Vivalascuola. Ma dove sono le parole?

“«Il silenzio mi passava tra le vene / sembra infinito il silenzio». Sono le parole di un poeta. Ma ha nove anni e forse nemmeno frequenta più la scuola. Si chiama Marius, è un bambino rom. Ha imparato a comporre versi nella sua scuola, quando ha incontrato una strana maestra, diversa da tutte le altre, venuta per condurre un seminario di poesia. Di cosa si tratta? Risponde Alice, otto anni, italiana: «tranquillità / silenzio / concentrazione / un po’ di pazzia / piacere di ascoltare / il nostro amico silenzio». Questa maestra si chiama Chandra Livia Candiani, vive a Milano, dove è nata, ma ha origini russe. Scrive una poesia tra le più significative oggi in Italia e da otto anni conduce seminari di poesia in diverse scuole elementari a tempo pieno della sua città. Le classi interessate erano dapprima le quarte e le quinte; poi solo le quinte, in seguito ai tagli all’istruzione. Leggere le poesie di questi bambini è un’esperienza straordinaria. All’inizio si stenta a crederci, eppure nulla di ciò che hanno scritto è stato corretto né modificato. A loro sono stati affidati due strumenti prima di ogni cosa: libertà e fiducia.” Questa esperienza, che così viene riassunta da Andrea Cirolla nell’introduzione, è diventata un libro proposto dalle edizioni Effigie: Ma dove sono le parole?, curato dalla stessa Chandra Livia Candiani e da Andrea Cirolla. Secondo Sebastiano Aglieco, maestro e poeta, uno si tratta di uno di quegli “oggetti infuocati capaci di bruciare le nostre convinzioni sull’insegnamento e di proiettarci verso paesaggi che non conosciamo, un libro che “va letto ai bambini. O agli adulti che ancora si riconoscono nell’immagine dell’aviatore caduto nel deserto. Per gentile concessione dell’editore, che ringraziamo, proponiamo su vivalascuola un brano iniziale e una scelta di poesie di bambini.

Indice
(Clicca sul titolo per andare subito all’articolo)

.Chandra Livia Candiani, in dialogo con Andrea Cirolla, «Il nostro amico silenzio»
Le poesie dei bambini
Intervista a Chandra Livia Candiani di Olivier Turquet, Semenzai di poesia
Quello che dicono i bambini. Abbiamo giocato con le parole
Quello che dicono le maestre. Il meglio dei ragazzi
Sebastiano Aglieco, Dare forma e valore alle emozioni dei bambini
Il commento di Lucio Ficara, L’imbarbarimento di una certa classe dirigente
Le notizie della settimana scolastica
Risorse in rete

* * *

«Il nostro amico silenzio»
Chandra Livia Candiani, in dialogo con Andrea Cirolla

Chandra, chi sono questi bambini?

I bambini sono di otto, nove o dieci anni. Ci sono pochi italiani, sono per lo più migranti che vengono dai paesi più diversi: Cina, Uruguay, Brasile, Panama, Perù, Colombia, Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka, Filippine, Marocco, Tunisia, Russia, Romania, Ucraina, Egitto, Siria, Ecuador ecc. Alcuni sono appena arrivati, altri sono in Italia da tempo, altri sono nati qui.

Come lavorate?

Ho cercato di inventarmi un piccolo metodo che non emarginasse chi parla altre lingue. Partiamo da un punto in cui conoscere molte parole non è affatto quello che conta. Partiamo dal corpo, dalla presenza e dagli stimoli sensoriali che la vita regala a ogni istante.

Non inizio mai spiegando loro cos’è la poesia, ma segnando un leggero e variabile percorso per andare insieme in cerca del luogo in cui abitano le parole.

Ma dove sono le parole? Un verso di un anonimo poeta nicaraguense dice: «Un poeta siente»: un poeta sente, percepisce, avverte, intende, ha sentore e presentimento. E così giochiamo con il sentire e scriviamo le tracce che i sensi lasciano in noi.

[…]

Abbiamo scelto di presentare queste poesie dei bambini partendo dal tema del silenzio. Perché il silenzio?

Inizio spesso i miei seminari con il tema del silenzio. Perché i bambini conoscono per lo più il silenzio teso, il comando a cui si obbedisce facendosi piccoli, raggrinzendosi. E invece cerco di trasmettergli un silenzio che allarga, il piacere del silenzio che è ascolto di sé, del mondo, dell’altro, della sinfonia di cui facciamo parte. È con meraviglia che scoprono il mondo che il silenzio rivela. E alla fine gli dico: ora vi do un compito che dura tutta la vita. E loro abbassano le orecchie, ma quando dico: ascoltare il silenzio, farci tana, aspettare lì le parole, ridono. E una volta una bambina cingalese mi ha chiesto avvicinandosi a me fino a poter soffiare pianissimo le parole: «Maestra, c’è sempre tanto rumore in giro, con le macchine, le moto e gli urli, come faccio? Mi insegni ad ascoltare il silenzio nel rumore?» Perfetto! Il silenzio non è l’assenza di rumori, è il loro sfondo, il loro riposo.

[…]

Chandra, prima citavi l’anonimo poeta nicaraguense: «Un poeta siente»… Cosa accade nei bambini davanti a questa dichiarazione?

Spesso quando dico ai bambini «Un poeta sente, e so che anche i bambini sentono… sentono molto di più di noi adulti e così conoscono…» vedo le loro facce illuminarsi, si scambiano occhiate di complicità o si trasmettono un: «Questa ci riconosce!» oppure: «Ci ha beccato!» e così so che posso partire. Con loro.

Per fare questo viaggio insieme, è bello sedersi per terra, perché la terra dà sostegno e accoglienza, fa sentire più uguali e più improvvisati, meno impettiti, meno timorosi. Ed è utile sedersi in cerchio, all’inizio dandosi la mano e dicendo il proprio nome, perché il cerchio è semplicità, è inizio e fine, è visibile e invisibile, non si sa da dove parte, nessuno è al centro, tutti lo sono, è infinito.

Hai ragione, la terra con la sua schiettezza ci aggancia subito al tempo presente. Aggancia la parte più immediata di noi, il corpo…

Non è sempre facile arrivare alla frescura al centro del petto, alla fonte, bisogna avere spirito d’avventura, curiosità, coraggio, fiducia e partire da qui, da ora, dal corpo.

Proprio ora, proprio qui, chiudo gli occhi e sento se ci sono davvero, se il corpo è davvero seduto a terra, se sento il pavimento, se davvero respiro, se sento il mio respiro che dalle narici raggiunge la pancia, se sento il suo viaggio verso l’esterno, dalla pancia alle narici, e le mani, sono calde, sono fresche, sono gelate. E cosa provo, che stato d’animo ho, cosa naviga o galleggia o va a fondo o vola in me. Proprio ora. Proprio qui.

Ecco, per sapere dove sono le parole, per iniziare un viaggio verso la poesia, bisogna che qui ci sia un corpo. Un respiro. Un sentire. E poi una storia, la nostra, ognuno la sua. E della storia fa parte la geografia. Per questo chiedo spesso ai bambini, oltre al nome e all’età, di dire il loro «paese-radice». Ho pensato di chiamare così il paese da cui vengono o da cui vengono i loro genitori. E la ragione è che nel tempo ho scoperto che, quando scrivono, la poesia li fa tornare alle loro radici, come dire, per esempio i bambini cinesi scrivono poesie sul fluire, sull’andare insieme alla corrente, sulle stagioni e sull’impermanenza. Come se tornassero a una fonte culturale che viene trasmessa alle cellule, dall’aria, dal cibo, dalla lingua, dalle abitudini, dai sogni. Come una bambina del Marocco che una volta ha scritto: «A me qui mancano tantissimo i mercati», una scheggia che mi ha dato il senso di un intero mondo di colori, di odori, di voci, di scambi andato in frantumi. Non so, magari è un’ingenuità, ma mi sembra che succeda proprio così. E poi è un modo per fargli sentire che le differenze sono ricchezze.

[…]

Chandra, raccontavi del paese-radice e del corpo, dell’intelligenza del corpo, della sua ricettività. Ma che ruolo gioca invece la mente nei vostri laboratori? Come conduci i bambini? Una volta trovato il luogo della parola dentro e fuori di sé, cosa gli permette di mettersi in contatto con la parola, essere protagonisti attivi della parola?

