Vivalascuola. Ciò che i ragazzi devono sapere sul lavoro

Doveva essere il giorno della scuola. Prima il 22 febbraio, poi il 27, poi il 3 marzo. Adesso è diventato il 10 marzo. In realtà il giorno della scuola non esiste. Uno: perché non sanno che pesci pigliare. Due: perché le loro idee sulla scuola sono sbagliate e incostituzionali. Tre: perché il giorno della scuola è tutti i giorni. Allora continuiamo a opporci, con mobilitazioni di docenti e studenti proposte alternative, e intanto facciamo al meglio il nostro lavoro, perché l’educazione non ammette rinvii. Oggi su vivalascuola ci domandiamo quale formazione sul lavoro è bene che la scuola dia ai ragazzi, anziché prodigarsi, come vorrebbe chi ci governa, per creare manovalanza a basso costo al servizio dell’azienda. O addirittura lavoro gratuito, come pretendono adesso per l’Expo. Pensiamo infatti che la scuola, come sempre (non c’è sapere se non critico), dovrebbe fornire ai futuri cittadini gli strumenti per capire e le competenze per maturare un giudizio sulla società e non dare un’istruzione puramente funzionale ai modelli economici. Dovrebbe fornire delle basi culturali forti per affrontare dei veri lavori domani. Ne parlano Giuseppe Caliceti, Francesco Ciafaloni, Marilena Salvarezza.

Indice
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.Marilena Salvarezza, Educare al lavoro educare alla cittadinanza
Francesco Ciafaloni, Che cosa uno studente deve sapere sul lavoro
Giuseppe Caliceti, Voci di bambini sul lavoro e sulla ricchezza
Marco Carsetti, Il lavoro che si vede e si fa, il lavoro che ci fa crescere
Andrea Toma, Quanto lavoro e quale
Sergio Bologna, No al lavoro volontario all’Expo
Materiali. Tempo di studio, tempo di lavoro
Le notizie della settimana scolastica
Risorse in rete

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Educare al lavoro educare alla cittadinanza
di Marilena Salvarezza

Presentare temi della realtà e “fornire una mappa di valori per esercitare la cittadinanza a tutti i livelli” sono due fra le indicazioni contenute nell’insegnamento di Cittadinanza e costituzione introdotto nella scuola italiana nel 2010 tra aspettative e contraddizioni.

Sono compiti per cui gli insegnanti sono stati scarsamente attrezzati e che quindi hanno talvolta delegato a voci esterne, per esempio alle organizzazioni non governative (ONG). Molte ONG infatti da anni hanno sviluppato, mantenendo il confronto con altre realtà scolastiche europee, proposte per affrontare i problemi cruciali della contemporaneità con un’ottica mondiale e con metodologie partecipative (la cosiddetta Educazione alla cittadinanza mondiale, insieme di ricerca e di applicazione che va oltre un semplice intervento estemporaneo). Sono proposte organiche per affrontare Cittadinanza e costituzione ma anche per innovare più in generale i curriculi disciplinari e introdurre nuove modalità di apprendimento e di trasversalità. Le ONG basano l’intervento su “laboratori didattici” che possono in qualche modo ricordare quelli artigianali.

Ristabilire lo scarto tra educazione, sapere critico e realtà sociale

Iniziamo da questo aspetto la riflessione su come e perché il tema del lavoro possa e debba intrecciarsi profondamente con la teoria e la prassi scolastica, oltre ad essere una voce centrale della Costituzione italiana. A scuola si lavora, la scuola è un’organizzazione del lavoro, la scuola getta un ponte con il mondo del lavoro. Un primo modo di affrontare il tema, dunque è istituire un consapevole parallelismo tra come si concepisce la didattica e modalità vere e proprie di lavoro. Le forme di apprendimento laboratoriale, in cui sono centrali il costruire prodotti della conoscenza in modo cooperativo, si avvicinano molto al workshop artigiano.

 

Richard Sennett nel libro Insieme afferma che i laboratori artigiani sono stati nella storia gli esempi migliori di comunità e democrazia del lavoro: un fare con le mani, con il corpo e con gli altri, procedure che sono comuni a ogni tipo di ricerca. Possiamo considerare la scuola l’agenzia culturale investita, tra gli altri, del compito di formare giovani con le capacità e le competenze per trovare vie d’uscita dalla crisi in cui versa il lavoro nella nostra società? Si può e si deve provare. Come afferma l’antropologo Franco La Cecla, solo energia, gioia, passione, creatività possono generare valore, valore che viene prima ed è più del denaro; qualità di cui i giovani sono “ricchi”, anche se spesso non incoraggiate dal mondo adulto. Lavorare a scuola in modo progettuale e far balenare prospettive di vita presenti e future che possano saldare dimensione individuale e sociale è anche un fattore di prevenzione.

Il compito educativo, pur senza demonizzare la realtà in cui vivono gli studenti, è ristabilire lo scarto necessario tra educazione, sapere critico e realtà sociale come costrutto determinato da un insieme di interessi, ideologie, bisogni e forze dominanti. Vale a dire non si deve perseguire una presunta “neutralità” della scuola, ma la sua capacità di fornire modelli dinamici e integrati di conoscenza che aiutino ognuno a crearsi una propria visione del mondo e le “competenze” per agirvi. Con questi presupposti si può affrontare il tema del lavoro che anche l’intera società dovrebbe mettere al centro della propria riflessione. E’ chiaro che gran parte di questi problemi non possono trovare soluzione nella scuola ma solo nell’ambito delle politiche strategiche globali, nazionali e sovranazionali, tuttavia alcuni punti focali possono essere affrontati anche in ambito educativo. Rientra in questo anche il “lavoro” stesso dell’insegnante, variamente definito come mestiere, vocazione, professione e il suo ruolo sociale.

Non c’è sapere se non è sapere critico

C’è un nesso profondo, anche se spesso inconsapevole agli operatori, tra modello di produzione e pedagogia. Ogni modello di scuola in qualche misura riflette il modello di organizzazione del lavoro dominante: l’industrializzazione ha creato la scuola pubblica di massa; il modello fordista di lavoro ha avuto come omologo il modello autoritario e trasmissivo di scuola.

Oggi il modello post fordista che richiede flessibilità, automazione, riconversioni continue può trovare un corrispettivo parziale nell’imparare a imparare, nella parola d’ordine di “competenze” che possono essere trasferite ad altri contesti. E’ uno scenario ambivalente che può essere sottratto ad un immediato uso “sociale” se c’è la volontà e la consapevolezza di chi insegna. La scuola, come sempre (non c’è sapere se non critico) dovrebbe fornire ai futuri cittadini gli strumenti per capire e le competenze per maturare un giudizio sulla società e non dare un’istruzione puramente funzionale ai modelli economici; non può ignorare il contesto sociale, ma non deve appiattirsi su di esso.

Le trasformazioni profonde dell’organizzazione del lavoro nelle società occidentale hanno un forte riflesso sui giovani, non attesi a nessuna gara leale, ma in competizione durissima per accaparrarsi quel poco che resta. Questa realtà è depressiva per una parte di loro e ingenera scarsa fiducia nel futuro, ignoranza delle storie dei loro territori, passività, incapacità di vivere il contesto se non come “naturale” e immutabile. In altri scatena un cieco darwinismo sociale, altra faccia della paura.

Gli esseri umani agiscono, trasformano, entrano in relazione

Affrontare il tema del lavoro, può favorire una riflessione pedagogica sui suoi significati. Non solo mezzo da cui, in una società complessa, le persone ricavano un reddito adatto a soddisfare le esigenze al livello storicamente dato (tra l’altro non sempre e non per tutti), ma anche una modalità profondamente umana ed universale, con la quale gli esseri umani agiscono, trasformano, entrano in relazione, conseguono dei fini, si esprimono e si determinano come esseri sociali. Un mondo nel quale il lavoro venga reso inutile o impossibile o non sia riconosciuta la sua utilità sociale è un mondo nel quale la civiltà è destinata a spegnersi. Il lavoro è un “bene comune” indispensabile, nel suo versante sociale e in quello individuale; ogni tipo di produzione dei valori d’uso dovrebbe avere un’adeguata remunerazione, e tutte le capacità lavorative dovrebbero essere impiegate con pienezza.

Oltre a tutte le finalità pedagogiche ed educative il lavoro è anche un tema chiave per i curriculi. Se Cittadinanza e costituzione non è una “materia”, visto tra l’altro che non ha una propria definizione oraria, ma un processo di crescita di competenze cui le varie discipline concorrono, per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipativa in tutti gli ambiti di vita, il tema del lavoro può, oltre a tutte le valenze pedagogiche, anche essere un “selettore” per i curriculi.

Il lavoro come selettore di curricoli

Chiamiamo selettori quelle parole chiave che fanno da nuclei fondanti per la progettazione curricolare e che sono caratterizzate da trasversalità, orizzontalità, profondità, capacità di fornire elementi di lettura del presente che gli studenti abitano a pieno titolo. Il selettore è un motore di trasformazione educativa: riguarda saperi, saper fare (ivi compresi comportamenti e comunicazione dei saperi, saper essere), riesce a garantire uno spessore di storicità e insieme dare chiavi per interpretare la realtà.

