I cent’anni di solitudine di Alberto Burri

Alberto Burri
di Augusto Benemeglio

1. Schifezze spacciate per arte

Quasi sessant’anni fa (maggio 1956), la “Quadriennale di Roma”, presentava i primi “sacchi” di Alberto Burri, che fecero enorme scandalo. Una roba del genere portata nel tempio dell’arte! Ci fu qualcuno che chiese l’intervento dell’Ufficio di Igiene affinché “fossero rimosse quelle schifezze spacciate per opere d’arte “. E ci fu anche una denuncia nei confronti dell’Ente Culturale stesso, reo di “sperperare il denaro del contribuente in maniera così indecente”, e cioè “ acquistando degli stracci maleodoranti”. Ma, come ben sappiamo, quegli “stracci” fecero carriera, fino al punto da far considerare oggi l’autore tra i maggiori artisti in assoluto nel panorama dell’arte di questi ultimi settant’anni. Oggi chi possiede uno di quegli “immondi stracci” , possiede una fortuna incalcolabile (nella fondazione- museo di Città di Castello, città dove nacque Burri il 12 marzo 1915, cent’anni fa, sono forse le opere più concupite in assoluto, anche perché non sono molte).
Ed è giusto che sia così, – dice Lorenza Trucchi, – perché queste opere che sembrano al limite del disfacimento, dell’insulto, dell’irrisione, per un misterioso miracolo di forma e di stile, si riscattano e quasi si sublimano in una bellezza altra. Burri va capito così, di getto, e la sua materia, tremenda e splendida, ricca e poverissima, alchimia di colla, biacca, vernici e mistero, deve essere sentita quasi fisicamente, specialmente quando ci giunge come una novità del tutto imprevista.

2. C’era in lui la magica luce dell’Umbria

Insomma, Burri viene considerato un poverista ante litteram , anche se “l’etrusco”, umbro fin nelle midolla, chiuso, ruvido e concreto, ma anche vagabondo e sognatore, studioso serio e rigoroso, lavoratore instancabile , ma anche giocoso e ironico compagno d’osteria , in specie con gli amici dell’infanzia, non si riconosceva affatto in quei panni , né si sentiva allievo di nessuno. C’era in lui tutta la luce magica dell’Umbria , il grigio perla dei marmi, il grigio tortora o piombo della nebbia che sfuma i campanili, le strade, gli specchi d’acqua , e l’azzurro delle colline del Pinturicchio , del Beato Angelico, del Signorelli , di Raffaello, oltre alla profusione di verde che circonda tutta la regione , il verde argentato degli ulivi, il verde profondo dei lecci , il verde opaco dei cipressi, e il chiarore dell’erba, che da sempre lo vinse, lo affascinò, lo stregò.
Burri era uno spirito libero, con una musica silenziosa dentro e una violenza creativa fatta di ombre del reale e di astratte tensioni, con l’ansia della ricerca e il desiderio di dominare l’inerte materia, quella più infima, degradata spregiata, plasmarla come docile creta e farla diventare cosa viva, vitale, ricca di energia, di fascino o repulsione, poetica, metafora e simbolo della rivalsa dei diseredati, degli sconfitti, degli ultimi, una sorta di catarsi.
In effetti , come rileva Lorenza Trucchi , l’arte di Burri , – e parliamo dei sacchi , dei catrami, delle muffe , dei legni, dei ferri, delle combustioni, dei “cretti” e dei “cellotex”, – è qualcosa “di inquieto e inquietante , fuori da ogni classificazione. Le suture, le abrasioni, gli inserti di colore , per lo più rosso e nero , i suoi amari segni, le sue cicatrici, le sue ustioni , le sue fistole e le sue stigmate perpetue , fanno pensare ad un’operazione chirurgica, riportano Burri alla sua prima attività, al dottor Burri che gioca la sua partita tra la vita e la morte , ovvero tra la materia e la forma . Vince la forma . vince la bellezza , una nuova bellezza che si manifesta per opposizione dopo il primo attimo di sconcerto”.