Bisogna che ci siano delle domande. Tante domande. Tanta voglia di fare domande. Non importa a chi. Tanto meno rispondere. Far risuonare le domande e mettersi in ascolto. Forse qualcuno o qualcosa risponderà, forse la domanda si scioglierà nell’aria, forse risuonerà dentro, forse farà ridere, forse piangere. Forse: ecco una parola importante per un percorso che da dentro va verso l’esterno. È la voglia di comunicare che fa trovare le parole. Ma anche lo scarto, sentire che la poesia è anche musica e magia, che si possono fare dei salti con le parole e farli fare agli altri. Si può far sorridere o tremare. E soprattutto si può non sapere. Un sacco di volte i bambini mi chiedono: «Posso dire…» e io rispondo sempre: «Puoi dire tutto, non c’è niente di proibito, basta trovare le parole per dirlo».

[…]

Il percorso verso la parola è anche un percorso nell’interiorità, nella propria storia e in quella famigliare. Può accadere allora che si incontri anche il dolore. Come gestisci questo aspetto? Che atteggiamento proponi ai bambini nei confronti del sentire?

Per sentire occorre nudità, bisogna imparare a non giudicare quel che sentiamo, a lasciarlo essere, a dargli un grande spazio vuoto e accogliente perché possa rivelarsi. Per sentire bisogna perdere tante opinioni, tanti «saperi»: la tirannia del capire, l’impero della ragione, il chiacchierio della mente discorsiva, la convenzionalità, i luoghi comuni devono andare in frantumi o essere lasciati sullo sfondo, con rispetto, ma sullo sfondo. Ma soprattutto, ci deve essere un bello strato di fiducia tra di noi, per questo iniziamo e concludiamo sempre ogni incontro dandoci la mano, sembra banale ma così ci trasmettiamo un filo e una rete, rete da acrobati. Tocchiamo spesso il dolore, soprattutto quando scriviamo dell’addio, certe volte piangiamo, ma c’è sempre una misura. La poesia è una misura, le parole sono una misura, contengono, senza fare bello, senza appianare.

[…]

Che rapporto vedi tra poesia e pensiero?

Il pensiero c’è in poesia, la poesia è senz’altro una forma di pensiero, ma quale? Le poesie in cui il pensiero sta prima dello scritto, fronteggia la poesia, sono proclami, editti che vanno a capo. Ma un pensiero che nasce dalla poesia, che sorprende chi scrive, questo è sentimento che conosce, conoscenza del mondo attraverso i sensi, la sensibilità, le antenne.

Questa intelligenza del sentire, la conoscenza di cui parli, mi sembra abbia poco a che fare con la sfera emotiva.

C’è molta confusione tra emozione e sentimento. Il sentimento non è emozione, è una forma di conoscenza, è una percezione nuda e diretta di quello che ci sta di fronte, intorno, dentro. Il sentimento viene da fuori come da dentro, proprio come le parole. E a sentire s’impara. E s’impara a sentire. È conoscenza e c’è un addestramento. Dura tutta la vita. E ci accompagna, cambia, ci dice chi siamo, come stiamo e dove ci troviamo, nel mondo, nei paesaggi della terra e nei paesi dell’anima…

[…]

Qual è la tua intenzione quando affronti un seminario di poesia o quando, come in questo caso, decidi di parlare a un pubblico della tua attività educativa?

Non ho nessuna pretesa che qualcuno leggendo questo testo o partecipando a un seminario di poesia possa diventare poeta, ma ho l’intenzione di regalare strumenti. Strumenti che non ci abbandonino quando la vita è dura e non sappiamo come o a chi dirlo, strumenti che non ci lascino soli quando la gioia ci sommerge e vorremmo lasciare tracce, dire a qualcuno che si può essere felici. Strumenti per conoscere noi stessi, quando ci siamo persi, per tenerci stretti quando ci sentiamo abbandonati, per innamorarci di questo sconosciuto che ci sta sempre accanto, che siamo noi… […] Barche che tengano il mare: Si parte? Sì, dai, partiamo! [torna su]

* * *

Le poesie dei bambini

Ale, otto anni

Il silenzio è la grandine
è il cane che corre
è fischiare nel verbo.
Il silenzio è il gatto
sono occhiali
per guardare
sono campanelli
sono lampade lucenti
ma che cos’è il silenzio?

*

Giulia, otto anni

Un giorno di pioggia
suona il campanello
vado ad aprire
non c’è nessuno
poi mi accorgo
era la grandine
spinta dal vento.
Chiudo la porta
chiudo gli occhi
e silenzio.

*

Tito, otto anni, italiano

Il silenzio è la pace nella guerra
dove le stelle luccicano nella notte
il silenzio è la luce che non frizza
quando i soldati sono felici
è quando il correre si trasforma in camminare.

*

Oreste, dieci anni, italiano

L’amore alcune volte
dice boh!

*

Hui Ming, cinese

Le parole sono come i fucili
il lancio dei dadi
la campanella che suona
il passero che canta
le parole sembrano le calamite
che si respingono.

*

Davide, dieci anni, italiano

Certe volte le parole sembrano
un muro perché sono dure.
I pulcini quando piangono sembrano
parole che vogliono cantare.

*

Willi, dieci anni

La mia casa interiore

Io sono stonato
e la mia anima si si si sissi sissi sissi vuole carezza
la mia morbida anima.

*

Joan, dieci anni, filippina

La vita di Joan

Tante persone
parlano,
altri
leggono e
altri
giocano,
sono proprio
viva.

*

Omar, egiziano

Arrivo in Egitto
e vorrei star lì per sempre
il giorno dopo
voglio ritornare a Milano.

*

Renz, dieci anni, filippino

L’addio

Il silenzio del mare.

*

Nashua, nove anni, marocchina

La mia mamma moriva,
le chiedevo aspetta
sta arrivando il mio compleanno,
lei sorrideva e diceva:
avrai un compleanno bellissimo!

*

Leo, otto anni

La finestra aperta sono io
la finestra chiusa sono i grandi
che spezzano il vetro.

*

Priscilla, nove anni

I grandi si fanno vedere come grattacieli inferociti
ma dentro sono piccoli appartamenti graziosi.

*

Giovanni, otto anni

Quello che conta

Quello che conta è il pelo per il gatto
come l’erba per il fungo
come le foglie per lì armadillo
come il cuscino per i capelli
ma quello che conta per me veramente
è il legame che ha formato il mondo.

*

Baraa, dieci anni, siriana

Quello che resta

Nel mio paese resta ancora la guerra
resta la morte e la paura.
Quando lascio i miei amici
mi resta la loro delicatezza.
Quello che resta del mondo nel mio cuore
è felicità e tristezza.

*

Ilaria, otto anni, italiana

La poesia misteriosa

Un poeta la recita
un libro la contiene
il fuoco la brucia
la pagina la protegge
il sole la illumina
la matita la scrive.

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* * *

Semenzai di poesia
intervista a Chandra Livia Candiani di Olivier Turquet

Una tua attività importante è quella di fare poesia con i bambini piccoli, ce la puoi raccontare?

Vado alle elementari da un po’ di anni a tenere seminari di poesia, forse meglio sarebbe chiamarli semenzai, metto solo dei semi e poi me ne vado. Se posso, scelgo scuole molto periferiche, quelle con tanti bambini che vengono da paesi e lingue diversi, spesso anche bambini rom. Quando ho iniziato, non sapevo assolutamente cosa avrei fatto e come. E questa ignoranza, unita al mio timore, mi hanno molto aiutata, perché tanto i bambini vedono in trasparenza e incontrare un’adulta indecisa e vacillante li ha fatti sentire a loro agio, in una comunicazione più orizzontale e calda. A poco a poco, sulla loro e la mia misura, ho creato una specie di minuscolo metodo, un modo per stare insieme e scambiarci parole e silenzi, perché la poesia, grazie agli a capo, ma non solo, è scolara del silenzio, non è certo fatta solo di parole. Con la poesia abbiamo trovato il modo di mettere al mondo parole, nel senso di farle nascere ma anche di poter nominare quello che resta sempre fuori luogo, fuori scuola: i sentimenti, le paure, le rabbie, la solitudine, la gioia, insomma la vita invisibile. Sono i miei maestri i bambini e non per modo di dire, mi trasmettono dove sono io, mi smascherano, non compiacciono.