Il tema del lavoro mette insieme dimensione emotiva (raccoglie paure e vissuti) cognitiva, operativa (può facilmente tradursi in ricerca, in prodotti fruibili socialmente, in nuovo legame con i territori), orientativa e valoriale. In tutti gli ordini di scuola, con strumenti e modalità diverse, si parte dal far emergere dagli studenti il loro mondo interno, l’immaginario e le domande spontanee collegate al tema lavoro. Una fase di “scavo” che, porta alla luce molto materiale: vissuti, pregiudizi, paure e valori già interiorizzati

Il tema del lavoro inoltre ha dimensione verticale (è proponibile in tutti gli ordini di scuola), trasversale (può permettere a più discipline di operare in percorsi comuni) e disciplinare. Su questo tema si possono imperniare percorsi storiografici, di alfabetizzazione economica, di educazione visiva e letteraria. Il lavoro è un tema forte delle letterature europee e anche mondiali. La letteratura italiana del lavoro ha scandito le sue trasformazioni negli anni ’50 e ’60 del XX secolo, quando la fabbrica era centrale: ha scandito la crescita della soggettività operaia negli anni ’70; oggi conosce una nuova fioritura con la letteratura della dimensione postindustriale, del precariato e della progressiva distruzione dei diritti.

Declinazioni possibili nei vari ordini di scuola

Il tema del lavoro può essere affrontato già all’inizio della scuola primaria. I bambini nella loro esperienza incontrano prestissimo il lavoro in varie forme che possono diventare altrettante piste didattiche:

• la divisione del lavoro familiare, il lavoro dei loro genitori, dei nonni, delle persone con cui vengono in contatto, la situazione sociale del loro territorio
• incarichi, incombenze che hanno in famiglia e a scuola per contribuire al loro funzionamento, al confine tra gioco e lavoro (per esempio l’orto scolastico)
• come elemento incorporato negli oggetti a loro cari

Nella scuola secondaria di primo grado il lavoro può essere affrontato attraverso il prisma dei soggetti (anche minori), dei loro diritti e delle loro violazione, della storia e della trasformazione dei luoghi del lavoro, della riflessione su ciò che significa bene comune, dell’orientamento.

Nella secondaria di secondo grado si può aprire una vasta riflessione sui modelli economici e sui processi di globalizzazione, che hanno implicato migrazioni, trasformazioni radicali nell’organizzazione del lavoro, distribuzione nuova dei poli produttivi sullo scacchiere mondiale, distacco tra economia virtuale e economia reale, disoccupazione e distribuzione ineguale. Si possono trattare concetti economici e termini che invadono la nostra quotidianità con il loro alone misterioso e minaccioso (spread, future, derivati, acquisti al buio, esodati…). L’uso di questo lessico è un altro dei modi per aumentare il senso di impotenza e di assenza di controllo sulla propria vita.

La nuova letteratura del lavoro può servire per introdurre la riflessione sull’uso di nuovi registri stilistici, dell’emergere di nuove soggettività, di nuovi generi (esempi docufiction, testimonianze). Inoltre permette un confronto con le letterature di altri paesi e continenti, nonché tra letteratura del lavoro del secolo e del millennio scorso e di oggi. E’ possibile organizzare percorsi di educazione visiva sulle rappresentazione del lavoro date nei secoli e attraverso i movimenti artistici. A partire da questo si può allargare la visione ai significati culturali e sociali che al lavoro hanno attribuito le società passate, usando su varie scale lo scandaglio storico.

Domande chiave per un percorso

Ancora pochi oggi ripensano il lavoro nei suoi valori e significati complessivi così come pochi riflettono su nuovi orizzonti di senso per la scuola.

Anche nella scuola prevale un modello “macchinistico”, in cui la realtà è un dato e non un prodotto, in cui s’insegnano azioni spesso solo operative, anche se sofisticate e complesse. Sopravalutando ciò che è visibile e quantificabile, il “modello mercato” genera “povertà di mondo inteso come l’insieme di aspetti materiali, relazionali, simbolici e immaginari e va contro la logica dell’educazione che ha invece suoi tempi.

La scuola non è più il luogo deputato a restituire spessore, senso, intenzionalità e criticità alle acquisizioni spontanee, ma un’eco sbiadita delle culture sociali dominanti. Diventa il riflesso di una società delle “opportunità” e non dell’uguaglianza: ognuno ha la scuola che il suo ceto sociale “si merita” e che forgerà anche il suo orizzonte di aspettative. La scuola pubblica, svilita e sempre più ridotta all’osso nelle risorse, rischia di diventare il luogo dei poveri e degli immigrati. Per tutte queste ragioni risulta evidente lo stretto nesso tra scuola e prefigurazione del futuro, tra il modello di trasmissione della conoscenza e le visioni del lavoro.

Le piste proposte dovrebbero aiutare gli studenti a porre una distanza critica tra sé e lo scenario, “naturalizzato” in cui sono totalmente immersi. Possono conoscere e capire le ragioni che hanno portato alla deriva attuale del lavoro nelle società occidentali e sviluppare dimensioni creative. Un simile orizzonte non è certo dietro l’angolo, e il suo raggiungimento esige l’impiego di tutte le risorse disponibili. Nel pieno della transizione, tuttavia, si possono fornire esempi di esperienze e pratiche già esistenti, certo parziali ma connotate da criteri comuni. La finalità dell’insegnare a “pensare bene” e quindi ad agire bene nella scuola può travasarsi anche nella società, realizzando concretamente il rapporto tra scuola e territorio tanto auspicato.

Un percorso educativo deve riuscire a suscitare domande chiave quali: la società può organizzarsi per accontentarsi di conservare il benessere raggiunto, invece di voler aumentare in modo indefinito la quantità di oggetti prodotti? Ci sono modi per accrescere la qualità della vita del maggior numero di persone invece che il fatturato di imprese? Si può tornare a un modo di produrre su scala ridotta e integrata che tenga conto delle finalità sociali di quel che si fa? Ci possono essere lavori che permettono di soddisfare più dimensioni e più bisogni umani e non solo quello economico? Possono esserci lavori che soddisfano bisogni umani senza stravolgere l’ambiente naturale? Si può ritrovare l’arte di fare cose belle e utili? Come sempre forse contano più le domande che si è in grado di generare, piuttosto che le risposte oggi per necessità solo parziali. [torna su]

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Che cosa uno studente deve sapere sul lavoro
di Francesco Ciafaloni

Il lavoro è dappertutto, tutto si regge sul lavoro

Il termine “lavoro”, cioè “l’applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’uomo rivolta direttamente e coscientemente alla produzione di un bene, di una ricchezza, o comunque a ottenere un prodotto di utilità individuale o generale” (Treccani) ha un significato così ampio che ci si può chiedere come si possa non parlane ogni giorno, anche a scuola.

Qualunque società, qualunque convivenza, si regge sul lavoro, sulle attività utili a sé e agli altri, in particolare sulla produzione di merci e servizi. Sono prodotti del lavoro, in senso lato e in senso stretto, non solo i libri come oggetti fisici, ma anche il loro contenuto, la loro distribuzione. E’ lavoro l’insegnamento, la cura dell’infanzia, il mantenimento dell’ordine, la cura dei malati, dei vecchi, la produzione del teatro, dell’arte, della musica e la sua distribuzione. E’ lavoro l’amministrazione della giustizia; la prevenzione e la repressione della criminalità; la custodia dei condannati. E’ lavoro anche lo studio, in quanto ci forma come persone morali, come cittadini utili a sé e agli altri, come ricercatori e innovatori. Conservare la terra, rispettare la vita, costruire e mantenere le città, ricevere e trasmettere conoscenze, creare, produrre, utilità e bellezza è lavoro. Perciò parlare di lavoro, anche nel senso di lavoro retribuito, di reddito che ne deriva, di lavoro autonomo e dipendente, di organizzazione del lavoro, di evoluzione del lavoro, non è solo un dovere costituzionale ma una necessità, un prendere atto della realtà.

Il rapporto con gli alunni. La realtà sociale della classe e del quartiere

Ma per questo come per altri temi il modo di affrontarlo non può che essere fondato sul rapporto con gli alunni. Per citare De Amicis, non si può parlare allo stesso modo ad Enrico, a Garrone ed a Franti. Bisogna vedere cosa hanno da dire, cosa pensano, tutti, incluso Franti, che in molte scuole di ogni ordine e grado potrebbe essere più frequente di un secolo fa, e avere delle ragioni, come allora. E cambia molto il metodo a seconda dell’età e del percorso precedente. In questo senso non c’è nessuna specificità del tema “lavoro”, che, come altri temi, è trasversale. Si può partire dalla storia delle famiglie, dai mestieri e dai problemi degli adulti di famiglia, come lo si fa anche per parlare di lingua e dialetti, soprattutto nel caso di ragazzi figli di immigrati; o di scienze sociali. Anche per l’astronomia, per la fisica, per la matematica, il ricorso all’esperienza, a ciò che si può vedere e toccare è la via migliore, come la camera oscura, o l’iperboloide costruito con i cavi metallici tesi, cioè con le rette, al laboratorio di Franco Lorenzoni a Cenci.

Per i bambini e i preadolescenti si tratta di far capire cosa è il lavoro, cosa vuol dire essere utili, come sia indispensabile essere utili per se stessi e per la società. Il rapporto tra lavoro e reddito è una ovvietà in una società commerciale, in cui quasi tutto ciò che si usa per vivere si compra e l’utilità per gli altri di ciò che si produce lavorando non sempre è evidente. Ma non è difficile ricostruire il circuito della produzione e dello scambio non solo nei servizi pubblici essenziali – la scuola, la sanità, la pubblica sicurezza – ma anche nel commercio per i beni necessari alla vita. I genitori pagano le tasse per pagare insegnanti, medici, infermieri. Il panettiere vende il pane per ricavarne i soldi per comprare ciò che gli serve; ma tutti comprano il pane con i soldi perché il pane è necessario per vivere. Insegnare economia ed educazione civica, di questo si tratta, è necessario quanto stimolare la fantasia, l’esercizio gratuito dell’immaginazione.

