I LIBRI DEGLI ALTRI 113

Riccardo Donati, Nella palpebra internaL’occhio del poeta costruisce il percorso poetico. Riccardo Donati, Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione, Firenze, Le Lettere, 2014

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di Giuseppe Panella

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Riccardo Donati si è sempre mosso, nello sviluppo della sua ricerca critica di studioso, tra Settecento1 e Novecento2, tra proposta originaria presente nel Secolo dei Lumi e i suoi esiti in ambito novecentesco. Tuttavia i suoi interessi predominanti concernono, in massima parte e proprio a partire dalla sua originaria analisi del Bigongiari critico d’arte, l’evoluzione della poesia italiana contemporanea e i suoi rapporti con le arti della visione.

Nella palpebra interna, infatti, rende conto di tutta una serie di importanti poeti della tradizione novecentesca italiana che si sono messi in rapporto con le arti della visione facendo oggetto della loro ricerca poetica le potenzialità ermeneutiche e liriche dello sguardo.

Per riuscire ad ottenere conclusioni non banali e in certa misura più nuove rispetto alla tradizionale analisi di questo rapporto, Donati si cimenta, in linea preliminare, con una nozione ambigua e sfuggente come quella di sguardo provandosi a darne un quadro teorico generale di riferimento.

Nella Prefazione del libro, infatti, viene selezionata la diversa tipologia in cui la dimensione dello sguardo può essere suddivisa e sezionata :

«Nel presente studio il termine “sguardo” verrà declinato sulla base di quattro indirizzi orientativo-interpretativi, che, parafrasando il Wölfflin dei Concetti fondamentali della storia dell’arte, sono quattro modi diversi di vedere la stessa cosa : il fatto artistico. Per ciascun indirizzo, le componenti in gioco sono molteplici, comprendendo la generale Weltanschauung artistica e poetica della singola personalità autoriale (presa, per dirla con il Worringer di Problemi formali del gotico, “nel contrasto multiforme e fatale” con gli stimoli provenienti dal mondo esterno), specifici fattori fisiologici a partire dalle dinamiche cinestetiche che determinano i modi della fruizione (i movimenti dell’occhio, la posizione del corpo ecc.), fino alla questione capitale dell’atteggiamento estesico-patemico del soggetto percipiente. Le quattro distinte declinazioni delle forme del vedere arte in poesia che ci serviranno da modello, da guida e, per così dire, da ‘sestante critico’ nel corso del nostro percorso di indagine sono le seguenti : lo sguardo-evento, lo sguardo-avvento, lo sguardo-esperimento, lo sguardo-accecamento »3.

Nella prima tipologia, lo sguardo-evento, compaiono quelli che sono considerati, nell’accezione critica comune, dei poeti sperimentali o comunque capaci di capovolgere o destabilizzare la tradizione linguistica invalsa nel secolo precedente. Gli esempi più significativi fatti da Donati sono Emilio Villa e Toti Scialoja (che viene riscattato in queste pagine dall’etichetta di poeta eminentemente “sonoro”) ma anche, a sorpresa, l’ermetico Bigongiari e il “pittore” Bartolo Cattafi.

Soprattutto sul poeta di Barcellona Pozzo di Gotto questa prima parte del saggio ha pagine molto dense e notazioni spesso molto fini :

«Nella sua stagione estrema, lo sguardo poetante cattafiano fa sempre più fatica : l’occhio si riconosce “schiavo del mondo accecante”, la visione scivola su una materia “chiusa inutile inerte” e la mente che vorrebbe capire può solo fingere di farlo. “mi chiudo nel guscio delle palpebre”, si legge in Me ne vado : il moto di esplosione rivolutiva caratteristico degli autori precedentemente trattati si rovescia in Cattafi in implosione involutiva, sicché è nella palpebra interna, nell’estremo commiato dell’occhio rovesciato, che lo sguardo-evento procede al suo ultimo, terminale smarrimento. Che non è, però, una resa all’oblio e al silenzio, e anzi ci appare per molti versi un’intuizione profetica di quel che verrà. Nell’esortazione di Cattafi a una cecità scelta e non subita (“accuratamente / cavarsi gli occhi”), già si annunciano gli esiti estremi di quello sguardo-accecamento che caratterizza alcuni tra i migliori poeti degli anni Duemila, non a caso convinti ammiratori dell’opera cattafiana»4.