Una volta, in una scuola c’era un bambino di pochissime parole che, secondo me, aveva scritto la poesia più bella sul silenzio:

Il silenzio.
Luna.

Capisci, non mettere nemmeno l’articolo faceva proprio sentire il silenzio, quello notturno, così profondo che ti escono appena appena poche lettere di bocca, perché sei sommerso. Beh, la maestra mi ha raccontato che lui veniva a scuola con il cacciavite e minacciava adulti e bambini. E la maestra gli aveva chiesto: “E perché con la poetessa non hai tirato fuori il cacciavite?” “Perché non ne aveva bisogno.” ha risposto lui. Quando me l’hanno riferito, ho capito quanto precaria è la mia posizione, potrei aver bisogno di un cacciavite da un momento all’altro! Devo lavarmi molto bene i pensieri e le opinioni, spogliarmi dei giudizi, monitorare le mie antipatie, stare all’erta ma non troppo, perché si sa, la rigidità fa rizzare il pelo ai bambini.

Un’altra volta, ero in una classe ingovernabile, urli, spintoni, scarsissimo ascolto. Eppure, si erano concentrati e avevano scritto delle belle poesie che mi avevano lasciato leggere, ma al momento di dirle a voce alta al cerchio dei compagni, si erano rifiutati quasi tutti. Non mi era mai successo, così ho insistito, fatto la dura, pregato. E più insistevo e più si rifiutavano. Quando sono tornata a casa, frustratissima, mi sono messa a leggere le poesie di Sebastiano Aglieco, un poeta che fa anche il maestro. E un verso diceva: “Credo in un maestro che mostra la gola.” E ho capito che ero stata odiosa, ero cascata nel chiedere un risultato, nel doverlo dimostrare agli altri per sentirmi bene io, per sentire di aver lavorato, anziché accettare che il lavoro era un patto invisibile tra noi, un segreto. Avevo tradito una fiducia in boccio perché volevo l’evidenza di un fiore. Così, l’incontro dopo, ho chiesto scusa a tutti loro e molti bambini facevano di sì con la testa, uno in particolare, mentre mi scusavo, ripeteva assentendo con la testa: “Eh! Eh! Eh!

Racconto questi episodi per dire che mi regolo su un orologio invisibile che sta tra di noi, non è solo loro, né solo mio, è l’incontro. Spesso, l’incontro tra due sofferenze, la mia di adulta fragile, sopravvissuta a un’infanzia difficilissima e la loro di bambini che lottano per diritti minimi, compreso quello che sia vista e rispettata la loro sofferenza, che ci siano modi, tempi, parole per darle forma, per comunicarla.

Dico loro spessissimo che la poesia non è dire cose poetiche ma poterci sorprendere di quello che non sapevamo di sapere, di pensare, di sentire. Ci sono bambini rom che hanno potuto descrivere uno sgombero, la morte in un incendio di nipotini quasi loro coetanei, l’addio a luoghi e persone. Bambini che possono finalmente parlare di un lutto, un abbandono, una mancanza, i sogni. Tutta la complessità di vite che hanno ben poco di infantile. Ma c’è in loro una tale attitudine al cambiamento, un sapersi buttare nel vuoto del nuovo, un non-sonno, che continui comunque a benedire l’infanzia nonostante tutte le difficoltà che vivono e portano a scuola, come è giusto che sia. Il lavoro delle maestre e dei maestri è spesso non visto, non riconosciuto ed è sempre più sfaccettato, chiede sempre più competenze e soprattutto una gigantesca apertura all’altro. (continua qui) [torna su]

* * *

Voci
Quello che dicono i bambini. Abbiamo giocato con le parole

Aiqi 9 anni cinese
Tantissimo tantissimo

Ciao Livia quel giorno è stata una giornata bellissima perché abbiamo giocato, scrito ma ti ligrazio perché non ho mai stata una giornata così bella ti ligrazio tantissimo, tantissimo e ti ligrazio che ci ai fatto scrivere delle poesie ti ligrazio tantissimo tantissimo.
Grazie grazie ti augura un bel apetito!!!!!!!
Ti ligrazio tantissimo!!! T.V.B.
CIAO LIVIA CANDIANI
Ti voglio ancora licotrarti.
Da Aiqi

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Clarissa 9 anni brasiliana
Il cuore batte quando l’amore c’è

Gracias por todo

Il cuore batte quando l’amore c’è.

*

Nayomi 9 anni cingalese
La tua piccola campana è bella

Tu sei una poitessa importanta perché sei gentile. La tua piccola campana è bella sei dolce e brava. L’amore significa: Amicizia, pace, serenità.

*

Andrea 9 anni italiano
Ci aveva la voce da bambina

Io pensavo che una poetessa fosse seria ma te sei molto simpatica mi sono divertito molto e ci hai fatto fare tanti giochi.
A me è piaciuta quando leggeva le poesie perché ci aveva la voce da bambina.

*

Elena 9 anni italiana
Abbiamo giocato con le parole

Ti ringrazio perché ci hai fatto scoprire un mondo quasi nuovo.
Tutte le parole che scrivevamo ti piacevano, anche se scrivevamo ‘niente’.
Mi è piaciuto anche perché invece di scrivere tutto il tempo abbiamo giocato con le parole. Il tempo sembrava che volasse via. Spero che ci vieni ancora a trovare.

*

Fatima 9 anni rom
A rotelle tu sbatti contro il muro

Per la poetessa più preferita

Le rose sono rose
le rose sono blu
ma la cugina preferita sei tu!
Sei carina sei O.K.
sei la cugina che vorrei!!
Non voglio l’oro
non voglio l’argento
voglo un’amica al 100%
Come la barca lascia la scia
ti lacio la mia firma
Omerovic Fatima
Sei carina sei vivace
sei l’amica che mi piace!!!
Tu scendi dalle stelle con i patini
a rotelle tu sbatti contro il muro!
e ti fai male al culo!

*

Miriam 9 anni
Ha dato un nuovo orizzonte

Arrivederci sole Livia!!!

Una nuvola
ha coperto il sole.
Il sole è durato
tre ore (tre lezioni magnifiche).
Il sole (tu)
ha dato
un nuovo orizzonte
agli uccellini (noi),

*

Andrea 10 anni italiano
Ti porteremo il silenzio

La nostra poetessa

Maestra
tu sei brava
maestra
tu ci ascolti
maestra
noi ti porteremo
il silenzio.

*

Manuel 10 anni italiano
La mia maestra ha il cuore

La mia maestra
si chiama Livia
come l’alba
sul mare, la mia
maestra ha la vita
la mia maestra
ha il cuore.

*

Michele 10 anni ucraino
Meglio vivere con tutto nel cuore

Grazie
del qel tutto che ci ai
datto tutto quallo che
ha datto a me.
Perché così meglio
vivere con tutto nel cuore.

*

Norvegia 10 anni rom
Ci parlava “in poesia”

Anch’io poetessa. Sì… anch’io poetessa! A scuola l’aula di lettura si era trasformata in un mondo di poesia, non era facile né difficile ma provenivano dal cuore quei sentimenti profondi, me la sentivo di provare, ma cosa provare? Scrivere una poesia. Non l’avevo mai fatto, rispetto alle cose belle che ho fatto con la classe, questa è una delle più indimenticabili. Grazie a una signora che si chiama Livia che va in molte scuole a fare lezioni di poesia. Grazie a lei oggi scriviamo cose belle e possiamo esprimere meglio i nostri sentimenti provenienti da un cuore impossibile da vedere ma tanto da sentire. Era bravissima, ci spiegava le cose difficili, rendendole facili da capire, ci parlava ‘in poesia’

*

Martina 10 anni italiana
Era come se fosse magica

Per tre lezioni è venuta una poetessa. Era come se fosse magica, perché ti ipnotizzava con il silenzio, lo chiamava facendo suonare uno strumento. Lei era come una psicologa, ci faceva venire fuori tutti i pensieri più profondi che avevamo nel cuore. Quando arrivava lei era come se tutti i cuori si aprissero e dicessero la loro opinione. Anche quando ero un po’ triste riusciva a farmi sorridere. Era emozionante perché aveva parole dolci, giuste, delicate. Da quando è arrivata lei sono cambiata, sono più felice, sono più serena. Ogni volta ci ispiravamo molto bene.