3. Nei sacchi c’era il colore di Velazquez

Ma c’è chi non ha mai superato quel primo attimo, come l’illustre senatore comunista Umberto Terracini, che fece una interrogazione parlamentare chiedendo la testa della Direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, che aveva osato esporre al pubblico “l’indegna sozzura raccattata dalla gerla di uno spazzaturaio”. Erano i sacchi di Burri, quelli che Brandi , dopo un periodo di grossa perplessità, definirà “ sacchi gloriosi ”. I sacchi erano i suoi capolavori – dice Toti Scialoja. Invece di dipingere, incollava i pezzi di sacco grezzo a cui aggiungeva colore, creando piaghe sanguinolente: c’era un pathos enorme, sembrava il colore di Velazquez. Io lo ammiravo molto, ma lui a quel tempo era spregiato , e molti critici che andavano per la maggiore dicevano che la sua arte era una solenne porcheria. Ma Burri non se la prendeva più di tanto , sapeva che alla fine avrebbe vinto lui. E poi era un uomo semplice, un umbro schivo , riservato, appartato , ma anche capace di divertirsi, di ridere , di far baldoria con gli amici . Burri aveva ironia da vendere: “Parlatemi di tutto, preferibilmente di calcio , caccia , e donne , ma per carità non parlatemi d’arte e di politica . E neppure di religione”

4. Ateo in paradiso

In realtà Burri era uno di quegli atei che inseguono perennemente il paradiso. Guardiamolo , come racconta Canevari, “accovacciato sul pavimento con la tela a terra , che fa scolare il colore inclinando la tela , concentrato in un tempo straordinario e preciso, o con la tela sul cavalletto che la guarda, la gira e rigira da tutti i lati in cerca del giusto equilibrio della composizione , il bilanciamento perfetto della superficie. Così andava ,a modo suo, ritrovando i sentieri di Piero della Francesca. Quella ricerca della perfezione del cromatismo e dell’armonia geometrica, della grazia, della purezza, erano il gesto definitivo, la volontà , la forza di far dell’arte , la libertà di invenzione , il suo paradiso. E lo trovava , lo realizzava in quell’attimo prodigioso della creazione che ferma il tempo. La sua arte si fonda sulla velocità, dinamicità di spostamento, sulla trasformazione della liturgia drammatica , il fuoco, la fiamma, le combustioni ,gli strappi , le ferite , le lacerazioni, e sull’arcana forza della luce, sull’innocenza del suo mormorio sognante, sulle vibrazioni sonore della materia, sulla perfezione delle figure geometriche, nel segreto del cielo, nel battito d’ali di una farfalla imprigionata in un sacco o in una plastica. Burri annulla le cose per innalzarle a essenze assolute, a inni di estasi e solitudine , a spazi interiori, a esistenza spirituale, grazie a un procedimento misterioso inconscio che si basa sul gesto e l’energia, che rifulge e si cela, un procedimento che si sottrae a qualsiasi regola o ordinamento, anche se la tradizione conta, eccome, dice Kounellis: è un discorso di unità, è avere l’idea di un popolo e l’idea di una dialettica, è ritrovare il passato che è proiezione del futuro, un punto dialettico tra noi e la verità.

5. L’Anima di cristallo dell’irriducibile dottor Burri

Burri, nella sua pienezza umana e artististica, dimostrò di avere un’anima di cristallo ,dice Lorenza Trucchi. Era fragile e infantile come una giostra di sogni e d’attese, pieno di incroci paralleli, d’incontri e scontri, nei vari momenti e aspetti che hanno caratterizzato la sua vita abbastanza lunga (80 anni, nonostante un grave enfisema polmonare che lo aveva limitato , costringendolo a vivere, nei mesi freddi, a Los Angeles o sulla Costa Azzurra, vicino Nizza, dov’è morto nel 1995) e intensa .Ed ecco, in rapida successione , il giovane Burri avventuroso, ammalato di mal d’Africa , poi il dottor Burri , laureato in medicina , professione che esercitò solo per pochi anni, ma non volle mai far sfoggio dei suoi titoli accademici , anzi li volle dimenticare e ripartire da zero; come accadde quando fu rinchiuso in uno dei P.O.W. (Prisoner of War) del Texas . Irriducibile e orgoglioso ebbe il coraggio di dire cento volte no agli americani che gli chiedevano di collaborare, patendo per questo la fame più nera (fu costretto a mangiare perfino un serpente) . Ma quello di dire no ai potenti , – ed è una capacità che hanno solo i grandi uomini, – era una sua caratteristica peculiare.