Nel “cavarsi gli occhi”, dunque, nel non vedere se non con la palpebra interna e rinunciando allo sguardo dell’esteriorità condivisa, che lo sguardo-evento consuma la sua verità di forma di conoscenza che si vorrebbe e si dice assoluta e priva di condizionamenti rispetto a una qualsivoglia realtà. “Cavarsi gli occhi”, tuttavia, non significa rinunciare a vedere.

E’ quello che l’autore del saggio rileva nei poeti che appartengono alla dimensione dello sguardo-avvento, nomi che appartengono in maniera assai autorevole alla storia della lirica italiana.

Si tratta di figure come Mario Luzi, Pier Paolo Pasolini, Alfonso Gatto e soprattutto Giovanni Testori le cui operazioni poetiche vengono, per la prima volta, acutamente analizzate e sottoposte a vaglio critico (gli studiosi dello scrittore di Novate hanno da sempre privilegiato la sua produzione teatrale e narrativa, considerando laterale e/o minore quella lirica).

Donati, invece, non si sottrae al compito di mettere in relazione scrittura di poesia e apprendistato storico-artistico sotto il segno del magistero di Roberto Longhi5 e cerca di verificare l’impatto del Barocco pittorico e della sua disunita volontà di privilegiamento dei corpi straziati con la volontà testoriana di testimoniarne la splendente bellezza :

«Proprio nella misura in cui ogni corpo offeso e vituperato è specchio integrale dell’umana abiezione, esso appare agli occhi di Testori come la massima testimonianza possibile del divino, il luogo dove la verità – ossia la bellezza, che nel sistema di valori dell’autore, non può che essere feroce e sacra insieme, “turbata di avvento” come scrive Bigongiari – avviene, si fa. Il corpo è infatti il “principio d’individuazione, per Testori, di ogni esistenza, di ogni destino, dato del bios da cui si sprigiona la stessa Storia dell’uomo, sempre in nome dell’evangelico e giovanneo “La Parola che si fa carne” : principio ora dissacrato, ora benedetto, ora incomprensibile alla natura umana, ora sprofondato nel mistero di un Dio incarnato”. Siamo ancora dalle parti, dunque, di quella tensione al ricongiungimento con la Totalità che contraddistingue tutti gli esponenti dello sguardo-avvento…»6.

La dannazione dei corpi e la salvezza che essi conseguono attraverso la parola è il segno dell’avvento della poesia come forma espressiva specifica del rapporto tra visione e sua ricompattazione in immagine lirica. La “dannazione” testoriana è l’annuncio emotivo della loro possibile salvazione attraverso l’immaginazione creativa che nasce dal cortocircuito tra parola e immagine. Lo sguardo-esperimento, invece, tratta di quei poeti che prediligono la dimensione dialogica nella scrittura poetica e che, spesso richiamandosi a stilemi di tipo sperimentalistico, convergono verso una dimensione più pubblica della loro proposta di poesia.

In questa terza sezione convergono poeti come Giovanni Raboni e Nelo Risi più legati a una dimensione “pura” della scrittura poetica e scrittori come Cesare Zavattini che hanno usato l’arma della poesia in chiave polemica nei confronti della società e dell’establishment letterario. In questa chiave un autore come Edoardo Sanguineti che sembrerebbe catalogabile in una dimensione di gioco letterario e di sperimentazione linguistica viene letto, invece, privilegiando la sua capacità mimetica di trasformazione di testi classici della tradizione italiana in “oggetti d’affezione” che assumono, funambolicamente, caratteristiche toto coelo diverse. Il rapporto con esponenti di spicco delle arti visive contemporanee come è avvenuto nel caso della collaborazione con Enrico Baj ha reso questa tendenza sanguinetiana molto più spiccata di quanto avvenisse all’epoca dei Novissimi e del Gruppo 63. In Sanguineti l’elemento comico, ludico e spesso farsesco assume sempre, però, connotazioni di satira politica e di straniamento scenico-rappresentativo che rimandano a Brecht :

