Ditemi la verità

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Stuff I’ve been reading di Nick Hornby, pubblicato da Penguin per il mercato in lingua inglese (e in Italia uscito insieme ad altri volumi con Guanda – vd bibliografia in fondo a questo articolo) è stato definito dalla critica d’oltreoceano in varie maniere: un resoconto, un’antologia, un diario, una sorta di reportage, un’invito alla lettura, un divertissement. Il testo è, in primis, una raccolta degli articoli usciti tra il 2006 e il 2011 sulla rivista americana The Believer, dove l’autore britannico teneva una rubrica dedicata ai libri che di mese in mese leggeva. Questa sorta di resoconti della propria esperienza di lettore prima ancora che di scrittore, esperienza di chi compra libri, legge libri, ama parlare di libri o prendersi di tanto in tanto una vacanza dai libri (o coi libri) ci dice molto sullo scrittore inglese ma ci dice ancora di più, e in maniera ben più importante, sul ruolo che i libri hanno nelle vite di chi li legge. Si va dall’intramontabile e amatissimo Dickens (è uscita una sua nuova biografia?, un ennesimo studio sui suoi romanzi?) a volumi d’orientamento storico (testi sulle vicende di Pompei? o sul Bronx?, studi sulla Seconda Guerra Mondiale?, o sulla Stasi?) spostandosi dalle graphic novel alle nuove edizioni di classici, fino ad arrivare all’ultimo caso letterario: Hornby passa da testi d’ispirazione musicale a opere di matrice politico-sociale, da romanzi di più dichiarato intrattenimento a storie di vera e propria evasione, da capolavori intramontabili a biografie di personaggi famosi, da raccolte di poesie a ricerche sui cambiamenti climatici, restituendoci ogni volta l’idea di qualcuno che trova nei libri il mondo, o perlomeno una delle tante ragioni per abitarlo, o – ancora meglio – una preziosa finestra a cui affacciarsi per vederlo veramente. Troppo? Non proprio. Anzi, per niente. La prosa di Hornby è scorrevole e godibilissima, puntellata qua e là da battute a bruciapelo e da piccoli resoconti di vita quotidiana (i figli, la moglie, gli amici, le partite di calcio) e lascia in noi la gradevole impressione di un uomo normale – un cinquantenne come tanti – alle prese con quell’esperienza affascinante e avventurosa che comunemente chiamiamo ‘vita’. Il presupposto di partenza quindi (e qui sta il patto che s’instaura fin dal principio con chi legge) è quello di voler parlare di libri partendo dal punto di vista di qualcuno che ama leggerli, qualcuno che vive nel mondo reale e che non ha nulla a che spartire né coi giornalisti né tantomeno coi critici o con gli esperti, e malgrado si stia qui parlando di uno scrittore (e per di più di uno scrittore di successo) diviene quasi naturale dimenticarsi via via dell’identità di chi scrive per concentrarsi unicamente su quello che ci è stato appena detto: “i libri sono parte della nostra vita” sostiene Hornby, e sfido chiunque, anche in un paese come il nostro con una delle più basse percentuale di lettori in Europa, a sostenere il contrario. Più mi avventuravo tra questi articoli, allora, alternando momenti d’ilarità ad altri di disaccordo, e dialogando amabilmente con questo tizio di cui non ho mai neppure letto un romanzo, e più mi trovavo ogni volta a chiedermi dove fosse finita, in Italia, la gente che considera ancora la lettura parte della propria vita. Hornby ci parla dei libri come si parlerebbe di un film o di un videogioco, o delle donne, o degli amici, o di un ristorante in cui dovreste andare (o al contrario tirar dritto e lasciar perdere, che nella pizzeria più avanti si mangia meglio e si spende meno) ovvero col piglio di qualcuno che la vita se la vuole godere, tutta e in ogni sua sfaccettatura, casini e contrattempi inclusi, qualcuno che non disdegna di far seguire alla sconfitta nella partita di calcetto del giorno prima la lettura di un buon libro il giorno seguente. “Leggete quello che vi piace, non quello che vi annoia” dice di nuovo, con una schiettezza che sconfina più o meno volontariamente nel territorio della banalità. Il punto però resta: leggete. Leggete come guardereste un film o una serie televisiva, leggete come seguireste un evento sportivo o il vostro account su Facebook: leggete con la stessa normalità con cui tifate una squadra di calcio o vi comprate una bottiglia di vino. Così, semplicemente, senza tanti discorsi e senza troppa retorica. Più allora proseguivo anch’io nella lettura, ritagliandomi a fatica il tempo necessario, ai giorni d’oggi, per tener fede a quell’idea più o meno edificante che ognuno di noi cerca sempre di mantenere di se stesso, e più non smettevo d’interrogarmi su quanti ancora intorno a me la pensassero in questa maniera. Hornby pare dirci che la vita è fatta di tantissime cose, e che quindi privarsi di un buon libro è come privarsi di un buon motivo per essere vivi. Poi l’ho sognato, Hornby, alcune notti dopo, mentre con una birra in mano mi guardava di sbieco dal bancone di un pub e mi chiedeva “e cosa mi dici invece di te? Cos’hai letto il scorso mese? E il mese prima? E lo scorso anno?” E mi sono svegliato. E ho ripensato agli interrogativi che mi aveva posto e mi sono dato delle risposte, e mi sono fatto a mia volta un paio di domande su dove mi posiziono, io, oggi, nel paese dove quasi nessuno legge. “E voi” mi sono chiesto alla fine, “che libro avete letto voi a febbraio? E a quale vi dedicherete a Pasqua? Considerate ancora i libri parte della vostra vita? Lo sono mai stati? Torneranno a diventarlo? Avanti, ditemi la verità: l’avete letto o no un libro negli ultimi tre mesi?”

 

Una vita da lettore (Guanda, 2006) (raccolta di articoli apparsi su The Believer)
Shakespeare scriveva per soldi (Guanda, 2009) (raccolta di articoli apparsi su The Believer)
Sono tutte storie (Guanda, 2012) (raccolta di articoli apparsi su The Believer)
Stuff I’ve been reading (Penguin, 2013) ( raccolta di articoli apparsi su The Believer tra il 2006 e il 2011)

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