6. Il no all’Avvocato

Infatti, molti anni dopo, dirà no perfino a sua maestà l’avvocato Gianni Agnelli , che era sceso dall’elicottero , a Città di Castello, per comprare un suo “sacco”: uno di quegli stessi vieti sacchi di tela che erano stati schifati un po’ da tutti e che paradossalmente fecero carriera proprio in America , il paese che aveva in qualche modo posto fine alla carriera del tenente medico Burri, sottraendogli la borsa dei ferri e impedendogli di esercitare la professione nel campo di concentramento texano, paese che oggi ne celebra alla grande il centenario della nascita, con una grande mostra al Gugghenaim di New York. E fu così, un po’ per celia e un po’ per non morire di noia che Burri, al pari di altri ufficiali prigionieri, si mise a dipingere, a trent’anni suonati , e decise che non avrebbe più fatto il medico ( si rifiutò di dare pareri e consigli anche ai colleghi malati del campo di prigionia) . Decise che avrebbe fatto il pittore, una scelta che sgomentò tutti, amici e parenti, a cominciare dalla madre, la gentile e colta maestra elementare Carolina Torreggiani. Ma non ci fu verso di farlo rinsavire.

7. Vita da bohemien

Rientrato dalla prigionia, se se andò a Roma, dapprima ospite di un cugino violinista e poi ramingo nelle stanzette in subaffitto o nei garage della Capitale, dove faceva vita da bohemien, senza una lira in tasca e con la pancia vuota.
Poi troviamo Burri il cacciatore , il tiratore infallibile ( vinse diversi premi nel tiro al piattello) , l’indomabile, l’indocile, l’uomo forte e determinato , ma anche l’uomo “dall’anima di cristallo” , con una sensibilità durissima e fragilissima, “che poteva anche rompersi , ma prodigiosamente si sarebbe poi ricomposta, tornando intatta” come dice Gino Agnese.

8. La moglie americana

Il Burri che sposa Minsa Craig, una danzatrice americana esile, vaga, inidonea alla manualità, che viveva di musica e poesia. Burri sposa questa singolare e mediocre artista senza una vera ragione , non c’è in lui nessuna passione, nessuna attrazione, nessun vero interesse per una donna diversissima da lui, in tutto, e tuttavia rimarranno insieme per quarant’anni. Ormai famoso, ma non ricco ( non vendeva volentieri le sue opere: alla fine i “Burri” migliori fanno parte della fondazione di Palazzo Albizzini di Città di Castello, e ciascuno può andarle a vedere) , insignito dei premi nazionali e internazionali più prestigiosi, a chi gli chiedeva di spiegare la sua arte, diceva sempre che le parole per lui non significavano niente , ciò che voleva dire lo esprimeva con la pittura, “ una libertà raggiunta nei campi di concentramento di Hereford e costantemente consolidata , difesa con prudenza , così da trarne forza per dipingere di più”. Dipingere per lui era essere, era forza, era raccoglimento, era silenzio e dramma. Si riconosceva in una frase di Dyson Freeman: “La sapienza è il controllo magistrale dell’imprevisto”

9. Era un italiano “contro”

Che dire ancora di questo straordinario artista, che è il più riconosciuto a livello internazionale negli ultimi settant’anni, ma che l’Italia, la sua patria, ha quasi ignorato? In realtà, Burri è l’altra faccia della medaglia dell’Italia del suo tempo ( e anche di oggi) , dei personaggi di Alberto Sordi . Burri non fu mai opportunista, ebbe sempre il coraggio delle proprie opinioni, rifuggì ogni mondanità, odiò i proclami, i discorsi, gli inni e le benedizioni; Burri lo ricordano tutti come uomo leale , schivo, parco di parole , uno che faceva vita appartata. Un compagno silenzioso, un italiano “controtendenza”, privo di ogni retorica.

10. Ungaretti.

Era fatto di silenzi prolungati , ma anche franche risate, pieno di battute ironiche come piacciono all’umbro-etrusco classico. In vecchiaia sembrava un colonnello inglese in pensione, con la passione del calcio , della caccia e del biliardo. Lo vedi in belle foto, giubbotti di pelle e odore da polvere da sparo, cacciatore accanito, pane vino e pittura, bello, con una faccia scolpita e gli occhi pungenti, schietto, con un riso che gli passa negli occhi come un lampo , e la risata vivace . Un giorno andò a trovarlo il vecchio Ungaretti e rimase turbato: “Ho provato lo stesso choc che da giovane avevo provato a contatto con la pittura di Picasso”.
Sì, era davvero un uomo singolare , un uomo dall’anima di cristallo che sapeva dire no, quel “no” nobile e convinto che non cede a compromessi, il no del povero al ricco, dell’umile al potente , pagando il rifiuto sulla propria pelle ( fu etichettato come irriducibile fascista, per la sua intransigenza, ma in realtà non volle mai occuparsi di politica) . Era uno – disse il vecchio Ungaretti – a cui i giovani si devono ispirare. Devono anche loro saper dire no, se vogliono cambiare questo stato di cose. No ad ogni tipo di mercificazione, prostituzione, per un posto di lavoro che spetta loro di diritto, ma anche no ad ogni deviazione dalla strada maestra, no alle sirene dell’ozio e dei guadagni facili. “Tutto nasce da un no, il no rappresenta una diversità sconvolgente, ed è la piattaforma per un futuro giovanile”.

