Giacomo Leopardi, grande teatrante

Leopardi
di Augusto Benemeglio

1. L’ironia di Leopardi

E poi c’è la patologia di Leopardi. Il pensiero di Leopardi, ora nichilista, ora gnostico, ora progressista; le fonti di Leopardi, gli scritti di Leopardi bambino prodigio, mostruosamente bulimico, come si legge nel libro Entro dipinta gabbia, curato da Maria Corti; infine lo Zibaldone. Tutto si conosce, tutto è stato rivelato, tutto è discusso da troppo tempo.
Ma allora, perché tornare a parlare di Leopardi? Perché è un grande poeta? Anche Tasso è un grande poeta, ma nessuno più legge le sue rime. Cosa ha in più Leopardi rispetto a Tasso? L’ironia, forse?
Sì, Leopardi sa essere anche ironico; è un materialista platonico, perché, con la scusa di inchiodare gli uomini al loro dolore e alla loro pochezza, traffica continuamente con i fantasmi della felicità e del desiderio. E dirò di più: è anche un paradossale prestigiatore che discorre con la luna, o si rivolge ai fantasmi del passato, come se fossero reali, vivi, concreti.

2. Leopardi e Gino Paoli

Nella sua poesia c’è un mix di gioco intellettuale, profonda ironia, romanticismo e canto dell’anima. Forse è questo che attira istintivamente i lettori. E poi in lui, nelle sue poesie, in particolare, si riconosce la vera lingua italiana, altro che Manzoni, che aveva fatto un pastiche! Leopardi è stato capace di trovare, nella tradizione, un linguaggio capace di risorgere dalle proprie ceneri, che guarda all’essenziale: ai fanciulli che gridano sulla piazzuola e che saltando fanno un “lieto romore”, ai veroni e ai paterni ostelli; Leopardi anticipa di secoli Umberto Bindi e Gino Paoli, e mette siepi, alberi e cieli nelle stanze che risuonano, anticipa Rostand, con Silvia e il balcone domestico affacciato sul cosmo. Pensateci per un attimo: non è forse lui, in fondo, il Cirano che anziché il nasone, ha la gobbetta, e poi si mette a tuffarsi, a slanciarsi nell’infinito che vede dietro una siepe?

3. Leo è di tutti

Leopardi ha inventato tutto: il mito del vero di cui fanno parte di diritto le illusioni dell’immaginario, ma anche i passeri solitari e i ciuffi d’erba sfiorati dalla fioca luce della luna e delle stelle, il nero dei cipressi, la lucciola che erra sulla siepe, il profilo delle colline e di lungi il mare. Leopardi è nostro padre, nostro fratello, ma anche nostro figlio. “Leo” è di tutti.
Forse, in realtà, continua ad essere solo di se stesso, si ribella a tutto. E si mette in sciopero contro il cosmo, la società e le ideologie che la sostengono. Chissà che non piaccia proprio per questo suo spirito di scioperante anarchico, perché pare sempre oscillante tra l’atteggiamento combattivo (“a l’armi, qua l’armi: io solo combatterò, procomberò sol io”) e il disprezzo, la noia, il tedio dell’infinita vanità del tutto.

4. La speranza

“Leo” possiede la natura del maître à penser, dell’ideologo, del filosofo e del critico; il suo è un pensiero conturbante, basta rileggere quello scrigno favoloso che è lo Zibaldone. Vuoi per la poesia, vuoi per la vicenda biografica, vuoi per il trattato filosofico, le lettere, i pensieri e le operette, vuoi per le ginestre e i vulcani, i giocatori di pallone e i progressisti barbuti, c’è qualcosa di Leopardi che rimane immutabile nel tempo e finisce con l’essere sempre presente nelle nostre riflessioni quotidiane sulla realtà naturale e umana e sul senso del mondo. E non è vero che era sempre angosciato, infelice e disperato, anzi, la speranza fu la sua vera passione. Lo annota proprio nello Zibaldone: “Io vivo, dunque io spero”. Dirò di più: se c’è un testimone della poesia vista come religione assoluta, è proprio lui. Non è il poeta del nulla, è il poeta di tutti, per tutti, che tuttavia non si decifra fino in fondo: è un imprendibile oracolo, un pensiero in movimento.