Se si riesce a stabilire con la classe un rapporto di fiducia sufficiente, il racconto reciproco della storia delle famiglie, della loro origine, di come si guadagnano da vivere può portare a vere e proprie scoperte, soprattutto se si raccontano le storie dei nonni; che sono più lontani, possono essere nati e vissuti in posti diversi, in società e con tipi di lavoro diversi, e coinvolgono di meno la propria identità, la riservatezza, suscitano di meno la vergogna per condizioni di vita più dure, o condizioni di lavoro meno dignitose di quelle ritenute prevalenti. In effetti queste attività mi sono riuscite meglio con i giovani adulti o con gli adulti non più così giovani, più maturi, che con gli adolescenti.

Chi fa indagini sulle abitazioni, sui lavori delle famiglie, degli adolescenti scopre che tutti o quasi vivono in case migliori di quelle prevalenti nel quartiere ed hanno genitori che fanno lavori soddisfacenti. Tutti, soggettivamente, stanno meglio della media; e questo, oggettivamente, non è possibile. Quando si scoprono situazioni di disagio, spesso si tratta della emersione di rivendicazioni familiari implicite, di una domanda politica più che di una tranquilla ricognizione sociale. Ma, se si riesce ad avere risposte, anche diplomatiche, attutite, a domande sensate, il quadro sociale della classe si articola. Non si sta cercando di fare concorrenza all’Istat ma di insegnare, o di scoprire insieme come funziona, come vive e sopravvive (e come sogna) un pezzo di città.

Si può obbiettare che questa è più una ricerca che un insegnamento sulla importanza del lavoro. Si può rispondere che ogni insegnamento, ogni rapporto didattico è una ricerca.

Lavori attuali e varietà del lavoro: il lavoro è da vedere

Appena si va oltre il concetto di lavoro e si cerca di entrare nel dettaglio ci si accorge che le competenze necessarie per affrontare il tema sono sterminate. Anche se l’importanza del lavoro non è più enfatizzata come merita, la complessità tecnica dei lavori e la loro varietà è infinita. La scelta del settore da trattare dipende appunto dal tipo di scuola, dall’età, dal quartiere. Ci sono scuole che portano i bambini e i ragazzi a vedere animali in campagna, anche per rendersi conto che la frutta non cresce nei supermercati. Abito in campagna e sulla strada per arrivare in città incontro anche un paio di aree dove i bambini e i ragazzi vengono portati a vedere un asino, dei conigli, un orto. Ottima cosa, anche se molto addolcita rispetto alla realtà di una volta e di quella attuale, i conigli finivano con una botta alla nuca e gli asini conoscevano spesso il bastone.

L’enfasi sui mestieri informatici, spesso non sufficiente a imparare il mestiere, o almeno a usare con competenza le apparecchiatura, forse tende a cancellare la pluralità dei lavori, la durezza di molti di cui non si parla. Far vedere i polli in un’aia è utile; ricordare che la maggior parte di quelli che si comprano fatti a pezzi e incellofanati viene fatta crescere in allevamenti intensivi e poi macellata in vere e proprie catene di smontaggio, in alcune fasi tra sangue e feci, in genere da operai immigrati è più realistico e necessario. Nella zona della periferia di Torino dove si concentra lo smontaggio polli la frequenza di operai marocchini, più piccoli dei locali, ha indotto le aziende a cambiare la dimensione dei contenitori in alcune fasi di trasporto. Del resto l’Eni, anni fa, aveva una squadra di intervento sui pozzi con un operaio in più degli americani perché i texani sono più grossi degli emiliani e dei siciliani.

La sostituzione delle macchine agli uomini, la riduzione dello sforzo, la ricerca di posizioni non faticose o dannose – l’ergonomia insomma – ha vinto in alcune produzioni ma non in tutte. Ci sono macchine anche per il carico e scarico ai mercati generali, ma certo lì non sostituiscono lo sforzo fisico umano. Alcuni lavori di carico e scarico – degli scarti di macelleria, per esempio – sono molto sgradevoli, e li fanno gli ultimi arrivati tra i migranti, non sempre in regola. Seguire le compresenze dei lavori, la durezza di alcuni, la ripetitività di altri è ovviamente impossibile in generale in una classe, ma diventa possibile, o meglio indispensabile, in alcune classi perché anche chi lavora alla catena di smontaggio polli ha figli e fratelli minori, e qualche volta li manda a scuola, anche se l’evasione scolastica tra i figli dei migranti appena arrivati, prima che le famiglie si completino e stabilizzino, è un problema sociale grave.

Seguire, capire, la condizione sociale degli alunni è la scoperta dell’acqua calda. Le insegnanti brave lo fanno, anche se, giustamente, non sempre enfatizzano il lavoro come tema centrale. Ciò che ho imparato sui lavori a Torino deriva anche dalla collaborazione con le insegnanti delle scuole frequentate dai figli dei migranti. Ma lo studio degli aspetti tecnici e di quelli sociali del lavoro non riguarda solo le scuole professionali, o quelle primarie e secondarie di primo livello, come si dice adesso. Conoscere il lavoro, il complesso dei lavori che produce, trasporta e vende tutto ciò che si consuma, è importante anche per le scuole, come i licei scientifici e classici, che preparano ad attività, a lavori più astratti, lontani dal sangue e dalle feci delle macellerie e dei loro scarti. I rapporti di produzione restano uno dei fondamenti della società anche se se ne parla meno che in passato.

La storia del lavoro, la storia dell’uomo

E’ una parte importante, e trascurata, della storia umana. E’ storia delle tecnologie e dei rapporti sociali. L’università negli ultimi decenni non ci aiuta molto. A Scienze politiche, a Torino, che è stata la città più operaia d’Italia, è rimasto un solo insegnamento, non seguitissimo, di storia del movimento operaio. Ma, se si vuole, materiali per affrontare il tema si trovano. I volumi Boringhieri della Storia della tecnologia sono affascinanti e ricchi di materiali. Come sempre però i casi più utili sono quelli vicini. A Torino prenderei la Fiat e la Olivetti, due modi diversi, forse opposti, di organizzare il lavoro. Gli olivettiani studiavano e scrivevano molto, a cominciare da Luciano Gallino, passando per Musatti, Volponi, e tutti gli altri. I dirigenti Fiat scrivevano molto di meno. Ma gli studi di Valletta sui ritmi di lavoro, fatti negli anni ’30, reperibili, brevi e comprensibili, sono un materiale didattico stupendo. Richiedono solo un po’ di lavoro preparatorio. A Modena comincerei dalla Ferrari, a Milano dalla chimica e dall’Alfa. Lungo la costa adriatica dai fasonisti, ecc.

Per i rapporti sociali Di Vittorio, Foa, Trentin, Carniti – che scrive ancora su un sito da seguire, Eguaglianza e Libertà – sono una fonte molto ricca e piena di agganci con la società in generale. Chi lo ha frequentato attribuisce a Carniti l’abitudine di citare una frase manzoniana: “Non sempre ciò che viene dopo è progresso”. Se la scuola trasmettesse ai giovani anche solo questa verità, che non sempre ciò che è nuovo è migliore, avrebbe già raggiunto un risultato importante.

Una fonte inesauribile sono i prodotti di uso corrente, perché vengono da mezzo mondo, e qualcuno li ha costruiti, qualcuno li ha trasportati; e lo sono le materie prime. La storia del cotone e del caffè sono la storia della schiavitù, che è tutt’altro che scomparsa oggi, soprattutto in Medio Oriente, in Africa, in Asia, ma, più o meno mascherata, anche altrove. Dove trovare i materiali non è facile da suggerire; ma film noti come Amistad o Venti anni schiavo, sono ben documentati. Per non parlare del giornalismo investigativo, di cui un buon esempio è Report.

Resta il problema maggiore, se non si tratta di lavoro autonomo: quello dei rapporti sociali tra capitale (i padroni) e lavoro, che richiedono un contesto; non sono affrontabili se non all’interno o in collaborazione con l’insegnamento della storia. In un periodo come questo in cui crescono il predominio della finanza e la prevalenza della finanza e delle monete sugli aspetti tangibili della produzione può essere molto difficile affrontare anche solo il presente. Ma, per gli alunni degli ultimi anni, se sono interessati, mostrare le irrilevanza delle variazioni del costo del lavoro, in ogni caso modeste perché con quel che guadagnano i lavoratori devono vivere, rispetto alla variazione del cambio tra euro e dollaro, che passa in poco tempo da quasi 1,5 dollari per un euro a poco più di 1 dollaro per un euro, dovrebbe produrre un soprassalto. Pagare i costi in euro e incassare in dollari, come succede se si produce a Torino e si vende a New York, è diventato più conveniente di quasi un terzo in pochi mesi. Per quanti sforzi facciano gli operai americani i loro prodotti in termini di euro ora costano di più.