*

Giorgio 10 anni italiano
Come parlava, sembrava che sognasse

Incontrare una poetessa non è una cosa che si può fare tutta la vita. Infatti io l’ho incontrata tre volte, una volta più importante dell’altra. La poetessa si chiama Livia Candiani ed era molto simpatica, saggia e le piaceva il silenzio. Ogni lezione chiamava il silenzio, eravamo uniti in cerchio e a me piaceva ascoltare il silenzio. Come parlava, sembrava che sognasse, mi piaceva molto. Mi piaceva di lei anche il suo comportamento, consigliava tutti, aiutava, era gentile e generosa.

*

Marti 10 anni
E’ riuscita a tirarmi fuori le parole dal cuore

Visto che io dovevo uscire prima per andare dalla psicologa sono riuscita a frequentare solo il secondo incontro con la poetessa. Mi sono accontentata lo stesso. Ci ha fatto sedere in cerchio e ci ha fatto dare le mani in modo che sentivamo la nostra amicizia. Mentre tutti tenevano chiusi gli occhi io li tenevo aperti e intanto pensavo a come sarebbe stata la mia carriera da poetessa. Appena li hanno riaperti ho fatto finta di niente e ho ascoltato Livia. Non so come abbia fatto ma è riuscita a tirarmi fuori le parole dal cuore, come non è mai riuscito a fare nessuno. Dopo dovevamo andare, uffi, che noia! Volevo rimanere lì per sempre. La sera, mentre in comunità ero seduta sul mio letto a scrivere le poesie ho chiesto agli educatori se fare la poetessa è facile, loro mi hanno risposto con incertezza. Comunque, inizierò ad andare in biblioteca a leggere poesie per almeno un’ora al giorno.

*

Valentina 8 anni cinese
Ha giocato con le parole

Livia Candiani è una poetessa che oggi è venuta a insegnarci com’è una poesia e quali sono le sensazioni. Ci ha fatto scrivere la prima cosa che ci veniva in mente e io ho scritto: “Mirmo e Rima si sposano.”, però Livia ci ha detto che lo dobbiamo fare un po’ più misterioso quindi io ho scritto: “Mirmo e Rima si sposano però si detestano.” Dopo ci ha letto una poesia scritta da un poeta russo, per me ha giocato con le parole, con cantano e uccelli e mi ricordo ancora la poesia è “cantano, cantano, dove cantano gli uccelli che cantano”. Quando siamo andati in classe ho visto le sue scarpe mi sembra che porta il 33 o il 34 e ho pensato che fosse veramente una principessa.

*

Ramayana 8 anni rom
La sua voce mi a colpita

Io ho incontrato una poetessa la immaginavo più giovane. Credo che avesse più di 50 anni aveva una voce di una bambina mi è piaciuta molto e mi sono divertita molto abiamo un po’ parlato quella poetessa era metà russa. La sua voce mi a colpita perché non era quella di un grande.

Vorrei andare in Bosnia
e la mamma ritrovare
per poterla riabbracciare.
Ho una voglia di giocare
di correre e saltare
nella mia terra lontana.
Penso sempre alle mie sorelle
chi sa come sono grandi e belle.
Vivere con i nonni mi rende felice,
ma vivere con la mia famiglia
mi renderebbe più felice

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* * *

Voci
Quello che dicono le maestre. Il meglio dei ragazzi.

Assunta
Illuminare la vita con le parole

Era estate e leggendo l’inserto del Corriere ho scoperto che in alcune scuole di Milano la poetessa Chandra Candiani incontrava i bambini di alcune scuole dell’estrema periferia della città, per svolgere con loro un “Seminario di Poesia”.
Non la conoscevo di persona, ma l’incontro con Chandra ha segnato le vite di noi insegnanti e di un bel gruppo di bambini che avranno per sempre il ricordo di lei e del suo modo di “illuminare” la vita con le parole.

Come sia andato il seminario con gli alunni delle classi quarte è riassunto con queste poche, ma profonde, righe, scritte dalle insegnanti di quelle classi:

Entra, si siede, si guarda intorno.
E’ poco definibile dagli adulti, ma bastano pochi istanti
di ascolto, di silenzio e inizia la magia.
Un incontro, una possibilità per i nostri bambini e per tutti i bambini che sono solo sguardi e parole mute“.

Grazie Chandra
Le insegnanti della scuola primaria di Via San Mamete
Anno scolastico 2013-2014

*

Elena
Ascoltare il silenzio la magia di quell’aula

Carissima Chandra,
ricordo ancora con tanta emozione l’atmosfera magica e unica che si era creata in quell’aula (l’aula-biblioteca della nostra scuola, l’Istituto comprensivo Console Marcello).

I miei alunni, anche gli stranieri di recente immigrazione, seguivano i tuoi suggerimenti per interrogare le loro anime, i loro
sentimenti più profondi e… li riuscivano a comunicare trasformandoli in poesia.

Straordinaria era stata l’esperienza di “ascoltare il silenzio” per entrare in contatto con se stessi e con ciò che il silenzio comunica, conservo ancora tutte le poesie che quei miei bambini avevano scritto.

Io non penso che sarei riuscita a scrivere quelle belle poesie, come ad esempio:

…il silenzio è percepire
il silenzio è gioia.
E’ qualcosa che non si vede,
non si tocca, non si assapora
però il silenzio è una parte
di noi.
Il silenzio è un vuoto
nel cuore.
Continuerà nella vita…
ci accompagnerà dovunque andremo…

Questa è solo una parte di una lunga poesia scritta da Martina.

Ricordo come hanno accolto con gioia e stupore lo strano ed eccezionale compito che Chandra diede loro al termine degli incontri, un compito per tutta la vita, ascoltare il silenzio!

Quanto poco lo si fa… e quanto ce ne sarebbe bisogno per ognuno di noi!

Un’altra cosa che era piaciuta molto ai bambini e che li aveva stimolati era stata toccare materiali diversi, semplici pezzi di stoffa, o appoggiare una conchiglia all’orecchio ponendosi in ascolto, o ascoltare un suono particolare di qualche strumento inusuale per loro.

Tante volte ho dato la mano ai bambini e tante volte li ho visti darsi la mano, ma le vibrazioni che passavano da una mano all’altra quando, seduti in cerchio sulle seggioline iniziavano l’incontro con Chandra non le ho sentite più.

Al ritorno in classe dopo l’esperienza di fare poesia, si sentiva una calma e una pace interiore così rara anche nei bambini, o meglio già nei bambini.

Carissima, sono pensieri forse confusi ma mi riaffiorano così nella mente a quel bel ricordo e non è facile tradurre in parole tutte le belle sensazioni, il respiro libero che si provava maestre e bambini, grazie a te.

Ci manchi tanto
Elena

*

Cristina Galeazzi
Una diversa modalità di appendere e fare scuola

Se è vero che il ruolo fondante della scuola è promuovere il cambiamento sociale, allora la questione metodologica diviene cruciale per configurare la formazione di coloro che saranno i cittadini del domani. Senza la costruzione di un clima fattivo e di una buona relazione educativa è impensabile realizzare percorsi, condivisione, cambiamenti; tutto ciò che viene fatto a scuola risulta sterile, estraneo, poco significativo.

Ho sempre sognato e lottato per un “fare scuola” che coinvolgesse, accogliesse e soprattutto risultasse partecipativo e indicativo certo di una comunità che insegna ed impara, ma senza mai tralasciare l’idea che ognuno dei soggetti potesse trovare un suo spazio, dare un proprio contributo, far emergere la sua voce. Per tanti anni ho rincorso la prospettiva di una scuola che valorizzasse le diversità, che promuovesse la ricchezza delle differenze, nella convinzione che la costruzione dell’identità abbia luogo nel momento in cui ci si confronta col mondo scoprendo gli altri e se stessi. Avevo le idee chiare a riguardo ma mi mancava il come!