5. Leopardi infinito
Bisogna ammettere che Leopardi è infinito, e non solo per via del suo famosissimo canto, ma perché c’è un suo pensare all’infinito: “L’infinito oceano… il mar che non ha lito…”, “la progenie infinita degli animali”, ”l’aria infinita, e quel profondo infinito seren”, “il tacito infinito andar del tempo”, e tutta la serie di riflessioni dello Zibaldone sulla nostra incapacità di comprendere la nozione di infinito e insieme “la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo”. Oltreché poeta, era un grande pensatore, un grande moralista, come Montaigne, Pascal, Nietzsche, coerente, vitale, impegnato fino alle estreme conseguenze.

6. Un teatrante straordinario

Si rivela, forse, un grande teatrante, che mette in scena il proprio dramma interiore, che è quello stesso dell’esistenza. Nelle sue poesie, si trova spesso un teatro delle immagini; e puro teatro delle idee sono le Operette morali, in cui si proponeva di ridere sulle cose serie.
Il brutto e sfortunato anatroccolo, abbandonato nell’universo, ingannato dalla nascita, privo dell’amore materno, offeso nel corpo, represso dall’educazione cattolica, si è preso una rivincita su quel “granel di sabbia” che è la terra, su questo “globo ove l’uomo è nulla”.

9 pensieri su “Giacomo Leopardi, grande teatrante

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  2. Post interessante e scritto molto bene, che rivela lati di Leopardi ai quali solitamente si dà poco spazio.
    Trovo davvero insopportabile la visione “canonica” di Leopardi come pessimista cosmico e depresso cronico, una visione che si fonda sull’analisi di cinque poesie -sempre le stesse- lette male e capite peggio.

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  3. Che dirvi, care amiche e amici leopardiani/leopardisti?
    Caffè pagato a tutte/i e tre.
    Intanto desidero ringraziare Fabrizio per la sua sempre squisita generosità e gentilezza nel pubblicare tutti i miei articoli; del resto è il mio grande amico di “penna”, a chi altri rivolgermi?
    Poi mi meraviglio un po’ che – a parte Ema, che sa cogliere sempre il segno
    citando dei versi-epitaffio, che colgono e centrano – come dire? – la poetica del genio di Recanati, – nessuno degli altri che presero parte al recital e che recitarono tutta questa prima parte , premessa della vita di Leo, – quella sì, piena di vera sofferenza , sia morale che fisica – non siano intervenuti per nulla. Fu una gran fatica (Ema ne sa qualcosa) e anche un po’ di follìa, da parte mia, “osar” portare sulla scena un personaggio del genere, ( lo stesso Fabrizio forse era un po’ perplesso) , peraltro non ben interpretato ( era troppo bello e troppo piagnone) dall’attore protagonista, da me scelto , e quindi la responsabilità è tutta mia.

    Cara Elisabetta e cara/o Semelabbas , è vero, verissimo ciò che dite .
    Con Leopardi si corre sempre quel rischio, invece anche lui – come tutti noi – aveva i suoi momenti ludici, era golosissimo di gelati, e anche di caffè, zuccheratissimo, gli piaceva camminare per il lungomare napoletano, mischiarsi nella gente , assaporare quel colore e quel frastuono , quella mimica e quell’energia tutta napoletana, tutte cose che gli erano state negate da ragazzo. Quando andò a trovare gli studenti del liceo di Napoli (non mi ricordo il nome) in cui c’era anche il giovane Francesco De Sanctis (non lo dimenticherà per tutta la vita), i ragazzi rimasero delusi; videro un povero , misero essere umano di un metro e quarantotto, con la gobba, pallidissimo, macilento, con la fronte alta imperlata di sudore , che aveva appena un filo di voce… Ma alla fine dell’incontro, tutto era cambiato, e molti gli si avvicinarono, e gli chiesero se potevano andarlo a trovare nella sua abitazione (stava con Ranieri, e non era un granché come dimora , anzi era una stamberga, e da mesi non pagavano l’affitto) , perché bastò il suo sguardo dolcissimo, l’aprirsi delle labbra a un timido sorriso, e soprattutto quel che riuscì a dire ai giovani, per conquistarli tutti. Leopardi aveva un fascino e un carisma unico, ma non bisognava fermarsi alla prima impressione. E questo è valido anche oggi, in cui vige la cultura dell’apparire.
    Grazie a tutti, e a risentirci,
    Augusto

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  4. Bravissimo Augusto! Sottoscrivo ogni tua parola su Leopardi. Mi sarebbe anche piaciuto però un cenno, con la la tua penna leggera e incisiva, alla cosiddetta “svolta del ’47” (Luporini-Binni) e l’assunzione della “Ginestra” come manifesto filosofico-poetico di ogni possibile futuro… Un caro saluto.

