Le memorie di Barry Lyndon da Thackeray a Kubrick

Thackeray William IMMAGINE
di Guido Michelone

Il sottotitolo del libro è lunghissimo, ma già di per sé eloquente: Le memorie del gentiluomo Barry Lyndon, del regno d’Irlanda. Comprendenti un resoconto delle sue straordinarie avventure e sventure; le sue sofferenze al servizio di Sua Maestà il defunto Re di Prussia; le sue visite a numerose corti d’Europa; il suo matrimonio e le sue splendide dimore in Inghilterra e Irlanda; e le molte e crudeli persecuzioni, cospirazioni, e calunnie di cui egli è stato vittima.
Sono le memorie di Barry Lyndon, passate, circa centodieci anni dopo, da Thackeray a Kubrick, sino a far diventare il film più noto del romanzo; ma a differenza di quanto avviene nel lungometraggio, lo scritto è raccontato da Barry medesimo, il quale agisce nei panni del ‘narratore inaffidabile’, incorrendo in continue millanterie senza percepirne l’effetto autodenigratorio. Il concatenarsi degli eventi può ripartirsi in sette fasi: la giovinezza, fino al duello con Quin (capitoli uno e due); le avventure a Dublino, ospite dei coniugi Fitzsimons (capitolo tre); la dura vita militare (capitoli da quattro a sette); il giocatore d’azzardo con lo zio, lo Chevalier de Balibari (capitoli da sette a undici); le vicende al ducato(capitoli da dieci a dodici); il corteggiamento e il matrimonio con Lady Lyndon (capitoli da tredici a diciotto); il declino progressivo (capitolo diciannove).
“Il romanzo è infinitamente più bello del film”: sono parole di Francesco Piccolo, riportate sulla fascetta che accompagna la nuova edizione italiana del libro che lo scrittore inglese William Thackeray pubblica, per la prima volta, nel 1844 – anticipando di soli quattro anni il suo capolavoro, La fiera della vanità -. Del libro, esattamente quarant’anni fa, il regista americano Stanley Kubrick gira una mirabile versione, ritenuta una pietra miliare non solo del film storico, ma del cinema mondiale. Il lungometraggio, con Ryan O’ Neil e Marisa Berendson, vanta ovunque unanimi consensi: perché dunque, ci si chiede, la stroncatura di Francesco Piccolo?
Una questione di gusti, si potrebbe obiettare, lasciando libertà di giudizio a ogni lettore o cinespettatore: ma occorre premettere che libro e pellicola, testo letterario e testo audiovisivo sono forme espressive (o sistemi segnici, per i semiologi) diverse tra loro, per cui risultano equivoci confronti, analogie, equiparazioni. Certo, film e romanzo condividono la trama, la fabula e l’intreccio, sul piano dei contenuti, ma è la forma (tecnica, lingua e messinscena) a differire largamente: il Barry Lyndon di Thackeray è lingua scritta in prosa, quello di Kubrick immagine in moto, composta da un insieme di codici (regia, recitazione, fotografia, movimenti di macchina da presa, scenografia, montaggio, dialoghi, musiche, rumori).
Il romanzo moderno nasce nel Settecento, ma la narrativa è antica quanto la scrittura; al contrario, una vera fiction cinematografica arriva solo con i primi del Novecento, un decennio dopo l’invenzione del mezzo. E’ il film a portare sullo schermo un libro, più raro è che quest’ultimo diventi un lungometraggio. Il ‘caso’ Barry Lyndon, con le nuovissime edizioni sia del film ( restaurato digitalmente) sia del libro (ritradotto da Tommaso Giartosio) riconducono il discorso all’annosa questione del come tradurre il libro in film. Il problema va ricondotto a due scuole di pensiero: da un lato, si sostiene che, per essere autentica o credibile, una pellicola tratta da un romanzo debba risultare filologicamente corretta, nel rispetto di tutti gli assunti originali; dall’altro c’è chi, ricordando che ‘tradurre’ significa ‘tradire’, accetta che un regista reinventi, purché l’esito finale sia riuscito: meglio una geniale riscrittura che una corretta, ma piatta e anonima interpretazione.
Dal punto di vista della storia del cinema abbondano entrambi i casi, ma restano preferibili i secondi, ricordando che molti registi fanno della trasposizione del romanzo l’asse portante di un’estetica personalissima. Alfred Hitchcock, per esempio, non scrive mai un soggetto originale, ma attinge a commedie teatrali e soprattutto a romanzi di genere (gialli, horror, polizieschi), traendo spesso da opere insignificanti degli autentici capolavori. Stanley Kubrick lavora su libri molto noti, testi importanti di autori classici e moderni. Si tratta di una parca filmografia – solo tredici film in circa mezzo secolo di carriera – comprendente, soprattutto tra il 1957 e il 1998, i bestseller di Cobb (Orizzonti di gloria), Nabokov (Lolita), George (Il dottor Stranamore), Clarke (2001 Odissea nello spazio), Burgess (Arancia meccanica), King (Shining), Hasford, (Full metal jacket)’, Schnitzer (Eyes wide shut). Di fronte a queste pellicole, alcuni scrittori ammettono persino di trovarsi di fronte a opere migliori delle loro; altri, come King, entrano in aperto conflitto col regista; ma è la critica a restare ammirata dalla capacità kubrikiana di ri-creare l’opera in maniera originale e autonoma.
Anche nel caso di Barry Lyndon, il rifacimento va oltre lo stile memorialistico del libro, accogliendo, nell’allestimento visivo, la suggestione della pittura inglese settecentesca, da Hogarth a Reynolds, per non parlare della colonna sonora, dalle musiche barocche a quelle folk, eseguite dai Chieftains. E’ doveroso, altresì, ritornare a leggere il romanzo, senza porsi il problema di quale prevalga delle due versioni. Riletto oggi – anche grazie alla corposa premessa di Gertosio (che fa luce su aspetti di solito da tutti trascurati) – si coglie il tentativo (riuscitissimo) di inventare il personaggio moderno, presto rimodulato, bene o male, da un gran numero di imitatori.

William M. Thackeray, Le memorie di Barry Lyndon, (traduzione e commento di tommaso Giartosio), Fazi Editore, Roma 2015, pagine 469, euro 17,50.

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