Così è avvenuto l’incontro con Livia Candiani e il laboratorio di poesia: finalmente la possibilità di “tirar fuori” dai ragazzi i loro sogni, emozioni, pensieri. Per molti anni ho attivato questo percorso con Livia e i miei alunni, in ogni occasione il risultato si è rivelato emozionante; quell’ora (a volte due) alla settimana era percepita come il momento dove ognuno nel sentirsi protagonista ricercava la sua dimensione autentica. Parole e suoni ci prendevano per mano e ci conducevano nei mondi che abitavano dentro noi stessi…

Timidamente nascevano all’inizio i primi brevi componimenti, ma, via via che ci liberavamo di orpelli e pregiudizi, scoprivamo la vera libertà del poter comporre senza timore di essere giudicati e di aprirci al modo, piacevolmente in un tempo solo nostro. Poesie, libri animati, composizioni artistiche: queste sono state le produzioni di quegli anni che facevano intravedere la possibilità di una diversa modalità di appendere ma soprattutto di fare scuola; all’interno della classe io prendevo spunto dal lavoro di poesia e continuavo un percorso di costruzione personale.

Quando rivedo quei lavori rivivo la potenza del sentimento e tutt’ora quando risento i miei ex alunni, ricordiamo spesso quelle esperienze. “Ciao maestra, ti ricordi quando facevamo le poesie con la Livia? Era troppo bello!”…

Ora sono davvero cresciuti: chi al liceo, chi all’università, chi al lavoro, chi genitore, ma sono certa che quei momenti risuonino ogni tanto nel cuore e nella mente. Nel profondo abbiamo imparato che la vera arte è essere se stessi.

In una scuola senza affetto e senza gioia hai saputo tirare fuori il meglio dei ragazzi.

Cara Livia, un abbraccio stretto stretto
Cristina Galeazzi

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Giovanna
Alice scrive poesie che ti lasciano a bocca aperta

La prima cosa che mi viene in mente e la faccia dei presidi quando chiedo di poter avviare il laboratorio di poesia. Li ho colpiti al cuore (credo)!

Per quanto riguarda i bambini, posso dire che ti hanno subito ben accolta e sembrava che vi conosceste da tempo. Che dire di Alice, bambina silenziosa e quasi inesistente che scrive poesie che ti lasciano a bocca aperta? Anche bambini che avrei giurato essere refrattari ad ogni discorso poetico hanno scritto cose che mi hanno lasciata di sasso, anche perché io stessa provavo a fare gli esercizi proposti da te.

Anche i genitori l’hanno presa bene e questo sicuramente aiuta molto i bambini a sentire la preziosità dell’iniziativa. Mi spiace che sia passato del tempo dall’iniziativa perché molte impressioni le ho dimenticate. Ciao, un bacio [torna su]

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Dare forma e valore alle emozioni dei bambini
di Sebastiano Aglieco

Un paio di anni fa mi ritrovai a un incontro di lavoro sul tema del cambiamento dei giovani in relazione alle trasformazioni sociali. Era presente un auditorium assai vario: psicologi in formazione o già al lavoro, dirigenti, educatori, insegnanti (in verità io e la mia collega), qualche operatore culturale, un consigliere comunale.

Manuela, la mia collega, mi aveva avvertito anche della presenza di un’insegnante/poetessa e, malignamente, già mi tremavano le gambe al pensiero di quanto avrebbe potuto dire. Mi ritrovo, invece, con stupore e gioia, davanti a Livia Candiani, che conduce straordinari laboratori di poesia nella scuola primaria, con difficoltà sempre maggiori, mi dice, legate ai tagli economici che sappiamo.

L’impressione generale di incontri come questi, ai quali partecipo sempre più raramente, è sempre quella di un tecnicismo, di una mancanza di cuore, malgrado il valore di essi consista nella presenza, assai variegata, di operatori di diversa provenienza e nella possibilità, quindi, di un confronto allargato.

Ma ciò che mi preme dire qui, è il valore aggiunto del racconto dell’esperienza, dei fatti della scuola. Io, Livia, Manuela non potevamo non raccontare la nostra storia di laboratorio, la mancanza, spesso, nella scuola, di un contenitore capace di dare forma e valore alle emozioni dei bambini. Uno di questi contenitori, per noi, è chiaramente la scrittura poetica: parlarne, mi ha fatto immaginare che le pareti argentate della stanza in cui ci trovavamo, cambiassero colore. Soprattutto quando ci è stato chiesto di leggere alcune poesie dei bambini. Tutti si sono illuminati e qualcuno, addirittura, ha evocato nelle parole dei bambini, le poesie di Alda Merini.

Polemicamente: ci sono in giro centinaia di cose legate alla scrittura; gente che si improvvisa, gente che scambia la poesia per spettacolo, con un disvalore, inoltre, per quanto riguarda le esperienze proposte in particolare ai bambini.

Ho detto al consigliere, che ci sottoponeva il bisogno che gli giungessero delle proposte, della necessità di monitorare le cose che si fanno con serietà, di dare ad esse valore dall’alto, a partire dall’istituzione, non dalla guerra e dal chiacchiericcio orizzontale dei poeti.

Un sentimento comune abbiamo buttato sul tavolo della conversazione: il sentimento della solitudine. Solitudine con noi stessi, consci del valore del nostro operato, incondivisibile, spesso, con la scuola e le istituzioni se non si ha la fortuna di incontrare, almeno, colleghi intelligenti e sensibilità che nella scuola non riescono a fiorire.

Livia mi fece dono di due poesie che ha dedicato ai suoi bambini, poi confluite nel suo La bambina pugile.

Ora esce questo libro di esperienze nella scuola, Ma dove sono le parole?, a cura di Chandra Candiani e Andrea Cirolla, con una lunga intervista di Cirolla a Chandra e poesie di bambini. Potrei, in realtà, non dire altro. Sono stanco di sbandierare da anni le stesse cose sulla poesia da fare a scuola. Da fare, perché, in realtà, non si fa. Stanco con la scuola, dunque, e con i poeti, che quando parlano di poesia chiedono di avere un pubblico di angeli o di mascalzoni. Mai di bambini. Bisognerebbe avere il coraggio e il buon senso di seguirle, le esperienze importanti, di farle diventare dei libri. Non penso agli orribili manuali per scrivere poesie in forma di filastrocca – ché, tanto, quando si pensa ai bambini, si cade nello stereotipo delle filastrocche -. Penso, piuttosto, a veri racconti vivi; oggetti infuocati tra le mani capaci di bruciare le nostre convinzioni sull’insegnamento e di proiettarci verso paesaggi che non conosciamo. Come fa un bambino di nove anni, che forse nemmeno frequenta più la scuola, a scrivere così?

Il silenzio mi passava tra le vene
sembra infinito il silenzio.

Sono parole che possono venire solo da uno sguardo che si guarda dentro, in presenza di una strana maestra, diversa da tutte le altre.

Ecco una prima verità: bisogna essere diversi da tutti gli altri; il maestro poeta che insegna è molto di più e molto di meno di un maestro, proprio perché non ha pretese e sa attendere.

Tutte le volte che incomincio a farli scrivere, i miei bambini – e succede sempre in seconda elementare – non posso fare a meno di chiedermi come farò, come faranno. E’ una domanda reale e autentica, perché si parte da un momento in cui la parola fa ancora a pugni con la sua grammatica. Eppure c’è qualcosa che precede, qualcosa che non è ancora nella parola e che chiede di entrarvi. La scrittura dei bambini ha questa verità semplice e terribile nello stesso tempo: è semplice, nel senso che è vera, ed è complessa nel senso che cerca la forma. Per esempio: Livia baipassa il problema della correzione ortografica pubblicando i testi così come sono; nella loro bozza, nella scorza dalla quale stanno uscendo.

Ecco dove abita la famosa Voce! Abita le mani dei bambini. Li precede, ci precede tutti, e si mostra con la stessa irruenza della musica che ha ancora poche note, poche parole. Ma c’è, è lì, e quando appare con tutta la sua forza ci lascia senza fiato. Come quando un bambino che mai avresti detto ti porta parole che a leggerle ti vengono le lacrime agli occhi, e ti metti vicino a lui, le sfrondi vicino a lui, perché il vestito appaia ordinato, liberato di tutto il sangue della placenta.
Ecco: a me interessa la poesia dei bambini e il lavoro di chi la fa emergere, proprio perché si tratta di stare in uno stato dell’innocenza che nessuna cultura, pretesa, desiderio di successo può sporcare.

I grandi hanno molta tristezza
ma per noi non si stancano mai
perché noi siamo la loro speranza.