«Ciò che […] caratterizza il laboratorio sanguinetiano è la scelta di sfruttare il comico a fini ideologico-politici : il comico inteso cioè, in senso brechtiano, come arma che consente il disvelamento, per via di “implacato sarcasmo” e “tenace dissacrazione”, dei canoni dell’arte borghese su cui nei secoli si è andata costruendo la falsa coscienza occidentale. La messa in commedia dell’opera d’arte ha insomma qui una precisa funzione demistificante, colpendo la classe dominante in ciò che ha di più caro, ovvero la pretesa che non vi sia alcuna distanza tra la rappresentazione del reale e il reale stesso : in tal senso Sanguineti può essere annoverato tra quegli autori che, come Jacques Rancière ha scritto parlando proprio di Brecht, praticano “la verità come sdoppiamento”, attraverso la produzione di “piccole scintille di un gaio sapere”»7.

La quarta espressione del rapporto tra sguardo e pratica artistico-visivo è premiata con la qualifica di sguardo-accecamento. In esso si dà conto di poeti molto più recenti e più o meno validi (importanza forse eccessiva – un lungo paragrafo – viene data alla scrittura un po’ sbiadita di Elisa Biagini o allo sperimentalismo già surenné di Gabriele Frasca, più un colto esegeta di Beckett che un poeta germinale) mentre appare sicuramente giustificato il riscontro critico di un autore importante come Valerio Magrelli o l’analisi della complessa partitura linguistica presente nell’opera di Tommaso Pomilio alias Ottonieri :

«Quella di Ottonieri è propriamente una scrittura, per quel che qui ci interessa, che agisce a partire da uno sguardo parassitato, cioè pullulante di presenze e per questo consapevolmente eterodiretto, telecomandato : giusta in tal senso l’osservazione di Massimiliano Manganelli che parla di una sorta di science fiction poetry, da intendersi però non tanto come proiezione futuribile quanto, appunto, come traslazione del punto di vista poetico dal sé a quell’oltre-sé che è l’Oscura Creatura che Tutto Capta»8.

Ma, a prescindere dalle predilezioni critiche di Donati che restano giustificate dalla necessità di rendere conto di tendenza importanti dell’evoluzione della ricerca poetica in Italia e la cui analisi è necessitata all’interno della sua stessa ricerca, il volume dello studioso fiorentino presenta caratteristiche di indubbia solidità e originalità di ricerca e nasce come autorevole tentativo di render conto di una linea progettuale, il rapporto tra poesia e arti visive, che finora era rimasta come sottotraccia nell’ambito degli studi sull’argomento. La densità dei risultati ottenuti da Donati è indubbia e rende il suo libro un passaggio importante nella ricostruzione della storia della poesia italiana del secondo Novecento.


NOTE

1 Cfr. R. DONATI, Le ragioni di un pessimista. Bernard Mandeville e la cultura dei Lumi, Pisa, ETS, 2011.

2 Cfr. R. DONATI, I veleni delle coscienze. Letture novecentesche del secolo dei Lumi, Roma, Bulzoni, 2010. Ma non va neppure dimenticato, in questo contesto, il volume da lui dedicato a Piero Bigongiari e pubblicato nella nuova serie dei Quaderni Aldo Palazzeschi, L’invito e il divieto. Piero Bigongiari e l’ermeneutica d’arte, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2002.

3 R. DONATI, Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione, Firenze, Le Lettere, 2014, pp. 12-13.

4 R. DONATI, Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione cit. , pp. 91-92.

5 La storia del rapporto tra scrittori italiani del Novecento e magistero storico-artistico di Roberto Longhi non è stata interamente scritta e mancava appunto il capitolo su Testori mentre più frequenti sono le ricostruzioni degli effetti dell’insegnamento longhiano su Pasolini e su Alberto Arbasino. Ma all’elenco si potrebbero aggiungere molti altri autori di rilievo.

6 R. DONATI, Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione cit. , p.

7 R. DONATI, Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione cit. , p. 181..

8 R. DONATI, Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione cit. , p. 237. L’espressione l’Oscura Creatura che Tutto Capta si deve ad Andrea Cortellessa e viene usata nel suo La fisica del senso. Saggi e interventi su poeti italiani dal 1940 a oggi, Roma, Fazi, 2006, p. 447.

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 

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