284

  1. dove vive l’immaginazione, bastano poche parole o qualche oggetto per alimentare storie fantastiche. L’arte di scrivere offre al lettore osservatore, un momento di distrazione piacevole che sorprende, regalandogli un piccolo sorriso agli angoli di una bocca ferma in attesa di qualcosa.
    Un caro saluto
    Francesco

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  2. Cari amici,
    un sentitissimo “grazie” per la vostra attenzione.
    Quanto all’esame del diorama interiore, via, qualcosina si può fare anche per quello.
    Saluti cari,
    Roberto

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