Intervista a Petrina

Petrina FOTO
di Guido Michelone

Così, a bruciapelo chi è Petrina?
La cosa più difficile e anche più pericolosa è autodefinirsi. Dunque, evito accuratamente.

Parliamo del tuo nuovo disco: perché le cover?
Fare una cover solitamente significa prendere un brano e risuonarlo mantenendo le parti originali; magari la strumentazione può cambiare, ma le armonie, il tempo, la struttura, restano gli stessi. Le mie riletture sono state un pretesto creativo, ovvero ho scelto dei brani che amo e li ho ripensati totalmente, per un organico, voce e piano, anche molto lontano da quello degli originali, come nel caso di Sweet Dreams degli Eurhytmics.

Mi racconti ora il primo ricordo che hai della musica?
E’ legato a mia madre, alle canzoni che inventava (parole e musica), e ai suoni della natura che mi faceva ascoltare, dal rumore del vento al canto degli uccelli.

Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare una musicista?
La musica è comunicazione, essenzialmente. Da bambina timida e silenziosa qual ero, credo di aver trovato nella musica una via di espressione.

Che tipo di musicista ti consideri? Pianista? Cantautrice? Avanguardista? Performer? O altro ancora?
In diversi momenti, mi riconosco di più ora nell’una ora nell’altra di queste definizioni, a seconda di quello che faccio. O meglio, quando tutte queste cose convergono in un’unità, sento di essere più completa, più me stessa. E’ il caso del mio ultimo progetto, quello di presentazione del nuovo album, in cui, oltre alle mie canzoni, esploro l’elettronica nell’uso del pianoforte e della voce, do spazio alla musica contemporanea e all’aspetto performativo/coreografico attraverso la danza.

Ma cos’è per te la musica?
La musica è tante cose: quando l’ascolti è rifugio, immaginario, sogno, stimolo, ispirazione, movimento. Quando la crei è scoperta e liberazione di energie profonde, a volte sconosciute a te stesso, in primis. Quando la presenti agli altri è comunicazione. La musica ha chiavi di accesso che gli altri linguaggi non hanno, arriva più in là, mette in moto scambi di particelle da persona a persona, sposta i normali confini del nostro essere mortali, rende più liberi.

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla tua musica?
La musica non è generata solo da concetti o sentimenti, ma è una sinergia di forze. Tutte le facoltà dell’essere vengono coinvolte nel processo creativo. Ecco perché credo che la musica riveli in modo profondo ciò che una persona è, nei suoi diversi stati d’animo, pensieri, e anche nell’evoluzione che questi hanno nel corso del tempo.

Consideri la tua musica un’arte al femminile?
La differenza di genere la si sente soprattutto a livello di gestione dei rapporti, organizzazione, relazione con musicisti e addetti ai lavori. Nell’arte convergono così tante sensibilità diverse, che è l’individuo che fa la differenza, non il genere.

Mi sembra che tu giustamente combatta lo stereotipo della donna in musica anche con ironia e autoironia: è vero?
Sì, la differenza di genere è ancora molto sentita in ambiti tradizionalmente maschili, e la musica è uno di questi. Della donna si apprezzano le doti ‘naturali’, la bellezza, la voce, il sex-appeal, e a volte è difficile riconoscerne aspetti più strutturali, come la capacità compositiva e strumentale. E poi c’è tutto l’aspetto organizzativo, discografico, manageriale: come mai non esistono etichette, agenzie di booking, direzioni artistiche affidate a donne, se non in rarissimi casi?

Tra i dischi che hai fatto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionata e perché?
Il disco che si ama di più è sempre l’ultimo, il più vicino al proprio presente. Nel mio caso è Roses of the Day, che amo di più anche perché contiene un brano firmato assieme a colui che resta un faro per il mio percorso artistico, John Cage.

E tra i dischi che hai ascoltato quale porteresti sull’isola deserta?
Sarei talmente disperata di essere sola nell’isola, che porterei un registratore per captare tutti i suoni possibili.

Quali sono stati i tuoi maestri nella musica, nella cultura, nella vita?
I miei genitori. Mia madre mi ha trasmesso la sensibilità, mio padre l’onestà. Entrambe le cose hanno a che fare con l’ascolto di se stessi e degli altri, senza cui non c’è cultura di alcun tipo.

E i pianisti che ti hanno maggiormente influenzato?
Massimo Somenzi, un grande pianista classico e maestro di pianoforte del Conservatorio, che non era il mio, ma che ho studiato tanto con gli occhi e le orecchie.
Ma sono tanti i pianisti che amo, da Martha Argerich ad Andras Schiff a Brad Melhdau.

Un momento che ami ricordare tua carriera di musicista?
Me ne viene in mente uno recentissimo: il concerto nel paese in cui sono nata, dove ho vissuto la parte fondamentale della mia vita, l’infanzia e la prima giovinezza. Ho voluto che fosse un evento unico, anche dal punto di vista scenico, con strumenti elettronici e acustici, cambi d’abito, momenti performativi. Molte delle mie canzoni traggono ispirazione da quel momento di formazione della personalità, e molte hanno anche riferimenti espliciti alla mia infanzia e alla mia famiglia. Ecco perché proprio quel concerto è stato tanto emozionante.

Quali sono i musicisti con cui ami maggiormente collaborare?
In questo momento sono i tre con cui sto lavorando al nuovo album: Mirko Di Cataldo, chitarrista, Federico Mistè, bassista, e Ugo Ruggiero, batterista. Siamo sintonizzati sulle stesse frequenze, anche se veniamo da storie musicali diverse, e stiamo facendo un gran lavoro di squadra negli arrangiamenti dei nuovi pezzi.

Come vedi la situazione della musica in Italia?
La vedo come è sotto gli occhi di tutti. I tagli che piovono dall’alto radono al suolo festival e rassegne e lasciano nutrimento solo per ciò che è di sicuro incasso, andando così a saturare il mercato coi soliti nomi, e non dando spazio a chi il nome non ce l’ha. Così la cultura si atrofizza e al pubblico si dà solo ciò che già conosce.

E più in generale della cultura in Italia?
Non sono addentro alle questioni inerenti gli altri ambiti artistici, ma gli amici che ci lavorano mi dicono le stesse cose. Qui stiamo assistendo al vero suicidio culturale (che diventa anche economico) di un Paese che nega la sua storia e la sua genetica, e che pur continuando a dare i natali a menti brillanti e creative, le rinnega e le costringe a cercare di meglio fuori da qui.

Cosa stai progettando a livello musicale per l’immediato futuro?
Sono stata invitata a Seattle da un importante festival, il Seaprog, in estate. Sarà un momento di fondamentale confronto con musicisti di altissimo livello, e cercherò di prepararmi adeguatamente. Ma suonerò anche a San Francisco, in Svizzera, in Spagna, con diversi progetti, sia in solo che in duo. Nel frattempo continuerò a lavorare al prossimo disco in quartetto.

2 pensieri su “Intervista a Petrina

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