GIORDANO, di Andrea Caterini

di Massimo Maugeri

Questo, l’incipit del libro: “Quella notte non succedeva niente. Da mesi sfogliavi un mucchietto di fotografie. Ormai non le guardavi nemmeno più. La prima la infilavi dietro all’ultima, e quando l’ultima diventava la prima ricominciavi il giro”.

Un romanzo scritto in seconda persona, la voce di un figlio che si rivolge a un padre, un garage che diventa rifugio e luogo d’esilio, un contesto famigliare difficile. Sono tanti i temi trattati da Andrea Caterini nel suo romanzo Giordano (edito da Fazi). Ma chi è il protagonista?
Giordano“, mi dice l’autore “è un uomo che ha perso tutto: il lavoro che amava, sua moglie, il suo migliore amico, e anche suo figlio, Diego, la voce narrante del libro, parla una lingua, quella della filosofia, che non comprende. Il solo luogo che lo ha accolto è un garage sotterraneo, dove ogni notte parcheggia auto per clienti che lo degnano a malapena di un saluto. La prima domanda del libro, in fondo, è questa: è ancora vita quella di un uomo fuori da ogni meccanismo sociale? E se sì, che forma di vita è? Sentivo che darmi una risposta era un dovere“.

Dal contesto sociale, ci si sposta a quello famigliare dove l’alternanza dei rapporti creano, a volte, fratture, incomprensioni. Per il critico letterario Giuseppe Giglio, Giordano è un “romanzo pervaso da una religiosità disarmante: dove la colpa, l’errore, sempre cercano il perdono, la grazia. Quel perdono che è essenzialmente conoscenza e comprensione dell’altro, senza mai stancarsi di farlo”.

Non sempre però è facile perdonarsi, provare a conoscersi, a comprendersi; e, direi, ad accettarsi. Nell’ambito di questa ricerca, “Giordano” offre una storia dura e coraggiosa… e di certo deve aver richiesto un notevole sforzo emotivo portarne avanti la scrittura. “L’ho scritto con le mani strette l’una all’altra“, dice l’autore. “come in preghiera. E ricordo che quando è uscito mi sono sentito in colpa, avrei voluto distruggerlo. Avevo paura di ferire chi più amavo. Temevo di non essere riuscito a far capire che se ho scritto Giordano è stato per un atto d’amore. Perché anch’io, come Diego, lavoravo da operaio insieme a mio padre, ma ho presto capito che non ero portato per quel mestiere e ho iniziato a studiare. Eppure, quando ci allontaniamo dai nostri padri, sentiamo in qualche misura di averli traditi. Volevo restituire a mio padre la ragione di quel tradimento, e quindi tutta la mia passione per lo studio, tutta la necessità che mi spinge a scrivere. Sentivo che era un dono che gli dovevo, come un atto d’amore, appunto. Ma i miei timori sono stati solo iniziali. Mio padre ha capito, e io ne sono stato felice“.

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Massimo Maugeri cura Letteratitudine (blog, news, radio)

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