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  5. Caro Paolo, tu mi vuoi coinvolgere in una cosa che è più grande di me, una cosa per cui i “leopardisti” di professione ci hanno speso una vita intera, “La Ginestra”, il vero testamento poetico-filosofico del genio di Recanati, che ancora oggi intriga schiera di filosofi ed esegeti a tutti i livelli, dico mondiale.
    Una volta ne accennò anche Fabrizio, nelle sue , straordinarie, eccezionali, omelie, e disse – brevemente – cose bellissime, come sempre. La Ginestra prende forma e forza direttamente attraverso il canto stesso; il fiore del deserto non è una trasposizione metaforica o un termine di paragone (similitudine), come tante volte nella tradizione, da Virgilio a Manzoni, ma ” profumo e vessillo spiegato sul deserto, il senso di una diversa presenza della natura , non ipotizzata astrattamente, rappresentata all’intelletto, ma ancorata e affrontata alla stessa realtà e situazione attuale dell’uomo, e riconosciuta sua pari, anche se “tanto meno inferma di lui”.

    Questa musicale architettura, questo ritmo del segreto respiro , questa complicata struttura, che ci parla ancora dell’inimicizia della natura e dell’umana miseria, e miserabile superbia, tutte cose più volte dimostrate nelle Operette , ma con un altro tono, con un’ altra imponenza , un’altra proporzione, un altro e più universale sfondo.
    La Ginestra viene addotta come glorioso esempio di “condizione alla poesia”. Ma ci dice anche che l’uomo non è “un essere unico, come non è unica la collocazione e il moto e il destino della terra” .
    “Sopra l’infinità delle creature” esistono altri mondi in tutti analoghi al nostro, “benché non ci appariscano intorno agli altri soli e alle altre stelle”, ed è questo abbassare e sublimare insieme l’idea dell’uomo che invece di essere il primo degli enti nell’ordine delle cose terrestri , è l’infimo, perché più facile a perdere la sua felicità, ossia la perfezione, e quasi impossibilitato a conservarla”.
    Insomma quel suo aver bisogno di un aiuto, di un conforto, di un grido che sia raccolto – e che lo fa somigliare moltissimo al cristiano che invoca Dio – , quel suo desiderio di conforto e solidarietà per la sua condizione costituisce anche la sua vera grandezza. E la poesia (ossia la Ginestra) che cos’è se non immaginazione, sensibilità, capacità e volontà d’intendere , di conoscere, e di edificare la verità, al fine di consentire e riunire intorno ad essa ” l’universale egli uomini”?

    Per ora mi fermo qui, caro Paolo. Ho il saggio di Luperini, “Leopardi progressivo”, e la lettera di Leopardi a un giovane del ventesimo secolo ( sperava che fosse un secolo di uomini interamente umani, ma così non è stato, purtroppo), ma consentimi di andarmi a rivedere e rileggere il tutto con calma.

    “Il male c’è, ma tutto è relativo alle cose del mondo , è tutto di natura terrena e legato alla natura terrena delle cose stesse e dell’uomo; nessuna proiezione sua, o delle sue radici, al di là del mondo terrestre, è ammissibile. Questo è un saldissimo colpo di barra – dice Luperini – con cui il Leopardi s’impedisce di sfuggire dall’interno rigore della sua posizione morale e mentale, lungo la linea tangenziale che conduce al trascendente”.

    Un abbraccio.
    Augusto

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  6. Grazie ancora, carissimo Augusto! Molto più di un “cenno” il tuo. Ma una risposta precisa, incisiva che apre a cose “ben più grandi” di noi. E’ questo che ti chiedevo. Grazie.

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