Roma, 12 marzo 2015

7 pensieri su “I cent’anni di solitudine di Alberto Burri

  1. Caro Augusto, grazie. Anche stavolta hai colpito nel segno mostrandoci, attraverso l’arte schiva e sublime di Alberto Burri, l’anima dell’Umbria etrusca. Perdona se aggiungo, sperando di arricchire la tua bellissima e già completa analisi, questa mia poesia dedicata al “Corso Vannucci”, via principale di Perugia, cuore, appunto, dell’Umbria etrusca.

    Treccia per Corso Vannucci

    Com’è bello da vivo nascondersi in un grande
    cappotto e poi guardare la luna! Le ghirlande
    d’argento dell’ulivo danzano al biancheggiare
    sottile dei pensieri: furono desideri

    un tempo virginali, poi profumi e fogliame,
    nel cuore della terra fiammeggiante pietrame!
    Con occhi musicali riaccesi sulla terra
    al di là d’ogni tempo si sta dentro ogni tempo

    e cambia festosa
    ora in questo Corso
    ogni esile cosa:
    continuo ricorso

    di pietre ingentilite dal pennello dell’arte:
    già remote foreste fiorenti in ogni parte
    fummo poi intenerite da linfe e da tempeste
    e il vento sulle soglie turbinoso ora scioglie

    il cielo tra le pietre, Perugia! Qui t’aduni,
    qui alle stelle t’innalzi, nelle sere t’abbruni
    d’inverno, quando cetre di vento e sobbalzi
    d’incanti alla Fontana dalla fulgida tana

    del solingo ingegno,
    fraterno e sfuggente,
    l’Etrusco il suo segno
    lasciò sorridente.

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  2. Caro Paolo, non v’ha dubbio che conosci il “classico”; la tua poesia, bella, armoniosa, musicale, soprattutto sincera, struggente , riecheggia insieme sia Carducci che Pascoli, ma c’è anche qualcosa di un grande poeta umbro, forse un po’ dimenticato, il lirico per eccellenza, Sandro Penna, che scrive versi di una levigatezza e di una leggerezza pindarica. Penna e Burri, entrambi tuoi corregionali, erano un po’ l’uno l’opposto dell’altro, come carattere . E anche le loro vite sono state diversissime, Burri alla fine era famoso e ricco ( anche se non ha voluto eccedere,- poteva vendere i suoi lavori e diventare ultramiliardario- aveva almeno tre case , o tre residenze nel corso dell’anno, causa i suoi problemi di salute), mentre Penna è vissuto in assoluta povertà ed è morto in una squallida stanza in subaffitto, solo, e praticamente dimenticato. E certamente per grandezza artistica non è meno di Burri . Vedi certe volte quanto due arti, quasi complementari ( e ci metterei anche la musica) abbiano un trattamento diverso!!!
    Un abbraccio.
    Augusto

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  3. Che dire delle citazioni di Ema e Robysda (ma forse quella di Ema è un suo pensiero?)
    Azzeccate entrambi.
    Credo che Burri, col suo modo assolutamente spiccio, quasi rozzo, a volte, ma anche con momenti di sottile ironie e scoppi di vitalità, l’avrebbe apprezzate, avrebbe detto: sì, mi fotografano in qualche modo.
    Un abbraccio

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  4. Cara amica, Burri lo conoscono in pochi, e neanche quei pochi sono tutti d’accordo sulla sua grandezza artistica ( ma era anche un uomo di enorme spessore, uno capace di dire “no” ai potenti) . Per il centenario della sua nascita, solo negli Stati Uniti è stato celebrato adeguatamente. L’Italia lo ha ricordato con un francobollo che ancora non sono riuscito a trovare.

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