Ma guarda quel batterista, bravo come un dio!

 

di: Guido Tedoldi

Dopo la visione del film «Whiplash», regia/soggetto/sceneggiatura di Damien Chazelle, con J.K. Simmons e Miles Teller, Produzione Usa 2014, Distribuzione Sony Pictures

In questo film si racconta di un ragazzo di talento che cerca e trova l’insegnante migliore – con l’obiettivo di diventare il migliore al mondo nella sua categoria (batterista jazz). Roba già vista in altre storie hollywoodiane i cui protagonisti sono dei vincitori. Ma a un certo punto della vicenda qualcosa non va nel solito modo: il ragazzo di talento lascia la fidanzata. Il motivo, tenta di spiegarle, è che non riesce a essere con lei completamente. Il suo pensiero fisso di suonare la batteria, fare musica, migliorare la propria abilità. Sta sempre pensando a quello. Non ha tempo per altro nella sua vita. Non ha voglia di altri amori.

La morosa se ne va, indignata. Il ragazzo torna a occuparsi delle cose serie.

Quella scena è uno dei motivi per cui «Whiplash», più che un film, è uno dei miracoli che ogni tanto accadono a Hollywood quando un aspirante cineasta riesce a farsi dare qualche spicciolo per realizzare una sua idea ed essa si trasforma in una macchina da soldi e da premi. Il cineasta in questione, Damien Chazelle, ha 29 anni, gli spiccioli che gli hanno dato erano circa 3 milioni di euro (una bazzecola per gli studios cinematografici) ma ne ha incassati 14 già il primo giorno di uscita nelle sale. Inoltre ha vinto 3 premi Oscar, oltre a una pletora di altri trofei non solo negli Usa… nella pagina della Wikipedia in internet, a questo link, ne sono citati almeno 14, più svariate nomination.

Tra gli attori, particolarmente premiato è stato l’interprete dell’insegnante, J.K. Simmons, che ha ricevuto l’Oscar e altri premi personali per il miglior non protagonista. Secondo la sua opinione (espressa nelle interviste rilasciate dopo la cerimonia degli Oscar 2015, e riportata in Italia tra gli altri da Silvia Bizio per la Repubblica dello scorso 5 marzo) è stato semplicemente adeguato a incarnare la domanda che il regista Chazelle ha posto come seme del film:

«Qual è il confine oltre il quale esortazione e ricerca di perfezione diventano abuso? Certamente l’eccellenza richiede tanto lavoro, anche se qualcuno nasce con un talento naturale. Ma la grandezza ha bisogno di impegno e costanza per raggiungere i livelli più alti. Viene da chiedersi: vale la pena perdere la propria umanità per arrivarci? La mia risposta è no. Quel metodo così duro può funzionare con un Navy Seal ma non con un artista!».

Nel corso del film, invece, sia Simmons sia l’interprete del batterista di talento, Miles Teller, rispondono di sì. Ed entrambi sono disposti a lasciar perdere le buone maniere, a urlarsi in faccia, a picchiarsi, a farsi venire calli in posti delle mani dove i non batteristi non hanno neanche i posti – pur di raggiungere il massimo risultato possibile, la massima bravura, la massima perfezione. E, una volta raggiunta, per tentare di andare anche oltre. E oltre. E oltre.

Sullo sfondo entrambi hanno il mito di Bird, cioè Charlie Parker, uno dei giganti della storia della musica jazz. Quel Parker che era bravo, sì, e gli bastava. Finché un giorno il suo compagno di band Jo Jones non gli tirò addosso un piatto per esortarlo a dare di più. Lui che che era dotato, che aveva il talento e la possibilità, non poteva farsi avvelenare dalle parole che bastavano agli altri: «Bel lavoro». Non poteva fermarsi lì.

I meno dotati, magari, possono fermarsi al «bel lavoro»: perché a quel punto ci arrivano con sudore e sofferenza, e nemmeno ammazzandosi possono andare oltre. Gli dei, invece, non possono fermarsi. Loro che possono, hanno il dovere morale/etico/artistico di andare oltre. Loro devono illuminare la via per tutta l’umanità. Devono mostrare cosa c’è più avanti, aiutare chi vuole arrivarci.

Chiarito questo concetto, il film potrebbe finire. Invece Chazelle ci mette dentro la più lunga, la più veloce, la più lenta, la più sudata, la più sanguinante, la più concitata, la più precisa… la più enorme performance di un batterista che il 99% del pubblico abbia mai visto o sentito (per l’altro 1%, da qualche parte ci sarà qualcosa di più esagerato, una qualche rarità discografica o un filmato visto da pochissimi, o qualcuno che dirà di aver visto un dio della musica in azione, o qualcun altro che possa raccontare di quella volta che un dio della musica si esibì in un locale… e aiutò il mondo ad andare oltre).

Quell’ultima scena dura… be’, parecchio. Forse 20 minuti. Forse 1925. Forse anche mezz’ora. Ma ci stanno tutti. Vedere un dio mentre fa il suo lavoro è, be’, bello. Semplicemente bello. Si sta lì a guardare, ad ascoltare, non si viene mai via. Se il dio, o la dea, decide che ce n’è ancora, l’essere umano sta lì e guarda e ascolta perché è giusto così, perché altrimenti non si potrebbe vedere niente di quel livello.

Vale per il cinema, vale per la musica, vale per l’arte in generale, vale per lo sport… valeva anche quella volta che Stakanov si mise a far mattoni, e chi c’era intorno a lui non poté fare altro che andargli dietro e sostenerlo nell’impresa. O quella volta che Wilt Chamberlain segnò 100 punti in una partita di basket, o che Paul Morphy mostrò che c’era uno scacco matto in 15 mosse, o che Michelangelo Buonarroti dipinse la cappella sistina…

È giusto così quando c’è dio in azione.

5 pensieri su “Ma guarda quel batterista, bravo come un dio!

  1. Caro Guido,
    capisco quello che vuoi dire, ma veramente la storia di/su Stakanov io (che sono un vecchio gufo) la conoscevo da un’angolazione un tantino diversa.
    Grazie e ciao,
    Roberto

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  2. Caro Roberto,
    come molte storie arrivate in occidente dalla vecchia Urss, quella di Stakanov non è del tutto neutra. Avrei voluto sapere meglio, e sapere esempi anche cinesi, indiani, africani. Persone «fuori dimensione», che vivono qui e ora (e in molti là e allora) ma giocano una partita ben più grande.

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  3. Leggendo, mi è nata una domanda. Davvero il protagonista sarebbe il ragazzo?
    Ufficialmente sì…il personaggio che invece mi avvinceva seguivo e aspettavo era l’insegnante. Confermo la mia definizione del film, se si dovesse usare un solo aggettivo, “infernale”.

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