I mestieri tradizionali

Se l’ambiente lo consente, cioè se le famiglie degli alunni o il quartiere, hanno una qualche traccia dei mestieri di una volta, tentare di ricostruirli può essere una scelta vitale. Altrimenti si rischia un effetto “museo del mondo contadino” che è meno comunicante che leggere la storia della tecnologia. Si possono creare rapporti con lo studio dei prodotti di uso comune, o dei materiali. I materiali tecnologici (goretex, per esempio) hanno sostituito la lana. Le fibre sintetiche hanno sostituito il cotone, che aveva sostituito in qualche zona d’Italia, il lino e la canapa, quella che si tesse, non quella che si fuma. Ottenere il filo dagli steli di canapa è un processo lungo e faticoso di macerazione, essiccazione, rottura e pulitura, filatura, tessitura. Anche la lavorazione della lana aveva mestieri locali. La cardatura veniva fatta localmente da cardatori ambulanti. I calzolai e i sarti erano locali. Era un lusso l’abito comprato fatto, non i rarissimi, abiti per gli adulti, e i ricorrenti, infiniti aggiustamenti degli abiti usati degli adulti per gli adolescenti e i bambini. Spesso le donne erano in grado di cucirsi i vestiti per sé ed aggiustare quelli dei mariti e dei figli; sempre o quasi sempre di rammendare, fare la calza; qualche volta di ricamare e tessere.

E’ difficile immaginare un percorso di ricerca e insegnamento sui vecchi mestieri se non per differenza rispetto agli oggetti di uso corrente attuali; o nell’ambito di un lavoro sulle famiglie in un paese.

Il futuro del lavoro

Prevedere è difficile anche per gli Stati, figuriamoci per un individuo isolato. Si può guardare al passato, che è noto, e cercare di immaginare il futuro. Nei 70 anni passati dalla fine della guerra sono diminuiti molto i lavori in agricoltura e nei mestieri artigiani tradizionali dei paesi a vantaggio dei lavori nell’industria e nell’edilizia, con un crescente uso di macchine, sempre più automatizzate o a controllo numerico. Poi sono cresciuti i lavori nel terziario, nei servizi, nelle comunicazioni, nell’informatica. Ma il nuovo non soppianta integralmente il vecchio; e mutamenti della qualità o dei gusti possono far risorgere lavori che si pensavano tramontati, come è avvenuto in agricoltura nelle regioni con una tradizione da rilanciare. Chi “ha scelto i genitori giusti”, come si dice, e si è trovato a possedere buone vigne o buona terra, o una buona pasticceria, in Piemonte, si è trovato meglio degli informatici, e ha assunto anche lavoratori.

Inoltre, lavori abbandonati in un paese possono sopravvivere altrove. Gli andamenti locali non rispecchiano le frequenze globali perché il basso costo dei trasporti con le grandi navi portacontainer, o coi Tir, consente di spostare le produzioni che richiedono più lavoro fisico dove il lavoro costa meno. Eventi su cui chi lavora non può influire in nessun modo, come il costo dell’energia, il costo dei trasporti, i cambi, le guerre, possono rendere convenienti localmente produzioni o servizi che sembravano spariti, come è avvenuto in agricoltura con i controlli di qualità, il biologico, i prodotti a chilometri zero.

Ma è proprio vero che manca il lavoro?

Il fatto che, come si dice, “manca il lavoro” non vuol dire che non ci siano lavori necessari, urgenti, che nessuno fa. I lavori realmente esercitati sono quelli per cui c’è una domanda, per cui i privati o gli enti pubblici sono disposti a pagare. Ci sono lavori assolutamente necessari, come la manutenzione degli acquedotti, o delle strade urbane, o della montagna, che nessuno paga e che perciò non vengono fatti. Stando alla storia recente bisogna solo ricordare che non tutto segue la moda, cioè i comportamenti di massima frequenza. Certo aumenteranno i mestieri informatici ma l’insieme delle sacche che non seguono la corrente sarà grande e molte iniziative e innovazioni individuali avranno sempre la possibilità di farsi strada o di sopravvivere.

Ci sarà sempre bisogno di maestre, infermieri, medici, professoresse, malgrado la tendenza attuale alla riduzione della istruzione e della sanità pubbliche. Credo che bisognerà abituarsi a far fronte agli imprevisti almeno quanto in passato, forse di più. Del resto anche i vecchi hanno attraversato mutamenti burrascosi e il lavoro a vita non è stato così diffuso in passato come si dice e come l’istruzione a vita non è diffusa oggi come si vorrebbe. Di sicuro crescerà il numero degli immigrati, salvo disastro sociale totale, e quindi anche un apporto di gusti, abitudini, mestieri nuovi. E una parte dei giovani italiani emigrerà per lavoro e non solo per curiosità e spirito di avventura.

L’attuale tendenza all’aumento della ricchezza dei ricchi e della povertà dei lavoratori dovrebbe trovare un limite nella intollerabilità etica e politica della differenza, quando non si limita all’accesso ai beni di prestigio ma tocca per molti i beni essenziali. Forse anche la scuola dovrebbe occuparsi di livello de redditi e di dignità del lavoro. [torna su]

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Sul lavoro e sulla ricchezza
Voci di bambini raccolte da Giuseppe Caliceti

Vasnja: “E allora noi perché non lavoriamo e siamo ricchi?”
La madre (ride): “Ah, il papà non lavora? E tu come fai a saperlo?” Vasja: “Non lo so; però noi siamo molto ricchi, e allora papà dovrebbe essere uno che lavora tantissimo. Ma lui mica lavora tantissimo”.
La ricchezza, da La saggezza dei bambini, Lev Tolstòj

Perché alcune persone sono più ricche e altre più povere?

“Perché lavorano di più”. “No, dipende anche dal lavoro che fai. A fare certi lavori guadagni di più anche se lavori meno”. “Perché guadagnano di più”. “Perché alcune persone da bambini e da ragazzi non hanno studiato e adesso non trovano dei lavori che li pagano”. “Perché alcune persone sono più intelligenti, più bravi”. “Perché i loro genitori erano più ricchi e dopo hanno dato i soldi ai figli”. “Perché sono più furbi”.

I poveri possono diventare ricchi?

“Sì. Ma devono lavorare molto”. “No, perché hanno sempre i debiti da pagare”. “Però possono mettere i soldi in banca”. “Per me devono rubare. Ma dopo vanno in prigione”. “Certi sono poveri perché sono sfaticati. Certi però non hanno colpa, perché loro vorrebbero lavorare anche dieci ore al giorno, ma non trovano mai il lavoro”. “Ci sono dei lavori da poveri e da ricchi. Quelli da poveri guadagni poco”. “I ricchi possono anche non lavorare. Però devono avere molti soldi”. “Per me un povero può diventare ricco, ma è difficile”.

“Avete mai sentito parlare di economia? Sapete cosa è?”

“Sono i soldi che hai. I risparmi”. “Sono la ricchezza. Nel mondo ci sono Paesi più ricchi e Paesi più Poveri, persone ricche e persone povere”. “In tv ho visto che parlano di economia per dire le varie monete del mondo, per sapere quanto valgono”. “L’economia sono il guadagno, il ricavo e la spesa”. “E’ lo stipendio di chi lavora”. “Se c’è molta economia, vuol dire che un paese è più ricco”. “Adesso però c’è la crisi”.

“Cosa vuol dire che adesso c’è la crisi?”

“Che non c’è più lavoro, non ci sono più soldi. Però io non capisco una cosa: visto che i soldi li fanno gli uomini, perché non ne fanno un po’ di più, se non ce ne sono abbastanza?” “Ci sono le monete e le banconote, ma le banconote valgono di più. Per esempio, una banconata da 50 euro sono come 50 monete”. “Ci sono anche gli assegni”. “La crisi vuol dire che ti licenziano”.

“Cosa vuol dire che ti licenziano?”.

“Ti mandano via dal lavoro. Così non hai più lo stipendio”. “La crisi c’è perché tutti all’improvviso hanno pochi soldi. Allora non comprano più niente. Se nessuno compra più niente, tutti diventano più poveri”.

“Perché licenziano delle persone?”

“Il padre di una mia amica che lavorava da V. è stato licenziato. Adesso sta cercando un altro lavoro”. “Licenziano perché forse una persona non sa lavorare bene”. “O perché non hanno più bisogno di lui”. “Per guadagnare: perché se tu hai meno lavoratori, il padrone tiene più soldi per lui”. “Perché se tu fai dei bicchieri ma nessuno li compra, quelli che fanno i bicchieri è inutile che li fanno, i bicchieri. Devono cambiare lavoro, se vogliono guadagnare qualcosa. Devono fare delle bottiglie, per esempio”. “Se non lavori, resti povero sempre”. [torna su]

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Per gentile concessione dell’editore, che ringraziamo, presentiamo un estratto del libro di recentissima pubblicazione Come far passare un mammut attraverso una porta (senza tirarla giù). Corpo, scuola e città: alla ricerca di una didattica salutare, Edizioni del Barrito, Napoli 2015.

Il lavoro che si vede e si fa, il lavoro che ci fa crescere
di Marco Carsetti

Il lavoro artigianale, il lavoro gioco

Tessi su poco ordito una fitta trama”. Nell’alleanza tra educazione e artigianato questo detto di Esiodo significa andare alla ricerca di tecniche che ci offrono la maggiore libertà di creare, costruire un’architettura leggera dotata di pochi ed elementari strumenti e macchinari, per poi restare in attesa dell’ospite sconosciuto: se solo accetterà l’invito sarà questi ad animare con il suo cuore e le sue risorse interiori il luogo, a riempirlo di senso. È da questo ordito rado che potrà svilupparsi la fitta trama di un gioco serio, in un continuo dialogo tra l’imparare a fare una cosa a regola d’arte e la gioia ludica.