Ho chiesto a tre poeti, una sera, nel corso di una presentazione, dopo molti discorsi alti sulla poesia, quali poesie leggerebbero ai bambini. Imbarazzo generale. Un poeta mi ha risposto “Sandro Penna“; un altro ha detto “di tutto, sbriciolato come i biscotti nel latte“. Il terzo non ha risposto.

Ecco che cosa fa la poesia dei bambini: ci denuda, ci lascia senza risposte, ci costringe a chiederci a chi siano rivolte le nostre parole.

A chi, dunque, è rivolto questo libro: ai bambini o agli adulti?

Io, oggi, l’ho tirato fuori dalla borsa e l’ho mostrato ai miei bambini. “Non vi dice niente questo nome?“, ho detto. E loro: “E’ il poeta che ha scritto la poesia sulla foglia!” .

Così ho letto tutta le sezione “Il silenzio” e li ho invitati a scrivere, come fanno sempre, tutti i lunedì; senza sforzo, senza timore. Anche io, adesso, ho poesie sul silenzio, perché dal silenzio vengono le parole; ci vengono incontro, come fiocchi di neve che si posano sulle cose e tu le devi raccogliere.

Ecco: questo libro va letto ai bambini. O agli adulti che ancora si riconoscono nell’immagine dell’aviatore caduto nel deserto. [torna su]

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A CHE PUNTO E’ LA SCUOLA

Il commento di Lucio Ficara

L’imbarbarimento di una certa classe dirigente

La scuola cade a pezzi non solo per il crollo dei controsoffitti, che rischiano di ammazzare i malcapitati studenti che passano parte della giornata in aule spesso fatiscenti, ma anche per il crollo di quelle barriere etiche, tipiche di chi dovrebbe dirigere una scuola con la massima responsabilità e il buon senso, che ogni bravo amministratore della cosa pubblica dovrebbe avere.

Una scuola dove la conflittualità e il contenzioso ha raggiunto livelli di guardia allarmanti, dove il dirigente scolastico si trova, anche e suo malgrado, costretto ad agire contro alcuni docenti utilizzando lo strumento delle sanzioni disciplinari. Docenti che fanno la gara, a colpi di gomiti e con qualche scorrettezza di troppo, per essere i primi ad entrare nell’orbita degli apprezzamenti dirigenziali. Una scuola dove le giuste relazioni sono saltate o sono adulterate dall’avidità di potere e di guadagno di alcuni insegnanti.

In questo spaccato sociale della scuola odierna, si dovrebbe aprire il sipario della meritocrazia e della premialità, che vedrà sempre di più, e sempre più convintamente, gli insegnanti armati gli uni contro gli altri.

Stiamo assistendo al triste spettacolo dell’imbarbarimento della scuola e di una certa classe dirigente. Uno spaccato sociale tipico del romanzo manzoniano, dove il diritto e la competenza verranno inesorabilmente sostituiti dalla concessione e la disponibilità ad accettare tutto ciò che viene proposto dal capo.

Che l’imbarbarimento di cui parlo è realmente in corso, si ode anche dal linguaggio usato da una certa classe dirigente, che nulla ha a che fare con la scuola, la pedagogia, l’insegnamento e i principi di una buona scuola. Infatti rimango basito quando sul Corriere della sera un dirigente scolastico pronuncia la seguente affermazione:

Siamo un branco di 12 dirigenti usciti dall’ultimo concorso che agisce insieme, scambiandosi informazioni e procedure. Lo scopo è garantire la qualità della scuola. Controlliamo un bacino di ventimila studenti”.

La violenza verbale utilizzata in questa dichiarazione è veramente indicativa dell’imbarbarimento di questa nuova classe dirigente che vorrebbe governare un mondo così complesso come quello del pianeta scuola. Dei dirigenti scolastici che si autodefiniscono “branco, quasi appartenessero al mondo animale, non solo ci fa porre dei significativi interrogativi, ma dovrebbe fare riflettere chi di dovere, sull’umanità e la competenza professionale, di chi si definisce simile alla “bestia”. Agire insieme al fine di scambiarsi informazioni e avere il controllo di un bacino di ventimila studenti sembra il linguaggio tipico dello spionaggio russo ai tempi della guerra fredda, fa rabbrividire il solo pensiero che tali affermazioni siano state realmente dette da un dirigente scolastico.

Corretta ed apprezzabile è invece l’idea, sempre espressa dallo stesso dirigente scolastico, quasi fosse una specie di dottor Jekyll e mister Hyde, quando dice che lo scopo di un dirigente scolastico è garantire la qualità della scuola. Il problema rimane il mezzo che si dovrebbe basare sulle giuste relazioni, anche con i sindacati, utilizzando sempre e correttamente la normativa e la legislazione scolastica. [torna su]

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Le notizie della settimana scolastica

E’ la “sinistra” a fare le riforme di destra

Il ddl sulla scuola: “inemendabile. Quindi il Consiglio dei Ministri del 12 marzo ha approvato il ddl sulla scuola. Una settimana dopo arriva la relazione tecnica. I siti scolastici ne forniscono puntuali sintesi, così fanno Orizzonte Scuola, La Tecnica della Scuola, Tutto Scuola. Per la cronaca segnaliamo che l’inizio dell’iter parlamentare era stato annunciato in un primo tempo per il 23 marzo e poi è stato detto che slitterà di una settimana, andando al 30 marzo. A questo punto l’approvazione entro aprile appare sempre più incerta, visto che la settimana subito dopo il 30 marzo ci saranno le festività pasquali.

Tante sono le letture apparse in pochi giorni sul ddl, “inemendabile” secondo Marina Boscaino. Senza appello anche il giudizio della Presidente dell’Adi (Associazione Docenti e Dirigenti scolatici Italiani) Alessandra Cenerini:

La prima cosa che colpisce è il dilettantismo e l’approssimazione di un testo legislativo che vorrebbe cambiare la scuola.

Segnaliamo fra le varie letture quelle di Marina Boscaino, Christian Raimo, Vito Meloni, Donatella Coccoli, Rosalinda Renda, Roberto Ciccarelli, Alerino Valerio Palma, Giovanni Bruno, Vincenzo Pascuzzi, di Mauro Boarelli.

Una sintesi in 5 punti. Presentiamo i punti essenziali del ddl nella sintesi di Donatella Coccoli:

  1. Puntando sull’autonomia scolastica e sulla forte presenza dei territori, chiaramente si favoriranno quegli istituti che avranno la fortuna di trovarsi in zone con maggiori risorse. E magari scuole di frontiera, con bravi docenti e studenti con possibilità, saranno come al solito penalizzati. Con la proposta di devolvere il 5xmille alle scuole, è ovvio poi che le famiglie ricche lo faranno per gli istituti dei propri figli che difficilmente saranno istituti tecnici o professionali di periferia. Così come con altre iniziative “esterne”, come il crowdfunding o l’intervento di sponsor privati saranno più frequenti in zone del Paese caratterizzate da una maggiore vivacità economica e sociale.
  2. Con la figura del preside “leader educativo del territorio” – così l’ha definito il premier-sindaco – si dà un potere immenso al dirigente scolastico, da perfetto capo di un’azienda o meglio ancora, da sindaco. Questa figura dovrebbe non solo pensare alla regolare amministrazione del suo istituto-azienda, ma anche ai contenuti, al sapere, al profilo umano dei suoi dipendenti. Basteranno i curricula a suggerire scelte oculate? O si verificherà anche in questo caso, diversità di trattamento, scelte di favore, clientelismi? Chi controlla il controllore?
  3. ll trattamento di favore per le scuole paritarie private. Le famiglie che iscrivono i propri figli a questi istituti avranno una detrazione fiscale che ogni anno potrebbe arrivare anche a 450 milioni di euro. Sommati ai 700 euro che ricevono da Stato e enti locali, si arriva a oltre un miliardo l’anno. E perché allora non favorire il diritto allo studio per chi si iscrive alle scuole pubbliche e paga un contributo volontario che a volte arriva anche ai 150 euro? Sappiamo che ci sono poi regioni come il Veneto che pur mantenendo i fondi per le paritarie (circa 40 milioni) tagliano le borse di studio per gli universitari. Vi sembra una scuola dell’uguaglianza?
  4. La competizione che verrà alimentata tra i docenti con i premi per il merito. Per un mucchietto di soldi in più chissà cosa accadrà, tenendo conto che abbiamo a che fare con una categoria vessata per anni, umiliata e offesa, sia da un punto di vista contrattuale che umano.
  5. I contenuti dell’insegnamento saranno diversi da scuola a scuola. Visto che il premier ha calcato la mano sull’”autonomia vera”, sull’offerta formativa costituita da discipline ad hoc per ogni istituto, è chiaro che ci sarà anche in questo caso una disparità tra il Nord e il Sud, tra le periferie e i centri delle grandi città.

