Percorrendo nuove strade: le poesie del terrore di Saverio Bafaro

di Paolo Polvani

845_poesiedelterroreLa prima domanda è: cosa spinge un giovane poeta dotato di talento a deviare dalle consuete battute strade dell’amore, della rabbia giovanile, del disagio esistenziale per allestire un piccolo luna park dell’orrore? Non basta l’orrore quotidiano? Aprire le pagine di cronaca dei giornali? C’era bisogno d’imbastire un percorso notturno in cui stringersi al vicino come in quelle giostre dove nel buio si fa avanti minaccioso uno scheletro, ti striscia una ragnatela, t’insegue uno zombie armato di coltellaccio da macellaio, si spalanca la tomba del vampiro e svolazza il pipistrello?
Vuole forse essere profetico uno dei componimenti posti in apertura delle Poesie del terrore di Saverio Bafaro (La Vita Felice, 2014): «Lividi di fantasmi / vegliano / sul secolo disabitato».

Il primo gesto istintivo è quello di sfogliare un libro appena ricevuto. Qui l’attenzione viene subito calamitata dalle illustrazioni, davvero originali, creative, opera di Piero Crida. Queste inducono al sospetto, nel loro espressivo stridore, che sotto si nasconda un intento parodistico, una sorta di giochino da luna park. Un esempio ne è l’acquerello intitolato Il riso, col suo riportare a mo’ di didascalia la seguente frase: “Il riso maligno ha svelato ogni tuo dente”.

Le immagini rivelano, comunque, un ascendente colto, reminiscenze di leggende popolari, come ne La pianta di basilico, dove un teschio affiora dal vaso, come nelle peggiori storiacce una volta raccontate dalle balie ai bambini per incantarli con le suggestioni del terrore. Qui la suggestione è la novella Lisabetta da Messina del Boccaccio, ripresa cinematograficamente anche da Pasolini nel suo Decameron.

Trovo molto interessante quanto scrive Roberto Deidier nella presentazione del volume: «Non ci sono punti cardinali nella topografia lirica ed espressionistica di Bafaro, non ci sono latitudini o longitudini: ancora una volta, per essere ammesso a una verità, il soggetto deve accettare la perdita e lo smarrimento. Deve cioè camminare nella non poeticità del suo presente, del suo groviglio d’inferno».

Proviamo a inoltrarci nel percorso proposto da Saverio Bafaro:

«[…]ed io credo nella lingua oscura
non essendo ancora approdati
sulla spiaggia inviolata.»

Cosa intende il poeta per ‘lingua oscura’? E quella ‘spiaggia inviolata’ a cosa si riferisce? A una visione capovolta della realtà? Sorge anche il sospetto che si tratti di una specie di rito espiatorio, un “purgarsi”, un emendarsi ‒ attraverso la parola ‒ di tutti i peccati che affliggono il mondo, in una sorta di catarsi poetica, di remissione esistenziale, leggendo:

«[…] infiniti omicidi e suicidi
salgono e scendono le scale»

Dunque, una presa di distanza dai fatti di cronaca, dalle pagine grondanti efferatezze a partire dai numerosi esempi e casi presi dalla vita quotidiana, o al contrario un tuffarsi voluttuoso in queste acque.

Altra chiave di lettura parrebbe essere offerta di nuovo dalla poesia sulla pianta del basilico, così odorosa e invitante, con suggestioni mediterranee e richiami ad affacci sul mare, panorami marini, una felice iconografia di riferimento; e tuttavia le sue radici affondano accanto a quella testa mozzata, nascosta dentro il vaso. La bellezza dunque convive con l’orrore? Sul confine si accendono i bagliori del misfatto? Il delitto è accanto a noi ? Vive a due passi da noi ? Forse anzi è dentro di noi? È questo che i versi intendono suggerire ? E quei “fratelli assassini” sono i nostri vicini di casa? Sono i passanti che incrociamo tutti i giorni, i colleghi di lavoro? Siamo noi stessi se riusciamo a scrutare a fondo dentro lo specchio? Esiste dunque una sorta di male collettivo che si riassume in pochi efferati delitti? Una specie di magnetismo volto ad assorbire le intenzioni distruttrici che in ognuno di noi albergano e si schiantano poi in un singolo evento ? Alla stregua del fulmine pronto a raccoglie e scaricare in un’unica mossa l’elettricità accumulata nell’atmosfera per liberarla da tutte le tensioni.
Oppure è proprio la realtà in sé a essere percepita come un perenne mare del male, come lascerebbero presagire questi versi:

«Questa notte l’Oceano
veste i panni del Mostro:
bluastra creatura svenatasi
nel suo stesso ventre […]»

Ora, leggere un libro di poesie significa per molti regalarsi un momento di intensa riflessione, di emozioni, cercare nelle parole quel magico momento speculare in cui è la nostra immagine a emergere, quel districarsi nel fitto dei versi alla ricerca di un comune sentimento, un riconoscersi all’interno del messaggio lanciato dall’autore. Accade in questo libro di riconoscersi, di specchiarsi? Il merito del libro è da ascriversi alla presa di distanza dai temi cari alla poesia, come dicevo sopra, e la sfida consiste nel riconoscere nella propria dimensione interiore il clima e le dimensioni dell’orrore che i versi si dispongono a creare. Dopo aver letto questo libro, infatti, ci si accorgerà ‒ forse con sorpresa ‒ che il sonno non verrà a riempirsi di brutti sogni; ci pensa la realtà a suggerire il raccapriccio, a circondarci di incubi purtroppo tangibili e vicini.

Anche a livello estetico si registra una certa discontinuità di resa, si alternano momenti intensi a situazioni in cui il verso cerca di lasciare un graffio, tenta una presa, ma a volte scivola nel vuoto, barcolla. Mi sembrano buoni questi versi, in cui davvero si coagula un’inquietudine in quell’immagine della “finestra accesa”:

«Le case attendono
più in là della notte
basse lungo i binari
sanguina l’occhio
della sola finestra accesa
come un lume maligno[…]»

Il “mostro” veste i panni di quanto più vicino e prossimo a noi, in un continuo deragliare tra l’immaginato e il vissuto, in uno scivolare dentro una visione che non concede scampo né salvezza.
Visione che troverebbe conferma negli ultimi versi qui di seguito scelti:

«Dentro le giacche dei passanti
intravedo scheletri:
scorrono davanti e indietro
ai miei occhi»

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