Il lavoro-gioco è l’educazione che viene dal lavorare, dal fare insieme cose vere, con una funzione e una utilità attraverso cui il bambino e il ragazzo possano riconoscersi come membro effettivo in seno all’ambiente di vita, scuola, società, famiglia, ed essere riconosciuto come uomo nel pieno delle sue forze.

Vuol dire impostare un processo di apprendimento per imparare a fare bene una cosa, a svolgere bene un lavoro e questo è uno dei fondamenti della cittadinanza.

Il lavoro artigianale, le varie arti utili a fabbricare oggetti fisici ci insegnano gli ostacoli, le difficoltà, le soluzioni e l’apertura di nuove strade di ricerca. Ci insegnano l’unità tra mente e corpo, atti semplici come l’afferramento e la prensione e atti complessi come l’imparare dalla resistenza e dall’ambiguità dei materiali che voglio trasformare, come degli strumenti che utilizzo. Ci insegnano come gli atti fisici della ripetizione e dell’esercizio consentono alla persona di sviluppare abilità tecniche che interiorizziamo e di riconfigurare il mondo materiale attraverso un lento processo di metamorfosi. Le difficoltà e le possibilità di fare bene le cose valgono anche per la costruzione dei rapporti umani, ci forniscono spunti sulle tecniche che possono aiutarci nei rapporti con gli altri. E poi il fabbricare cose ci dà lo spunto per scoprire di sé delle abilità che non conoscevamo, l’affiorare di interessi e passioni, nuove strade e aperture, ma soprattutto ci mette dietro, e non davanti come destinatari, del mondo oggettuale, dove le cose si creano prima di essere consumate. Diventando artefici diventiamo più consapevoli e capaci di giudizio critico su uno degli aspetti più incisivi della nostra educazione: i “discorsi” che subiamo dalle cose.

Inoltre tornare a un dialogo tra pratiche concrete e pensiero ci insegna quanto è difficile per non dire impossibile, approfondire la pratica senza la teoria, e viceversa, possedere bene la teoria senza la pratica.

Non solo tecnica e mestiere ma formazione come persona

In ogni arte v’è un gran numero di circostanze relative alla materia, agli strumenti e alla tecnica manuale, che possono essere apprese soltanto mediante l’uso. Spetta alla pratica presentare le difficoltà e proporre i fenomeni; spetta alla teoria spiegare i fenomeni e togliere le difficoltà.

Scrivevano nell’Enciclopedia delle scienze, delle arti e dei mestieri Diderot e D’Alambert.

Nella pratica concreta del fare in cui ci sia manualità, strumenti di lavoro, materiale da trasformare e macchinari si possono apprendere direttamente, con l’esperienza del proprio corpo che lavora, della propria mano che opera, del proprio cuore che sente e della mente che pensa, cose che non riguardano solo la tecnica e il mestiere ma la propria formazione come persona.

  • L’intimo nesso tra mano e testa si concretizza nell’acquisizione di abitudini di sostegno le quali creano un movimento ritmico tra soluzione e individuazione dei problemi;
  • in un lavoro artigianale è evidente che tutte le abilità anche le più astratte nascono da pratiche concrete;
  • l’intelligenza tecnica si sviluppa attraverso le facoltà dell’immaginazione;
  • ciascun essere umano è dotato della capacità di fare bene almeno una cosa, ovvero in ciascuno di noi alberga un artigiano intelligente;
  • nell’artigiano c’è un’etica del ben fare, non si lascia soddisfare da un lavoro fatto in modo passabile;
  • fare un buon lavoro significa avere curiosità di ciò che è ambiguo, andarci a fondo e imparare dall’ambiguità;
  • le abilità conquistate sono frutto dell’esercizio e della concentrazione;
  • imparare a svolgere bene un lavoro mette gli individui in grado di governarsi e dunque di diventare dei cittadini.

E così il produrre cose materiali ci mette in una condizione di autosvelameto, è un processo in cui qualcosa di inaspettato si rivela a noi consentendoci di imparare nuove cose su noi stessi. Soprattutto imparare a fare bene una cosa ci insegna a cooperare con gli altri e rispettare il loro lavoro, a prestare attenzione alle caratteristiche dei materiali, a sentire il piacere di lavorare con strumenti che diventano i prolungamenti del proprio corpo, a difendere un luogo di lavoro prima di tutto come spazio dove si attuano relazioni sociali e di trasmissione delle conoscenze faccia a faccia, che crea vincoli tra le persone, uno spazio dove perdere il controllo per poi ritrovarlo. Ci insegna le qualità delle materie: elasticità, durezza, attriti, consistenza, durata, effetti dell’aria, dell’acqua, dell’umidità, del freddo, del calore, della secchezza. Come diversi materiali interagiscono tra loro. Ci insegna la meraviglia e l’aura, il soffio, la luminosità, che spira dalle cose che hanno una loro unicità irripetibile.

Ci mette in grado di immaginare categorie più ampie di “bontà”. Fa nascere la curiosità di capire come le cose materiali fatte a regola d’arte possano generare valori politici e sociali all’interno dello spazio pubblico. Ci rende cittadini.

Maestri e artigiani: l’arte salda e la mano che trema

Prima di tutto si potrebbe provare a condividere un presupposto: il fine di chi lavora non dovrebbe essere quello di guadagnarsi da vivere o di trovare “un buon lavoro”, ma piuttosto quello di eseguire bene un certo lavoro.

Per maestri e artigiani questo dovrebbe essere alla base dell’etica del proprio operare. Prima dovrebbe venire la domanda sulla qualità del lavoro svolto e poi quella sulla propria sussistenza. Fare ciò che è giusto fare, che la comunità ti paghi o meno, pone la relazione tra il lavoro e il far fronte ai mezzi di sussistenza in un’altra prospettiva. Non basta trovare il modo di guadagnarsi da vivere fabbricando cose o insegnando. Il guadagno che si ricava si deve poter misurare con la coscienza del servizio reso o meno all’umanità.

Entrambi questi mestieri presuppongono infatti un’operosità consapevole e continua, e partono da domande comuni e sempre le stesse: che fare? Come? Perché?

Come abbiamo visto sono molti gli aspetti che accomunano educazione e artigianato, tutti tenuti insieme dal filo ininterrotto della perizia del fare. Il fare però deve essere sostenuto dall’abito, cioè dal possesso di una capacità o abilità. E se è vero che, come scriveva San Francesco “tanto l’uomo ha di scienza quanto opera l’acquisizione di un’arte non è mai definitiva e il praticarla porta sempre con sé dubbi, esitazioni, ripensamenti. L’abito è sempre accompagnato dalla mano che trema.

Scriveva Dante: “l’artista / ch’à l’abito de l’arte ha man che trema”. Se l’artigiano e il maestro si muovono entrambi in uno spazio di atti creativi, l’apparente opposizione tra abito come sicurezza della tecnica e la mano che trema ci dice anche cosa c’è alla base di questi lavori sospesi tra due impulsi contraddittori e generatori: slancio e resistenza, ispirazione e critica.

Lasciamo che la mano continui a tremare, come è naturale che sia, ma continuiamo a tessere e ritessere l’abito che sarà antico come il mondo e nuovo come tutte le cose in divenire. [torna su]

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MATERIALI

Lavoro e non lavoro giovanile

Per i giovani: quanto lavoro e quale
di Andrea Toma

Quanti sono i giovani disoccupati, con un età compresa fra i 15 e i 24 anni, è presto detto: secondo l’ultima rilevazione delle forze di lavoro (ottobre 2014) i disoccupati totali in Italia hanno raggiunto i 3 milioni e 410 mila, il 20% circa di questi, pari a 708 mila, è costituito da giovani.

Visto attraverso il tasso di disoccupazione specifico delle persone fino a 25 anni di età, in Italia la mancanza di impiego, nel 2013, ha riguardato il 38,9% dei giovani attivi sul mercato del lavoro, ma a ottobre 2014 si è registrato un ulteriore peggioramento, tale da far superare all’indicatore la soglia del 43%. Nell’Unione Europea la situazione è molto diversificata: il tasso medio, nel 2013, a livello continentale è del 23,4%, ma la distanza fra i vari paesi è molto ampia, se si pensa che in Germania l’indicatore si ferma al 7,9% e in Austria al 9,2%, mentre in Grecia raggiunge il 58,3%, in Spagna il 55,5% e in Croazia, ultimo paese ad aderire all’Unione, il 49,7%.

La condizione economica degli occupati fino a 34 anni presenta inoltre elementi di particolare svantaggio che si sono aggravati nel corso della crisi.

Innanzitutto si riscontra una maggiore concentrazione degli occupati giovani nei settori che nell’ultimo periodo hanno subito in maniera più incisiva gli effetti del ciclo economico recessivo: rispetto alle componenti più anziane i giovani sono più presenti nell’edilizia, nel commercio, nel settore della ristorazione e degli alberghi, mentre non hanno trovato molto spazio nei contesti lavorativi più sicuri come i servizi pubblici, l’istruzione, la sanità.

Sul piano del reddito poi, fra il 2008 e il 2012 si è verificata una sostanziale riduzione della disponibilità effettiva: fra i due anni il valore medio è passato dai 28 mila 722 euro del 2008 ai 22 mila 908 del 2012, con una differenza negativa di circa 6 mila euro, mentre per gli occupati fra i 35 e i 49 anni la differenza è stata inferiore ai 3 mila euro (33 mila 342 euro nel 2008 e 30 mila 511 nel 2012) e per quelli con un’età superiore ai 50 anni la differenza non ha raggiunto i mille euro.