Per il resto, l’assunzione annunciata di 150.000 precari si ridimensiona di molto, i 500 euro annuali della “carta del prof“, un bonus una tantum per spese culturali  sono uno specchietto per le allodole per mascherare il continuo impoverimento della scuola italiana e dei suoi lavoratori, la stessa funzione ha l’annuncio di più spazio per musica, arte e inglese, dal momento che le ore d’insegnamento tagliate dalla “riforma Gelmini” non sono ripristinate.

Le reazioni. La Flc Cgil giudica il ddl un attacco al contratto nazionale di lavoro. Il 25 marzo a Roma alle 10 presso l’Auditorium di Via Palermo 10 (Nazionale Spazio Eventi) i sindacati della scuola hanno invitato tutte le forze politiche e i parlamentari a un incontro sui problemi che il piano del governo non affronta in modo adeguato e sulle misure che invece sarebbe urgente adottare. L’Anief proclama per il 10 aprile lo sciopero del personale precario ATA. I Lavoratori Autoconvocati della Scuola di Roma indicono una assemblea nazionale il 12 aprile a Roma contro il ddl e a sostegno della LIP (Legge di iniziativa popolare per una Buona Scuola per la Repubblica). Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals Confsal, Gilda Fgu chiedono infatti sostanziali cambiamenti al disegno di legge del governo e presenteranno delle loro proposte. Anief, Unicobas e USB hanno indetto uno sciopero contro le misure governative sulla scuola per il 24 aprile. Uno sciopero è stato proclamato dai Cobas per i giorni 5, 6 e 12 maggio, in coincidenza con lo svolgimento delle prove Invalsi.

Pare che anche la base del Partito Democratico non sia soddisfatta di queste scelte.

Il Preside Mazzetta

I poteri del preside-manager. L’aspetto che più fa discutere è la somma di poteri che il ddl conferisce alla figura del Dirigente Scolastico. Egli potrà decidere le materie e gli insegnanti, scegliere la “sua squadra“, assumere i docenti, decidere il numero di alunni per classe, scegliere le aziende per gli stage, decide quali docenti “premiare“. Ogni dirigente scolastico avrà infatti a disposizione 20-25.000 euro per premiare i docenti “migliori.

Per fortuna c’è anche qualche Dirigente che è consapevole dei rischi di tale scelta, che fa retrocedere la situazione delle scuola d’Italia di varie decine d’anni: ad esempio Tommaso De Luca, dirigente di una delle più antiche scuole d’Italia, l’Istituto tecnico Avogadro di Torino, che denuncia gli effetti deleteri che sicuramente avranno soprattutto la “chiamata diretta” e i “premi ai migliori“. Si rischia da una parte la “guerra tra i prof.” dall’altra un aumento del contenzioso. Applaude Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, tanto che Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda, dichiara:

Mi sembra abbastanza evidente che il Partito Democratico ha dato in appalto ad un sindacato dei dirigenti la scrittura del ddl, sono le proposte da sempre dell´ANP (Associazione Nazionale Presidi).

mentre sono fortemente critiche le voci della scuola. Lo scandalo anzi è tale che persino la ex ministra dell’istruzione Maria Chiara Carrozza ha ritenuto di dover intervenire con dichiarazioni contrarie al “preside-manager” e ad altri punti del ddl.

Fra l’altro, come ricorda Aldo Domenico Ficaraera scritto tutt’altro nel programma elettorale del PD del 2013:

E’ chiaro che gli organi interni alle 8127 istituzioni scolastiche (di cui 1.500 ancora prive di dirigente scolastico) dovrebbero essere adattati alla maggiore autonomia decisionale delle scuole: il dirigente scolastico non può rimanere senza un controllo efficace da parte del consiglio di istituto, in modo da garantire una verifica di qualità.

Nel Paese dei Lupi. “Consegnare tali e così grandi poteri in mano ad una sola persona, che potrebbe anche essere inaffidabile, è un azzardo che non può lasciare indifferenti”, come scrive Lucio Ficara, che conclude: “Volevamo la Scuola della Conoscenza e invece ci rifilano la scuola delle conoscenze“. Esplicita la domanda di Nicola Bruni su quello che lui chiama il “Preside Mazzetta“: “è forse azzardato pensare che Tangentopoli sia in agguato anche dietro il progetto di porre un uomo solo al comando di ogni istituto scolastico?“. “La corruzione entrerà nelle scuole“. A un sondaggio di Orizzonte Scuola risulta che il 95% dei docenti pensa che con la “chiamata diretta” aumenterà il clientelismo.

Né potrebbe essere altrimenti, nel Paese dei Lupi, il Paese dove un ministro della Repubblica interviene per raccomandare il figlio, il Paese dove, secondo un recentissimo rapporto del Censis, oltre 800.000 persone hanno fatto un regalo a dirigenti pubblici per avere in cambio un favore e dove ben 4,2 milioni di cittadini ricorsi a una raccomandazione per avere un favore da un dirigente o un funzionario della pubblica Amministrazione; dove il 55% dei giovani trova lavoro grazie a parenti e amici; dove la corruzione domina anche nelle università.

Anche la responsabile scuola del PD Francesca Puglisi nel 2012 si pronunciava in modo inequivocabile contro la chiamata diretta dei docenti da parte del Dirigente:

La chiamata diretta è anticostituzionale. (…). Il Partito Democratico dice no alla chiamata diretta, perché se vogliamo costruire un paese unito, lo dobbiamo fare a partire dalla scuola. La proposta di legge della Regione Lombardia è anticostituzionale e chiediamo al Ministro Profumo, qualora fosse approvata, di ricorrere alla Corte Costituzionale. Il Parlamento non ha dato alcuna delega per stravaganti sperimentazioni sul reclutamento degli insegnanti.

Anziani, soddisfatti e, alcuni, non molto preparati. Dei Dirigenti Scolastici italiani, messi sotto i riflettori, si delinea l’idetikit: sono i più “anziani” del mondo (57 anni la media) e soddisfatti del proprio lavoro. Ma sentiamo cosa scrive Enzo Michelangeli in un suo articolo:

Mi domando e vi domando, esistono oggi in Italia le condizioni che permettano ad un dirigente scolastico di svolgere questo gravoso compito? Siamo sicuri che i dirigenti scolastici posseggano quella solida competenza che consenta loro un così delicato compito?

A giudicare dalla lettura degli elaborati di parecchi candidati, prima bocciati e, successivamente, resuscitati, dell’ultimo concorso per dirigenti scolastici svoltosi in Lombardia sembrerebbe di no.

Segue un elenco di vistosi e grossolani errori (fotografati) di Dirigenti oggi in carica negli elaborati dell’ultimo concorso a preside. La conclusione è che diversi posti di dirigenti oggi sono coperti da vincitori di concorso che neppure conoscono la lingua italiana. Forse, a questo punto, il Ministero dovrebbe occuparsi della vicenda per appurare se effettivamente le cose stanno così. Insomma, anziché dirigenti con una solida preparazione, commenta Raimondo Giunta, ci stanno dando  presidi-caporali di giornata:

La scuola ha bisogno di collaborazione, non di intimidazione; di dirigenti che facciano degli insegnanti dei leaders educativi, capaci di iniziativa, e non dei docili e impauriti subordinati. La scuola aveva ed ha bisogno di dirigenti, uomini di cultura che sanno governare, e invece ci stanno regalando prepotenti caporali di giornata.

