Nickolas Butler, “Shotgun Lovesongs”

Shotgun Lovesongs, Nickolas ButlerNickolas Butler, Shotgun Lovesongs, Marsilio 2014, pp. 318, euro 18,00

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di Andrea B. Nardi

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Nelle comunità rurali degli Stati Uniti l’espressione shotgun wedding, o shotgun lovers, sta a indicare il fidanzamento e matrimonio riparatore imposto dal padre della ragazza al giovanotto che l’ha insidiata, tramite il più che convincente argomento di una doppietta a canna liscia puntata addosso al malcapitato. Sebbene parecchi siano i temi che vanno a intrecciarsi in questo davvero bel romanzo d’esordio di Butler, quello che ci ha affascinato e pienamente coinvolto è proprio l’ambiente agricolo dei grandi spazi americani, ossia, in pratica, l’intera America, la sua maggiore espressione sociale, al di là delle varie metropoli aliene e distanti.

Da un album di canzoni d’amore prende avvio il successo insperato di un musicista figlio di questi villaggi agricoli, fino a farlo diventare una star planetaria, icona folk e rock per milioni di persone, leggenda vivente per i suoi amici rimasti fra campi infiniti di mais e vite appiattite. Il suo ritorno nel minuscolo paese del Wisconsin, in mezzo a fattorie e strade polverose, segna il bilancio di una generazione. L’amico del cuore concreto e fedele, soddisfatto d’aver contenuto i propri sogni; la di lui moglie, un tempo divisa dall’amore fra i due, desiderata da entrambi, sposata alla prevedibilità non senza rimpianti; il cowboy eroe e invidiato a cui un ultimo rodeo ha strappato via l’equilibrio interiore; l’imprenditore di successo ritornato milionario con ambizioni di riportare nuova linfa al paese natio; sua moglie, cittadina incapace di sentirsi parte di una comunità troppo radicata; la moglie dello stesso cantautore, troppo Vip e mondana per condividere la poesia di vita del compagno.

Le relazioni, i ricordi, le confessioni, i fallimenti, i tradimenti, le rabbie e le speranze del gruppo di amici ritrovati attraversano con estrema dolcezza le pagine, costellando di struggente nostalgia le descrizioni psicologiche e ambientali. Qui si appartiene alla terra, anche quando si tenta di andarsene via, e perfino quando ci si riesce, ad andarsene via. Sono anime molto lontane da chi vive in città con la faccia immersa tutto il giorno nello smartphone, sono tempi quotidiani dilatati, così come dilatata diventa l’intera esistenza, con quei tramonti infuocati, quegli orizzonti senza ostacoli, quei cieli a 360° in cui tutto diventa possibile e niente, alla fine, lo è mai.

Per noi abbandonati dalla vita in mezzo a quartieri orribili, tempestati dal rumore di un traffico inutile, rincorrendo frenesie idiote, poter immaginare di percorrere strade deserte è quanto di più bello possa capitarci. Ci sono posti, in questo mondo, dove è sufficiente stare seduti in una veranda guardando la prateria per non desiderare più nient’altro se non essere vivi. Questo libro ci trasporta lì.

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