Se si guarda alla ricchezza netta disponibile la situazione appare ancora più problematica, sia nel confronto fra i due anni presi come riferimento, sia rispetto alle altre componenti più anziane.

Per le famiglie con capofamiglia percettore di reddito fino a 34 anni il valore medio della ricchezza netta era pari a 37 mila euro nel 2008; nel 2012 si era ridotto a 24 mila 602 euro. La componente 35-49 anni disponeva di 139 mila euro nel 2008, ma vedeva ridursi nel corso della crisi a 105 mila euro il proprio patrimonio. La componente più anziana (50 anni e oltre) presentava nel 2008 una ricchezza netta di quasi 180 mila euro, valore che si riduceva nel 2012 a 168 mila euro.

La carrellata di dati che è stata riportata può essere sufficiente per rappresentare la gravità della situazione italiana, soprattutto se la si osserva dal punto di vista di chi oggi cerca di entrare nel mercato del lavoro o anche di chi è all’inizio del proprio percorso lavorativo.

Non sembra ci sia contezza reale della portata di medio e lungo periodo che i sette anni di crisi hanno prodotto, stanno producendo e ancora produrranno, quanto meno nel 2015. L’effetto cumulato negli anni non consente di ragionare semplicemente sulle opportunità o meno di lavoro per i giovani e cioè su “quanto” lavoro sarà necessario creare per ripristinare condizioni sufficientemente soddisfacenti di riequilibrio occupazionale fra le diverse classi d’età. Impone anche una riflessione su “quale” lavoro sarà disponibile nei prossimi anni, se e quali garanzie o prospettive di miglioramento accompagneranno le scelte lavorative delle nuove generazioni.

Al declino delle aspettative – comunque già metabolizzato da gran parte della società italiana se solo si osserva l’andamento dei consumi in questi anni – si aggiungono così il rischio di un azzeramento delle aspettative stesse e di una maggiore esposizione alla condizione di povertà, che non a caso ha aumentato in maniera significativa la sua incidenza proprio fra i giovani. (dalla rivista Gli Asini, n. 25, gennaio-febbraio 2915) [torna su]

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Sergio Bologna ha scritto un appello rivolto soprattutto ai giovani: il lavoro volontario per l’Expo di Milano non fa curriculum, non è dignitoso, toglie lavoro a chi quel lavoro lo fa per lavoro. E anche da questo appello c’è molto da imparare sul lavoro!

No al lavoro volontario all’Expo!

Mi chiamo Sergio. E’ un appello quello che vi sto per leggere. L’ho scritto io. E’ rivolto ai cittadini milanesi, a tutti gli italiani ma soprattutto ai giovani. Parla del lavoro gratuito per l’Expo di Milano. Un vero schifo, una vergogna, in un Paese con più del 40% di disoccupazione giovanile e con almeno 4 milioni di precari che vivono in mezzo a mille difficoltà.

Ci promettono per questo evento migliaia di nuovi posti di lavoro ma il 70% è lavoro gratuito. Un lavoro a gratis non è un lavoro, ma non è nemmeno volontariato. I volontari sono persone che sacrificano la loro vita individuale per il bene altrui, per soccorrere persone e paesi in difficoltà, i volontari sono presenti dove ci sono guerre, epidemie, carestie. Fare il volontario all’Expo significa solo prestare la propria persona gratis a una grande operazione di speculazione immobiliare, a un progetto che continua a fare di Milano una città vetrina del nulla, città non più di uomini ma di manichini. Non più di intelligenze innovatrici, capaci di creare qualcosa per sé, per il Paese, ma di gente che non immagina altro destino se non aspettare i turisti, che lasciano pochi soldi e molti rifiuti.

L’Expo, come sapete, è un’asta, un concorso. Concorrono tante città metropolitane, chi offre di più vince. Questo qua ce lo hanno regalato Prodi e la Moratti, e nei requisiti per candidarsi, in concorrenza con altre città, hanno messo sul piatto le migliaia di volontari. La giunta Pisapia s’è trovata l’Expo tra i piedi, tirarsi indietro era impossibile. Ma gestire meglio la questione dei volontari era possibile. Come mai si cercano volontari per accogliere i turisti dell’Expo e invece per risanare quartieri, territori, per le mille emergenze di una grande città, non si fa lo stesso? Sarebbe più logico, si tratta di beni comuni. Sono forse meno importanti dell’Expo?

Nella condizione in cui versa l’occupazione giovanile oggi, creare occasioni di lavoro gratuito è una nefandezza. Addirittura si permette ai reclutatori di andare nelle scuole. Presidi, insegnanti: buttateli fuori! Cercano gente qualificata, che sa le lingue, molti ci cascano e non si rendono conto di portare via il lavoro a chi di mestiere fa questo per campare, interpreti, accompagnatori, guide turistiche.

Ragazzi, voi che state per cascarci o ci siete già cascati. Lavorare gratis non fa curriculum! Lavorare gratis significa accettare un’umiliazione. Vi dicono che conoscerete milioni di persone, che farete amicizia con il mondo, ma…fatemi capire… dovrete accogliere i visitatori o dovrete distribuire i vostri biglietti da visita e i vostri indirizzi mail per farvi contattare? Rischiate di prendervi qualche calcio negli stinchi. Pensateci bene, siete ancora in tempo.

E se invece volete provare questa esperienza, almeno cercate di salvare la vostra dignità. Come? Il primo giorno, il giorno d’apertura, piazzategli uno sciopero, tutti assieme incrociate le braccia! Vi assicuro: vi divertirete da pazzi solo a vedere la faccia di quelli che vi hanno reclutato. [torna su]

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Io non lavoro gratis per Expo

Con Expo sta passando una legislazione sul lavoro eccezionale! Fino al 2017 le norme vigenti in Expo varranno per il territorio nazionale per eventi legati ad esso, e fino a tempo indeterminato gli effetti di questo mega evento si sconteranno nel nuovo decreto Poletti, alias Jobs act.

Questo significa che noi studenti medi saremo reclutati e reclutate oggi per lavorare gratis e domani, e, magari già dall’università, per essere dei precari fatti e finiti e incastrabili a piacimento del sistema.

Nel paese del tasso di disoccupazione giovanile al 46%, nel paese dell’assenza di qualsiasi misura a sostegno del reddito (in Italia manca di fatto un reddito minimo garantito come in quasi tutti i paesi europei), nel paese dove se sei precario devi accettare qualsiasi forma di lavoro perché l’alternativa è restare senza, nel paese dove quindi il lavorare a tempo determinato è un ricatto per la vita, non solo chiedono a precari ed universitari di accettare stage mal pagati, apprendistati che non garantiscono assunzione e contratti determinati rinnovabili al 100%, bensì reclutano anche studenti per svolgere lavori non retribuiti, quegli stessi lavori che servirebbero a molte persone disoccupate per ricevere uno stipendio.

Qualcuno potrebbe pensare che questa sarà un’occasione per fare curriculum, allacciare contatti, imparare qualcosa di nuovo… Non è così! Si verrà sfruttati e non seguiti se stagisti, non riassunti se apprendisti e si lavorerà gratis per Expo senza alcuna formazione né processo di arricchimento per il corso di studi che si sta seguendo. Non ci saranno grandi possibilità di allacciare contatti proficui per il lavoro futuro perché di fatto si accoglieranno i visitatori imparando un paio di frasi in diverse lingue, non ci sarà insomma nessun beneficio per noi studenti, ma solo per l’evento della corruzione (le inchieste per corruzione, turbativa d’asta e speculazione fanno venire la pelle d’oca se si pensa all’immagine che Expo vuole dare di sé).

Per questo diciamo IO NON LAVORO GRATIS PER EXPO. Perché vogliamo un’istruzione che si basi sullo sviluppo culturale e non sul “saper fare” pochi compiti lavorativi non spendibili in nessun altro campo; perché non possiamo essere dati “in prestito” per alcun lavoro, bensì siamo motore reale di crescita di un sapere laico, libero dalle esigenze di mercato e critico; perché diciamo no alla precarizzazione del nostro futuro fin dalla scuola e dall’università, perché non vogliamo essere i manichini della città vetrina.

Perché quello che serve al mondo della formazione non è privatizzazione o lavoro gratuito, non è il modello Expo, non è la dinamica della meritocrazia a discapito dell’equità. Servono riforme strutturali che migliorino le condizioni di vita di docenti e di noi studenti, servono delle basi culturali forti per affrontare dei veri lavori domani. (vedi qui[torna su]

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MATERIALI

Tempo di studio, tempo di lavoro

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Una scuola al servizio del potere economico
di Bruno Moretto

La funzione fondamentale della nostra scuola secondo la visione dei costituenti è quella della formazione del cittadino della Repubblica. Serviva una scuola statale di qualità garantita a tutti per rendere praticabile i principi di eguaglianza e solidarietà posti alla base della nostra Costituzione.

La funzione della nostra scuola è stata pertanto in questi 60 anni quella di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini al fine di consentire l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Il Piano Renzi sviluppa l’idea di una scuola al servizio del potere economico finalizzata a formare personale per l’inserimento lavorativo. Per questo ci si pone l’obiettivo di

Introdurre l’obbligo dell’Alternanza Scuola-Lavoro (ASL) negli ultimi tre anni degli Istituti Tecnici ed estenderlo di un anno nei Professionali, pre­vedendo che il monte ore dei percorsi sia di almeno 200 ore l’anno.”