Restano gli scatti ma sparisce il fondo d’istituto

Il gioco delle 3 carte: rispuntano gli scatti, sparisce il fondo d’istituto. Gli scatti stipendiali legati al “merito” dunque sono stati per il momento accantonati, visto l’unanime rifiuto da parte dei docenti. Adesso è previsto un “premio” per il 5% dei docenti: al di là del proclama, un “premio” pressoché nullo, sia per l’entità, che pare essere di circa 500 euro l’anno, sia per il numero dei destinatari: il 5%, che equivarrà al numero di chi è collaboratore del dirigente o che ha incarichi aggiuntivi legati al funzionamento della scuola e che già adesso viene compensato con il fondo d’istituto. Quello che cambia, come già detto, è che adesso aumenteranno i poteri del dirigente nello scegliere la “squadra” e i “premi“, a scapito del ruolo del Collegio docenti e degli organi collegiali; che aumenterà il conflitto in uno spazio che dovrebbe essere basato sulla cooperazione ed essere gestito collegialmente; che diminuirà la democrazia nella scuola.

Presentando il ddl sulla scuola, Renzi ha spiegato che gli scatti di anzianità resteranno, ma non ha chiarito da dove arriveranno i soldi. Il sospetto è che, ancora una volta, sarà necessario attingere al fondo di istituto. Anzi, il fondo di istituto in un primo momento sarà pesantemente ridotto, ma è destinato a sparire del tutto: lo stabilisce un contratto firmato fra Aran e sindacati nell’agosto 2014.

Papa Francesco: insegnanti malpagati, è un’ingiustizia. Persino papa Francesco I denuncia le difficoltà incontrate dai docenti, che essi sono malpagati e che questa è un’ingiustizia. Ha le idee molto chiare anche Ferdinando Imposimato:

Questa riforma della cosiddetta “buona scuola” è una vergogna che umilia e distrugge la vita di migliaia di insegnanti; dobbiamo bloccarla con la protesta democratica. Il presidente Matteo Renzi recuperi i 30 miliardi di euro dissipati da pericolosi criminali in inutili opere pubbliche e li destini alla scuola pubblica, ai precari, ai docenti, agli studenti, ai disoccupati, ai disabili, ai giovani.

Intanto si conferma che l’Italia è all’ultimo posto in Europa per la spesa pubblica dedicata all’istruzione e che i docenti italiani percepiscono una retribuzione di 10.000 euro sotto la media europea.

Precari sempre precari

Primo problema, il numero: 100.000 assunzioni, anzi forse 44.000. Adesso pare che saranno 100.701 i posti che potrebbero essere assegnati ad altrettanti precari della scuola a settembre. Ma, se il parlamento non farà in fretta, saranno probabilmente 44.266 le cattedre assegnate dal primo settembre. La restante parte verrebbe posticipata al 2016. Nulla di più delle assunzioni già previste annualmente. Secondo l’Anief, gli assunti in organico di diritto meno della metà dei posti vacanti. La maggior parte delle future assunzioni è destinata alle scuole secondarie superiori.

Un altro problema. Gli esclusi. Circa 200.000 saranno invece gli esclusi da queste assunzioni: 30.000 docenti di scuola dell’infanzia, i 6.000 idonei del concorso bandito nel 2012, quasi 9.000 laureati in Scienze della formazione primaria che misteriosamente dopo il 2010/2011 non possono più accedere alle graduatorie ad esaurimento; 55.000 diplomati magistrali il cui titolo di studio è abilitante e hanno diritto di entrare nelle liste provinciali; 500 “congelati” Ssis (le Scuole di specializzazione all’insegnamento secondario); 69.000 abilitati attraverso i Percorsi abilitanti speciali (i Pas) e 33.000 abilitati attraverso i Tirocini formativi attivi (i Tfa). Molti gli scontenti, ci sarà lavoro per class-action, Tar e tribunali del lavoro. Per intanto, dal 9 marzo sono in sciopero della fame i precari della scuola di Roma, mentre adesioni arrivano da tutta Italia.

Per i futuri assunti, anno di prova più severo. Il Dirigente avrà la possibilità di ispezionare direttamente in classe il lavoro del neoassunto e, in caso di valutazione negativa, provvederà alla “dispensa” (ovvero il licenziamento) dal servizio con effetto immediato e senza obbligo di preavviso.

Inoltre, per evitare contenziosi in seguito alla condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia Europea per abuso di precariato, i supplenti potranno svolgere al massimo 36 mesi di servizio. Poi non potranno più lavorare?

La “Buona scuola” di Renzi? #megliolaLip!

Proseguono nel frattempo le adesioni e le iniziative a favore della ex Legge di iniziativa popolare per una Buona scuola per la Repubblica (LIP), che ha registrato il sostegno di Flc Cgil, Unicobas, Gilda degli insegnanti, Uds (Unione degli Studenti). Sempre l’Uds ha presentato il 10 marzo sue proposte per cambiare la scuola.

I Lavoratori Autoconvocati della Scuola di Roma indicono una assemblea nazionale il 12 aprile a Roma contro il ddl governativo e a sostegno della LIP (Legge di iniziativa popolare per una Buona Scuola per la Repubblica). [torna su]

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RISORSE IN RETE

La “Buona Scuola” di Renzi qui.

La LIP – Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica

Questo è il sito della LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP. In questo video ne parla Anna Angelucci.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e  la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

ScuolaOggi, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, école, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Foruminsegnanti, Like@Rolling Stone, Associazione Nonunodimeno, Gli Asini

Siti di informazione scolastica

OrizzonteScuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola.

Spazi in rete sulla scuola qui.

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(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

14 pensieri su “Vivalascuola. Ma dove sono le parole?

  1. Pingback: Livia Candiani: Ma dove sono le parole? | Compitu re vivi

  2. Bellissimo intervento. Un grande plauso a chi si impegna per far conoscere la poesia ai bambini: innumerevoli i benefici che ne traggono.
    Ma dato che parliamo di una brava maestra, diamo il giusto credito ad un’altra donna professoressa. L’immagine postata riporta una FALSA citazione di Calvino. La frase è di Gabriella Giudici, professoressa di Filosofia e Scienze umane al Liceo Statale di Scienze Umane “A. Pieralli” di Perugia. Un suo commento in un intervento sulla scuola pubblica in cui riportava il quanto mai attuale articolo “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti” scritto da Calvino per La Repubblica.

    Da lì, potenza virale di Facebook, è stato un attimo: la frase è stata attribuita a Calvino centinaia di migliaia di volte, facendo cattiva informazione ed un torto alla professoressa che ha espresso un pensiero che resta altrettanto valido e condivisibile anche se non l’ha detto il più grande scrittore italiano del Novecento, ma una professoressa di un liceo.

    Pochissimi verificano le fonti delle citazioni, ancor meno postano unicamente ciò che hanno davvero letto, come l’opportunità richiederebbe.
    La professoressa se n’è fatta una ragione, sa che l’errore è ormai incorreggibile. E sagacemente ha commentato: “In sociologia dei media si sostiene che l’esistenza di wikipedia dimostra la capacità di autocorrezione del web. Aggiungerei però che quella di facebook dimostra la viralità dell’errore.”

    http://gabriellagiudici.it/italo-calvino-apologo-sullonesta-nel-paese-dei-corrotti/

    Almeno voi, rettificate.

    Un saluto cordiale

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  3. Grazie dell’apprezzamento della puntata e di questa esperienza, e grazie anche della segnalazione della erronea attribuzione della frase della prof.ssa Gabriella Giudici, a cui vanno i nostri complimenti e le nostre scuse.

    Dalla prossima settimana provvederemo a rimuovere l’immagine che introduce la sezione dedicata a ciò che succede nel mondo della scuola (che adesso lasciamo in modo che i lettori possano comprendere il senso del commento precedente), in modo da evitare questa falsa attribuzione.

    Cosa che fra l’altro non è nuova e precede l’avvento di internet: basti pensare alla frase sulla tolleranza attribuita erroneamente a Voltaire, o alla poesia sul razzismo attribuita erroneamente a Brecht.

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  4. Pingback: Vivalascuola. Ma dove sono le parole? | RETROGUARDIA 2.0- Il testo letterario

  5. Illuminante e coinvolgente.la semplicità del poetare senza che ciò comporti un abito particolare, un atteggiamento di “appartenenza”. Il bambino “sente” e scrive, senza problemi. Alcune frasi di questi bambini sono di lancinante forza e bellezza, sottendono sensibilità acute e permeabilissime. Certamente non tutti divernteranno acclamati poeti, ma in quel preciso istante, lo sono. Un magnifico lavoro, di cui, da umile operatrice quale sono, mi complimento vivamente. Grazie per le emozioni.

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