I Feel Good, l’autobiografia di James Brown

BROWN I Feel God Autobiografia
Il cantante, ballerino, autore, multi-strumentista della black music

di Guido Michelone

Un nuovo libro della collana ‘Minimun Fax Musica’ getta nuova luce su un personaggio-chiave del sound contemporaneo: a raccontarsi è in prima persona James Brown, senza il quale non esisterebbe il novanta per cento della black music degli ultimi quarant’anni. Grazie a un pugno di brani ultranoti, il cantante, ballerino, multi-strumentista, autore, nato in una capanna della campagna della Sud Carolina (esattamente a Barnwell) il 3 maggio1933 e morto ad Atlanta il 25 dicembre 2006 – non solo ‘canonizza’ il soul, ma getta le basi per la successiva tendenza funky che a sua volta è alle radici sia della disco-music sia dell’hip-hop.
Ma le sonorità di James Brown vengono copiate o riprese anche dall’acid-jazz britannico e dalla ricerca elettronica in fatto di drums’n’bass, techno, jungle, nu-jazz, ancor più recenti (la rivista “Live Music Guide” lo indica difatti come l’artista più campionato nella storia della musica di ogni tempo). Culturalmente Brown nasce con la musica sacra, benché il carattere indomito a livello pubblico simboleggi per anni l’impegno sociopolitico afroamericano, diventando un’icona della ‘negritudine’ contemporanea e addirittura delle Pantere Nere (i cui membri intonano spesso le sue canzoni durante le manifestazioni).
Brown è famoso per molti soprannomi (spesso autoattribuiti) come “Soul Brother Number One”, “Mr. Dynamite”, “The Hardest-Working Man in Show Business”, “Minister of The New New Super Heavy Funk”, “Mr. Please Please Please”, “Universal James”, “Funky President”, “The King of R&B” e soprattutto per l’azzeccato “The Godfather of Soul” (il padrino del Soul). La vita di James sembra un romanzo d’appendice e rispecchia le contraddizioni dell’uomo (più che dell’artista). Cresce ad Augusta, in Georgia, in condizioni di estrema povertà, iniziando a lavorare, sin da bambino, come raccoglitore di cotone, facendo poi il lustrascarpe e raccogliendo spesso le mance dei soldati neri di stanza in città. All’età di nove anni viene addirittura incaricato, da alcuni magnaccia, di procurare i clienti per il bordello dove il padre lo dà in ‘affidamento’, dopo che la mamma li abbandona entrambi.
Come racconta nel libro, non ancora adolescente James inizia quindi a esibirsi in qualche piccolo locale della zona, commettendo al contempo piccoli reati, fino a quando sedicenne viene arrestato per una rapina a mano armata che gli costa la condanna al riformatorio di Toccoa (Georgia), dove conosce Bobby Byrd, che, a sua volta, diverrà poi seconda voce nella band del Brown già famoso; i genitori di Byrd si prodigano verso la famiglia di Brown per far ottenerne il rilascio sulla parola del ragazzo, dopo solo tre anni di detenzione, a patto che non torni più ad Augusta e nella contea di Richmond. A quel punto James tenta la fortuna nello sport (pugilato e baseball), ma, dovendosi presto ritirare per un incidente alla gamba sinistra, si butta allora a tempo pieno nella musica, appassionandosi dapprima allo spiritual (che ascolta fin da piccolo in chiesa con i familiari), quindi al jazz (allora di moda) e infine al rhythm and blues (sonorità popolare emergente).
Gli esordi ufficiali risalgono alla fine degli anni Quaranta con il quartetto vocale Gospel Starlighters, dove suona anche batteria, pianoforte, organo hammond. Superati i vent’anni, fonda la sua prima band The Flames, con la quale firma un contratto con la King Records, all’epoca già importante per la black music. Il passaggio definitivo al r’n’b avviene con il brano Please Please Please (1956) che lo proietta subito nella hit parade di Billboard, conquistando il primo dei quaranta dischi d’oro in una carriera formata da ben 122 album.
I Sixties sono per James il decennio aureo, perché è stabilmente in testa alle classifiche dei dischi di musica nera con pezzi grintosi tutt’oggi suonatissimi da Prisoner Of Love a Papa’s Got A Brand New Bag, da I Got You (I Feel Good) a It’s A Man’s Man’s Man’s World, da Cold Sweat a Say It Loud: I’m Black and I’m Proud. Il primo album epocale è il doppio Live at the Apollo dal vivo nel celebre Teatro di Harlem, dove circa vent’anni prima esordisce Ella Fitzgerald. Alla fine del decennio assieme al pugile Cassius Clay (che prende il nome di Muhammed Alì, abbraccia la causa musulmana e rifiuta di combattere in Vietnam, facendo la gioia degli attivisti neri), James Brown è un simbolo del black power, anche perché con i testi di molte canzoni riesce a lanciare messaggi sociopolitici, dall’importanza dell’istruzione alla necessità di migliorare la propria condizione esistenziale. I due – Brown e Alì – si incontreranno il 30 ottobre 1974 a Kinshasa (Zaire) dove il primo suonerà al festival del match per il titolo dei pesi massimi del secondo.
Il boom della disco music a metà dei Settanta fa sentire vecchio il soul di Brown, ma la breve apparizione nella parte del predicatore invasato nel film I Blues Brothers (1980) di John Landis con John Belushi, lo rilancia presso il grosso pubblico, riprendendo un’intensa attività tra dischi e concerti, diventando la memoria storica della black music, come quando sul finire degli anni Ottanta incoraggia la rivalità fra Prince e Michael Jackson (considerandoli entrambi suoi diretti eredi musicali) oppure accettando di registrare assieme al rapper Afrika Bambaataa il singolo di successo Unity, convinto di essere l’unico ad anticipare l’hip-hop già vent’anni prima.
Ormai malato e nonostante i problemi con la giustizia, nel XXI secolo non smette di lavorare, continuando ad esempio a lanciare appelli per i diritti umani, fino a condurre una personale battaglia, tra il 2002 e il 2003, per la scarcerazione di Amina Lawal, trentenne nigeriana, condannata a morte per lapidazione dalla corte islamica di Lagos con l’accusa di adulterio. L’ultimo ricordo musicale è però italiano: il 28 maggio 2002 James Brown partecipa al Pavarotti & Friends For Angola con una memorabile esibizione di It’s a Man’s Man’s World assieme al tenore Luciano Pavarotti, che organizza l’evento.
“Non ho – dice il soulman al proposito – aspettato un secondo ad accettare [l’invito di Pavarotti] quando mi è arrivata la proposta. Mi sento molto vicino all’amore verso il mondo meno fortunato che si respira sul palcoscenico. Questo è un evento che grida: pace nel mondo”. La musica di Brown si apparenta insomma alle valenze bifronti del sound afroamericano dove esistono la God music da un lato (gospel, spiritual) e la devil music dall’altro (blues, jazz, eccetera); ma sono appunto le due facce di una stessa medaglia, come indirettamente svela un’autobiografia interessantissima, a tratti un po’ enfatica – quale è del resto la vita pubblica e privata del musicista stesso – che si legge tutta d’un fiato.

James Brown, I Feel Good, l’autobiografia (traduzione dall’inglese di Francesco Pacifico), Minimum Fax, Roma, 2014, pagine 252, euro 13,50.

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