E quello di

Diffondere attraverso protocolli ad hoc il programma sperimentale di ap­prendistato negli ultimi due anni della scuola superiore, lanciato nel 2014 in attuazione dell’articolo 8bis del d.l. 104/2013.

Il tutto condito da amenità come l’inserimento dell’economia fra le materie obbligatorie nelle scuole superiori per sopperire a quello che viene chiamato “analfabetismo finanziario” cioè alla “comprensione dei meccanismi economici e finan­ziari”.

Una visione miope che abbasserà il livello qualitativo dell’offerta scolastica stante la dequalificazione presente nel mercato del lavoro caratterizzato da una precarietà diffusa e da una preponderanza di richieste di figure a bassa qualificazione (vedi qui)

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Il futuro non si sceglie a 13 anni: serve un biennio “unitario e orientativo” alle superiori

A chiederlo è la Cgil, attraverso il segretario generale, Susanna Camusso, che ha anche rivendicato un nuovo rapporto tra scuola e lavoro: non continuiamo a fare sulla scuola riforme contraddittorie e spezzatino, occorre un sistema omogeneo e nazionale. E anche la la partecipazione delle parti sociali.

La Cgil parte dal presupposto che per lo sviluppo economico, sociale e civile del Paese occorra promuovere una strategia di innalzamento dei livelli di istruzione, innalzando l’obbligo scolastico a 18 anni, potenziando le politiche per il diritto allo studio, potenziando gli interventi educativi per l’infanzia.

Sullo stesso argomento è intervenuto anche Mimmo Pantaleo, segretario generale Flc-Cgil: “Contrasteremo il tentativo di affidare alle imprese la progettazione di percorsi di alternanza che non devono essere confusi con tipologie di rapporti di lavoro”. (vedi qui)

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La scuola non sia affidata all’impresa

Per Camusso la preminenza va data al sistema di cultura e di istruzione: “Non posso delegare all’esecutività, quindi all’impresa, la decisione sulla qualità dell’istruzione, il cui periodo va invece allungato”.

Ma per intervenire seriamente sul sistema formativo italiano “serve avere un’idea del Paese. Se non c’è cultura non c’è neanche innovazione, non è possibile investire se non si ha un orizzonte, se non si sa cosa fare del Paese”. In Italia questa “idea” sembra mancare, denuncia Camusso: la decisione che si sta prendendo è quella di “delegare tutto al sistema delle imprese, di far decidere a loro quale sarà lo sviluppo, e quindi di delegare alle imprese anche la scuola.

In questo modo si propugna un’idea funzionalista dell’istruzione, che si accompagna alla svalutazione del lavoro, all’idea che il lavoro è solo merce comprabile e vendibile, che è sempre più in atto”. (vedi qui)

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Il lavoro minorile non interessa né i redattori del Jobs Act né quelli della “Buona Scuola

Save the Children, nel 2013, aggiorna i dati italiani (senza cambiamenti apprezzabili) mediante una metodologia di ricerca quantitativa (campionamento statistico su 2005 soggetti) e qualitativa (interviste in profondità). Nel giugno 2014 pubblica un nuovo rapporto, “Lavori ingiusti”, in cui segnala l’esistenza di 260.000 ragazzini al lavoro: 66% prima del 16° anno, 40% prima del 13°, 11% prima dell’11°.

I minori sono impiegati per lo più in campagna e nelle attività commerciali. Alcune drammatiche interviste ai bambini e ai ragazzi le troviamo sulla pagina di La Repubblica.it. del 12 giugno 2014. Questi minori raccontano che non sono andati a scuola, o l’hanno lasciata, per aiutare le famiglie o per provvedere a se stessi. Molti di loro finiscono, prima di trovare un lavoro “normale”, nelle maglie della criminalità organizzata. Non è un caso che una delle zone a più alto rischio sia la provincia di Vibo Valentia, in Calabria.

Come si vede, la realtà del lavoro minorile è un fenomeno molto indagato a livello nazionale e internazionale, eppure i dati ad esso relativi devono essere cercati, la loro lettura rimane un’attività di nicchia. Non ci risulta che i parlamentari abbiamo dato un’occhiata alle tabelle dell’INAIL. Del resto la questione non interessa né i redattori del Jobs Act né quelli della “Buona Scuola“. (vedi qui[torna su]

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MATERIALI

Non solo lavoro

Bene i laboratori, ma possiamo davvero dire che la poesia non serve?

Professore, secondo lei, è un metodo valido d’insegnamento quello che trasforma le aule in laboratori su misura per ogni materia?
«Si tratta di esperimenti che bisogna affrontare con un po’ di prudenza. Quando si usano le tecnologie non sappiamo quale sia l’effetto sull’educazione perché nel giro di due o tre anni cambiano, mentre l’effetto di un libro lo sappiamo. Se ci concentriamo solo su quello che attrae l’attenzione rischiamo di creare nei ragazzi il vuoto reale».

Cosa intende?
«Vent’anni fa bisognava imparare a programmare, poi si doveva studiare la nuova cultura alfabetica degli sms che adesso però sono diventati vocali. Voglio dire che la tecnologia è importante, ma si supera velocemente e non può diventare la priorità».

Gli adolescenti però sono dei nativi digitali.
«Sì, ma la società dei consumi sta erodendo la loro capacità di fare e di scrivere, sta minando la loro memoria. La scuola invece deve opporsi a tutto questo. La perdita della scrittura, ad esempio, è un fenomeno gravissimo. Possiamo davvero dire che la poesia non serve, l’arte non serve ma solo l’inglese è utile per i rapporti commerciali o il computer per fare grafici sull’andamento degli incassi? È questo il nuovo profilo di cittadino che vogliamo?». (vedi qui) [torna su]

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Da agosto e marzo, la scuola in attesa della “cosa

L’attesa delusa. La settimana scolastica si può riassumere nel meccanismo, originario dei poemi epico-cavallereschi, dell’attesa delusa. Ad attendere è la scuola, la “cosa” attesa è la “Buona Scuola“. Ma ci hanno ripensato per l’ennesima volta. La ministra dell’Istruzione Stefania Giannini si dichiara “basita” perché non ne sapeva niente. Ma ha poi avuto la soddisfazione di presentarci, della “riforma“, una nuova serie di slide.

Tutto comincia in agosto. Ce ne fa la cronistoria Marco Palombi. Tutto comincia il 19 agosto: “Il 29 linee guida sulla scuola perché tra 10 anni l’Italia sarà come la fanno oggi gli insegnanti. Noi lavoriamo su questo in #agosto”, comunicava il Presidente del Consiglio Matteo Renzi via Twitter da Forte dei Marmi.

Le linee guida, poi, arrivavano il 3 settembre con la pubblicazione del documento La buona scuola. Viene annunciata una consultazione popolare dal 15 settembre al 15 novembre. Poi la “riforma” entro il 28 febbraio. Il 22 febbraio sembrava fatta: “La prossima settimana ci sarà un doppio atto normativo”. Senonché si slitta dal 27 al 3 marzo.

Lunedì 2 marzo i giornali descrivevano il decreto con dovizia di particolari. Il 3 marzo, niente decreto, tutto rinviato a martedì 10 marzo, quando dovrebbe essere presentato in Consiglio dei ministri un ddl delega.

C’è sempre nebbia tra il palazzo e la piazza

Una mossa “democratica“? Il premier ha una motivazione nobile: il rinvio è per dare opportunità al Parlamento di esercitare le sue funzioni.

Sulla scuola ci siamo impegnati con il presidente della Repubblica e con le opposizioni a presentare meno decreti possibile. Mettiamoci d`accordo: prima mi accusano di essere un dittatore che vuole fare tutto da solo, se presento un disegno di legge aperto alla discussione mi accusano di non decidere.”.

E’ probabile che il riferimento sia ai tanti che avevano protestato che su un tema come la scuola non ha senso decidere con un decreto d’urgenza: come sostenuto dal Coordinamento nazionale a sostegno della Legge “per una Buona scuola per la Repubblica” con una lettera al Capo dello Stato. Oppure vorrà dire che il presidente della Repubblica Mattarella avrà fatto qualche osservazione preventiva? Come si vede, la trasparenza è massima.

Scarica barile? Ma le ipotesi sono tante. Ne riportiamo alcune, poiché il caso fornisce un buon esempio dell’aforisma guicciardiniano sulla distanza tra  palazzo e piazza. Disaccordi tra premier, ministro e maggioranza? O, per essere più espliciti, coltelli che volano tra Renzi e Giannini? Assenza di coperture finanziarie? Un modo di perdere tempo, un po’ come, nel gioco nel calcio, “buttare la palla in tribuna“?

Polpetta avvelenata? Vincenzo Pascuzzi parla di “polpetta avvelenata“. “Le parole di Renzi svelano l’inganno: non hanno i soldi e la capacità di assumere i precari e vogliono farne ricadere la colpa sul Parlamento“.

Errore di calcolo? Lucio Ficara ipotizza un errore di calcolo: Renzi

Aveva promesso 150 mila assunzioni in un’unica soluzione, aveva rilanciato con un piano da 180 mila immissioni in ruolo considerando anche il prossimo bando di concorso a cattedra, ma poi forse si è accorto che non poteva mantenere tutto questo?

Un ricatto? Di ricatto parla Anna Maria Bellesia: sembra che qui si voglia barattare la democrazia con le assunzioni:

Legare le assunzioni doverose e tempestive dei precari a tutti gli altri provvedimenti cos’è se non un ricatto? Se passano le une, tanto attese, passerà tutto il resto. Questo sembra essere il calcolo politico. Con l’obiettivo inoltre di creare divisioni fra docenti precari (che aspirano all’assunzione) e docenti di ruolo (che non gradiscono la fregatura stipendiale spacciata per merito).

Di ricatto al Parlamento parlano anche forze politiche e sindacati: da tutti si invoca la separazione dell’iter dei due provvedimenti: un decreto urgente per le assunzioni, il dibattito parlamentare per una legge di riforma della scuola.

Una mossa da vero stratega? Mentre Alessandro Giuliani parla di Renzi come di un vero stratega: spererebbe nell’incapacità del Parlamento a legiferare per ritirare fuori il decreto o per scaricare sulle Camere le responsabilità di una eventuale mancata riforma:

Ci sono sei mesi prima di assumere i precari della scuola, vediamo se la legge va avanti o se ci sarà il requisito di urgenza per un decreto“.

O un caso di bullismo politico? Certo che, se così stessero le cose, avrebbe senso parlare, come fa Cosimo De Nitto, di “bullismo politico“.

La scuola, come sempre, in quarta linea

Ma di docenti in più c’è bisogno? Quanto sia rilevante il problema delle supplenze emerge da una indagine di Skuola.net, secondo il quale 2 classi su 5 resterebbero senza sorveglianza, il 42%, in caso di assenza del docente. Il 76,5% degli intervistati afferma che nell’ora di supplenza non fanno nulla. Sempre secondo lo studio, il 58,7% delle classi rimane senza prof per settimane o mesi. Il 45,2% non ha potuto iniziare le lezioni a settembre a causa dell’assenza del docente e il 30,5% ha cambiato insegnante durante l’anno in tre o più materie.

E ciononostante fanno saltare le assunzioni? Comunque sia, la scelta di Renzi di rinunciare al decreto d’urgenza a favore di un ddl ha creato allarme fra i sindacati, preoccupati che i tempi del dibattito parlamentare possano far saltare le assunzioni previste per il prossimo anno scolastico. Provvedimento richiesto dalla sentenza della Corte di giustizia europea che lo scorso mese di novembre ha condannato l’Italia per abuso di contratti a tempo determinato nella scuola.

Cosa Renzi chiede in cambio? Meno diritti. Altra fonte di preoccupazione legata al tema delle assunzioni è cosa Matteo Renzi chiede in cambio: la rinuncia agli scatti e una diminuzione della retribuzione per tutti, che vedremo fra poco, e la perdita di diritti: il Presidente del Consiglio l’ha detto chiaramnte:

in cambio chiediamo però di cambiare le regole del gioco con più disponibilità degli insegnanti a essere valutati, ai presidi di scegliersi gli insegnanti che ritengono più adatti alla propria scuola“.

Cosa Renzi chiede in cambio? Meno soldi ai docenti: 10 euro lorde al mese ogni 3 anni. Tra le linee della “riforma” è confermata la “progressione economica” non più basata sugli anni di servizio, ma di tipo misto, con il 30% dei futuri aumenti triennali riservato all’anzianità e il 70% al “merito”. Per intenderci, di quali cifre stiamo parlando. C’è chi ha fatto il calcolo, la Uil Scuola.

Da 21 a 30 euro mensili (lordi) di aumento, ogni tre anni, per i docenti meritevoli. Solo 10 euro al mese di incremento, sempre ogni tre anni e sempre lordi, per i non meritevoli.

Le conclusioni sono presto tratte. Fra 10 anni un laureato guadagnerà di più in un call center che a scuola.

Quanti saranno assunti? 150.000? 180.000? 40.000? Intanto altra fonte di preoccupazione sono i numeri delle assunzioni, da alcune testate quantificati in numeri molto più ridotti di quelli annunciati per almeno sei mesi: addirittura da 36 mila a 60 mila. La fiducia nelle parole di nostri politici è tale che, oltre a scrivere al Presidente della Repubblica, qualche docente precario non trova altro interlocutore che Papa Francesco I, a cui rivolgersi affinché aiuti i politici a ravvedersi. Infine, pare che il maxi piano per stabilizzare i precari sia destinato comunque a restringersi per le pressioni di 44 deputati della maggioranza, che pare siano riusciti a ottenere come qualcosa di “rivoluzionario” l’inserimento nella “riforma” di detrazioni fiscali per chi iscrive i figli alle scuole private. E questo mentre avanza in parallelo la privatizzazione della scuola pubblica.

Però 3 miliardi per chi iscrive i figli alle private. 4 mila euro per le famiglie che scelgono le paritarie. Se la cifra viene moltiplicata per i 993 mila studenti iscritti alle scuole paritarie tra infanzia, elementari, medie e superiori, il totale è di 3 miliardi di euro. Giusto la cifra che si diceva occorresse per le assunzioni. Come da un paio di decenni a questa parte, precari – e scuola pubblica – a rischio, privati al sicuro.

Scadenti, confessionali, non per tutti. Carlo Clericetti riassume i motivi per opporsi a tale finanziamento, oltre al motivo della sua incostituzionalità. La maggior parte delle scuole private è di qualità scadente (vedi qui e qui). La scuola privata non è pluralista come quella pubblica, che costituisce un prezioso e insostituibile strumento di integrazione sociale fra le molte etnie, culture e religioni. La spesa pubblica per l’istruzione in Italia (che comprende anche i sussidi alle private) è già la più bassa tra i paesi avanzati e all’ultimo posto nell’Unione Europea. Dirottare altri soldi a favore dell’istruzione privata significa voler distruggere la scuola pubblica.

La scuola, come sempre, in quarta linea. Sulla stessa linea chiunque s’intenda di scuola, ad esempio Giorgio Israel:

Non aumentare o addirittura diminuire – tramite il proposito sconsiderato di tagliare di un anno i licei – le risorse destinate alle scuole superiori, ancora prevalentemente statali, significa lasciarle allo sbando.

Che così conclude:

L’unica cosa chiara della vicenda della riforma della buona scuola è che quella che era stata indicata fin dai primi giorni del governo Renzi come una delle priorità assolute sta passando in seconda, terza o quarta linea[torna su]

La “Buona scuola” di Renzi? #megliolaLip!

Proseguono nel frattempo le adesioni e le iniziative a favore della ex Legge di iniziativa popolare per una Buona scuola per la Repubblica (LIP), che ha registrato il sostegno di Flc Cgil, Unicobas, Gilda degli insegnanti, Uds (Unione degli Studenti). Lo stesso giorno in cui il Consiglio dei Ministri discuterà del DdL su La Buona Scuola, gli studenti dell’UdS presenteranno, presso la sala stampa della Camera dei Deputati “L’Altra Scuola: la L.I.P. e le scelte prioritarie per costruire una scuola giusta“.

Sempre l’Uds ha indetto per il 12 marzo una giornata nazionale di mobilitazione contro il piano governativo sulla scuola e a sostegno della LIP.

* * *

RISORSE IN RETE

La “Buona Scuola” di Renzi qui.

La LIP – Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica

Questo è il sito della LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP. In questo video ne parla Anna Angelucci.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e  la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

ScuolaOggi, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, école, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Foruminsegnanti, Like@Rolling Stone, Associazione Nonunodimeno, Gli Asini

Siti di informazione scolastica

OrizzonteScuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola.

Spazi in rete sulla scuola qui.

[torna su]

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

4 pensieri su “Vivalascuola. Ciò che i ragazzi devono sapere sul lavoro

  1. Pingback: Corriere di Puglia e Lucania – Ciò che i ragazzi devono sapere sul lavoro

  2. Pingback: Viba la scuola | humus

  3. Il tema del lavoro degli studenti è diventato da prima pagina dopo le esternazioni del ministro Poletti:

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/23/scuola-poletti-3-mesi-vacanza-troppi-i-miei-figli-destate-lavoravano/1530119/

    Non si capisce perché, se si parla di compiti per le vacanze, si sostiene che non vanno bene perché gli studenti hanno diritto alla vacanza e al riposo:

    http://www.orizzontescuola.it/carrozza-basta-compiti-durante-vacanze-meglio-libro-ma-sui-tablet-scuola-frena-priorit-ledilizia-sco

    Sono troppe, invece, le vacanze, se si tratta di fornire lavoro gratuito alle imprese.

    Facciamo nostre le parole di Marcella Raiola:

    Studiare è lavoro. Crescere è una fatica immensa. Lavorare a 14-16 anni per un padrone senza remunerazione non è temprare il carattere, non è allargare gli orizzonti: è violenza. E un paese che manda a lavorare a nero i suoi minorenni è un fallito. Come tutti i violenti.

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  4. E aggiungiamo un’altra considerazione al tema studenti-lavoro, che dobbiamo a Marina Boscaino:

    I novelli salvatori della patria omettono – i soliti sbadati – il fatto che fino a pochissimi mesi fa la propaganda di regime parlava di scuole aperte tutto l’anno e per tutto il giorno. Poi hanno fatto due conti e hanno capito che per dar concretezza all’ennesimo annuncio ad effetto la borsa è vuota. E così il tema della lunghezza delle vacanze degli studenti viene brillantemente risolto mandando gli studenti a lavorare precocemente, senza diritti e tutele.

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